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I partiti
socialisti europei all'inizio del secolo
Con l'intensificarsi delle tensioni e dei conflitti tra le potenze
imperialistiche europee agli inizi del Novecento, e, successivamente, con lo
scoppio della prima guerra mondiale, le idee e le politiche del socialismo
conoscono una profonda crisi nonché una decisiva trasformazione, da
considerarsi, oltre che il sintomo di un interno sviluppo, anche il riflesso
della più generale vicenda della cultura europea, a partire almeno dagli
anni Ottanta del Diciannovesimo secolo. Una "crisi di coscienza" e più
ancora "una nuova sensibilità che pone in dubbio le certezze e gli ottimismi
positivistici", rivela "la voragine ideologica del secolo XIX" (Vicens
Vives), la quale pur nel caos di opinioni, sistemi e indirizzi dava corpo a
"un'estrema pluralità di direzioni" e tendeva nondimeno "a stabilire una
nuova identità europea" (Galasso).
Il mutato carattere del socialismo nel
primo Novecento è riscontrabile, per esempio, nel netto declino della sua
attività "educativo-cooperativistica" e della fiducia nella cultura e
nel progresso. "Dove il XIX secolo — osserva Franco Lombardi — inclinava
verso uno storicismo che poteva ritrovare i suoi addentellati anche in Marx
(1818-1883) e in ogni
caso nella concezione ideologica e pratica della seconda Internazionale, il
secolo nuovo si annunzia con una fiducia nella provvidenza della storia che
trova il suo riscontro nella maggiore esaltazione o riabilitazione
dell'intervento dell'individuo, dell'elemento volontaristico o del mito, e
in generale dei valori pratici. Alla sicura ascensione economico-sociale e
agli ideali ingenui ma inconcussi della seconda metà del secolo passato
subentra, dopo il fermento e le prime stanchezze del primo quarto di secolo,
già smaliziato, la delusione della prima guerra mondiale, con la caduta
dell'Internazionale e i problemi dei socialismi più o meno 'nazionali'".
Già le avvisaglie della Grande Guerra hanno messo in crisi la Seconda
Internazionale e la sua ideologia internazionalistica e antimperialistica;
sorto nel 1889, l'organismo socialista si riunisce per l'ultima volta nel
1912, perché ormai le divisioni tra i vari partiti socialisti europei sono
divenute insanabili proprio in vista dell'atteggiamento da assumere nei
confronti dell'incipiente conflagrazione bellica. AI suo scoppio "i grandi
partiti socialisti europei occidentali, con la sola eccezione del partito
italiano, si schierano con i loro governi, così dimostrando il grado di
inserimento raggiunto nelle realtà politiche nazionali, la crisi
dell'internazionalismo proletario e la vanificazione dei propositi di
opposizione unitaria all'imperialismo dei Paesi capitalistici che era stata
oggetto di deliberati dei congressi dell'Internazionale" (Salvadori).
La vivace dialettica tra le diverse anime e correnti del socialismo europeo
è ormai divenuta radicalità e asprezza di non più componibili divisioni in
materia di tattica e strategia politica, ma anche di analisi teorica e
storica. Una divisione che si avverte sempre meno all'interno dei partiti e
molto di più in riferimento ai loro schieramenti e tradizioni nazionali.
All'inizio del Novecento, nell'area britannica, per esempio, prevale il
riformismo, mentre in Russia l'obiettivo comune di socialrivoluzionari,
menscevichi e bolscevichi è la rivoluzione contro Io zar Nicola ll. Proprio
in Russia nel 1903 c'è la precoce quanto significativa scissione dei
socialdemocratici in menscevichi e bolscevichi: i primi, seguaci di Martov
(1873-1923), non ritengono mature le condizioni sociali ed economiche russe
per una rivoluzione operaia e contadina e sostengono che tutte le energie
debbano essere convogliate per costruire un partito, pienamente partecipe
della dialettica parlamentare e della democrazia politica "borghese".
