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Fra ortodossia e
rinnovamento
Nel corso del Novecento la parola "liberalismo", entrata nel linguaggio politico europeo nel primo quarto del XIX secolo per qualificare un complesso di
idee, relative all'organizzazione della società e del potere, ispirate al
valore della libertà dell'individuo, è usata per denotare un'ampia gamma di
posizioni teoriche e pratiche. Al liberalismo si richiamano partiti e
pensatori politici, portatori di interessi e di ideali molto diversi gli uni
dagli altri. Nell'Italia del primo dopoguerra, ad esempio, il liberalismo
radicale di Piero Gobetti (1901-1926), che ritrova nella classe operaia il
soggetto sociale di riferimento per un avanzamento civile del Paese, è in
antitesi con il conservatorismo del Partito liberale, i cui massimi
dirigenti non esitano a sostenere in Parlamento il governo autoritario di
Mussolini (1883-1945). Si tratta, evidentemente, di un caso estremo, che,
per le sue peculiarità, non può essere neppure ricondotto alla dicotomia
fondamentale che caratterizza il liberalismo novecentesco e a partire dalla
quale è possibile orientarsi di fronte al multiforme panorama liberale.
A tal fine si può distinguere una concezione del liberalismo che attiene
all'ambito della politica, da una concezione che ha il suo baricentro in una
dottrina economica.
La prima individua le condizioni della libera
espressione della personalità di ciascun uomo nella configurazione della
società e dello Stato e ricerca gli elementi istituzionali e le forme
sociali più idonei a proteggerla e a promuoverla. La seconda mette in
relazione di dipendenza la libertà dell'individuo con l'economia di mercato,
prescrivendo l'intangibilità della libertà d'impresa e l'astensione dello
Stato dalla sfera economica. Nella lingua italiana questo filone di pensiero
è denominato "liberismo", e distinto, così, dal liberalismo inteso come
teoria politica (tuttavia, che questa distinzione sia ammissibile è proprio
quanto negano i liberali sostenitori dell'inscindibilità del nesso tra
libertà e libera iniziativa economica).
La concezione "liberistica" del liberalismo resta integralmente fedele a
quella tradizione di pensiero, inaugurata da Locke (1632-1704) e giunta al
suo apogeo nel XIX secolo, nella quale la dimensione politica e la
dimensione economica della libertà si compenetrano, e insieme coincidono con
gli interessi (in un primo momento di trasformazione dell'ordine sociale e
successivamente di conservazione del potere) della borghesia capitalistica.
Di tale tradizione, la concezione "non liberistica" del liberalismo accoglie
soltanto il ramo politico dell'albero genealogico, rifiutando insieme ad
Adam Smith (1723-1790) e alla fisiocrazia, il dogma del laissez faire e delle
leggi naturali dell'economia. Questo distacco dal liberalismo economico
matura nei primi decenni del Novecento innanzitutto in quegli ambienti
politici di orientamento liberale più aperti alle istanze di giustizia
sociale manifestate dalla classe operaia attraverso i suoi sindacati e i
suoi partiti.
Nel 1911, il sociologo inglese Leonard Trelawny Hobhouse
(1864-1929) pubblica un'opera destinata a significativa fortuna, Liberalism,
in cui, condividendo le ragioni della critica socialista dell'assetto
economico esistente, si esprime a favore dei diritti al lavoro,
all'assistenza per i meno abbienti e alle assicurazioni sociali, orientando
la sua visione del liberalismo verso la meta della realizzazione
dell'uguaglianza nei punti di partenza.
Ancora nel mondo anglosassone, ma
sull'altra riva dell'Atlantico, è il filosofo e pedagogista John Dewey
(1859-1952), negli anni Trenta, a tentare di affrancare il liberalismo dal
suo imprinting storico borghese per coniugarlo con una prospettiva di
elevazione morale e materiale delle classi subalterne, nel quadro di un
rinnovamento dell'organizzazione economica della società.
Più radicale in senso egualitario (e tutta rivolta al movimento dei
lavoratori) è, in quegli stessi anni, la proposta politica del gruppo
antifascista Giustizia e Libertà, che riunisce i fuoriusciti italiani in
Francia, intorno alla figura di Carlo Rosselli (1899-1937), fautore di un
liberalismo completamente aperto agli obiettivi del socialismo. A
quest'esperienza, di coraggiosa militanza politica, si collega idealmente la
vicenda resistenziale del Partito d'Azione, i cui esponenti si richiamano
alla formula del liberalsocialismo.
