Riflessioni sulla violenza
L’opera di Sorel, Riflessioni sulla violenza, pubblicata nel 1908, è uno dei
testi più controversi del Novecento: esponenti dell’estrema destra, Mussolini in
testa, ma anche della sinistra, Antonio Gramsci, lo hanno di volta in volta
ritenuto il loro testo di riferimento. Molti lo hanno esecrato come una pura e
semplice apologia della violenza, che l’autore certo non condanna, ma il senso
dell’opera è da ricercare piuttosto nella difesa della libertà dell’uomo di
contro a ogni forma di stato. Infatti nel brano che proponiamo Sorel ironizza
sui marxisti, più che su Marx, grigi e ottusi burocrati di una rivoluzione che,
in maniera quasi profetica, egli ritiene potrebbe creare uno stato con il
medesimo grado di alienazione di quello borghese, basato cioè sulla forza di una
minoranza che opprime le masse. La violenza invece viene da Sorel letta come
unica e vera potenza rivoluzionaria, una sorta di onda distruttrice e creatrice,
capace di distruggere ogni potere coercitivo.
I sindacati
Lo studio dello sciopero politico ci porta a meglio comprendere una distinzione
che bisogna avere sempre presente quando si riflette sulle questioni sociali
contemporanee. Si usano infatti i termini forza e violenza parlando sia di atti
di autorità sia di atti di rivolta. È chiaro che i due casi danno luogo a
conseguenze assai diverse. A mio parere sarebbe estremamente vantaggioso
adottare una terminologia che non dia luogo ad ambiguità e bisognerebbe
riservare il termine violenza alla seconda accezione; diremo dunque che la forza
ha lo scopo di imporre l'organizzazione di un certo ordine sociale nel quale
governa una minoranza, mentre la violenza tende a distruggere tale ordine. Lo
borghesia ha fatto ricorso al la forza fin dall'inizio dei tempi moderni mentre
il proletariato reagisce adesso contro di essa e contro lo stato con la
violenza. Sono convinto ormai da molto tempo che sarebbe assai opportuno
approfondire la teoria delle potenze sociali che si possono in larga misura
paragonare alle forze dinamiche che agiscono sulla materia; ma non avevo ancora
colto la distinzione fondamentale di cui stiamo qui parlando prima di avere
riflettuto sullo sciopero generale. Non mi sembra del resto che nemmeno Marx
abbia esaminato costrizioni sociali diverse dalla forza. Nei Saggi di critica
del marxismo avevo cercato, qualche anno fa, di riassumere le tesi marxiste
sull'adattamento dell'uomo alle condizioni del capitalismo e le avevo così
presentate, alle pagine 38-40:
1° C'è un sistema in un certo senso meccanico nel quale l'uomo sembra sottoposto
a vere e proprie leggi naturali; gli economisti classici situano all'origine
questo automatismo che è il prodotto. ultimo del regime capitalistico. «Si
sviluppa - dice Marx - una classe operaia che per educazione, tradizione,
abitudine riconosce come leggi naturali ovvie le esigenze di quel modo di
produzione.» L'intervento di una volontà intelligente nella coercizione appare
come un'eccezione.
2° Interviene un regime di emulazione e di grande concorrenza che trascina gli
uomini ad allontanare gli ostacoli tradizionali, a cercare costantemente il
nuovo, a immaginare condizioni di vita che sembrano loro migliori. Secondo Marx
la borghesia eccelle in questo compito rivoluzionario.