Viceversa, i secondi, capeggiati da Lenin (1870-1924), sostengono che il
partito possa e debba preparare e guidare la rivoluzione armata del
proletariato operaio e contadino.
Il revisionismo del
pensiero marxista di Eduard Bernstein

Riformismo e massimalismo, "opportunismo" e rivoluzionarismo, primato della
lotta politica oppure di quella sindacale, collaborazione o lotta di classe:
sono questi i principali e opposti poli tra cui hanno oscillato, e ancora
oscillano, le posizioni politiche dei socialisti europei. Così come
ortodossia e revisionismo del pensiero di Marx sono stati i poli tra cui
hanno oscillato le loro prese di posizione teoriche e filosofiche.
Proprio nei primi decenni del Novecento si accende infatti la polemica
contro la revisione del pensiero di Marx, compiuta in modo particolare da
alcuni tra i più autorevoli esponenti del socialismo tedesco prima, e di
quello austriaco poi. I punti del pensiero di Marx in discussione sono
soprattutto quelli relativi alla crescente proletarizzazione e
polarizzazione economico-sociale, che si sarebbero dovute verificare nelle
società capitalistiche mature, e alla concezione dello Stato come strumento
di classe.
La sistemazione teorica del revisionismo è iniziata da Bernstein
(1850-1932), il dirigente del Partito Socialdemocratico Tedesco dalle
ascendenze neokantiane e marginalistiche e profondo conoscitore del
fabianesimo inglese e dei coniugi Webb, il quale non concepisce più il
socialismo come l'antitesi del liberalismo, ma come il suo completamento. La
storia, a suo parere, ha invalidato le teorie e le previsioni
"catastrofiste" di Marx e ha dimostrato che lo Stato del Ventesimo secolo,
con il suffragio universale e l'estendersi della democrazia, non può più
essere considerato il "comitato d'affari della borghesia", ovvero uno
strumento di oppressione e amministrazione in mano alle classi privilegiate,
bensì il nuovo e più propizio terreno della contesa politica e sociale, in
cui la classe operaia può conquistare diritti e poteri ed esserne parte
integrante. "Il movimento è tutto e il fine è nulla", afferma Bernstein per
ridimensionare il carattere millenaristico, palingenetico del socialismo e
improntarlo a un maggior pragmatismo.
Nonostante l'autorevolezza e la
modernità delle tesi, il suo riformismo nei primi anni del Novecento è
respinto dalla maggioranza del suo partito, in cui predomina l'ortodossia
"di centro" di Carl Kautsky (1854-1938). Ma, sebbene politicamente battuto
nei congressi del Partito Socialdemocratico Tedesco, il riformismo
"revisionistico" di Bernstein acquista "consistenza organizzativa e spazio
nella prassi reale del movimento operaio tedesco, così come nella sinistra
di tutti i Paesi europei industrialmente avanzati, a partire proprio dagli
inizi del Novecento" (Pianciola).
Rosa Luxemburg e
Vladimir Lenin
 
L'ostilità alle teorie di Bernstein proviene soprattutto e con maggiore
radicalità dalle posizioni rivoluzionarie di sinistra espresse dalla sua
compagna di partito, Rosa Luxemburg (1871-1919). Di origine polacca, la
Luxemburg, tragicamente morta nel fallito tentativo rivoluzionario attuato
con Karl Liebknecht (1871-1919) nella Germania weimeriana del primo
dopoguerra, ha rappresentato con Lenin lo sviluppo teorico e politico
dell'alternativa rivoluzionaria e comunista del socialismo novecentesco. La
Luxemburg intuisce che l'avvento della società di massa e la pratica della
democrazia indeboliscono il miraggio della meta ultima, rappresentata
dall'integrale realizzazione della giustizia e dell'uguaglianza sociale.
