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Dal contrasto tra la prosa e la
poesia dell'immagine sono spesso sorti conflitti tra gli artisti e i loro
protettori. E, naturalmente, tali conflitti s'inasprirono quando si prese
a parlare esplicitamente di autonomia dell'arte. Fu il concetto romantico
di "genio" a porre in rilievo la funzione dell'arte come "espressione
della personalità" (anche se lo slogan risale a un periodo più tardo). È
questo l'ultimo punto che ci rimane da trattare, giacché, come ricorderete,
nella teoria della comunicazione si distingue tra il sintomo che esprime
una emozione e i compiti di appello e di descrizione che l'immagine può
avere. Certi critici alla buona che parlano dell'arte come forma di
comunicazione sembrano spesso credere che le emozioni generatrici
dell'opera d'arte vengano trasmesse dall'artista all'osservatore. Questa
concezione è stata criticata a
più riprese da filosofi e artisti, ma,
credo che la sua confutazione più succinta si trovi in un disegno apparso
qualche anno fa sul "New Yorker". Il
bersaglio della vignetta è proprio l'ambiente in cui la teoria della "espressione
della personalità" fu più in voga. La ballerina in erba crede ingenuamente
di comunicare l'impressione di un fiore, ma si osservi, invece, che cosa
viene in mente ai vari spettatori. Una serie di esperimenti compiuti
alcuni decenni fa in Germania da Reinhard Krauss conferma lo scetticismo
suggerito dalla vignetta. Si è chiesto ai soggetti di disegnare delle
immagini astratte che rappresentassero certe idee ed emozioni che altri
avrebbero poi dovuto interpretare. Si è scoperto che i tentativi
d'interpretazione sono dapprima casuali; quando si da ai soggetti un
elenco di possibili significati, le ipotesi si fanno gradualmente più
precise riducendo il numero delle soluzioni: è facile indovinare se un
tratto di matita vuoli significare gioia o dolore, pietra o acqua. Molti
lettori conoscono la stanza da letto dipinta da Van Gogh ad Arles nel
1888. Si tratta di una delle pochissime opere d'arte di cui sia noto il
significato attribuitele dall'autore: "Ho fatto... la mia stanza da letto,
con i mobili in legno bianco che lei sa, ebbene mi ha enormemente
divertito dipingere quell'interno senza niente, di una semplicità alla
Seurat; a tinte piatte ma con pennellate grosse, a pasta piena, i muri
lillà pallido... Avrei voluto esprimere con tutti questi toni molto
diversi un senso ai riposo assoluto, di bianco non c'è che la piccola nota
data dallo specchio con cornice nera..." (Lettera a Gaugin, ottobre 1988).
Ho ancora gli occhi stanchi, ma intanto avevo una nuova idea nel cervello...
Questa volta è la mia stanza da letto, solo che il colore deve fare tutto
qui, dando attraverso la sua semplificazione uno stile più grande alle
cose, e deve suggerire il riposo o in genere il sonno. Insomma la vista
del quadro deve riposare la testa, o meglio l'immaginazione... Le ombre e
le ombre rinforzate sono soppresse, il colore è a tinte piatte e schiette
come nelle stampe giapponesi. Sarà in contrasto con il Caffè di notte (Lettera
a Theo).
Quest' affermazione ci offre uno spunto importante. Del Caffè di notte Van
Gogh aveva scritto di aver voluto mostrare che era un luogo in cui si
poteva impazzire. La sua stanza, invece, era per lui un rifugio dopo la
tensione del lavoro, ed è appunto il contrasto tra loro a far sì che nella
lettera egli insista sulla tranquillità della camera da letto. Il metodo
di semplificazione, ispirategli da Seurat e dalle stampe giapponesi, si
trova in opposizione con le pennellate espressive, grafologiche, che erano
divenute una caratteristica distintiva del suo stile. Van Gogh mette in
rilievo questo fatto in un'altra lettera al fratello. "Niente punteggiato,
niente tratteggiato, niente, solo tinte piatte ma che armonizzano". La
modifica del codice diventa, nell'esperienza di Van Gogh, espressione di
tranquillità e riposo. Ma il quadro della stanza da letto comunica
veramente questa sensazione? Nessuno dei soggetti ingenui da me
interrogati sembra essere arrivato a questa conclusione: essi conoscevano
la didascalia ("Camera da letto di Van Gogh"), ma non disponevano del
contesto e del codice. La mancata trasmissione del messaggio non depone
tuttavia a sfavore dell'artista, o della sua opera. Depone invece a
sfavore dell'identificazione tra arte e comunicazione. |