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George Sorel

Riflessioni sulla violenza

L’opera di Sorel, Riflessioni sulla violenza, pubblicata nel 1908, è uno dei testi più controversi del Novecento: esponenti dell’estrema destra, Mussolini in testa, ma anche della sinistra, Antonio Gramsci, lo hanno di volta in volta ritenuto il loro testo di riferimento. Molti lo hanno esecrato come una pura e semplice apologia della violenza, che l’autore certo non condanna, ma il senso dell’opera è da ricercare piuttosto nella difesa della libertà dell’uomo di contro a ogni forma di stato. Infatti nel brano che proponiamo Sorel ironizza sui marxisti, più che su Marx, grigi e ottusi burocrati di una rivoluzione che, in maniera quasi profetica, egli ritiene potrebbe creare uno stato con il medesimo grado di alienazione di quello borghese, basato cioè sulla forza di una minoranza che opprime le masse. La violenza invece viene da Sorel letta come unica e vera potenza rivoluzionaria, una sorta di onda distruttrice e creatrice, capace di distruggere ogni potere coercitivo.    I sindacati

Lo studio dello sciopero politico ci porta a meglio comprendere una distinzione che bisogna avere sempre presente quando si riflette sulle questioni sociali contemporanee. Si usano infatti i termini forza e violenza parlando sia di atti di autorità sia di atti di rivolta. È chiaro che i due casi danno luogo a conseguenze assai diverse. A mio parere sarebbe estremamente vantaggioso adottare una terminologia che non dia luogo ad ambiguità e bisognerebbe riservare il termine violenza alla seconda accezione; diremo dunque che la forza ha lo scopo di imporre l'organizzazione di un certo ordine sociale nel quale governa una minoranza, mentre la violenza tende a distruggere tale ordine. Lo borghesia ha fatto ricorso al la forza fin dall'inizio dei tempi moderni mentre il proletariato reagisce adesso contro di essa e contro lo stato con la violenza. Sono convinto ormai da molto tempo che sarebbe assai opportuno approfondire la teoria delle potenze sociali che si possono in larga misura paragonare alle forze dinamiche che agiscono sulla materia; ma non avevo ancora colto la distinzione fondamentale di cui stiamo qui parlando prima di avere riflettuto sullo sciopero generale. Non mi sembra del resto che nemmeno Marx abbia esaminato costrizioni sociali diverse dalla forza. Nei Saggi di critica del marxismo avevo cercato, qualche anno fa, di riassumere le tesi marxiste sull'adattamento dell'uomo alle condizioni del capitalismo e le avevo così presentate, alle pagine 38-40:
1° C'è un sistema in un certo senso meccanico nel quale l'uomo sembra sottoposto a vere e proprie leggi naturali; gli economisti classici situano all'origine questo automatismo che è il prodotto. ultimo del regime capitalistico. «Si sviluppa - dice Marx - una classe operaia che per educazione, tradizione, abitudine riconosce come leggi naturali ovvie le esigenze di quel modo di produzione.» L'intervento di una volontà intelligente nella coercizione appare come un'eccezione.
2° Interviene un regime di emulazione e di grande concorrenza che trascina gli uomini ad allontanare gli ostacoli tradizionali, a cercare costantemente il nuovo, a immaginare condizioni di vita che sembrano loro migliori. Secondo Marx la borghesia eccelle in questo compito rivoluzionario.