Meta ultima che, secondo il suo giudizio, la crisi irreversibile e il crollo
del capitalismo, divenuto monopolistico nell'età dell'imperialismo,
avrebbero invece potuto rendere più vicina. Il movimento operaio si ritrova
a navigare "fra due scogli" ovvero, come si esprime la rivoluzionaria, "fra
l'abbandono del carattere di massa e l'abbandono dello scopo finale, fra
ricadere nella setta e precipitare nel movimento riformista borghese".
Sarà Lenin a ricadere, per così dire, in modo originale e vincente nella
"setta", riallacciandosi per certi versi alla tradizione blanquista e
contemporaneamente fondando il comunismo contemporaneo anche attraverso il
distacco e la contrapposizione nei confronti del socialismo; un distacco e
una contrapposizione che invece dopo il 1848 hanno progressivamente perso
rilievo e diffusione. Lenin teorizza e realizza il partito élitario, diretto
da un manipolo di "rivoluzionari professionali" e strutturato secondo i
principi del centralismo democratico. È "il partito organizzato come milizia
del proletariato, quale antagonista dell'imperialismo inteso come ultima
fase del capitalismo. Per questo modo il partito comunista (leninista) si
presenta da un lato come il figlio del secolo, mentre influisce, a sua
volta, potentemente sul carattere della nuova epoca" (Franco Lombardi),
segnata profondamente dalla vittoriosa rivoluzione d'Ottobre e dalla nascita
del primo totalitarismo del Novecento, quello sovietico.
Se, al contrario di Lenin, la Luxemburg ha prediletto la spontaneità degli
organismi politici e sociali di base, ha però condiviso con il
rivoluzionario russo, pur tacciato di autoritarismo, l'idea di subordinare
"ogni esperienza del movimento operaio al fine della conquista e della
pratica diretta del potere politico" e di concepire lo Stato
liberaldemocratico esclusivamente come l'organizzazione politica e giuridica
del capitalismo (Pianciola).
Sarà la prima guerra mondiale a offrire a Lenin l'occasione per colpire
l'imperialismo nel suo anello più debole: da qui si svilupperà la sua lotta
contro la guerra e le tendenze politiche prevalenti nel socialismo europeo.
Dopo aver appoggiato le conferenze di Zimmerwald (1915) e Kiental (1916)
improntate al pacifismo, Lenin indica con determinazione l'obiettivo di
trasformare la guerra in guerra civile per la conquista rivoluzionaria del
potere e l'instaurazione della marxiana dittatura del proletariato.
Socialismo, comunismo
e socialdemocrazia
L'età entre deux guerres, che ha visto l'affermarsi del bolscevismo ma anche
del fascismo, conosce, fino all'avvento del nazismo, una netta e sempre più
polemica contrapposizione tra comunisti e socialisti, che porterà a far
definire i secondi socialfascisti e socialtraditori da parte dei primi.
Ma
il periodo precedente il riavvicinamento e la collaborazione tra socialismo e
comunismo — avvenuti in virtù dell'urgenza e della necessità della più ampia
alleanza possibile contro il nazifascismo e che hanno nel VII congresso
dell'Internazionale Comunista del 1935 e nei successivi Fronti popolari una
pietra miliare— è anche un periodo assai fecondo per la rielaborazione
teorica e politica della socialdemocrazia.
