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Dal sindacato di
mestiere ai modelli rivoluzionari e cattolici
Lo sviluppo industriale ottocentesco favorisce la nascita di numerose
organizzazioni operaie nelle nazioni maggiormente industrializzate, prima
fra tutte la Gran Bretagna, dove le forze sindacali (Trade Unions) alla fine
del Diciannovesimo secolo annoverano tra i propri iscritti un milione e
mezzo di lavoratori. La prima forma di organizzazione sindacale cui le
associazioni di lavoratori inglesi fanno riferimento, è quella "di
mestiere", rimasta poi peculiare della realtà inglese anche nei decenni
successivi. In questo modello si organizzano esclusivamente gli strati
maggiormente qualificati della classe operaia, detentori di elevate
competenze, in forza delle quali richiedono adeguati salari. Il ruolo che i
sindacati disegnano per sé nel quadro politico-economico della Gran Bretagna
ottocentesca è quello di "gruppo di pressione", cercando una loro
rappresentanza nei partiti dominanti, prevalentemente liberali. La ricerca
di uno sbocco politico autonomo induce i sindacati inglesi a costituire nel
1900 un Labour Representation Committee, che porta alla costituzione del
Partito Laburista, divenuto successivamente il principale antagonista del
Partito Conservatore. I cambiamenti introdotti nel mondo della produzione a
cavallo tra i due secoli determinano tuttavia l'aumento dei lavoratori
dequalificati, precari e sottopagati, che si affacciano sul piano del
confronto sociale con una mentalità e una cultura completamente diverse
rispetto all'operaio di mestiere, innestando una nuova radicalità nei
percorsi di lotta. Nell'Europa continentale la tendenza dei sindacati è
quella di federarsi e di dotarsi di una struttura centrale nazionale, come
la Allgemeiner Deutscher Gewerkschaftsbund in Germania (1890), la francese
Confédération Generale du Travail (CGT, 1895), o la Confederazione Generale
italiana del Lavoro (CGL, 1906). Alla vigilia della prima guerra mondiale i
lavoratori sindacalizzati ammontano a circa quattro milioni in Gran
Bretagna, quasi tre milioni in Germania, due in Francia e drca mezzo milione
in Italia.
Tuttavia i cambiamenti nel mondo produttivo, soprattutto in relazione alla
parcellizzazione della produzione industriale, mettono in crisi l'elitarismo
del sindacato di mestiere favorendo la proliferazione di ideologie
solidaristiche basate sull'appartenenza di classe. In Europa il modello
sindacale maggiormente diffuso nei primi due decenni del nuovo secolo è
quello riformista di classe, le cui principali caratteristiche possono
essere identificate in un legame molto stretto tra sindacati e partiti
socialisti, nell'attenzione particolare al collegamento internazionale dei
lavoratori, e in alcuni punti programmatici, come la rivendicazione di una
legislazione a difesa del lavoro, della giornata lavorativa di otto ore, e
la tendenza a privilegiare la contrattazione collettiva. Occorre ricordare
tuttavia che la sensibilità dei lavoratori del primo Novecento è molto
vicina alle parole d'ordine agitate dal sindacalismo rivoluzionario,
condizionato da elementi ideologici marxisti ma anche da contaminazioni
anarchiche, che respinge in toto il modello di rappresentanza politica a
vantaggio dello spontaneismo dell'azione sociale. L'orizzonte teorico del
sindacalismo rivoluzionario, di cui il filosofo
Georges Sorel (1847-1922) è
il maggior ispiratore, rifiuta il parlamentarismo come cedimento alla
pretesa borghese di proporsi come soggetto mediatore dei conflitti sociali.
Lo strumento di lotta principalmente invocato è lo sciopero generale. In
Francia il sindacalismo rivoluzionario si afferma velocemente —
ufficialmente con la Carta di Amiens del 1906. La sua influenza sui
lavoratori dell'industria nei primi anni del secolo è molto significativa,
tanto da riuscire, organizzando un ingresso massiccio dentro la CGT, a
imporre la propria linea. Il sindacalismo rivoluzionario si diffonde poi tra
il 1907 e il 1908 in Svezia (SAC), in Italia (USI), in Spagna Confederacion
hacional del trabajo, e negli Stati Uniti Industrial Workers of the World.
