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Favole: opera in 12 libri dello scrittore francese pubblicata con il titolo
Fables choisies et mises en vers par M. de La Fontaine, in tre raccolte
successive nel 1668, nel 1678 e nel 1694
Il soggetto delle favole è tratto per la massima parte dal poeta latino
Fedro d'origine greca, (15a.C - 50d.C.) e soprattutto dal greco Esopo del quale La Fontaine stesso traccia una
biografia all'inizio della sua opera. La prima raccolta comprende i primi
sei libri ed è dedicata al delfino di Francia: a essa appartengono alcune
fra le favole più famose, come La cicala e la formica; Il corvo e la volpe;
La rana e il bue; Il topo di città e il topo di campagna; Il lupo e
l'agnello; La volpe e la cicogna; Il lepre e la tartaruga; La volpe e l'uva;
Il cervo alla fonte; Il leone e il topo ecc. Nonostante già nella prima
raccolta La Fontaine dimostri la sua profonda originalità nei confronti dei
modelli a cui si ispira, tuttavia è nella seconda raccolta (1678), dedicata
a M.me de Montespan e comprendente i libri dal VII all'XI, che l'autore
raggiunge la sua piena maturità artistica. Nell' avvertissement che la
precede l'autore stesso afferma la sua volontà di scrivere favole "un po'
differenti" dalle prime, cercando per esse "altri arricchimenti" e
distaccandosi perciò dalle familiari invenzioni di Esopo. Per molte di
queste favole afferma di dover la sua riconoscenza al saggio indiano Pilpay.
La raccolta è in effetti più densa di meditazioni, di saggezza, di umanità,
di accenti intimi, fantasiosi e poetici: ricordiamo Gli animali malati di
peste; Il leone, il lupo, la volpe; I due colombi; Il lupo e il cane magro;
L'uomo e il serpente; Discorso a M.me de la Sablière; Il pastore e il re; Il
sogno di un abitante del Mogol. Il XII e ultimo libro delle Favole, dedicato
al duca di Borgogna e apparso nel 1694, pur rimanendo all'altezza dei
precedenti, segna tuttavia un certo cedimento e una certa stanchezza di
ispirazione. Ogni favola diventa con La Fontaine un vero e proprio piccolo
dramma, denso di contenuto e ridotto alla più semplice formula espressiva.
Attore protagonista di questo dramma è il mondo degli animali, vario e
pittoresco, dietro al quale è rappresentata non solo la società del tempo,
ma la società di ogni tempo con i suoi vizi, le sue meschinità, le sue
passioni, le sue prepotenze, la sua lotta continua per l'esistenza in cui
inevitabilmente il debole deve cedere al più forte: ma è un'umanità
osservata con arguzia squisita, con ingenuità maliziosa, con naturalezza e
semplicità nei suoi caratteri più eterni e universali. Compaiono in veste
animale tutte le categorie sociali: il re (il leone superbo e prepotente ma
sempre maestoso e nobile), i cortigiani (le volpi subdole, i lupi avidi e
feroci), i nobili, i provinciali, i borghesi ambiziosi, la gente di
tribunale (i gatti dall'aria compunta e saggia, ma scaltri e astuti), i
sacerdoti, le donne capricciose e volubili, i fanciulli spesso cattivi e
crudeli, e infine la gente umile, in special modo i contadini, verso la cui
esistenza dura ma rassegnata va tutta la cordiale simpatia dell'autore. Mai
però La Fontaine si atteggia a giudice austero o a severo moralista: il suo
moralismo nasce da una profonda conoscenza del cuore umano che gli permette
di osservare tutto e tutti con la misura e la benevolenza, la sensibilità e
il sorriso di chi conosce e ama la vita e la sa accettare saggiamente anche
nei suoi aspetti negativi. Questa ricca e viva folla di animali si muove in
un mondo incantevole fatto di boschi folti, di ruscelli limpidi, di verdi
radure: La Fontaine non ama solo gli animali, ma anche la natura di cui essi
sono parte inscindibile e di cui sa evocare le trasformazioni, i profumi, i
colori, gli spettacoli così innumerevoli, diversi e suggestivi: "Non ho mai
cantato che l'ombra dei boschi, Flora, Eco, gli Zefiri e i loro molli soffi,
il verde tappeto dei prati e l'argento delle fonti". La Fontaine è poeta di
una grazia squisita, di un candore affascinante, di una arguzia, di una
naturalezza, di una semplicità deliziose. Ed è con altrettanto gusto che fa
parlare i suoi personaggi: la lingua e lo stile sono vari, ricchi, limpidi e
precisi, ora pittoreschi e familiari, ora lirici e musicali, ora solenni e
nobili.
Ma "l'autore non si lascia mai sorprendere: è un uomo che conversa con noi,
uomo semplice e superiore, mai affettato, ma sempre familiare anche quando
sublime" (Gèruzez). Inutile voler definire le favole migliori della raccolta:
"E' come un paniere di ciliegie, si vuol scegliere le più belle e il paniere
resta vuoto" (M.me de Sevignè).
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