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Il maggio francese
ll movimento di protesta sviluppatosi a partire dal 1968 (anno da cui prende
il nome semplificativamente rispetto a un arco cronologico più ampio) si
caratterizza per l'intensità del suo svolgimento, per la capacità di
propagazione al di fuori dei confini nazionali, per la marcata connotazione
giovanile e infine per le sue ricadute sul terreno del costume e della
mentalità.
Un evento storico di così ampio respiro non ha un unico punto di origine.
Convenzionalmente il suo nucleo è costituito dagli avvenimenti del maggio
francese, nel ricordo: della più significativa protesta universitaria di
quell'anno. Altri avvenimenti potrebbero contendere il primato a quello
francese, sulla base del punto di vista prescelto nella
costruzione del quadro generale. La caratteristica del maggio francese è
rappresentata, dalla partecipazione di molti settori della società alle
proteste studentesche, in un meccanismo di agitazioni a catena che nel giro
di poche settimane riesce a paralizzare i processi decisionali di uno degli
Stati più moderni dell'Occidente. Lo sgombero dell'università a opera
della polizia, chiamata a intervenire il 3 maggio 1968 dal rettore della Sorbona, avvia una lunga serie di scontri tra le forze dell'ordine e gli
studenti. Al fianco degli studenti scendono subito in piazza i lavoratori
dell'industria e diverse categorie del pubblico impiego, oltre a esponenti del
mondo dell'informazione e della cultura, La protesta allarga così i suoi
obiettivi dall'università a una contestazione più radicale del sistema di
potere gaullista e della stessa società dei consumi occidentale. ll caso
francese propone dunque diversi elementi di una miscela potenzialmente
esplosiva: una serpeggiante insoddisfazione giovanile che si scontra con
l'arretratezza di un sistema dell'istruzione concepito per le élite e
divenuto gradualmente di massa; la rapidità di mobilitazione del mondo del
lavoro; la scarsa capacità di ricambio del potere politico, dominato ancora
dalla figura del generale de Gaulle; un appannamento dei valori di
riferimento della società occidentale.

Barricate del 3 maggio
Un fenomeno di
contestazione globale
Questi stessi connotati, con alcune varianti derivanti da singole
specificità nazionali, si ritrovano nei movimenti di protesta dei principali
Paesi europei. Gli elementi di fondo che accomunano il caso francese ad
altri scenari conferiscono al Sessantotto i contorni di un fenomeno di
contestazione globale. Anche nelle altre nazioni a economia avanzata il 1968
è l'anno della protesta studentesca, con un sostegno più o meno attivo da
parte del proletariato industriale e di altre categorie del mondo del
lavoro. In Italia, dove la fusione tra studenti e sindacato è più stretta,
la protesta sposta gradualmente il proprio obiettivo dal tema
dell'istruzione a quello del lavoro di fabbrica, a partire dagli scioperi
dell'autunno caldo del 1969. L'inquietudine degli studenti ha in effetti un
retroterra comune nella situazione economica. La lunga fase di sviluppo
dell'economia occidentale, avviata nel 1950, sta per concludere il suo ciclo
e già si avvertono le prime difficoltà legate all'inserimento dei giovani
nel mercato del lavoro, aggravate anche dagli effetti di un incremento
demografico senza precedenti. Di lì a qualche anno, nel 1973, la crisi
petrolifera avrebbe avviato una fase di recessione e il tramonto
dell'illusione di uno sviluppo illimitato. Volendo tracciare dei confini
temporali, il movimento del Sessantotto può essere collocato tra la fine
degli anni Sessanta e l'inizio della crisi economica, nel periodo appunto di
transizione tra il ciclo di espansione e quello di recessione.
In realtà la crisi politica precede quella economica e ne anticipa gli
effetti traumatici, ed è una crisi che coinvolge in eguale misura le classi
dirigenti e i loro modelli di riferimento. L'evento che mette a nudo
l'instabilità degli equilibri del dopoguerra è collegato alla guerra del
Vietnam, dove gli Stati Uniti si dimostrano incapaci di piegare la
resistenza della guerriglia dell'esercito nord-vietnamita, che proprio nel
1968 avvia una controffensiva seguita con simpatia dai movimenti giovanili
americani ed europei. Agli occhi di strati sempre più ampi dell'opinione
pubblica, l'Occidente non rappresenta più un valore da esportare, bensì un
disvalore inquinato dal ricorso alla sopraffazione militare e dagli eccessi
della società dei consumi.
