IL BISANZIO E GLI ARABI

 

Bizanzio e gli Arabi: « i secoli bui » della lotta per la sopravvivenza

Alla morte di Eraclio (641) seguivano due secoli oscuri di travaglio e di dure lotte interne ed esterne da cui l'impero doveva uscire completamente rinnovato sotto tutti gli aspetti: territoriale, etnico, amministrativo, sociale, religioso, culturale. Alla fine si avrà uno Stato di dimensioni più ridotte, ma dotato di una maggiore compattezza; e la sua mutata struttura amministrativa e militare lo renderà più adatto alle funzioni dí difesa contro i nemici che sempre lo accerchiano da ogni parte, di baluardo contro le forze che dall'Oriente muovono verso Occidente.

L'evento piú importante che determinò, nel VII secolo, una nuova situazione per l'impero — ma anche per tutto il Mediterraneo — fu la conquista araba. Eraclio, alimentando uno spirito di crociata, era riuscito a debellare un nemico secolare: l'impero persiano; ma quando ebbe inizio l'espansione araba, si vide che í trionfi riportati erano stati di scarsa consistenza: negli ultimi anni del suo regno il vecchio imperatore vedeva cadere successivamente nelle mani dei conquistatori arabi la Palestina, la Siria, l'Egitto con una rapidità che ha del sorprendente, ma che è invece giustificata dalla debolezza dell'impero, dall'esosa amministrazione di quelle province, che pure erano le più importanti dell'impero e, soprattutto, dalla maldestra politica religiosa verso i monofisiti, che era stata continuata dai successori di Giustiniano. Né ebbe alcun successo il tentativo, fatto « in extremis » da Eraclio, di conci!iare l'ortodossia col monofisismo mediante l'« Ecthesis », che creò anzi nuove difficoltà con l'Occidente.

Ai successori di Eraclio toccò l'arduo compito di arginare l'avanzata araba. Ma essi non riuscirono ad impedire che cadessero in mano deì musulmani la Cirenaica, la Tripolitania e tutta l'Africa settentrionale, l'esarcato cli Cartagine compreso. Né si sottrassero alla conquista le isole di Cipro e di Rodi. Vano fu il tentativo di Costante II (641-68) di ottenere un accordo religioso con l'Occidente mediante il « Typos » (648) che, proibendo ogni discussione sul monotelismo, non risolveva i dissidi; e assurdo e anacronistico fu lo spostamento della capitale dell'impero nell'Occidente, a Siracusa (663), conclusosi con un complotto e con l'assassinio dell'imperatore stesso (668).

Costantino IV (668-85), figlio e successore di Costante II, fu uno degli imperatori più notevoli della storia di Bisanzio. Quasi riconoscendo ome definitiva la perdita delle province orientali, egli cercò di ristabilire l'unità religiosa dell'impero abbandonando il monotelismo e restaurando l'ortodossia nel sesto concilio ecumenico di Costantinopoli (680). Ma il suo titolo maggiore di gloria è l'aver inflitto agli Arabi la prima grave sconfitta, quando essi misero in pericolo l'esistenza stessa dello Stato bizantino attaccandone la capitale con una grande flotta (678). A decidere della vittoria, oltre all'eroismo di Costantino, in una specie di arma segreta, il cosiddetto « fuoco greco ». La portata di questa vittoria è d'importanza decisiva nella storia della civiltà: essa fermò per la prima volta la valanga araba che fino ad allora aveva travolto ogni ,resistenza. Costantinopoli si elevava a insuperabile diga per la difesa della cristianità, ma anche della cultura europea. Tuttavia la vittoria di Costantino non fu definitiva e l'avanzata degli Arabi non fu fermata del tutto.

Né gli Arabi furono gli unici nemici contro cui, nel VII secolo, dovette lottare l'impero. Le popolazioni slave, che sulla frontiera dei Balcani già dai tempi di Giustiniano facevano delle spedizioni di saccheggio al di qua del Danubio, ora attraversano in massa il fiume, più volte minacciano Tessalonica e Costantinopoli e infine si insediano stabilmente nella penisola balcanica e in Grecia, fin nel Peloponneso e nelle isole. Questi insediamenti, che furono chiamati « slavinie », sconvolsero profondamente la situazione etnica del paese, anche se in parte furono poi assorbiti dall'elemento greco. Ancor più minaccioso, verso la fine del secolo, fu il costituirsi a sud del Danubio di uno Stato bulgaro, contro cui invano combatté Costantino IV. Egli, nel 680, dopo operazioni belliche sfortunate, fu costretto a una pace umiliante per l'impero e al riconoscimento di un regno indipendente su territorio bizantino. Diventava sede del nuovo regno l'antica provincia della Mesia, tra il Danubio e i Balcani. A occidente intanto i Longobardi estendevano il loro potere a buona parte dell'Italia; i Visigoti riprendevano la Spagna. Alla fine del VII secolo, del territorio dell'impero giustinianeo non restava che l'Asia Minore e la Grecia non occupata dagli Slavi, nella parte orientale, e nell'Occidente l'esarcato di Ravenna con la laguna veneta, l'Italia meridionale e la Sicilia; e sui nuovi ristretti confini premevano da ogni parte Arabi, Slavi, Bulgari, Longobardi.