La storia del sindacalismo europeo è inoltre fortemente segnata dal
protagonismo cattolico, il cui modello organizzativo si presenta su base
corporativa, cioè caratterizzato dall'aggregazione di lavoratori e datori di
lavoro relativi a un circoscritto settore produttivo. L'opzione
corporativista è ribadita dall'enciclica Rerum novarum (15 maggio 1891) di
papa Leone XIII (1810-1903), nella quale la costituzione di sindacati
confessionali è associata alla prospettiva delle corporazioni miste, anche
se parte dei lavoratori cattolici si orientano verso organizzazioni non
corporative. La sintesi trovata nel 1903 dall'italiano Giuseppe Toniolo
(1845-1918) consiste nel proporre un modello con due realtà sindacali
parallele (lavoratori e datori di lavoro) collegate in commissioni miste che
garantiscano un'organizzazione corporativa di vertice. Il sindacalismo
cattolico si sviluppa rapidamente in buona parte d'Europa, e nel 1920 viene
fondata la Confederazione internazionale dei Sindacati Cristiani,
sviluppatasi successivamente nella Federazione Mondiale del Lavoro (FML).
Le politiche di regime
e i sindacati
Dopo la prima guerra mondiale lo sviluppo della storia dei sindacati
subisce, per ragioni differenziate, cambiamenti di rotta in tutti i Paesi
europei. L'idea del sindacalismo corporativo viene raccolta in Italia dal
fascismo, come strumento per affossare le aspirazioni del sindacato di
classe. Il governo Mussolini (1883-1945) colpisce immediatamente il fronte
dei lavoratori fin dal 1922, quando abolisce la festa del primo maggio, di
grande valore simbolico. Nel 1926 viene abolito il diritto di sciopero, e
nel medesimo anno si scioglie la CGL. Il punto programmatico fondamentale
della politica sindacale fascista è infatti quello dell'unicità, conseguita
mediante l'eliminazione di qualunque altro sindacato alternativo alle
Corporazioni (1927). Anche nella Germania nazista il conflitto sociale viene
soffocato. Più che alle corporazioni, il terzo Reich ricorre, anche in
materia di politiche del lavoro, al Fihrerprinzip. I lavoratori devono
prestare fedeltà al capo dell'impresa. Soppressi i sindacati indipendenti,
viene costituita la Deutsche Arbeitsfront (DAF), inclusiva dei lavoratori e
dei datori di lavoro, simbolo della realizzazione della Volksgemeinschaft
(comunità nazionale), a detrimento di ogni conflitto sociale. Anche nelle
altredittature europee si mira a indebolire le lotte sindacali, come in
Portogallo, dove nel 1934 vengono vietati lo sciopero e la serrata. Principi
di corporativismo possono essere rinvenuti nella Spagna di Franco
(1892-1975) e nella Romania fascista.
Nei Paesi anglosassoni lo sviluppo delle organizzazioni sindacali si sgancia
sempre più dal suo contatto con la politica per ritrarsi nell'orizzonte
della contrattazione economica. Al contrario nei Paesi scandinavi, a partire
dagli anni Trenta, si registra una crescita significativa quanto
continuativa del sindacalismo e del suo protagonismo politico, che
caratterizza in maniera duratura il welfare state di quei Paesi.
Nell'ambito delle forze politiche e sindacali di orientamento socialista
dispiegate sul continente, la rivoluzione d'Ottobre, accompagnata dalla
lezione leninista del primato del partito sul sindacato, influisce
significativamente nelle relazioni con la politica. Coerentemente con tale
prospettiva in Unione Sovietica il sindacato è un organismo di gestione che
condivide con lo Stato la responsabilità dei problemi produttivi. Sulla
scorta dell'esperienza dell'Internazionale sindacale rossa costituitasi a
Mosca nel 1921, in Europa i membri dei sindacati aderenti ai partiti
comunisti adottano dunque la strategia di rimanere all'interno delle principali organizzazioni sindacali
costituendo dei nuclei comunisti al loro interno. Nel secondo dopoguerra il
modello sovietico si estende a tutte le democrazie popolari. In Polonia il
sindacato Solidarnosc, costituitosi nel 1980 sotto la guida di Lech Walesa
(1943-), sarà il primo sindacato indipendente dei Paesi socialisti dell'area
orientale.