3° Vige il regime della violenza che ha un compito importantissimo nella storia
e che riveste numerose forme distinte: a) Al livello più basso abbiamo una
violenza dispersa, simile alla concorrenza per la vita, che agisce attraverso la
mediazione delle condizioni economiche e opera una espropriazione lenta ma
sicura; tale violenza si manifesta soprattutto con l'aiuto dei regimi fiscali;
b) Segue la forza concentrata e organizzata dello stato che agisce direttamente
sul lavoro «per regolare il salario, cioè per costringerlo entro limiti
convenienti [...] per prolungare la giornata lavorativa e per mantenere
l'operaio stesso a un grado normale di dipendenza. È questo un momento
essenziale della cosiddetta accumulazione originaria»; c) «Infine abbiamo la
violenza propriamente detta che occupa uno spazio rilevantissimo nella storia
dell'accumulazione primitiva e che costituisce l'oggetto principale della
storia.» Non sono qui inutili alcune osservazioni complementari. Bisogna
osservare, innanzitutto, che questi diversi momenti sono distribuiti lungo una
scala logica partendo dagli stati che ricordano di più un organismo e nei quali
non appare nessuna volontà distinta, per salire verso quelli in cui le volontà
mettono in evidenza i loro piani meditati; ma l'ordine storico è tutto il
contrario. All'origine dell'accumulazione capitalistica troviamo fatti storici
ben distinti che emergono ognuno a suo tempo, con caratteristiche proprie e in
condizioni rilevanti al punto da essere registrate nelle cronache. Così si
incontra l'espropriazione dei contadini e la soppressione dell'antica
legislazione, legislazione che avevano costituito «la servitù e la gerarchia
industriale». Marx aggiunge: La storia di questa espropriazione degli operai non
è materia congetturale, «è scritta negli annali dell'umanità a tratti di sangue
e di fuoco». Più oltre Marx ci mostra come l'aurora dei tempi moderni sia
segnata dalla conquista dell'America, dalla schiavitù dei negri e dalle guerre
coloniali: «I vari momenti dell'accumulazione originaria si distribuiscono ora,
più o meno, in successione cronologica specialmente fra Spagna, Portogallo,
Olanda, Francia e Inghilterra. Alla fine del XVII secolo quei vari momenti
vengono combinati sistematicamente in Inghilterra in sistema coloniale, sistema
del debito pubblico, sistema tributario e protezionistico moderni. I metodi
poggiano in parte sulla violenza più brutale come per esempio il sistema
coloniale. Ma tutti si servono del potere dello stato, violenza concentrata e
organizzata della società, per fomentare artificialmente il processo di
trasformazione del modo di produzione feudale in modo di produzione
capitalistico e per accorciare i passaggi. La violenza è la levatrice di ogni
vecchia società, gravida di una società nuova. È essa stessa una potenza
economica.» Vediamo dunque come le potenze economiche si intreccino strettamente
con il potere politico e come alla fine il capitalismo si perfezioni al punto da
non avere più bisogno di fare direttamente appello alla forza pubblica, tranne
che in casi del tutto eccezionali. «Per il corso ordinario delle cose, l'operaio
può rimanere affidato alle "leggi naturali della produzione" cioè alle
dipendenze del capitale, che nasce dalle stesse condizioni della produzione che
viene garantita e perpetuata da esse.» Giunta all'ultimo termine storico,
l'azione delle volontà distinte scompare e l'insieme della società, a questo
punto, somiglia a un corpo organizzato che funziona da sé; gli osservatori
possono allora fondare una scienza economica che appare loro esatta quanto le
scienze della natura fisica. [...] Marx ha descritto con estrema minuzia i
fenomeni di questa evoluzione; ma è estremamente sobrio di particolari
sull'organizzazione del proletariato. Molto spesso si è spiegata questa lacuna
della sua opera: in Inghilterra aveva trovato una massa enorme di materiali ben
classificati e già sottoposti a discussioni economiche sulla storia del
capitalismo; poteva quindi approfondire le diverse specificità dell'evoluzione
borghese ma non aveva molti elementi per riflettere sull'organizzazione del
proletariato; doveva dunque limitarsi a spiegare in formule estremamente
astratte l'idea che si faceva del cammino che esso avrebbe dovuto percorrere per
giungere al momento della lotta rivoluzionaria. Questa insufficienza dell'opera
di Marx ha avuto la conseguenza di far deviare il marxismo dalla sua vera
natura. Coloro che si piccavano di essere marxisti ortodossi non hanno voluto
aggiungere niente di essenziale a ciò che il loro maestro aveva scritto e hanno
pensato di dovere utilizzare, per ragionare sul proletariato, ciò che avevano
imparato nella storia della borghesia. Non hanno dunque immaginato che si
dovesse stabilire una differenza fra la forza che si dirige verso l'autorità e
la violenza che vuole infrangere questa autorità. A loro parere il proletariato
deve acquistare la forza così come ha fatto la borghesia, servirsene come se ne
è servita e costruire uno Stato socialista che sostituisca lo stato borghese.