Un periodo di torbidi interni che si aprì durante il regno di Giustiniano II (685-95, 705-11), per il suo dispotismo smodato e per la sua crudeltà disumana, finì col travolgere la dinastia di Eraclio, che aveva dapprima restaurato le sorti dello Stato bizantino, rinnovando le strutture invecchiate dello Stato basso-imperiale. Fu allora che la condizione di continua minaccia alle frontiere e la necessità di una pronta difesa andarono determinando una profonda trasformazione del regime amministrativo interno dell'impero in funzione appunto difensiva. Il modello degli esarcati di Ravenna e di Cartagine in cui, per esigenze di difesa, tutta l'autorità civile e militare veniva concentrata di fatto nelle mani dell'esarca, si andò estendendo gradualmente a tutto l'impero, dando luogo alla nuova organizzazione dei « temi ». Erano, questi, nuove circoscrizioni territoriali in cui i poteri civili e militari venivano riuniti nelle mani del capo militare, lo « stratego ». « Θεμα » indicava dapprima il corpo d'armata, il contingente militare, stanziato in una provincia; con la militarizzazione dell'impero, il termine assunse il valore semantico di « circoscrizione militare e amministrativa » in cui era stanziato il corpo d'armata. Questa nuova suddivisione amministrativa venne sostituendosi gradatamente alla eparchia, a mano a mano che lo richiedevano le esigenze difensive dell'impero. E fu anche un rinnovamento economico e sociale, poiché la nuova organizzazione dei temi si fondava sulla piccola proprietà contadina coltivata dai soldati: si creava cosí una libera classe di contadini-soldati che dava nuovo impulso all'agricoltura, ed allo Stato assicurava dei contribuenti su cui la pubblica finanza poteva contare. Questo rinnovamento orranizzativo e sociale dello Stato, che venne continuato anche nel secolo successivo, diede all'impero la possibilità di sostenere la lotta di difesa contro Arabi e Bulgari e più tardi di passare, sia in Asia sia nella penisola balcanica, a un'offensiva vittoriosa. Ma prima l'impero avrebbe attraversato anche una grave crisi interna che doveva per quasi un secolo e mezzo sconvolgerne la vita con dure lotte intestine.

Il periodo di anarchia e di rivolte che seguì al regno dell'ultimo rappresentante della dinastia di Eraclio portava alla fine sul trono un uomo di grandi capacità, che non soltanto stabilì saldamente, la sua autorità, ma fondò anche una nuova dinastia, Leone 111 (717-41). L'età in cui regnarono la sua dinastia, la dinastia cosiddetta « Isaurica » (in realtà era originaria dell'alta Siria), e poi la successiva di Amorium, che ne continuò in certo modo la politica, è strettamente collegata alla precedente. Per un secolo e mezzo (717-867) si continuò nella lotta difensiva contro gli stessi nemici esterni e nella stessa politica di consolidamento e rafforzamento dello Stato all'interno.

Contro gli Arabi che continuavano a costituire la minaccia piú grave per l'impero e che, nel 717, attaccarono Costantinopoli dalla terra e dal mare, Leone III combatté con estrema energia, prima allontanandoli dalla capitale (718) e, pin tardi, nel 739, infliggendo loro ad Acroinon, nella Frigia, una grave sconfitta che segnò una data decisiva nella storia della lotta tra Arabi e Bizantini. L'Asia Minore venne evacuata e l'impero non subì piú minacce mortali: l'avanzata araba era stata fermata dalla parte orientale. Alcuni anni prima (732) anche in Occidente la vittoria di Poitiers ottenuta da Carlo Martello aveva conseguito un analogo risultato contro i musulmani provenienti dalla Spagna. Da allora la lotta tra Bizantini e Arabi assunse il carattere di una guerra di frontiera che veniva condotta con alterne vicende.