Alla demistificazione dell'ideologia consumistica
contribuiscono alcuni esponenti della cultura europea, tra i quali Herbert
Marcuse (1898-1979) e il suo L'uomo a una dimensione (del 1964), le analisi
della scuola di Francoforte — Minima moralia di Theodor Adorno (1903-1969),
accolto quasi con indifferenza negli anni Cinquanta, diventa uno dei testi
di riferimento della generazione del Sessantotto — e gli scritti, ma ancor
di più le prese di posizione di intellettuali impegnati come Jean Paul
Sartre (1905-1980).
La contestazione giovanile ha però radici politiche piuttosto che culturali,
con presupposti che affondano nello scenario internazionale. La breve
stagione della distensione si è conclusa nel 1963 con la scomparsa del
presidente americano John Fitzgerald Kennedy (1917-1963). La ripresa del
confronto tra le due superpotenze, di cui la recrudescenza del conflitto
indocinese costituisce un capitolo centrale, si accompagna così a una crisi
del consenso che attraversa nel Sessantotto tanto il versante occidentale
quanto quello orientale. Se in Occidente il dissenso si esprime con la
denuncia della guerra, oltre la cortina di ferro il rifiuto del sistema
politico arriva a forme di ribellione assai più estreme, con la rivolta del
popolo cecoslovacco (durante la cosiddetta
Primavera di Praga) repressa dai
carri armati sovietici nell'agosto di quell'anno. La lotta per la libertà
avviata in diversi Paesi dell'Europa orientale stenta a trovare eco in
Occidente; le diversità sembrano prevalere sulle analogie. Ma quando nel
gennaio del 1969 uno studente di Praga, lan Palach, si dà fuoco in piazza
San Venceslao come estremo gesto di protesta contro l'occupazione sovietica,
lo strumento di protesta è il medesimo utilizzato più volte dai vietnamiti
per opporsi all'occupazione americana.
Esperienze
d'oltreoceano
Il legame tra America ed Europa è essenziale per comprendere l'articolazione
del movimento del Sessantotto. Se gli Stati Uniti sono additati a emblema
delle diseguaglianze del capitalismo, da quella nazione provengono anche i
primi modelli di protesta, come dimostra il precedente dell'occupazione
universitaria di Berkeley del 1964 (prototipo delle successive agitazioni
studentesche in tutto il mondo) e la correlativa diffusione del tema dei
diritti civili. Apparentemente secondario rispetto a istanze più
massimalistiche, questo tema assume presto una rilevanza autonoma e
costituisce forse l'eredità più vitale dell'esperienza del Sessantotto. Se
già il diritto alla diserzione rientra in questa categoria, ai numerosi casi
di renitenza alla chiamata alle armi da parte di reclute americane vanno
aggiunti in Europa i primi casi di obiezione di coscienza. Lo scontro di
quegli anni è soprattutto sulla questione della discriminazione razziale,
con un'attenzione per queste battaglie che travalica i confini degli Stati
Uniti e costituisce un elemento di attrazione per l'insieme dei movimenti di
protesta giovanile. Anche in questo caso la situazione americana opera da
cassa di risonanza internazionale. Per cui l'uccisione nel 1968, a solo
pochi mesi di distanza, di Martin Luther King (1929-1968) e di Robert
Kennedy (1925-1968) (fratello di John e candidato alle elezioni
presidenziali americane su una avanzata piattaforma di riforme per i diritti
civili), viene avvertita come una svolta gravida di conseguenze per l'intero
movimento giovanile. Non minore è l'impatto registrato nel corso delle
olimpiadi messicane dalla protesta degli atleti di colore della nazionale
degli USA (che partecipano alla premiazione con il braccio alzato e il pugno
chiuso, in segno di denuncia per le discriminazioni razziali), in una
manifestazione già segnata dal lutto del massacro di piazza delle Tre
Culture, teatro di una dimostrazione degli studenti messicani soffocata nel
sangue dall'intervento dell'esercito che lascia sul terreno centinaia di
vittime. Tensioni e speranze dei giovani europei ed americani sembrano ormai
collegati da un filo comune. Nel 1968 si fa strada l'idea che i problemi
della politica riguardino l'ambito della vita quotidiana, con una percezione
nuova verso questioni di natura diversa che vanno dalla guerra alla
discriminazione razziale, dalla condizione femminile ai costumi sessuali,
che presuppone la necessità di un approccio non più individuale, semmai
internazionale alla politica.
