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| di Claudio Magris |
Ricordo che, da ragazzino, mi era
capitato fra le mani un libretto che parlava delle persecuzioni
subite dai cristiani da parte degli imperatori romani, dicendo
che le vittime ammontavano a milioni, senza accorgersi che,
procedendo di questo passo, avrebbero finito per essere più
numerose di tutti gli abitanti dell'Impero.
Non è certo la Chiesa cattolica la più incline a tale pathos di
gonfiare, esagerare, moltiplicare i numeri in generale — il
numero di per sé è un demone di straordinaria potenza, che si
dilata a dismisura — e in particolare quelli delle vittime di
massacri e genocidi. mondo che secondo il Vangelo sono già
giudicati, è fra quelli che dicono meno bugie e affermano verità
pure scomode. Quello che colpiva già allora, in quell'opuscolo,
era la palese soddisfazione con la quale l'autore faceva queste
cifre abnormi; si capiva che era, più o meno inconsciamente,
contento che quei martiri fossero tanti e che sarebbe stato
quasi dispiaciuto se fossero stati pochi, perché un numero più
modesto avrebbe indebolito la forza della denuncia e reso più
modesto il conto da presentare ai colpevoli ovvero ai loro
lontani discendenti.
Quanto più grande è l'efferato torto subito, tanto più
gratificante è il piacere di sentirsi dalla parte della ragione
e dei giusti. Da alcuni anni un atteggiamento simile dilaga,
seppure non più riferito ai Cesari romani, sempre più ed è
sempre più intollerabile, nella sua velenosa e blasfema
utilizzazione, a fini politici, dei morti e delle vittime di
tragici e bestiali massacri. A seconda della posizione
ideologica di chi parla, si aggiunge con disinvoltura uno zero
alle cifre dei caduti per mano fascista o comunista, alle cifre
già di per sé realmente enormi delle vittime di Stalin, o si
attribuiscono magari a Hitler ulteriori delitti oltre ai tanti e
orrendi commessi; si danno cifre spropositate relative alle
foibe e agli eccidi compiuti dalle camicie nere in Jugoslavia;
si sparano numeri sulle vittime dei massacri nelle recenti
guerre nella ex Jugoslavia. In conformità alle idee politiche di
chi di volta in volta parla o scrive, si ampliano o si
minimizzano i conti dei morti e degli assassinati.
Tutto ciò, ovviamente, non cambia di una virgola l'orrore di
quelle stragi e il giudizio su di esse; se si scoprisse con
certezza che Hitler o Stalin hanno sterminato un milione di
zingari o di kulaki in meno o in più di quanto si credeva, essi
non diverrebbero per questo un po' meno o un po' più criminali
né il sistema di potere che ha attuato quegli abominî sarebbe
meno o più infame. Ciò vale per tutti, per gli armeni come per i
morti di Srebrenica, per i trucidati da Pol Pot, per l'ecatombe
oggi di neri in Africa o ieri di indios, per quell'olocausto
degli olocausti, come è stato chiamato, che è stata la tratta
dei neri, per i morti e per le generazioni sfigurate a Nagasaki.
Ciò che è intollerabile è il gusto, la soddisfatta fregatina di
mani con cui tanti sembrano felici di aver subìto dai loro
nemici più violenze di quante essi ne abbiano inflitto loro,
come se questo cambiasse la sostanza — morale, politica — delle
cose. Troppi sembrano giulivi di poter dire: «È vero, io ho
ammazzato tuo padre, ma tu, grazie a Dio, hai ammazzato non solo
mio padre, ma anche mia madre». È un atteggiamento stupido e
malvagio, un fazioso risentimento, bramoso di rimettere in moto
quel meccanismo di odio e di morte. È comprensibile che chi —
individuo, nazione, classe sociale — ha subìto una violenza
abbia lo sguardo offuscato dal dolore e dal rancore e sia
indotto a vedere — e a ingigantire — solo il suo dolore.
Un male patito, diceva Manzoni, induce spesso a compierlo a
propria volta, e spesso contro chi non ne ha colpa, se non
magari quella di appartenere alla stessa nazione di qualcuno che
si è reso colpevole. Ma se non si spezza tale spirale, si
perpetua la catena di barbarie e dolore. Non si tratta di
dimenticare e forse nemmeno di perdonare. Auschwitz non è oltre
il rogo, non è consegnata a un pacato e distaccato giudizio,
bensì è un rogo, che sempre brucia. Ma i numeri — quelli di
Auschwitz come quelli, si dice cinquanta milioni, di vittime
della tratta di schiavi — sono e devono essere contati oltre il
rogo, oggetto di quella verità storica che non può essere usata
come un'arma. La storia — né giustiziera né giustificatrice né
maestra di vita — o meglio la conoscenza della storia, aliena da
ogni moralismo, ha una fondamentale funzione morale, in quanto
fornisce la base di ogni discorso morale e politico. Nei giorni
scorsi da oltreoceano è rimbalzata una civettuola polemica di
letterati contro storici, subito raccolta dal cicaleccio
retorico caro a tanta letteratura — a quella letteratura che
secondo Saba sta alla poesia come la menzogna alla verità.
Alcuni letterati hanno rinfacciato agli storici di essere
distaccati «accademici», termine che oggi viene usato come un
insulto, così come un tempo molti professori dicevano,
spregiativamente e altrettanto scioccamente, «giornalista».
L'antitesi fra storia e letteratura è insensata, perché si
tratta di due rappresentazioni della realtà che obbediscono a
logiche diverse e ugualmente valide. Basterebbe leggere la
lettera di Manzoni a Monsieur Chauvet, in cui egli spiega come
agli storici spetti accertare i fatti e agli scrittori
immaginare e raccontare come gli uomini li hanno vissuti. In
questo senso la letteratura, in particolare la narrativa, reca
un fondamentale contributo alla comprensione della realtà,
perché trasforma una nozione, una conoscenza teorica in
esperienza concreta, in vicinanza e conoscenza sensibile,
tuffandosi nella vita vissuta da altri e facendola diventare
nostra.
Di qui il diritto, talora il dovere della letteratura di
squarciare, di deformare la realtà, perché talvolta questo è il
solo modo di cogliere la sua stravolta verità. Ma la verità
poetica è tale solo se sa e rivela di essere metafora, immagine,
invenzione; se non pretende di essere presa alla lettera, di
corrispondere materialmente alla realtà; se non vuol fare
concorrenza alla storia, concorrenza in questo caso non sleale,
bensì inefficace e fasulla. A pasticciare le cose sono stati
spesso non i romanzieri né gli storici né i giornalisti, ma quei
giornalisti che si sono improvvisati storici, perdendo così
frequentemente la verità del giornalismo e quella della storia.
Nella sterile polemica è intervenuto per fortuna Dino
Cofrancesco, con una semplice e lapidaria dichiarazione sul
Corriere che ha rimesso le cose a posto, il che in un clima
culturale normale non dovrebbe essere necessario, ma lo diviene
quando regna la confusione. L'Italia ha una grande tradizione di
storici che oltretutto hanno avuto e hanno ottime penne, capaci
di afferrare la realtà corposa e sanguigna non meno dei grandi
giornalisti e meglio dei giornalisti- pseudostorici. È dalla
storia che potrà e dovrà venire la fine di quell'orrendo gioco
al rialzo del numero dei propri cadaveri. O italiani, esortava
un poeta ovvero Foscolo, vi esorto alle storie.
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