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Bizanzio e gli Arabi: « i secoli bui » della
lotta per la sopravvivenza
Alla morte di Eraclio (641) seguivano due secoli oscuri di travaglio e
di dure lotte interne ed esterne da cui l'impero doveva uscire
completamente rinnovato sotto tutti gli aspetti: territoriale, etnico,
amministrativo, sociale, religioso, culturale. Alla fine si avrà uno
Stato di dimensioni più ridotte, ma dotato di una maggiore compattezza;
e la sua mutata struttura amministrativa e militare lo renderà più
adatto alle funzioni dí difesa contro i nemici che sempre lo
accerchiano da ogni parte, di baluardo contro le forze che
dall'Oriente muovono verso Occidente.
L'evento piú importante che determinò, nel VII secolo, una nuova
situazione per l'impero — ma anche per tutto il Mediterraneo — fu la
conquista araba. Eraclio, alimentando uno spirito di crociata, era
riuscito a debellare un nemico secolare: l'impero persiano; ma quando
ebbe inizio l'espansione araba, si vide che í trionfi riportati erano
stati di scarsa consistenza: negli ultimi anni del suo regno il
vecchio imperatore vedeva cadere successivamente nelle mani dei
conquistatori arabi la Palestina, la Siria, l'Egitto con una rapidità
che ha del sorprendente, ma che è invece giustificata dalla debolezza
dell'impero, dall'esosa amministrazione di quelle province, che pure
erano le più importanti dell'impero e, soprattutto, dalla maldestra
politica religiosa verso i monofisiti, che era stata continuata dai
successori di Giustiniano. Né ebbe alcun successo il tentativo, fatto
« in extremis » da Eraclio, di conci!iare l'ortodossia col monofisismo
mediante l'« Ecthesis », che creò anzi nuove difficoltà con l'Occidente.
Ai successori di Eraclio toccò l'arduo compito di arginare l'avanzata
araba. Ma essi non riuscirono ad impedire che cadessero in mano deì
musulmani la Cirenaica, la Tripolitania e tutta l'Africa
settentrionale, l'esarcato cli Cartagine compreso. Né si sottrassero alla conquista le isole di Cipro e
di Rodi.
Vano fu il tentativo di Costante II (641-68) di ottenere un accordo
religioso con l'Occidente mediante il « Typos » (648) che, proibendo
ogni discussione sul monotelismo, non risolveva i dissidi; e assurdo e
anacronistico fu lo spostamento della capitale dell'impero
nell'Occidente, a Siracusa (663), conclusosi con un complotto e con
l'assassinio dell'imperatore stesso (668).
Costantino IV (668-85), figlio e successore di Costante II, fu uno
degli imperatori più notevoli della storia di Bisanzio. Quasi
riconoscendo ome definitiva la perdita delle province orientali, egli
cercò di ristabilire l'unità religiosa dell'impero abbandonando il
monotelismo e restaurando l'ortodossia nel sesto concilio ecumenico di
Costantinopoli (680). Ma il suo
titolo maggiore di gloria è l'aver inflitto agli Arabi la prima grave
sconfitta, quando essi misero in pericolo l'esistenza stessa dello
Stato bizantino attaccandone la capitale con una grande flotta
(678). A decidere della vittoria, oltre all'eroismo di
Costantino, in una specie di arma segreta, il cosiddetto «
fuoco
greco ». La portata di questa vittoria è d'importanza decisiva nella
storia della civiltà: essa fermò per la prima volta la valanga araba
che fino ad allora aveva travolto ogni ,resistenza. Costantinopoli si
elevava a insuperabile diga per la difesa della cristianità, ma anche
della cultura europea. Tuttavia la vittoria di Costantino non fu
definitiva e l'avanzata degli Arabi non fu fermata del tutto.