Nel secondo dopoguerra, l'idea di una sintesi praticabile tra liberalismo,
in politica, e socialismo, in economia, patisce la perdita di credibilità
derivante dagli esiti illiberali della costruzione degli Stati socialisti
nell'Europa orientale. Tuttavia, ampi e importanti settori della cultura
liberale, da Norberto Bobbio (1909-2004) a Ralph Dahrendorf (1929-) fino ai
tanti discepoli europei di John Rawls (1921-2002), rimangono distanti dalle
tesi economiche del liberalismo classico e, a partire dalla valorizzazione
dei nuovi diritti sociali stabiliti dalle costituzioni contemporanee,
continuano ad esprimere l'esigenza di una società più giusta, comprendendo,
nel novero delle libertà fondamentali, la libertà dal bisogno.
Per contro,
l'ortodossia liberista di ascendenza smithiana trova voce, lungo il secolo,
nelle opere di
Ludwig von Mises (1881-1973), Friedrich von Hayek (1899-1992)
e Milton Friedman (1912-), teorici dell'autonomia del mercato quale garanzia
dell'ottima allocazione delle risorse e difensori della libertà economica
come basamento necessario di ogni altra libertà. Essi sottolineano il
carattere strumentale dell'attività economica rispetto ai progetti di vita
dei singoli e dunque l'indispensabilità della libera impresa privata come
condizione dell'autodeterminazione individuale.
Un contributo italiano importante all'argomentazione di queste tesi,
proviene dalla riflessione politica dell'economista piemontese Luigi Einaudi
(1874-1961), protagonista, negli anni Trenta, di una celebre polemica circa
il rapporto tra liberalismo e liberismo con Benedetto Croce (1866-1952), i
cui ideali liberali poggiano sui principi di una filosofia di matrice
idealistica, che concepisce la libertà come attributo dello spirito e ne
postula la compatibilità con qualunque ordinamento economico.
Se Einaudi è
la figura più rappresentativa del liberalismo liberista in Italia, il
massimo interprete di tale corrente di pensiero a livello europeo e mondiale
è l'austriaco
Hayek. Economista e filosofo, egli sviluppa, dagli anni
Quaranta agli anni Settanta, una serrata polemica contro le politiche di
intervento statale nell'economia, perturbatrici dell'ordine spontaneo del
mercato; in nome del quale, avversa altresì le attività delle organizzazioni
sindacali, tendenti a sottrarre il livello dei salari alla libera dinamica
delle forze produttive. Coerente teorico di una concezione individualistica
della società, che esalta la libertà di ciascuno di perseguire i propri
scopi, egli critica, inoltre, la legittimità dei sistemi di tassazione
progressiva, finalizzati alla redistribuzione sociale della ricchezza, in
base all'argomento che in una società fondata sul principio della libertà
individuale non è ammissibile una politica di giustizia distributiva, la
quale presuppone l'esistenza di una (inesistente) unitarietà di fini.
In un orizzonte filosofico analogo a quello di Hayek, si colloca la teoria
liberale formulata, negli anni Settanta, da Robert Nozick (1938-2002),
politologo americano, la cui opera riceve attenzione anche in ambito
europeo, rilanciando l'ideale — già concepito da Humboldt (1767-1835) —
dello "Stato minimo", limitato alla funzione di proteggere la sicurezza e i
diritti personali e patrimoniali degli individui attraverso il monopolio
della forza.
Crisi e ripresa del
liberalismo
Guardando alla storia del Novecento dalla prospettiva politica dei liberali
liberisti, l'Europa appare allontanarsi dalla strada del liberalismo
intrapresa nel XIX secolo sotto la leadership delle borghesie nazionali. I
regimi dittatoriali sorti tra le due guerre, gli Stati comunisti del blocco
sovietico, le democrazie occidentali dell'era postbellica, antiliberiste —
poiché keynesiane — nell'organizzazione economica, rappresentano, agli occhi
dei teorici del laissez faire, le differenti manifestazioni della crisi del
liberalismo e del declino del valore della libertà nelle società europee,
avviate, con l'invasione dello Stato nei rapporti economici, lungo la "via
della schiavitù".