Nel Mediterraneo tuttavia gli Arabi dalle loro basi di Spagna e di Africa controllano le grandi vie di comunicazione e del commercio e attaccano le isole. Durante il regno di Michele II (820-29), quelli di Spagna occupano Creta, che diviene un nido di pirati. Piú grave fu la perdita della Sicilia, che la rivolta di Eufemio (827) apriva ai musulmani dell'Africa settentrionale. Essi, nel corso del secolo IX conquistarono tutta l'isola e, in seguito, si spinsero di là fin sulle coste dell'Italia meridionale, a Taranto e a Bari.

Un avvenimento di rilievo sulla frontiera orientale si ebbe quando, nell'838, il califfo Mutasim inflisse all'imperatore Teofilo (829-42) una sanguinosa sconfitta, che ebbe come conseguenza la caduta di Amorium, la culla stessa della dinastia. Teofilo, preso dal panico, chiese aiuto all'Occidente: ai Franchi e ai Veneziani.

Dura fu anche la lotta contro i Bulgari. Le varie campagne di Costantino V e la sua gloriosa vittoria ad  Anchialos (763) non ottennero risultati definitivi, e sotto Irene l'impero dovette pagare loro un pesante tributo. Nell'813, il terribile khan Krum giunse dinanzi alle mura di Costantinopoli, portando il terrore. La città non fu presa, ma la potenza bulgara poté consolidarsi validamente sulla frontiera nord -  occidentale dell'impero.

Ma il grande evento di questo periodo è costituito all'interno dalla grande crisi iconoclastica. Iconoclastia significa lotta contro le immagini (propriamente l'azione di « spezzare le immagini »), e rappresenta un movimento di reazione al culto « personale » delle immagini, che si era diffuso enormemente nel mondo bizantino dando luogo a una vera e propria forma di iconolatria. Oggetto di particolare venerazione erano le immagini ritenute di divina fattura, qui si attribuivano mirabili guarigioni e straordinari prodigi. La reazione ebbe inizio con Leone III, il quale era originario della Siria settentrionale, di una regione, cioè, molto permeata di cultura araba, ed egli stesso era partecipe di sentimenti arabofili, secondo le affermazioni dei suoi contemporanei che gli diedero l'appellativo di « σαρακηνοφρων ». Gli Arabi appunto, entrando a contatto col mondo bizantino, vi avevano insinuato l'orrore che essi sempre provarono per la rappresentazione della figura umana; orrore, ereditato dal giudaismo, che il cristianesimo aveva obliterato sotto l'influenza del paganesimo greco-romano. Soprattutto nelle regioni orientali dell'impero piú sensibili al richiamo della pura spiritualità e piú inclini alle dispute religiose, si era diffusa la tendenza iconofoba, di cui Leone si faceva interprete, nel 730, emanando un editto che proibiva il culto delle immagini. L'editto era stato approvato da un'assemblea di alti dignitari.

Avversario delle immagini ancora piú accanito di Leone fu il figlio e successore Costantino V, che dagli avversari ebbe il sozzo appellativo di « Copronimo ». Con lui la lotta raggiunse il punto culminante. Costantino non promulgò un editto, come il padre, che in una lettera al papa Gregorio II si era proclamato « imperatore e pontefice », egli, nel 754, convocava un concilio abilmente prepalato, in cui trecentotrentotto vescovi condannavano come eretico il culto delle immagini. Alla base della condanna stava una ardita interpretazione teologica: gli iconoduli rappresentando l'immagine del Cristo cadevano o nell'eresia nestoriana dando risalto alla sua natura umana, o in quella monofisitica confondendone le due nature inconfondibili. Il concilio decideva la distruzione di tutte le immagini sacre, scomunicava i difensori dell'iconodulia, e prima di tutti il patriarca Germano e Giovanni Damasceno, e affidava all'imperatore l'applicazione delle sue decisioni. Costantino si dedicò al compito con una fanatica voluttà di distruzione. Furono distrutte tutte le rappresentazioni sacre e sostituite, sia nelle chiese sia negli altri edifici, con pitture profane a soggetti vegetali e animali, con scene di caccia e di guerra.

