Il libretto rosso
Le vicende della
Rivoluzione
culturale cinese
e l’importanza del Libretto rosso come strumento di propaganda ideologica in
Cina e in Occidente sono i temi indagati dal giornalista Federico Rampini.
Nel 1966 Mao Zedong avviò una nuova fase del comunismo in Cina: con la
rivoluzione culturale incitò le masse popolari ad attaccare la nomenklatura
e gli intellettuali. La ragione di fondo nasceva dalla volontà di Mao di
eliminare gli oppositori interni al partito e le forze moderate del paese.
Negli anni successivi morirono fra i 750 mila e il milione e mezzo di
persone a seguito dei processi scatenati dalla rivoluzione culturale.
Il libretto rosso ebbe una diffusione eccezionale in tutto il mondo ed
esercitò un’influenza notevole su molti intellettuali occidentali durante
gli anni ‘60 e ‘70.
Di pochi libri si può dire davvero, a decenni di distanza, che hanno segnato
un’epoca. Questo ha tentato di cambiare il mondo e c’è quasi riuscito. Ha
impresso il suo colore rosso sugli anni Sessanta e Settanta: in Cina, nei
campus universitari occidentali, nelle rivoluzioni del Terzo mondo. È il
secondo best-seller di tutti i tempi dopo la Bibbia. Si dice che in
quarant’anni sia stato diffuso in cinque miliardi di esemplari. Nel solo
1967, all’apice della Rivoluzione culturale, ne vengono stampati e diffusi
350 milioni di esemplari. In quell’anno le Citazioni hanno già sprigionato
tutta la loro potenza d’indottrinamento delle masse. A partire dal 16 agosto
1966 la cerchia dei fedelissimi di Mao comincia a lanciare appelli pubblici
perché gli studenti affluiscano da tutto il paese verso la capitale. Si apre
la nuova fase della rivoluzione comunista. Il Grande Timoniere che ha
fondato la Repubblica popolare nel 1949 vuole liberarsi degli avversari
interni e delle fazioni moderate. Scatena la rivolta dal basso contro gli
apparati burocratici del partito, il «bombardamento del quartier generale».
Saltando ogni intermediazione, scavalcando la nomenklatura, il popolo deve
venire direttamente a contatto con il leader carismatico. Tra l’agosto e il
novembre del ‘66, a ondate successive, sulla Piazza Tienanmen di Pechino si
rovesciano adunate oceaniche per osannare il leader. [...]
Via via che il culto di Mao assume connotati sempre più prossimi a una
religione, i poteri soprannaturali del Grande Timoniere si estendono al
piccolo florilegio dei suoi pensieri. Il reporter britannico Philip Short
che visse in Cina in quegli anni ricorda che al Libretto rosso vennero
attribuiti veri e propri miracoli. «Alcuni giornali riferirono che dei
medici armati delle Citazioni avevano guarito i ciechi e i sordomuti; che un
paralitico appoggiandosi sul Libretto si era messo a camminare; che in un
altro caso l’apparizione di quelle pagine coi pensieri di Mao aveva
resuscitato un morto». Il vero miracolo di questo Libretto rosso fu un
altro, avvenne nei salotti e nelle assemblee studentesche dei paesi europei:
l’innamoramento di certe élites borghesi dell’Occidente per il maoismo lo
trasfigurò in un testo prezioso e arcano, perfino esoterico. Raffinati
intellettuali europei si esercitarono in una esegesi colta, per disvelare in
ogni aforisma significati sempre più profondi, visioni lungimiranti a cui
avrebbero dovuto ispirarsi le società occidentali, che a quell’epoca erano
ben più sviluppate della Cina. Era il mondo a rovescio. Nell’ebbrezza del
maoismo occidentale un potente allucinogeno era rappresentato dalla
convinzione che l’esperimento cinese fosse irriducibilmente diverso dagli
altri socialismi realizzati, in particolare dal modello sovietico. Una
rivoluzione dal basso, più democratica, più genuina, più spontanea. Una
società dove comandavano davvero le masse, non gli apparati di partito. Che
Mao usasse spesso analisi identiche a Stalin era irrilevante. Le medesime
parole pronunciate da lui volevano dire «altro», per gli ammiratori
occidentali. Pur uscendo nel 1979, quindi tre anni dopo la morte del leader
cinese e quando molte verità scomode su di lui stavano affiorando perfino a
Pechino, il testo italiano era ancora segnato da una tale venerazione, che
arrivava a negare l’evidenza e il significato letterale delle parole: «Il
lettore non deve essere tratto in inganno dal fatto che anche Mao usi qui,
come farà del resto anche negli anni successivi, una terminologia in parte
identica a quella impiegata a quel tempo nel «campo socialista». Espressioni
come «centralismo democratico», «direzione del partito», «dittatura del
proletariato», «economia pianificata», sono un guscio che racchiude una
sostanza diversa e quasi sempre antitetica a quella di altri socialismi».