Né gli Arabi furono gli unici nemici contro cui, nel VII secolo,
dovette lottare l'impero. Le popolazioni slave, che sulla frontiera
dei Balcani già dai tempi di Giustiniano facevano delle spedizioni di
saccheggio al di qua del Danubio, ora attraversano in massa il fiume,
più volte minacciano Tessalonica e Costantinopoli e infine si
insediano stabilmente nella penisola balcanica e in Grecia, fin nel
Peloponneso e nelle isole. Questi insediamenti, che furono chiamati «
slavinie », sconvolsero profondamente la situazione etnica del paese,
anche se in parte furono poi assorbiti dall'elemento greco. Ancor più
minaccioso, verso la fine del secolo, fu il costituirsi a sud del
Danubio di uno Stato bulgaro, contro cui invano combatté Costantino
IV. Egli, nel 680, dopo operazioni belliche sfortunate, fu costretto a
una pace umiliante per l'impero e al riconoscimento di un regno
indipendente su territorio bizantino. Diventava sede del nuovo regno
l'antica provincia della Mesia, tra il Danubio e i Balcani. A
occidente intanto i Longobardi estendevano il loro potere a buona
parte dell'Italia; i Visigoti riprendevano la Spagna. Alla fine del
VII secolo, del territorio dell'impero giustinianeo non restava che
l'Asia Minore e la Grecia non occupata dagli Slavi, nella parte
orientale, e nell'Occidente l'esarcato di Ravenna con la laguna
veneta, l'Italia meridionale e la Sicilia; e sui nuovi ristretti
confini premevano da ogni parte Arabi, Slavi, Bulgari, Longobardi.
Un periodo di torbidi interni che si aprì durante il regno di
Giustiniano II (685-95, 705-11), per il suo dispotismo smodato e per
la sua crudeltà disumana, finì col travolgere la dinastia di Eraclio,
che aveva dapprima restaurato le sorti dello Stato bizantino,
rinnovando le strutture invecchiate dello Stato basso-imperiale. Fu
allora che la condizione di continua minaccia alle frontiere e la
necessità di una pronta difesa andarono determinando una profonda
trasformazione del regime amministrativo interno dell'impero in
funzione appunto difensiva. Il modello degli esarcati di Ravenna e di
Cartagine in cui, per esigenze di difesa, tutta l'autorità civile e
militare veniva concentrata di fatto nelle mani dell'esarca, si andò
estendendo gradualmente a tutto l'impero, dando luogo alla nuova
organizzazione dei « temi ».
Erano, questi, nuove circoscrizioni territoriali in cui i poteri civili
e militari venivano riuniti nelle mani del capo militare, lo « stratego
». « Θεμα » indicava dapprima il corpo d'armata, il contingente
militare, stanziato in una provincia; con la militarizzazione
dell'impero, il termine assunse il valore semantico di «
circoscrizione militare e amministrativa » in cui era stanziato il
corpo d'armata. Questa nuova suddivisione amministrativa venne
sostituendosi gradatamente alla eparchia, a mano a mano che lo
richiedevano le esigenze difensive dell'impero. E fu anche un
rinnovamento economico e sociale, poiché la nuova organizzazione dei
temi si fondava sulla piccola proprietà contadina coltivata dai
soldati: si creava cosí una libera classe di contadini-soldati che
dava nuovo impulso all'agricoltura, ed allo Stato assicurava dei
contribuenti su cui la pubblica finanza poteva contare. Questo
rinnovamento orranizzativo e sociale dello Stato, che venne continuato
anche nel secolo successivo, diede all'impero la possibilità di
sostenere la lotta di difesa contro Arabi e Bulgari e più tardi di
passare, sia in Asia sia nella penisola balcanica, a un'offensiva
vittoriosa. Ma prima l'impero avrebbe attraversato anche una grave
crisi interna che doveva per quasi un secolo e mezzo sconvolgerne la
vita con dure lotte intestine.