Ma soprattutto si intraprese una lotta senza quartiere contro i monaci, tra cui si trovavano gli oppositori più decisi alla politica iconoclastica. Tale lotta non si limitò alla persecuzione dell'iconodulia: diventò puramente e semplicemente una campagna contro la condizione monastica. Era, questa, una reazione all'abnorme espansione del monachesimo che era cominciata con Giustiniano e che veniva assumendo proporzioni preoccupanti. L'organizzazione monastica era divenuta uno Stato entro lo Stato, possedeva ricchezze enormi e immense proprietà terriere esenti da tributi, sottraeva alla difesa dello Stato in numero sempre crescente gli uomini che, per sfuggire ai pericoli delle guerre, andavano a rifugiarsi nella quiete dei conventi. Lo Stato, che mancava di soldati e di mezzi nella dura lotta per la difesa dei confini, perseguitò nel monachesimo una forza che limitava gravemente i suoi poteri, e lo fece con un radicalismo tale da cambiare il volto stesso dell'impero. I monasteri furono chiusi e trasformati in caserme, in bagni o in altri pubblici edifici; monaci e monache furono costretti a sposarsi; i beni dei conventi furono confiscati e distribuiti a dirigenti civili e militari o divisi in lotti e assegnati ai soldati. Ma durante la reggenza dell'imperatrice Irene (780-90), vedova del successore di Costantino V, Leone IV, originaria di Atene, fortemente superstiziosa e docile alle direttive dei monaci, in un nuovo concilio ecumenico, che tenne le sue sessioni a Nicea (787), fu ristabilita l'ortodossia e furono restituiti ai conventi beni e privilegi. Questo concilio fu designato come settimo ecumenico e fu riconosciuto anche dal pana.

Questa prima vittoria dell'ortodossia fu effimera. Ai principio del secolo IX, Leone V l'Armeno (813-20) riprese la lotta contro le immagini e anche contro i monaci, e gli imperatori della dinastia frigia di Amorium, Michele II (820-29) e Teofilo (829-42), la continuarono; ma questa seconda fase fu priva di vigore e di convinzione. Teofilo, che fu l'ultimo assertore convinto dell'iconoclastia, non trovò che scarso appoggio e solo tra í suoi fedeli della capitale. Dopo la sua morte, la vedova Teodora, reggente durante la minorità di Michele III, senza nemmeno ricorrere a un concilio, ristabilí il culto delle immagini in un sinodo locale confermato da un decreto imperiale (843). L'iconoclasmo era questa volta definitivamente vinto e con esso tramontava l'ultima eresia cristologica che dall'Oriente asiatico sí era insinuata nel cristianesimo bizantino. La vittoria dell'ortodossia, commemorata ancora ogni anno dalla Chiesa orientale la prima domenica di quaresima, chiudeva il ciclo delle controversie cristologiche con l'affermazione della santità che alla materia aveva conferito l'incarnazione divina: una originale concezione « antropoteocentrica » elaborata dalla sintesi di pensiero cristiano ed ellenico.

Le conseguenze della crisi iconoclastica furono di grande portata. La prima e la più grave fu l'approfondimento del solco di divisione tra la cristianità di Oriente e quella d'Occidente. Il papa condannò l'iconoclasmo, e il senso dell'ecumenicità imperiale bizantina cominciò a perder terreno nell'Occidente latino; ma d'altra parte anche l'ecumenicità della Chiesa romana cominciò a esser meno sentita dall'Oriente bizantino. Leone III staccava dalla giurisdizione romana le province ellenizzate dell'Italia meridionale e la prefettura dell'Illirico e le annetteva al patriarcato di Costantinopoli, sottraendo al papa anche i proventi fiscali di queste regioni. Il patriarca di Costantinopoli finiva cosi per estendere la sua giurisdizione a tutto il territorio dell'impero, ma nello stesso tempo la Chiesa orientale veniva sempre piú subordinata allo Stato. Per contraccolpo il papa, che teoricamente era anche lui suddito dell'imperatore di Bizanzio, sfuggiva di fatto all'autorità imperiale.
Roma e Costantinopoli diventano l'una estranea all'altra. Nel 751 cessava di esistere l'esarcato di Ravenna, che cadde in mano dei Longobardi. Roma, abbandonata da Bisanzio, cercava aiuto presso la nuova potenza franca. L'incontro di Ponthion, del 754, tra il papa Stefano II e Pipino il Breve, fu un evento di capitale importanza storica: non soltanto segnò l'inizio dello Stato pontificio romano, che doveva durare fino al 1870, ma era il prodromo della restaurazione dell'impero in Occidente. L'incoronazione di Carlo Magno nella notte di Natale dell'800 e la rinascita dell'impero romano d'Occidente furono conseguenze fatali del distacco di Roma da Bizanzio. L'eredità dell'« imperium romanum » si spaccava in due e si trovavano di fronte due imperi diversi per cultura e per lingua: a un impero cristiano orientale, greco di lingua e di cultura, che gravitava su Bisanzio e sul suo imperatore, si contrapponeva un impero cristiano occidentale di lingua latina che aveva come centro spirituale Roma e il papato. Inevitabile corollario sarà lo scisma religioso.

