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JEAN DE LA FONTAINE
(1621-1695)


La cicala e la formica



La Cicala che imprudente
tutto estate al sol cantò,
provveduta di niente
nell'inverno si trovò,
senza più un granello
e senza una mosca in la credenza.

Affamata e piagnolosa
va a cercar della Formica
e le chiede qualche cosa,
qualche cosa in cortesia,
per poter fino alla prossima
primavera tirar via:
promettendo per l'agosto,
in coscienza d'animale,
interessi e capitale.

La Formica che ha il difetto
di prestar malvolentieri,
le dimanda chiaro e netto:
- Che hai tu fatto fino a ieri?
- Cara amica, a dire il giusto
non ho fatto che cantare
tutto il tempo. - Brava ho gusto;
balla adesso, se ti pare.

Leggi la versione di Esopo



 

Favole: opera in 12 libri dello scrittore francese pubblicata con il titolo Fables choisies et mises en vers par M. de La Fontaine, in tre raccolte successive nel 1668, nel 1678 e nel 1694

Il soggetto delle favole è tratto per la massima parte dal poeta latino Fedro d'origine greca, (15a.C - 50d.C.) e soprattutto dal greco Esopo del quale La Fontaine stesso traccia una biografia all'inizio della sua opera. La prima raccolta comprende i primi sei libri ed è dedicata al delfino di Francia: a essa appartengono alcune fra le favole più famose, come La cicala e la formica; Il corvo e la volpe; La rana e il bue; Il topo di città e il topo di campagna; Il lupo e l'agnello; La volpe e la cicogna; Il lepre e la tartaruga; La volpe e l'uva; Il cervo alla fonte; Il leone e il topo ecc. Nonostante già nella prima raccolta La Fontaine dimostri la sua profonda originalità nei confronti dei modelli a cui si ispira, tuttavia è nella seconda raccolta (1678), dedicata a M.me de Montespan e comprendente i libri dal VII all'XI, che l'autore raggiunge la sua piena maturità artistica. Nell' avvertissement che la precede l'autore stesso afferma la sua volontà di scrivere favole "un po' differenti" dalle prime, cercando per esse "altri arricchimenti" e distaccandosi perciò dalle familiari invenzioni di Esopo. Per molte di queste favole afferma di dover la sua riconoscenza al saggio indiano Pilpay. La raccolta è in effetti più densa di meditazioni, di saggezza, di umanità, di accenti intimi, fantasiosi e poetici: ricordiamo Gli animali malati di peste; Il leone, il lupo, la volpe; I due colombi; Il lupo e il cane magro; L'uomo e il serpente; Discorso a M.me de la Sablière; Il pastore e il re; Il sogno di un abitante del Mogol. Il XII e ultimo libro delle Favole, dedicato al duca di Borgogna e apparso nel 1694, pur rimanendo all'altezza dei precedenti, segna tuttavia un certo cedimento e una certa stanchezza di ispirazione. Ogni favola diventa con La Fontaine un vero e proprio piccolo dramma, denso di contenuto e ridotto alla più semplice formula espressiva. Attore protagonista di questo dramma è il mondo degli animali, vario e pittoresco, dietro al quale è rappresentata non solo la società del tempo, ma la società di ogni tempo con i suoi vizi, le sue meschinità, le sue passioni, le sue prepotenze, la sua lotta continua per l'esistenza in cui inevitabilmente il debole deve cedere al più forte: ma è un'umanità osservata con arguzia squisita, con ingenuità maliziosa, con naturalezza e semplicità nei suoi caratteri più eterni e universali. Compaiono in veste animale tutte le categorie sociali: il re (il leone superbo e prepotente ma sempre maestoso e nobile), i cortigiani (le volpi subdole, i lupi avidi e feroci), i nobili, i provinciali, i borghesi ambiziosi, la gente di tribunale (i gatti dall'aria compunta e saggia, ma scaltri e astuti), i sacerdoti, le donne capricciose e volubili, i fanciulli spesso cattivi e crudeli, e infine la gente umile, in special modo i contadini, verso la cui esistenza dura ma rassegnata va tutta la cordiale simpatia dell'autore. Mai però La Fontaine si atteggia a giudice austero o a severo moralista: il suo moralismo nasce da una profonda conoscenza del cuore umano che gli permette di osservare tutto e tutti con la misura e la benevolenza, la sensibilità e il sorriso di chi conosce e ama la vita e la sa accettare saggiamente anche nei suoi aspetti negativi. Questa ricca e viva folla di animali si muove in un mondo incantevole fatto di boschi folti, di ruscelli limpidi, di verdi radure: La Fontaine non ama solo gli animali, ma anche la natura di cui essi sono parte inscindibile e di cui sa evocare le trasformazioni, i profumi, i colori, gli spettacoli così innumerevoli, diversi e suggestivi: "Non ho mai cantato che l'ombra dei boschi, Flora, Eco, gli Zefiri e i loro molli soffi, il verde tappeto dei prati e l'argento delle fonti". La Fontaine è poeta di una grazia squisita, di un candore affascinante, di una arguzia, di una naturalezza, di una semplicità deliziose. Ed è con altrettanto gusto che fa parlare i suoi personaggi: la lingua e lo stile sono vari, ricchi, limpidi e precisi, ora pittoreschi e familiari, ora lirici e musicali, ora solenni e nobili.

Ma "l'autore non si lascia mai sorprendere: è un uomo che conversa con noi, uomo semplice e superiore, mai affettato, ma sempre familiare anche quando sublime" (Gèruzez). Inutile voler definire le favole migliori della raccolta: "E' come un paniere di ciliegie, si vuol scegliere le più belle e il paniere resta vuoto" (M.me de Sevignè).