Il periodo di anarchia e di rivolte che seguì al regno dell'ultimo
rappresentante della dinastia di Eraclio portava alla fine sul trono un
uomo di grandi capacità, che non soltanto stabilì saldamente, la sua
autorità, ma fondò anche una nuova dinastia, Leone 111 (717-41). L'età
in cui regnarono la sua dinastia, la dinastia cosiddetta « Isaurica »
(in realtà era originaria dell'alta Siria), e poi la successiva di
Amorium, che
ne continuò in certo modo la politica, è strettamente collegata alla
precedente. Per un secolo e mezzo (717-867) si continuò nella lotta
difensiva contro gli stessi nemici esterni e nella stessa politica di
consolidamento e rafforzamento dello Stato all'interno.
Contro gli Arabi che continuavano a costituire la minaccia piú grave
per l'impero e che, nel 717, attaccarono Costantinopoli dalla terra e
dal mare, Leone III combatté con estrema energia, prima allontanandoli
dalla capitale (718) e, pin tardi, nel 739, infliggendo loro ad
Acroinon, nella Frigia, una grave sconfitta che segnò una data
decisiva nella storia della lotta tra Arabi e Bizantini. L'Asia Minore
venne evacuata e l'impero non subì piú minacce mortali: l'avanzata
araba era stata fermata dalla parte orientale. Alcuni anni prima (732)
anche in Occidente la vittoria di Poitiers ottenuta da Carlo Martello
aveva conseguito un analogo risultato contro i musulmani provenienti
dalla Spagna. Da allora la lotta tra Bizantini e Arabi assunse il
carattere di una guerra di frontiera che veniva condotta con alterne
vicende.
Nel Mediterraneo tuttavia gli Arabi dalle loro basi di Spagna e di
Africa controllano le grandi vie di comunicazione e del commercio e
attaccano le isole. Durante il regno di Michele II (820-29), quelli di
Spagna occupano Creta, che diviene un nido di pirati. Piú grave fu la
perdita della Sicilia, che la rivolta di Eufemio (827) apriva ai
musulmani dell'Africa settentrionale. Essi, nel corso del secolo IX conquistarono tutta
l'isola e, in seguito, si spinsero di là fin sulle coste dell'Italia
meridionale, a Taranto e a Bari.
Un avvenimento di rilievo sulla frontiera orientale si ebbe quando,
nell'838, il califfo Mutasim inflisse all'imperatore Teofilo (829-42)
una sanguinosa sconfitta, che ebbe come conseguenza la caduta di
Amorium, la culla stessa della dinastia. Teofilo, preso dal panico,
chiese aiuto all'Occidente: ai Franchi e ai Veneziani.
Dura fu anche la lotta contro i Bulgari. Le varie campagne di
Costantino V e la sua gloriosa vittoria ad
Anchialos (763) non ottennero risultati definitivi, e sotto Irene
l'impero dovette pagare loro un pesante tributo. Nell'813, il
terribile khan Krum giunse dinanzi alle mura di Costantinopoli,
portando il terrore. La città non fu presa, ma la potenza bulgara poté
consolidarsi validamente sulla frontiera nord - occidentale dell'impero.
Ma il grande evento di questo periodo è costituito all'interno dalla
grande crisi iconoclastica. Iconoclastia significa lotta contro le
immagini (propriamente l'azione di « spezzare le immagini »), e
rappresenta un movimento di reazione al culto « personale » delle
immagini, che si era diffuso enormemente nel mondo bizantino dando
luogo a una vera e propria forma di iconolatria. Oggetto di
particolare venerazione erano le immagini ritenute di divina fattura,
qui si attribuivano mirabili guarigioni e
straordinari prodigi.
La reazione ebbe inizio con Leone III, il quale era originario della
Siria settentrionale, di una regione, cioè, molto permeata di cultura
araba, ed egli stesso era partecipe di sentimenti arabofili, secondo
le affermazioni dei suoi contemporanei che gli diedero l'appellativo
di « σαρακηνοφρων ». Gli Arabi appunto, entrando a contatto col
mondo bizantino, vi avevano insinuato l'orrore che essi sempre
provarono per la rappresentazione della figura umana; orrore,
ereditato dal giudaismo, che il cristianesimo aveva obliterato sotto
l'influenza del paganesimo greco-romano. Soprattutto nelle regioni
orientali dell'impero piú sensibili al richiamo della pura
spiritualità e piú inclini alle dispute religiose, si era diffusa la
tendenza iconofoba, di cui Leone si faceva interprete, nel 730,
emanando un editto che proibiva il culto delle immagini. L'editto era
stato approvato da un'assemblea di alti dignitari.