3° Vige il regime della violenza che ha un compito importantissimo nella storia e che riveste numerose forme distinte: a) Al livello più basso abbiamo una violenza dispersa, simile alla concorrenza per la vita, che agisce attraverso la mediazione delle condizioni economiche e opera una espropriazione lenta ma sicura; tale violenza si manifesta soprattutto con l'aiuto dei regimi fiscali; b) Segue la forza concentrata e organizzata dello stato che agisce direttamente sul lavoro «per regolare il salario, cioè per costringerlo entro limiti convenienti [...] per prolungare la giornata lavorativa e per mantenere l'operaio stesso a un grado normale di dipendenza. È questo un momento essenziale della cosiddetta accumulazione originaria»; c) «Infine abbiamo la violenza propriamente detta che occupa uno spazio rilevantissimo nella storia dell'accumulazione primitiva e che costituisce l'oggetto principale della storia.» Non sono qui inutili alcune osservazioni complementari. Bisogna osservare, innanzitutto, che questi diversi momenti sono distribuiti lungo una scala logica partendo dagli stati che ricordano di più un organismo e nei quali non appare nessuna volontà distinta, per salire verso quelli in cui le volontà mettono in evidenza i loro piani meditati; ma l'ordine storico è tutto il contrario. All'origine dell'accumulazione capitalistica troviamo fatti storici ben distinti che emergono ognuno a suo tempo, con caratteristiche proprie e in condizioni rilevanti al punto da essere registrate nelle cronache. Così si incontra l'espropriazione dei contadini e la soppressione dell'antica legislazione, legislazione che avevano costituito «la servitù e la gerarchia industriale». Marx aggiunge: La storia di questa espropriazione degli operai non è materia congetturale, «è scritta negli annali dell'umanità a tratti di sangue e di fuoco». Più oltre Marx ci mostra come l'aurora dei tempi moderni sia segnata dalla conquista dell'America, dalla schiavitù dei negri e dalle guerre coloniali: «I vari momenti dell'accumulazione originaria si distribuiscono ora, più o meno, in successione cronologica specialmente fra Spagna, Portogallo, Olanda, Francia e Inghilterra. Alla fine del XVII secolo quei vari momenti vengono combinati sistematicamente in Inghilterra in sistema coloniale, sistema del debito pubblico, sistema tributario e protezionistico moderni. I metodi poggiano in parte sulla violenza più brutale come per esempio il sistema coloniale. Ma tutti si servono del potere dello stato, violenza concentrata e organizzata della società, per fomentare artificialmente il processo di trasformazione del modo di produzione feudale in modo di produzione capitalistico e per accorciare i passaggi. La violenza è la levatrice di ogni vecchia società, gravida di una società nuova. È essa stessa una potenza economica.» Vediamo dunque come le potenze economiche si intreccino strettamente con il potere politico e come alla fine il capitalismo si perfezioni al punto da non avere più bisogno di fare direttamente appello alla forza pubblica, tranne che in casi del tutto eccezionali. «Per il corso ordinario delle cose, l'operaio può rimanere affidato alle "leggi naturali della produzione" cioè alle dipendenze del capitale, che nasce dalle stesse condizioni della produzione che viene garantita e perpetuata da esse.» Giunta all'ultimo termine storico, l'azione delle volontà distinte scompare e l'insieme della società, a questo punto, somiglia a un corpo organizzato che funziona da sé; gli osservatori possono allora fondare una scienza economica che appare loro esatta quanto le scienze della natura fisica. [...] Marx ha descritto con estrema minuzia i fenomeni di questa evoluzione; ma è estremamente sobrio di particolari sull'organizzazione del proletariato. Molto spesso si è spiegata questa lacuna della sua opera: in Inghilterra aveva trovato una massa enorme di materiali ben classificati e già sottoposti a discussioni economiche sulla storia del capitalismo; poteva quindi approfondire le diverse specificità dell'evoluzione borghese ma non aveva molti elementi per riflettere sull'organizzazione del proletariato; doveva dunque limitarsi a spiegare in formule estremamente astratte l'idea che si faceva del cammino che esso avrebbe dovuto percorrere per giungere al momento della lotta rivoluzionaria. Questa insufficienza dell'opera di Marx ha avuto la conseguenza di far deviare il marxismo dalla sua vera natura. Coloro che si piccavano di essere marxisti ortodossi non hanno voluto aggiungere niente di essenziale a ciò che il loro maestro aveva scritto e hanno pensato di dovere utilizzare, per