Infatti già durante la crisi del primo dopoguerra e dopo il successo della
rivoluzione d'Ottobre la nozione di socialismo "comincia a caricarsi di
significato e a individuare una particolare impostazione della politica
socialista, quella dei partiti operai che non sono disposti ad attribuire
valore normativo all'esperienza russa e a riconoscersi nella precettistica
leninista" (Rapone). E se una parte minoritaria dei partiti socialisti
europei dà vita con le scissioni ai partiti comunisti, la maggioranza
respinge il totalitarismo sovietico e ribadisce la scelta della via
democratico-parlamentare, delle alleanze politiche e sociali e del
riformismo per conquistare il consenso e governare. Di più, il socialismo
europeo, sollecitato ulteriormente dalla crisi economica mondiale seguita al
crollo di Wall Street nel 1929, s'impegna in un notevolissimo sforzo
intellettuale e politico che ha come conseguenze l'affinamento e il
rafforzamento teorico e ideale delle scelte riformiste e il loro concreto
tradursi nelle prime e fondamentali esperienze di governo, improntate al
welfare state. Basti pensare alla Germania weimeriana, alla Gran Bretagna,
al Belgio, come alla Francia del Fronte Popolare di Léon Blum (1872-1950)
nella seconda metà degli anni Trenta e soprattutto alle più lunghe ed
efficaci gestioni governative della socialdemocrazia in Danimarca, Svezia e
Norvegia, consapevolmente ispirate ai principi
keynesiani.
"Le socialdemocrazie, specie quelle scandinave, affrontano le crisi del
capitalismo, e in particolare quella del 1929, secondo una concezione che
attribuisce allo Stato crescenti funzioni di controllo dell'economia
attraverso una programmazione democratica e parlamentare" (Salvadori).
Il socialismo sembra avere proficuamente avvertito che la crisi vissuta allo
scoppio della prima guerra mondiale e poi con l'avvento dei totalitarismi,
accompagnati o preceduti dalle gravissime crisi del sistema economico, altro
non è che "la crisi della stessa società dell'Ottocento, dove il momento
tragico risiede in ciò che la crisi che si produce secondo le direttrici del
processo disegnato, a grandi linee, da Marx, non si risolve tuttavia nel
senso voluto dai socialisti, benché conduca molto spesso a forme di
statizzazione o comunque di pianificazione che sembravano presentarsi come
socialistiche (varie forme del nazionalsocialismo) confondendo
ancora più le menti sulla vera essenza di un movimento 'socialista— (Franco
Lombardi).
Ma di fronte a tale sfida, come detto, i socialisti europei
complessivamente riescono, pur nei difficilissimi frangenti e tra tentativi
ed errori, a ritrovare la bussola politica che li avrebbe portati lontano,
partendo dalla revisione di vecchi concetti e dalla chiarificazione di nuove
idee.
Infatti, Kautsky all'indomani della Grande Guerra stabilisce la
stretta connessione tra democrazia e socialismo, affermando che il metodo
parlamentare e democratico è irrinunciabile e inseparabile dalla finalità
socialista e teorizzando uno "stato sociale" fondato su una "democrazia
senza classi". Il suo connazionale Hilferding (1877-1941), che coglie le
linee di tendenza generali dell'economia monopolistica, sostiene che il
nuovo capitalismo "organizzato" avrebbe rappresentato la base della futura
pianificazione socialista. Mentre il belga de Man (1885-1953) si fa teorico
del "planismo", ovvero un piano economico e sociale nazionale in grado di
dar vita a un'economia "mista", in cui la proprietà e la conduzione dei
mezzi di produzione è sia privata che pubblica.
Otto Bauer (1881-1938) e Viktor Adler (1852-1918), i maggiori esponenti
dell'"austromarxismo", reinterpretano il pensiero di Marx alla luce delle
dottrine di Kant (17241804) e di Mach (1838-1916), per considerarlo
essenzialmente un metodo di analisi storico-sociale e non un pensiero
dogmatico. E soprattutto concepiscono e valorizzano il socialismo in termini
etici, valoriali, come un'idea politica che è "solamente motivata in quella
versione dell'imperativo categorico che pretende che in ognuno venga
rispettata l'umanità e che nessuno venga considerato soltanto come un mezzo
ma in pari tempo anche come un fine"(Adler). Bauer in particolare delinea
una rivoluzione politica attuata per via democratica e maturata grazie a un
lento e diffuso processo di socializzazione dei mezzi di produzione.