Avversario delle immagini ancora piú accanito di Leone fu il figlio e
successore Costantino V, che dagli avversari ebbe il sozzo appellativo
di « Copronimo ». Con lui la lotta raggiunse il punto culminante.
Costantino non promulgò un editto, come il padre, che in una lettera
al papa Gregorio II si era proclamato « imperatore e pontefice », egli, nel 754, convocava un concilio abilmente prepalato, in
cui trecentotrentotto vescovi condannavano come eretico il culto delle
immagini. Alla base della condanna stava una ardita interpretazione
teologica: gli iconoduli rappresentando l'immagine del Cristo cadevano
o nell'eresia nestoriana dando risalto alla sua natura umana, o in
quella monofisitica confondendone le due nature inconfondibili. Il concilio decideva
la
distruzione di tutte le immagini sacre, scomunicava i difensori
dell'iconodulia, e prima di tutti il patriarca Germano e Giovanni
Damasceno, e affidava all'imperatore l'applicazione delle
sue decisioni. Costantino si dedicò al compito con una fanatica
voluttà di distruzione. Furono distrutte tutte le rappresentazioni
sacre e sostituite, sia nelle chiese sia negli altri edifici, con
pitture profane a soggetti vegetali e animali, con scene di caccia e
di guerra.
Ma soprattutto si intraprese una lotta senza quartiere contro i
monaci, tra cui si trovavano gli oppositori più decisi alla politica
iconoclastica. Tale lotta non si limitò alla persecuzione
dell'iconodulia: diventò puramente e semplicemente una campagna
contro la condizione monastica. Era, questa, una reazione all'abnorme
espansione del monachesimo che era cominciata con Giustiniano e che
veniva assumendo proporzioni preoccupanti.
L'organizzazione monastica era divenuta uno Stato entro lo Stato,
possedeva ricchezze enormi e immense proprietà terriere esenti da
tributi, sottraeva alla difesa dello Stato in numero sempre crescente gli
uomini che, per sfuggire ai pericoli delle guerre, andavano a
rifugiarsi nella quiete dei conventi. Lo Stato, che mancava di soldati
e di mezzi nella dura lotta per la difesa dei confini, perseguitò nel
monachesimo una forza che limitava gravemente i suoi poteri, e lo fece
con un radicalismo tale da cambiare il volto stesso dell'impero. I
monasteri furono chiusi e trasformati in caserme, in bagni o in altri
pubblici edifici; monaci e monache furono costretti a sposarsi; i beni
dei conventi furono confiscati e distribuiti a dirigenti civili e
militari o divisi in lotti e assegnati ai soldati.
Ma durante la reggenza dell'imperatrice
Irene (780-90), vedova del
successore di Costantino V, Leone IV, originaria di Atene, fortemente
superstiziosa e docile alle direttive dei monaci, in un nuovo concilio
ecumenico, che tenne le sue sessioni a Nicea (787), fu ristabilita
l'ortodossia e furono restituiti ai conventi beni e privilegi. Questo
concilio fu designato come settimo ecumenico e fu riconosciuto anche
dal pana.