ragionare sul proletariato, ciò che avevano imparato nella storia della borghesia. Non hanno dunque immaginato che si dovesse stabilire una differenza fra la forza che si dirige verso l'autorità e la violenza che vuole infrangere questa autorità. A loro parere il proletariato deve acquistare la forza così come ha fatto la borghesia, servirsene come se ne è servita e costruire uno Stato socialista che sostituisca lo stato borghese. Siccome lo stato in passato ha svolto un ruolo di primo piano nelle rivoluzioni che hanno soppresso l'antica economia, sarà ancora lo stato a sopprimere il capitalismo. I lavoratori devono dunque sacrificare tutto a un solo fine: portare al potere degli uomini che promettono solennemente di abbattere il capitalismo a favore del popolo; così si forma un partito socialista parlamentare. [...] La nuova scuola ragiona ben diversamente; non può accettare l'idea che il proletariato abbia come sola missione l'imitazione della borghesia; non concepisce che una rivoluzione così prodigiosa come quella che sopprimerebbe il capitalismo possa essere tentata per un risultato minimo e sospetto, per un cambiamento di padroni, per la soddisfazione di ideologi, politicanti e speculatori, tutti adoratori e sfruttatori dello stato. Essa non vuole attenersi alle formule di Marx: se questi non ha elaborato altra teoria che quella della forza borghese, ciò ai suoi occhi non è buona ragione per limitarsi rigorosamente a imitare la forza borghese. Nel corso della sua carriera rivoluzionaria, Marx non sempre ha ricevuto buone ispirazioni e troppo spesso ne ha seguite che appartengono al passato; nei suoi scritti è anche arrivato a introdurre una gran quantità di vecchiume proveniente dagli utopisti. La nuova scuola non si crede affatto tenuta ad ammirare le illusioni, i difetti, gli errori di colui che ha fatto tanto per elaborare idee rivoluzionarie; si sforza invece di stabilire una separazione fra ciò che nuoce all'opera di Marx e ciò che deve renderne immortale il nome; quindi dice il contrario di quel che dicono i socialisti ufficiali che in Marx ammirano soprattutto ciò che non è marxista. Non attribuiremo dunque molta importanza ai molti testi che è possibile contrapporci per dimostrare che Marx spesso ha concepito la storia alla maniera dei politici. Oggi conosciamo la ragione del suo atteggiamento: egli non conosceva la distinzione che oggi ci sembra così chiara fra la forza borghese e la violenza proletaria perché non ha vissuto in ambienti che avessero acquisito una concezione soddisfacente dello sciopero generale. Oggi noi disponiamo di abbastanza elementi per comprendere sia lo sciopero sindacale sia quello politico; sappiamo in che cosa il movimento proletario si differenzia dagli antichi movimenti borghesi; nell'atteggiamento dei rivoluzionari rispetto allo stato troviamo lo strumento che ci consente di distinguere delle nozioni che nella mente di Marx erano ancora molto confuse. Il metodo che ci è servito per sottolineare la differenza esistente fra la forza borghese e la violenza proletaria può servire anche a risolvere molte questioni che si presentano nel corso delle ricerche relative all'organizzazione del proletariato. Paragonando i tentativi di organizzazione dello sciopero sindacale a quelli dello sciopero politico spesso è possibile distinguere ciò che è buono da ciò che è cattivo, cioè ciò che è specificamente socialista da quello che ha tendenze borghesi. L'educazione popolare, ad esempio, ci sembra essere interamente diretta con spirito borghese; lo sforzo storico del capitalismo è stato sempre diretto a condurre le masse a lasciarsi governare dalle condizioni dell'economia capitalistica in modo che la società diventi un organismo; tutto lo sforzo rivoluzionario tende a creare degli uomini liberi; ma i governanti democratici pensano che la loro missione consista nel realizzare l'unità morale della Francia. Questa unità morale è la disciplina automatica dei produttori che dovrebbero essere felici di lavorare per la gloria dei loro capi intellettuali. Si può dire anche che il grave pericolo che incombe sul sindacalismo consiste in ogni tentativo di imitare la democrazia; meglio che sappia accontentarsi, per un certo periodo, di organizzazioni deboli e caotiche piuttosto che cadere sotto il dominio di sindacati che copiassero le forme politiche della borghesia. I sindacalisti rivoluzionari non si sono mai lasciati ingannare perché coloro che cercano di dirigerli verso una via simil-borghese sono avversari dello sciopero generale sindacale e si denunciano così da sé come dei nemici.

G. Sorel, Riflessioni sulla violenza, 1908