L'azione profonda di trasformazione esercitata dalla dinastia isaurica nella vita dell'impero si manifestò anche nella legislazione. Leone III (sembra nel marzo dei 726) promulgò l'« Ecloga ». Il carattere di essa emerge chiaramente dal titolo: « Una selezione abbreviata di leggi, ordinata da Leone e Costantino [il figlio che gli succedette], saggi e pii imperatori, dalle Istituzioni, dal Digesto, dal Codice e dalle Novelle del grande Giustiniano... rivedute in vista di una maggiore umanità ». L'« Ecloga » doveva sostituite, come è detto nell'introduzione, le « varie opere » (traduzioni greche e interpretazioni) che si erano sviluppate sulla codificazione giustinianea e che generavano confusione  nell'amministrazione della giustizia. Ma non si limitava a dare degli estratti del diritto privato e criminale, giustinianeo: mirava anche a renderlo « piú umano ». E tale revisione consisteva in una sensibile mitigazione delle pene sotto l'influenza del cristianesimo e del diritto consuetudinario orientale. Nel diritto criminale, alla pena capitale, per taluni reati, venivan sostituite delle pene corporali, come il taglio del naso o della lingua, l'amputazione delle mani, l'accecamento, la rasatura o l'ustione dei capelli: pene già entrate largamente in uso lungo il VII secolo sotto l'influenza del diritto orientale. L'influenza delle concezioni cristiane si nota invece, soprattutto, nel diritto familiare e matrimoniale: veniva limitata la « patria potestas » in favore dei diritti della moglie e dei figli. Ma di non minore importanza è il fatto che la lingua dell'« Ecloga » è il greco, la lingua, cioè, in cui si esprimeva la vita tutta dell'impero, che sempre piú obliava la sua « romanità ».

La legislazione di Leone III riflette con estrema fedeltà la situazione del mondo bizantino in quest'epoca, in cui alla profonda penetrazione delle concezioni cristiane si unisce nello stesso tempo un notevole influsso di costumi orientali. Notevole fu la sua influenza sull'evoluzione ulteriore del diritto bizantino e ancor maggiore quella esercitata sullo sviluppo del diritto dei paesi slavi.

A questo stesso periodo (una datazione precisa non è possibile) appartengono altri tre monumenti del diritto bizantino: la « legge agraria », che mirava soprattutto alla salvaguardia della piccola proprietà contadina; la « legge rodia nautica », una raccolta di ordinanze destinata a regolamentare la navigazione mercantile; la « legge militare », un codice della disciplina militare improntato a un estremo rigore giustificato dai gravi pericoli che dovette affrontare l'impero in quell'età.

In questi due secoli, alle eroiche lotte contro i nemici esterni, alla trasformazione politica e amministrativa dello Stato, corrispose una generale decadenza della cultura. Furon questi i secoli più oscuri della vita culturale di Bizanzio. In essi ebbero il predominio i soldati e i monaci. E lo Stato, insieme col processo di militarizzazione, ne subì uno parallelo di teocratizzazione. La vita della società assunse aspetti ascetici e mistici. Alla fine del VII secolo, il concilio « in Trullo » (692), nello sforzo di moralizzare la vita popolare, cercò di eliminare le ultime sopravvívenze di paganesimo, proibendo tra l'altro i « Brumalia », una festa d'autunno coincidente col periodo della vendemmia, in cui uomini e donne circolavano travestiti e mascherati e si cantavano canti in onore di Dioniso. E intanto i monaci, come si è detto, diffondevano un culto superstizioso delle immagini, verso cui si manifestavano esagerati segni di rispetto e di adorazione; a cui si chiedevano e si attribuivano i piú inverosimili prodigi, come la sanità del corpo e dell'anima, la liberazione dai demoni, l'acquietarnento delle tempeste: insomma tutte le grazie per star bene in questo mondo e per meritare la gloria eterna nell'altro.