Questa prima vittoria dell'ortodossia fu effimera. Ai principio del
secolo IX, Leone V l'Armeno (813-20) riprese la lotta contro le
immagini e anche contro i monaci, e gli imperatori della dinastia
frigia di Amorium, Michele II (820-29) e Teofilo (829-42), la
continuarono; ma questa seconda fase fu priva di vigore e di
convinzione. Teofilo, che fu l'ultimo assertore convinto
dell'iconoclastia, non trovò che scarso appoggio e solo tra í suoi
fedeli della capitale. Dopo la sua morte, la vedova Teodora, reggente
durante la minorità di Michele III, senza nemmeno ricorrere a un
concilio, ristabilí il culto delle immagini in un sinodo locale
confermato da un decreto imperiale (843). L'iconoclasmo era questa
volta definitivamente vinto e con esso tramontava l'ultima eresia
cristologica che dall'Oriente asiatico sí era insinuata nel
cristianesimo bizantino. La vittoria dell'ortodossia, commemorata
ancora ogni anno dalla Chiesa orientale la prima domenica di
quaresima, chiudeva il ciclo delle controversie cristologiche con
l'affermazione della santità che alla materia aveva conferito
l'incarnazione divina: una originale concezione « antropoteocentrica »
elaborata dalla sintesi di pensiero cristiano ed ellenico.
Le conseguenze della crisi iconoclastica furono di grande portata. La
prima e la più grave fu l'approfondimento del solco di divisione
tra la cristianità di Oriente e quella d'Occidente. Il papa condannò
l'iconoclasmo, e il senso dell'ecumenicità imperiale bizantina
cominciò a perder terreno nell'Occidente latino; ma d'altra parte
anche l'ecumenicità della Chiesa romana cominciò a esser meno sentita
dall'Oriente bizantino. Leone III staccava dalla giurisdizione romana
le province ellenizzate dell'Italia meridionale e la prefettura
dell'Illirico e le annetteva al patriarcato di Costantinopoli,
sottraendo al papa anche i proventi fiscali di queste regioni. Il
patriarca di Costantinopoli finiva cosi per estendere la sua
giurisdizione a tutto il territorio dell'impero, ma nello stesso tempo
la Chiesa orientale veniva sempre piú subordinata allo Stato. Per
contraccolpo il papa, che teoricamente era anche lui suddito
dell'imperatore di Bizanzio, sfuggiva di fatto all'autorità imperiale.
Roma e Costantinopoli diventano l'una estranea all'altra. Nel 751
cessava di esistere l'esarcato di Ravenna, che cadde in mano dei
Longobardi. Roma, abbandonata da Bisanzio, cercava aiuto presso la
nuova potenza franca. L'incontro di Ponthion, del 754, tra il papa
Stefano II e Pipino il Breve, fu un evento di capitale importanza
storica: non soltanto segnò l'inizio dello Stato pontificio romano,
che doveva durare fino al 1870, ma era il prodromo della restaurazione
dell'impero in Occidente. L'incoronazione di Carlo Magno nella notte
di Natale dell'800 e la rinascita dell'impero romano d'Occidente
furono conseguenze fatali del distacco di Roma da Bizanzio. L'eredità
dell'« imperium romanum » si spaccava
in due e si trovavano di fronte due imperi diversi per cultura
e per lingua: a un impero cristiano orientale, greco di lingua
e di cultura, che gravitava su Bisanzio e sul suo imperatore,
si contrapponeva un impero cristiano occidentale di lingua latina che
aveva come centro spirituale Roma e il papato. Inevitabile corollario
sarà lo scisma religioso.
L'azione profonda di trasformazione esercitata dalla dinastia
isaurica nella vita dell'impero si manifestò anche nella legislazione.
Leone III (sembra nel marzo dei 726) promulgò l'« Ecloga ». Il carattere di essa emerge chiaramente dal titolo: «
Una selezione abbreviata di leggi, ordinata da Leone e Costantino [il
figlio che gli succedette], saggi e pii imperatori, dalle Istituzioni,
dal Digesto, dal Codice e dalle Novelle del grande Giustiniano...