[...] Per illuminare le attrazioni del maoismo nella sua stagione più
radicale, Zhu Xueqin evoca un parallelismo con la Rivoluzione francese. Zhu
è docente universitario e fa parte della generazione dei «figli di Mao».
«Molte Guardie rosse - dice - studiarono la Rivoluzione francese. I
giacobini ispirarono il loro idealismo utopico. L’esempio della crudeltà
giacobina e della violenza rivoluzionaria in Francia fu importante per tutti
coloro che pensavano che il vecchio ordine costituito si potesse schiacciare
solo con la forza. Più gli studenti erano idealisti, più erano disposti ad
accettare la violenza». Tra le vittime delle prime fiammate di violenza
studentesca c’è la professoressa Bian Zhongyun, cinquantenne madre di
quattro figli, linciata selvaggiamente dalle sue alunne il 5 agosto 1966 a
Pechino. La storia della signora Bian è una delle più note per lo scenario
in cui si svolge: un liceo «perbene» frequentato da molti rampolli di alti
dirigenti comunisti, tra cui le figlie dello stesso Mao Zedong, dell’allora
presidente della Repubblica Liu Shiaoqi, e di Deng Xiaoping. Nei mesi di
giugno e luglio di quell’anno le sue studentesse iniziano una virulenta
campagna di attacchi contro la professoressa Bian accusandola di essere una
controrivoluzionaria e di non rispettare Mao. Quest’ultima accusa si basa su
un «incidente» accaduto durante una delle periodiche esercitazioni
antisismiche. Mentre la docente fa evacuare la sua classe dalle alunne, una
ragazza le chiede se non sia egualmente importante portare in salvo il
ritratto di Mao. Bian non risponde con il «livello di entusiasmo adeguato» e
questo le sarà rinfacciato come una macchia infamante. Al culmine di una
serie di umilianti processi pubblici il 5 agosto viene assalita e pestata a
morte dalle sue alunne. Il suo corpo è abbandonato in una carriola nel
cortile della scuola, ricoperto di manifesti di insulti. Dopo molte ore
qualcuno porta la carriola in ospedale. Quando il marito e la figlia
maggiore accorrono, trovano il cadavere tumefatto e sfigurato, reso
irriconoscibile dalla violenza delle botte. Nessuno si prenderà mai la
responsabilità di quella morte, che sarà archiviata come «decesso per cause
ignote».
Il bilancio complessivo delle vittime della Rivoluzione culturale? Solo
nelle campagne muoiono per le violenze e le esecuzioni sommarie tra i 750
mila e il milione e mezzo di persone, a seconda delle stime.
Come simbolo di un decennio da dimenticare molto in fretta, senza fare i
conti con le cause e le responsabilità di quell’orrore, il Libretto rosso
viene scomunicato tre anni dopo la morte di Mao. Nel 1979 sotto la
leadership di Deng Xiaoping una direttiva interna del partito informa i
quadri che le Citazioni «hanno avuto un’influenza vasta e negativa». [...]
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