Al di là della rilevanza delle questioni affrontate, la mitologia del
Sessantotto si costruisce anche su alcune occasioni di manifestazione
collettiva e sulla condivisione di figure o episodi simbolici. Per le prime,
oltre al maggio francese, è necessario ricordare
il concerto di Woodstock
dell'agosto del 1969, con il raduno di oltre quattrocentomilla giovani su
una spianata nello stato di New York. Woodstock rappresenta la definitiva
consacrazione del ruolo della musica quale amplificatore dell'ansia di
rinnovamento e di trasgressione giovanile, attraverso la diffusione di un
linguaggio e di una moda ormai internazionali. Sul piano dei simboli
individuali la figura che domina incontrastata è quella di Ernesto Che
Guevara (1928-1967), il rivoluzionario sudamericano caduto in Bolivia
nell'ottobre 1967, che incarna alla perfezione il mito della ribellione
associato, con una certa genericità di riferimenti ideologici, a quello
della rivoluzione.
Epilogo
È proprio sull'idea di rivoluzione, sia pure declinata in forma vaga, che si
realizza un punto di coesione tra le diverse anime della protesta
sessantottina e si consuma nei tempi lunghi il maggiore fraintendimento di
questa esperienza. Nel contrapporsi all'autorità costituita la protesta
giovanile si dà quasi subito l'obiettivo di un rovesciamento delle basi di
legittimità del potere, facendo propria l'utopia di un diritto alla
democrazia diretta, da parte delle masse, in grado di prevalere sulle forme
tradizionali della democrazia rappresentativa. Una vulgata marxista quasi
sempre approssimativa e la scarsa attenzione prestata agli avvenimenti
dell'Est europeo (dove la lotta per i diritti civili si coniuga appunto al
presupposto di una partecipazione democratica ai processi decisionali)
conducono il movimento del Sessantotto in un vicolo cieco. L'epilogo della
protesta francese in questo caso è emblematico. Dopo le manifestazioni di
maggio il presidente de Gaulle si rivolge alla nazione con un messaggio
televisivo, in cui invita la popolazione a non cedere alle lusinghe della
sovversione, promette di avviare riforme nel campo dell'istruzione e
annuncia lo scioglimento delle Camere. Le elezioni premiano questa scelta,
assegnando al governo in carica la maggioranza assoluta dei voti. Il potere,
anziché piegarsi alla piazza, ne sfida il giudizio e alla fine si consolida.
Anche negli altri Paesi europei l'onda della protesta giovanile non ottiene
significativi risultati politici e favorisce semmai la proliferazione di
raggruppamenti di sinistra extraparlamentare, che contribuiscono a
frantumare il fronte della contestazione in aree di dissenso marginali e
forniscono un terreno di reclutamento per le formazioni terroristiche degli
anni a venire. La capacità di rappresentazione unitaria del movimento del
Sessantotto non si ripropone più nel decennio successivo. La sconfitta
politica non corrisponde però al rinnegamento dell'intero patrimonio di
quella esperienza, che riaffiora come un fiume carsico nei suoi elementi più
innovativi. Da questo punto di vista l'eredità del Sessantotto costituisce
lo spartiacque tra l'età del dopoguerra e quella della modernità, nella
graduale disgregazione dei valori di riferimento di una società ancora
legata alle tradizioni e troppo chiusa nelle sue gerarchie interne.
H. Marcuse, L'uomo a
una dimensione,
in Bordoni e A. N Paz,
La critica della società nel pensiero contemporaneo, G. D'Anna, 1984

Bertolt Brecht osservava che viviamo in un tempo in cui parlare di un albero
sembra un delitto, e da allora le cose sono peggiorate. Oggi sembra un
crimine il solo parlare di cambiamenti, mentre la società si sta
trasformando in un'istituzione di violenza, e in Asia sta compiendosi il
genocidio iniziato con l'eliminazione degli indiani d'America.
Il semplice potere di questa brutalità non è forse invulnerabile alle
parole, pronunciate o scritte, che lo mettono sotto accusa? E le parole
dirette contro chi pratica questo potere non sono forse le stesse che
vengono usate in sua difesa? Vi è un livello a cui sembra giustificata anche
l'azione assurda: l'azione infatti colpisce, anche se solo per un momento,
l'universo chiuso dell'oppressione. II sistema ha in sé il meccanismo
dell'escalation e se non la si ferma in tempo essa accelera la
controrivoluzione. [...] Il risultato della lotta dipenderà in larga misura
dalla capacità dei giovani, non di integrarsi né di escludersi dalla
società, ma di imparare a ricomporsi dopo la sconfitta, a sviluppare una
nuova razionalità insieme con la nuova sensibilità, a reggere il lungo
processo educativo— indispensabile condizione per il passaggio a un'azione
politica di vasta portata. La prossima rivoluzione terrà infatti occupate
generazioni e generazioni, e la "crisi finale del capitalismo" potrà durare
anche un secolo.
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