Francis Bacon
La Nuova Atlantide
Considerato l'alfiere del moderno pensiero scientifico e tecnologico per la sua
difesa appassionata della scienza e del potere che essa è in grado di esercitare
sulla natura, Bacon scrive anche un'opera di utopia politica, La Nuova Atlantide,
rimasta incompiuta e pubblicata postuma nel 1620. Prendendo spunto dal Crizia
platonico, dove si faceva cenno alla città scomparsa di Atlantide, Bacon mette
in scena il regno della nuova città della scienza e della tecnica, il cui fine è
«la conoscenza delle cause e dei segreti movimenti delle cose per allargare il
confine del potere umano verso la realizzazione di ogni possibile obiettivo».
Il padre fece cenno ai paggi di allontanarsi dalla stanza e dopo avermi invitato
a sedere accanto a lui così mi parlò esprimendosi in spagnolo. «Dio ti benedica,
figlio mio. Io ti darò la gemma più preziosa che possiedo: ti svelerò infatti,
per amore di Dio e degli uomini, la vera organizzazione della Casa di Salomone.
E per fartela conoscere, figlio mio, seguirò quest'ordine: in primo luogo ti
rivelerò il fine della nostra istituzione; in secondo luogo i mezzi e gli
strumenti che possediamo per i nostri lavori; in terzo luogo i diversi impieghi
e funzioni assegnati a ciascuno dei nostri fratelli; in quarto luogo infine le
norme e i riti che osserviamo. Fine della nostra istituzione è la conoscenza
delle cause e dei segreti movimenti delle cose per allargare i confini del
potere umano verso la realizzazione di ogni possibile obiettivo. I mezzi e gli
strumenti sono i seguenti: abbiamo ampie caverne più o meno profonde, le più
profonde delle quali si addentrano nella terra fino a 600 cubiti. Alcune di esse
sono state scavate sotto alte colline o montagne, cosicché, se si somma
l'altezza della collina e la profondità della caverna, si arriva (in alcuni casi)
a circa 3 miglia di profondità. Abbiamo scoperto infatti che la profondità di
una collina e la profondità di una caverna dalla superficie si equivalgono
giacché entrambe sono egualmente remote dal sole, dai raggi celesti e dall'aria
aperta. Chiamiamo queste caverne “regioni inferiori” e ce ne serviamo per
esperienze di coagulazione, indurimento, refrigerazione e conservazione dei
corpi. Ne usiamo anche, a imitazione delle miniere naturali, per la produzione
di nuovi metalli artificiali mediante la combinazione di vari materiali ivi
giacenti da moltissimi anni. Ma ti stupirà molto sapere che usiamo talvolta
queste caverne anche per la cura di certe malattie e per esperienze sul
prolungamento della vita che facciamo su alcuni eremiti che hanno scelto di
vivere laggiù. Essi, ben provvisti di tutto il necessario, vivono infatti molto
a lungo e da loro noi apprendiamo anche molte cose. Abbiamo anche fosse scavate
in terre di diversa natura dove poniamo diverse specie di cementi come fanno i
cinesi con le loro porcellane. E come i cinesi anche noi abbiamo porcellane, ma
in maggior varietà e alcune molto più pregiate. Siamo provvisti anche di ogni
sorta di concimi e di limo per rendere ferace la terra. Possediamo inoltre alte
torri, la più alta delle quali misura un mezzo miglio. Alcune di esse sorgono su
alte montagne cosicché, sommando l'altezza della torre con quella della montagna,
si raggiunge, nella torre più alta, l'altezza 3 miglia. Chiamiamo questi posti
“regioni superiori”, considerando l'aria compresa fra le regioni alte e le basse
come “regione intermedia”. Ci serviamo di queste torri, in relazione alle loro
diverse altezze e posizioni, per esperimenti di insolazione, di refrigerazione e
di conservazione e per l'osservazione dei fenomeni atmosferici come i venti, le
piogge, la neve, la grandine e i meteoriti ignei. Anche su qualcuna di queste
torri vivono degli eremiti che visitiamo ogni tanto istruendoli sulle
osservazioni che debbono compiere. [... ] Abbiamo inoltre officine meccaniche
dove fabbrichiamo macchine e strumenti per ogni genere di movimenti: qui
facciamo esperimenti per realizzare moti più veloci di quelli che voi avete
realizzato sia con le vostre bocche da fuoco sia con qualunque altra vostra
macchina e per realizzare il movimento e moltiplicarlo, servendoci di deboli
forze, mediante ingranaggi e altri sistemi e infine per rendere questi moti più
forti e potenti dei vostri: superiori anche a quelli dei vostri più grandi
cannoni e colubrine. Fabbrichiamo armi da fuoco, strumenti di guerra e macchine
di ogni genere: nuove misture di polvere da sparo, fuochi greci che bruciano
nell'acqua e sono inestinguibili e fuochi artificiali di ogni tipo destinati sia
al divertimento sia all'utilità. Imitiamo il volo degli uccelli e riusciamo
entro certi limiti a librarci nell'aria. Abbiamo navi e imbarcazioni per
navigare sott'acqua e per resistere alle tempeste marine, e cinture di sicurezza
e congegni per reggersi a galla. Possediamo diversi strani orologi, strumenti
che si muovono in modo ricorrente, e altri capaci di moto perpetuo. Imitiamo i
movimenti di tutte le creature viventi, degli uomini, degli animali, dei pesci e
dei serpenti. Abbiamo un gran numero di apparecchi capaci dei più vari movimenti,
mirabili per la loro regolarità, perfezione e sensibilità. Possediamo una “Casa
della matematica” dove si conservano tutti gli strumenti perfettamente costruiti,
necessari alla geometria e all'astronomia. Abbiamo infine le “Case per gli
inganni dei sensi” ove compiamo ogni specie di giochi di prestigio, di false
apparizioni, di illusioni, di imposture con i relativi inganni. Potrai certo
capire facilmente come noi, che possediamo tante cose che, pur essendo
perfettamente naturali, generano stupore, potremmo in molti casi particolari
ingannare i sensi, se volessimo mascherare queste cose e farle apparire
miracolose. Ma noi odiamo ogni impostura e menzogna, tanto che è severamente
proibito sotto pena di ignominia e di ammenda, a tutti noi confratelli, di
alterare ed ampliare le opere da noi ottenute per via naturale, ma ci è fatto
invece obbligo di farle conoscere nella loro realtà e senza nessuna affettazione
di mistero. Queste sono, figlio mio, le ricchezze della Casa di Salomone».
F. Bacon, La Nuova Atlantide, in Scritti filosofici (a c. di P. Rossi), UTET,
Torino 1986, pp. 855-863.