Tuttavia gli ultimi due decenni del secolo segnano, sempre nella medesima
ottica, una ripresa del liberalismo, attraverso una decisa inversione di
tendenza in economia, che parte dall'Inghilterra di Margaret Thatcher
(1925-), con la neutralizzazione del sindacato e lo smantellamento del
welfare state, e prosegue sul continente con un tendenziale ritorno alle
leggi del mercato e con il trionfo della libera iniziativa economica nei
Paesi dell'Est.
Diverso è il bilancio storico del liberalismo nell'Europa
del Novecento, se, anziché ricondurlo al piano economico delle libertà
patrimoniali, lo si identifica col suo nucleo etico-politico di dottrina che
esalta il valore della persona umana e ne difende la libertà contro
l'oppressione e l'arbitrio del potere. Così concepito il liberalismo, che
affonda le sue radici nel giusnaturalismo illuministico, nelle carte dei
diritti dell'età rivoluzionaria e nel costituzionalismo ottocentesco, è una
teoria politica tutt'altro che declinante nella storia europea del
Novecento. Infatti, superata la crisi della prima metà del secolo, provocata
dalle conseguenze della massificazione della vita politica e culminata nel
tracollo dei regimi liberali in quasi tutti i Paesi del continente, il
liberalismo rifiorisce nell'Europa occidentale, liberata dall'occupazione
nazista.
Lo Stato
liberal-democratico
La concezione liberale del potere politico, della sua strumentalità rispetto
agli individui e quindi dei suoi limiti materiali e formali, permea in
profondità il rinnovamento istituzionale e giuridico del dopoguerra. Il
paradigma garantista dello Stato di diritto, imperniato sul riconoscimento
delle libertà personali e civili, sulla divisione dei poteri e sulla
sovranità della legge, è ampliato e rinforzato, rispetto al modello
ottocentesco. Ampliato, in quanto si estende il catalogo delle libertà
riconosciute dall'ordinamento.
Accanto alla libertà dagli arresti arbitrari e
a quelle di opinione, di stampa e di religione tipiche del costituzionalismo
classico, si affermano le libertà di riunione, di associazione, di sciopero,
d'espressione artistica, di ricerca scientifica ecc., che riflettono
l'evoluzione dallo Stato borghese (non di rado derogante ai principi
liberali, attraverso il ricorso a leggi eccezionali, stati d'assedio e bandi
militari, per far fronte alla contestazione politica degli strati sociali
esclusi dalla cittadinanza) allo Stato pluriclasse contemporaneo.
Rinforzato, in quanto le costituzioni rigide della seconda metà del XX
secolo sottraggono le libertà costituzionalmente garantite alla
disponibilità delle maggioranze parlamentari, rendendo le norme
costituzionali sovraordinate rispetto alla legge per mezzo del sindacato
giurisdizionale di costituzionalità, che permette ai cittadini di far valere
per via giudiziaria i propri diritti di libertà contro le lesioni commesse
dal potere legislativo.
La rinnovata vitalità del liberalismo politico, dopo
la seconda guerra mondiale, determina anche importanti trasformazioni nel
diritto internazionale europeo, che producono un ulteriore accrescimento del
sistema di garanzie legali e giurisdizionali delle libertà fondamentali. Il
4 novembre 1950, gli Stati membri del Consiglio d'Europa firmano, a Roma, la
"Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle
libertà fondamentali": un trattato che impegna gli Stati contraenti a
riconoscere le libertà e i diritti in esso definiti a ogni persona soggetta
al proprio ordinamento, e istituisce una Corte europea dei diritti dell'uomo
di fronte alla quale i privati possono agire in giudizio contro gli Stati.
Tali progressi istituzionali del liberalismo (la nascita di un sistema
internazionale di protezione giuridica delle libertà e l'affermazione dello
Stato costituzionale di diritto) non derivano da uno sviluppo lineare dei
regimi politici dell'Europa occidentale, ma dal superamento di una profonda
crisi; e sono la manifestazione più tangibile degli anticorpi sviluppati
dalle società passate attraverso l'esperienza del totalitarismo. I successi,
la persistente minaccia e la sfide ideologiche delle dittature totalitarie
costringono infatti il liberalismo novecentesco a una maturazione teorica e
pratica, decisiva per la sua sopravvivenza in una società di massa. Il
portato fondamentale di questa maturazione è il superamento della
contrapposizione ottocentesca, l'incontro e la connessione tra il
liberalismo e la democrazia. Il liberalismo si democratizza e la democrazia
si liberalizza nella complessa composizione costituzionale dello Stato
liberaldemocratico.