rivedute in vista di una maggiore umanità ». L'« Ecloga » doveva sostituite, come è detto nell'introduzione, le « varie opere
» (traduzioni greche e interpretazioni) che si erano sviluppate sulla
codificazione giustinianea e che generavano confusione
nell'amministrazione della giustizia. Ma non si limitava a dare degli
estratti del diritto privato e criminale, giustinianeo: mirava anche a
renderlo « piú umano ». E tale revisione consisteva in una sensibile
mitigazione delle pene sotto l'influenza del cristianesimo e del
diritto consuetudinario orientale. Nel diritto criminale, alla pena
capitale, per taluni reati, venivan sostituite delle pene corporali,
come il taglio del naso o della lingua, l'amputazione delle mani,
l'accecamento, la rasatura o l'ustione dei capelli: pene già entrate
largamente in uso lungo il VII secolo sotto l'influenza del diritto
orientale. L'influenza delle concezioni cristiane si nota invece,
soprattutto, nel diritto familiare e matrimoniale: veniva limitata la
« patria potestas » in favore dei diritti della moglie e dei figli. Ma
di non minore importanza è il fatto che la lingua dell'« Ecloga » è il
greco, la lingua, cioè, in cui si esprimeva la vita tutta dell'impero,
che sempre piú obliava la sua « romanità ».
La legislazione di Leone III riflette con estrema fedeltà la
situazione del mondo bizantino in quest'epoca, in cui alla profonda
penetrazione delle concezioni cristiane si unisce nello stesso tempo
un notevole influsso di costumi orientali. Notevole fu la sua
influenza sull'evoluzione ulteriore del diritto bizantino e ancor
maggiore quella esercitata sullo sviluppo del diritto dei paesi slavi.
A questo stesso periodo (una datazione precisa non è possibile)
appartengono altri tre monumenti del diritto bizantino: la « legge
agraria », che mirava soprattutto alla salvaguardia
della piccola proprietà contadina; la « legge rodia nautica », una raccolta di ordinanze destinata a
regolamentare la navigazione mercantile; la « legge militare », un codice della disciplina militare improntato a un
estremo rigore giustificato dai gravi pericoli che dovette affrontare
l'impero in quell'età.
In questi due secoli, alle eroiche lotte contro i nemici esterni, alla
trasformazione politica e amministrativa dello Stato, corrispose una
generale decadenza della cultura. Furon questi i secoli più oscuri
della vita culturale di Bizanzio. In essi ebbero il predominio i
soldati e i monaci. E lo Stato, insieme col processo di
militarizzazione, ne subì uno parallelo di teocratizzazione. La vita
della società assunse aspetti ascetici e mistici. Alla fine del VII
secolo, il concilio « in Trullo » (692), nello sforzo di moralizzare
la vita popolare, cercò di eliminare le ultime sopravvívenze di
paganesimo, proibendo tra l'altro i « Brumalia », una festa d'autunno
coincidente col periodo della vendemmia, in cui uomini e donne
circolavano travestiti e mascherati e si cantavano canti in onore di
Dioniso. E intanto i monaci, come si è detto, diffondevano un culto
superstizioso delle immagini, verso cui si manifestavano esagerati
segni di rispetto e di adorazione; a cui si chiedevano e si
attribuivano i piú inverosimili prodigi, come la sanità del corpo e
dell'anima, la liberazione dai demoni, l'acquietarnento delle
tempeste: insomma tutte le grazie per star bene in questo mondo e per
meritare la gloria eterna nell'altro.
La reazione iconoclastica degli imperatori « isaurici », pur nella sua
complessità e molteplicità di motivi, non diede un grande contributo
alla letteratura. L'eclissi dell'Università di Costantinopoli, anche
se leggendario è l'incendio di essa attribuito a Leone indubbiamente
contribuí alla decadenza della
cultura laica. Poiché fu sempre l'organizzazione dell'insegnamento superiore che diede a Bizanzio, oltre che burocrati preparati, anche storici e letterati di notevole livello, che mantennero viva e operante la tradizione classica.