La reazione iconoclastica degli imperatori « isaurici », pur nella sua complessità e molteplicità di motivi, non diede un grande contributo alla letteratura. L'eclissi dell'Università di Costantinopoli, anche se leggendario è l'incendio di essa attribuito a Leone indubbiamente contribuí alla decadenza della cultura laica. Poiché fu sempre l'organizzazione dell'insegnamento superiore che diede a Bizanzio, oltre che burocrati preparati, anche storici e letterati di notevole livello, che mantennero viva e operante la tradizione classica.

Delle discussioni teologiche legate all'iconoclastia ci resta ben poca cosa. Tutti gli scritti degli iconoclasti (decreti imperiali, atti dei concili, trattati teologici) sono andati perduti, destinati come furono alle fiamme dal nono canone del secondo concilio di Nicea (787), Ed è grave danno che nulla ci resti delle argomentazioni contro il culto delle immagini che i teologi imperiali, Costantino di Nacolia, Tommaso di Claudiopoli, Teodoro di Efeso, fornirono a Leone III all'inizio della controversia. Ancor piú grave è la perdita di tutta l'attività letteraria dell'età di Costantino V e, particolarmente, degli scritti dell'imperatore stesso che ebbe una parte di primo piano nella formulazione della dottrina iconoclastica del concilio del 754. Egli compose non meno di tredici opere teologiche, ma di due soltanto ci son pervenuti dei frammenti, attraverso le confutazioni degli oppositori, specie nell'opera del patriarca Niceforo. Parimenti è andata perduta l'attività teologica della seconda fase della controversia. Nulla si è conservato di un « Tesoro » di luoghi della Scrittura e dei Padri della Chiesa che avevano messo insieme, per incarico di Leone V, Giovanni il Grammatico, che fu poi patriarca iconoclasta di Costantinopoli (837-43), e Antonio, che divenne vescovo di Sylaion. Molto di piú è conservato della produzione letteraria dei difensori delle immagini che dalla lotta uscirono vincitori. Solo l'opera del patriarca Germano fu distrutta in parte per ordine di Leone III. Ma ci è pervenuto il frutto dell'attività dí Giovanni Damasceno, che oppose la sua resistenza ai nemici delle immagini dal convento di San Saba, nella Palestina già occupata dagli Arabi. Della seconda fase della lotta iconoclastica abbiamo la produzione del patriarca Niceforo e di Teodoro Studita. Quest'ultimo non soltanto lottò ín difesa del culto delle immagini e contro l'ingerenza del potere imperiale nelle questioni teologiche, ma con la sua riforma monastica rinnovò la vita spirituale del convento costantinopolitano di Studios, facendone a un tempo una roccaforte dell'ortodossia e un centro importante dí cultura religiosa con una scuola calligrafica e un'altra dí poesia liturgica.

Intanto, dopo oltre un secolo di silenzio, era ripresa la tradizione cronografica con Giorgio Sincello, Teofane Confessore e il patriarca Niceforo. Nell'assenza completa di storiografia di tradizione classica, le opere di Teofane e Niceforo, pur con la loro visione di iconoduli unilaterale e parziale dei fatti, forniscono in certo modo una base per la ricostruzione storica di questi due secoli. Ad essi si aggiunge la vasta produzione agiografica che, tra gli aneddoti e le lodi dei santi e dei martiri delle persecuzioni iconoclastiche, dà un non trascurabile contributo al quadro fornito dalle magre notizie della letteratura cronografica.

Ma dí contro a questo predominio esclusivo di letteratura religiosa e, soprattutto, monastica, nell'ultimo periodo iconoclastico si manifestava, per reazione, una certa tendenza che si potrebbe chiamare « laicistica ». Tale tendenza appariva anche nell'arte che, obbligata ad abbandonare i temi della Scrittura e delle vite dei santi, ritornava alle decorazioni pittoriche e ornamentali, ai paesaggi pieni di uccelli e di animali, al ritratto realistico: un ritorno alle antiche tradizioni ellenistiche, cui si univano gli influssi dell'Oriente musulmano. E mentre il mondo monastico, reso piú aperto dalla riforma studita, intensificava gli studi religiosi, negli ambienti vicini alla corte, specie nell'età di Teofilo, ricominciava l'interesse per la letteratura profana, per la tradizione classica, per le scienze. Anche l'influenza della cultura araba, che attraversava sotto gli Abbasidi un periodo di particolare splendore, agiva nello stesso senso laicistico. Erano le prime avvisaglie dell'imminente rinascenza che troverà la personalità piú rappresentativa in Fozio.

 




La disputa iconoclastica