La cultura liberale, nelle sue più alte espressioni, accompagna la
gestazione del nuovo paradigma politico. Hans Kelsen (1881-1973), eminente
teorico del diritto e pensatore politico, coniuga liberalismo e democrazia
nel nome della libertà, che, spettando a tutti nella misura maggiore
possibile, richiede la partecipazione di tutti al processo di formazione
delle decisioni pubbliche destinate a condizionare la vita di ciascuno. Per
Kelsen, la democrazia coincide con il liberalismo, in quanto la libertà
politica non può sussistere senza la libertà di pensiero, di parola e di
stampa. Per cui egli nega che possano definirsi democratici sistemi politici
che, pur richiamandosi all'ideale democratico e pretendendo di incarnarlo in
maniera autentica (cioè sostanziale e non formale), impediscono la libera
espressione della volontà degli individui e il diritto al dissenso.
L'esaltazione e la difesa della liberaldemocrazia da parte di Kelsen è
intimamente legata alla sua concezione fallibilistica della conoscenza
umana, che non ammette l'esistenza di verità indiscutibili e di soluzioni
definitive e perfette.
ll medesimo atteggiamento culturale, elaborato filosoficamente in
un'originalissima riflessione epistemologica, impronta l'opera politica di
Karl Popper (1902-1994), massimo alfiere della cultura liberal-democratica
nella battaglia contro le ideologie totalitarie. Egli tematizza il rapporto
tra teorie della conoscenza e forme del potere, valorizzando la funzione
civile del razionalismo critico. Il suo liberalismo democratico pone
l'accento sugli elementi culturali e sociali indispensabili alla
sopravvivenza della "società aperta", indicando i principali attributi di
essa nel pubblico confronto e nel libero dibattito. La lezione di Popper
rafforza, nella cultura liberale contemporanea, impegnata nelle nuove sfide
poste alla libertà dal fenomeno del "videopotere", la consapevolezza che, in
assenza di efficaci garanzie di pluralismo politico e culturale, la
democrazia liberale rischia di ridursi a un guscio vuoto.
K. Popper, La società
aperta,
in La società aperta e i suoi nemici - Platone totalitario, Armando, 1973
È evidente che, una volta formulata la domanda: "Chi deve governare?", non
si possono evitare risposte di questo genere: "i migliori" o "i più
sapienti" o "il governante nato".[...) Ma ciò ci, porta a un nuovo approccio
al problema della politica, perché ci costringe a sostituire alla vecchia
domanda "Chi deve governare" la nuova domanda Come possiamo organizzare le
istituzioni politiche in modo da impedire che i governanti cattivi o
incompetenti facciano troppo danno?
Le teorie economiche
keynesiane
L'economista inglese
John Maynard Keynes sostenne che possono esistere,
anche per lunghi periodi, fenomeni di disoccupazione, senza che sorgano
meccanismi di reazione all'interno del sistema capaci di assorbirli: si può
cioè avere un equilibrio del sistema economico pur con la presenza di
disoccupazione delle forze di lavoro (e anche del fattore capitale). Il
concetto fondamentale che regola il livello dell'occupazione è la domanda
effettiva, cioè l'insieme dei consumi, investimenti, spesa pubblica e
transazioni commerciali con l'estero. Un elevato livello di domanda
effettiva, secondo Keynes, è quindi indispensabile per portare il sistema
economico a un livello di produzione tale da assorbire l'intero potenziale
di lavoro e da utilizzare al meglio gli impianti produttivi. Dopo che la
crisi del 1929 ebbe mostrato i limiti di un sistema liberistico, Keynes
propose un certo livello di intervento, regolamentazione e stimolazione
della domanda da parte dei poteri pubblici, tale da guidare il gioco delle
forze del mercato (pur senza comprimere l'iniziativa economica
individuale) e da influenzare la propensione al consumo. Anche nel secondo
dopoguerra fu fondamentale la relazione fra la teoria keynesiana e la
politica economica dei Paesi occidentali: il pieno impiego delle forze di
lavoro e un livello stabile dei prezzi un equilibrio della bilancia dei
pagamenti furono conseguiti, negli anni Cinquanta e Sessanta, con manovre
monetarie e fiscali, che si proponevano di innalzare il livello di domanda
effettiva.
II liberalismo trova
la sua attuazione nella democrazia parlamentare e nella divisione dei poteri
legislativo, esecutivo e giudiziario. |