Delle discussioni teologiche legate all'iconoclastia ci resta ben poca
cosa. Tutti gli scritti degli iconoclasti (decreti imperiali, atti dei concili, trattati teologici) sono andati perduti,
destinati come furono alle fiamme dal nono canone del secondo
concilio di Nicea (787), Ed è grave danno che nulla ci resti
delle argomentazioni contro il culto delle immagini che i teologi imperiali,
Costantino di Nacolia, Tommaso di Claudiopoli, Teodoro di Efeso, fornirono
a Leone III all'inizio
della controversia. Ancor piú grave è la perdita di tutta
l'attività letteraria dell'età di Costantino V e, particolarmente, degli
scritti dell'imperatore stesso che ebbe una parte di primo piano
nella formulazione della dottrina iconoclastica del concilio del
754. Egli compose non meno di tredici opere teologiche, ma di due
soltanto ci son pervenuti dei frammenti, attraverso le confutazioni
degli oppositori, specie nell'opera del patriarca Niceforo.
Parimenti è andata perduta l'attività teologica della seconda
fase della controversia. Nulla si è conservato di un « Tesoro » di luoghi
della Scrittura e dei Padri della Chiesa che avevano messo insieme,
per incarico di Leone V, Giovanni il Grammatico, che fu poi
patriarca iconoclasta di Costantinopoli (837-43), e Antonio, che
divenne vescovo di Sylaion.
Molto di piú è conservato della produzione letteraria dei difensori
delle immagini che dalla lotta uscirono vincitori. Solo l'opera del
patriarca Germano fu distrutta in parte per ordine di Leone III. Ma ci
è pervenuto il frutto dell'attività dí Giovanni Damasceno, che oppose
la sua resistenza ai nemici delle immagini dal convento di San Saba,
nella Palestina già occupata dagli Arabi.
Della seconda fase della lotta iconoclastica abbiamo la produzione del
patriarca Niceforo e di Teodoro Studita. Quest'ultimo non soltanto
lottò ín difesa del culto delle immagini e contro l'ingerenza del
potere imperiale nelle questioni teologiche, ma con la sua riforma
monastica rinnovò la vita spirituale del convento costantinopolitano
di Studios, facendone a un tempo una roccaforte dell'ortodossia e un
centro importante dí cultura religiosa con una scuola calligrafica e
un'altra dí poesia liturgica.
Intanto, dopo oltre un secolo di silenzio, era ripresa la tradizione
cronografica con Giorgio Sincello, Teofane Confessore e il patriarca
Niceforo. Nell'assenza completa di storiografia di tradizione
classica, le opere di Teofane e Niceforo, pur con la loro visione di
iconoduli unilaterale e parziale dei fatti, forniscono in certo modo
una base per la ricostruzione storica di questi due secoli. Ad essi si
aggiunge la vasta produzione agiografica che, tra gli aneddoti e le
lodi dei santi e
dei martiri delle persecuzioni iconoclastiche, dà un non trascurabile
contributo al quadro fornito dalle magre notizie della letteratura
cronografica.
Ma dí contro a questo predominio esclusivo di letteratura religiosa e,
soprattutto, monastica, nell'ultimo periodo iconoclastico si
manifestava, per reazione, una certa tendenza che si potrebbe chiamare
« laicistica ». Tale tendenza appariva anche nell'arte che, obbligata
ad abbandonare i temi della Scrittura e delle vite dei santi,
ritornava alle decorazioni pittoriche e ornamentali, ai paesaggi pieni
di uccelli e di animali, al ritratto realistico: un ritorno alle antiche tradizioni ellenistiche,
cui si univano gli influssi dell'Oriente musulmano. E mentre il mondo
monastico, reso piú aperto dalla riforma studita, intensificava gli
studi religiosi, negli ambienti vicini alla corte, specie nell'età di
Teofilo, ricominciava l'interesse per la letteratura profana, per la
tradizione classica, per le scienze. Anche l'influenza della cultura
araba, che attraversava sotto gli Abbasidi un periodo di particolare
splendore, agiva nello stesso senso laicistico. Erano le prime
avvisaglie dell'imminente rinascenza che troverà la personalità piú
rappresentativa in Fozio.
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