Siccome lo stato in passato ha svolto un ruolo di primo piano nelle rivoluzioni
che hanno soppresso l'antica economia, sarà ancora lo stato a sopprimere il
capitalismo. I lavoratori devono dunque sacrificare tutto a un solo fine:
portare al potere degli uomini che promettono solennemente di abbattere il
capitalismo a favore del popolo; così si forma un partito socialista
parlamentare. [...] La nuova scuola ragiona ben diversamente; non può accettare
l'idea che il proletariato abbia come sola missione l'imitazione della
borghesia; non concepisce che una rivoluzione così prodigiosa come quella che
sopprimerebbe il capitalismo possa essere tentata per un risultato minimo e
sospetto, per un cambiamento di padroni, per la soddisfazione di ideologi,
politicanti e speculatori, tutti adoratori e sfruttatori dello stato. Essa non
vuole attenersi alle formule di Marx: se questi non ha elaborato altra teoria
che quella della forza borghese, ciò ai suoi occhi non è buona ragione per
limitarsi rigorosamente a imitare la forza borghese. Nel corso della sua
carriera rivoluzionaria, Marx non sempre ha ricevuto buone ispirazioni e troppo
spesso ne ha seguite che appartengono al passato; nei suoi scritti è anche
arrivato a introdurre una gran quantità di vecchiume proveniente dagli utopisti.
La nuova scuola non si crede affatto tenuta ad ammirare le illusioni, i difetti,
gli errori di colui che ha fatto tanto per elaborare idee rivoluzionarie; si
sforza invece di stabilire una separazione fra ciò che nuoce all'opera di Marx e
ciò che deve renderne immortale il nome; quindi dice il contrario di quel che
dicono i socialisti ufficiali che in Marx ammirano soprattutto ciò che non è
marxista. Non attribuiremo dunque molta importanza ai molti testi che è
possibile contrapporci per dimostrare che Marx spesso ha concepito la storia
alla maniera dei politici. Oggi conosciamo la ragione del suo atteggiamento:
egli non conosceva la distinzione che oggi ci sembra così chiara fra la forza
borghese e la violenza proletaria perché non ha vissuto in ambienti che avessero
acquisito una concezione soddisfacente dello sciopero generale. Oggi noi
disponiamo di abbastanza elementi per comprendere sia lo sciopero sindacale sia
quello politico; sappiamo in che cosa il movimento proletario si differenzia
dagli antichi movimenti borghesi; nell'atteggiamento dei rivoluzionari rispetto
allo stato troviamo lo strumento che ci consente di distinguere delle nozioni
che nella mente di Marx erano ancora molto confuse. Il metodo che ci è servito
per sottolineare la differenza esistente fra la forza borghese e la violenza
proletaria può servire anche a risolvere molte questioni che si presentano nel
corso delle ricerche relative all'organizzazione del proletariato. Paragonando i
tentativi di organizzazione dello sciopero sindacale a quelli dello sciopero
politico spesso è possibile distinguere ciò che è buono da ciò che è cattivo,
cioè ciò che è specificamente socialista da quello che ha tendenze borghesi.
L'educazione popolare, ad esempio, ci sembra essere interamente diretta con
spirito borghese; lo sforzo storico del capitalismo è stato sempre diretto a
condurre le masse a lasciarsi governare dalle condizioni dell'economia
capitalistica in modo che la società diventi un organismo; tutto lo sforzo
rivoluzionario tende a creare degli uomini liberi; ma i governanti democratici
pensano che la loro missione consista nel realizzare l'unità morale della
Francia. Questa unità morale è la disciplina automatica dei produttori che
dovrebbero essere felici di lavorare per la gloria dei loro capi intellettuali.
Si può dire anche che il grave pericolo che incombe sul sindacalismo consiste in
ogni tentativo di imitare la democrazia; meglio che sappia accontentarsi, per un
certo periodo, di organizzazioni deboli e caotiche piuttosto che cadere sotto il
dominio di sindacati che copiassero le forme politiche della borghesia. I
sindacalisti rivoluzionari non si sono mai lasciati ingannare perché coloro che
cercano di dirigerli verso una via simil-borghese sono avversari dello sciopero
generale sindacale e si denunciano così da sé come dei nemici.
G. Sorel, Riflessioni sulla violenza, 1908