Dal secondo dopoguerra
alle attuali tendenze alla desindacalizzazione
Nella seconda metà del secolo in Europa settentrionale le organizzazioni
rimangono stabili su posizioni legalitarie, riformiste e fortemente legate
alle forze politiche socialdemocratiche. Il sindacato tende a concentrarsi
in una dimensione collaborativa con lo Stato e con le imprese, in vista di
politiche di sostegno alla produzione. Su un livello decisionale
macroeconomico, si può rilevare nel nord Europa una tendenza neocorporativa.
Contemporaneamente in questi Paesi il secondo dopoguerra introduce anche una
tendenza all'unificazione delle forze sindacali. In Germania le
organizzazioni socialiste e cattoliche si aggregano nel Deutscher
Gewerkschaftsbund (DGB). Diversamente accade in Francia e in Italia, dove
permangono soggetti sindacali in concorrenza reciproca. In Italia,
nonostante l'unificazione sindacale avviata nel 1944 can la costituzione
della Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL), le divergenze
interne determinano alcune scissioni seguite dalla nascita nel 1950 della
Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori (CISL) di ispirazione cattolica
e della Unione Italiana del Lavoro (UIL) a indirizzo socialdemocratico (in
alcuni Stati europei, come l'Italia, agiscono con significativo peso sociale
anche sindacati autonomi non legati alle confederazioni).
I movimenti sindacali nel corso del Novecento hanno ricercato, quanto meno
sul piano europeo, momenti di confronto e coordinamento a livello
internazionale. La prima riunione delle Confederazioni nazionali risale al
1901, ma vi prendono parte soltanto le organizzazioni scandinave, tedesche e
britanniche. Un anno dopo nasce l'Ufficio Centrale Internazionale delle
Centrali sindacali nazionali, e vengono avviati contatti reciproci anche tra
dipendenti statali e comunali di Austria, Danimarca, Germania e Inghilterra,
Nel 1945 nasce a Parigi la Federazione Sindacale mondiale (FSM), colpita
negli anni da importanti defezioni. Nel 1966 vengono espulsi i sindacati
cinesi, mentre nel 1993 sono i sindacati russi a tirarsi fuori, seguiti due
anni dopo dai francesi. Contemporaneamente accanto alla FSM si sviluppano la
Confederazione internazionale dei sindacati liberi (CISL) e la
Confederazione internazionale dei sindacati cristiani, divenuta nel 1968
Confederazione mondiale del lavoro (CMT). A livello europeo un ruolo molto
importante è svolto dalla Confederazione europea dei sindacati (CES)
costituitasi nel 1973, che oggi rappresenta quasi sessanta milioni di
lavoratori.
Negli ultimi decenni del secolo si è manifestata però una tendenza alla
desindacalizzazione, determinata da una concomitanza di fattori: i
cambiamenti sopravvenuti nel mondo della produzione, la terziarizzazione e
l'informatizzazione del mercato del lavoro, hanno in parte modificato
l'assetto dei principali attori dell'azione sindacale, tradizionalmente
riconducibili alla grande fabbrica o alla miniera. Si assiste dunque a un aumento percentuale dei colletti bianchi, strutturalmente meno inclini alla
sindacalizzazione. Parimenti importante a questo proposito è il fenomeno
della delocalizzazione (la semplice invocazione di questa possibilità
indebolisce il radicamento sindacale) di molti settori produttivi verso i
Paesi poveri o emergenti. Ma il cambiamento più incisivo è costituito dalla
frammentazione degli assetti produttivi, finalizzata anche alla riduzione delle possibilità di aggregazione dei lavoratori, e dal processo di
precarizzazione del posto di lavoro (che inibisce pesantemente
l'associazionismo e la disponibilità alla vertenza) invocata da parte padronale come rimedio contro la disoccupazione e
la rigidità del mercato del lavoro e come esigenza improcrastinabile per
vincere la concorrenza dei Paesi emergenti. |