Il "ghildismo"
britannico e la situazione francese
Pure il ghildismo sviluppatosi in Gran Bretagna a partire dalla prima guerra
mondiale, i cui principali teorici sono Samuel George Hobson e George
Douglas Howard Cole (1889-1959), insiste sulla necessità che lo Stato
socializzi i mezzi di produzione affidandone la gestione ai lavoratori
organizzati in "gilde nazionali". Secondo Rodolfo Mondolfo (1877-1976) il
socialismo ghildista rappresenta la "sintesi di riformismo laburistico e di
sindacalismo rivoluzionario" e, più in generale, è da considerare
l'espressione teorica più originale di quelle aspirazioni e rivendicazioni
di maggiore libertà e autonomia e di pieno sviluppo "della personalità umana
nel lavoratore" che si sono oscuramente manifestate "in mezzo alle
agitazioni incomposte successive alla guerra mondiale, specialmente nelle
richieste per le commissioni interne e per il controllo delle
fabbriche"(Mondolfo).
Per il ghildismo, che influenzerà il laburismo
inglese, il "controllo operaio" deve essere la base di una nuova democrazia
industriale, già tratteggiata dai Webb, in cui fondamentale è la creazione
di un completo sistema di sicurezza sociale del lavoratore e del cittadino.
Pur non privilegiando la dimensione economica e sociale rispetto a quella
politica, anche ìl belga Louis De Brouckère (1870-1951), nei primi anni del
Novecento, propugna l'awento della democrazia industriale e del controllo
operaio.
In Francia — dopo l'appannamento dell'indirizzo umanitario, riformista e
democratico di Jean Jaurès (1859-1914) e la diffusione delle teorie di
Georges Sorel (1847-1922), il fondatore del sindacalismo rivoluzionario agli
inizi del Novecento, basate sull'idea di creare un mito di massa in grado di
suscitare una rivolta violenta e totale del proletariato contro la
borghesia, e di passare così dalla politica al sindacalismo — il socialismo
inaugura un nuovo corso negli anni Venti e Trenta, successivamente alle
affermazioni nazifasciste in Europa e ai tentativi autoritari messi in atto
all'interno del Paese. Proprio grazie a questo nuovo corso, nonostante sia
diffusa nelle file socialiste "la convinzione che il comunismo costituisca
una degenerazione dispotica del socialismo da avversare risolutamente" e si
faccia strada nell'ambito del marxismo eterodosso la categoria
interpretativa del totalitarismo per spiegare fascismi e comunismo, si
costituisce un'alleanza tra socialisti e comunisti che è alla base
dell'esperimento del fronte popolare "con le sue finalità antifasciste e
democratiche" e che rappresenta l'indispensabile premessa dell'unità
politica "nelle lotte di resistenza durante la seconda guerra mondiale"
(Salvadori).
Il socialismo europeo
fra le due guerre
Tra le due guerre, in altre nazioni europee come l'Italia, la Germania, la
Spagna e il Portogallo, "l'area della democrazia e del socialismo arretra di
fronte all'espansione del fascismo e delle politiche autoritarie", ma in
questo modo, e con conseguenze significative, "socialismo e democrazia
condividono un'identica sorte, si compenetrarono ulteriormente, e tale
identificazione costituisce un'eredità importante per le leadership
costrette all'emigrazione e per le generazioni successive" (Degl'Innocenti).
Inoltre, questa identificazione avrebbe dato nuovo ossigeno all'elaborazione
teorica e allo sviluppo politico dell'antifascismo nella sua nevralgica fase
degli anni tra le due guerre.
Basti pensare che proprio durante il periodo del fascismo italiano, sul
finire degli anni Venti, Carlo Rosselli (1899-1937), riallacciandosi anche
alla tradizione mazziniana e al riformismo socialista di Turati (1857-1932),
elabora una nuova idea di socialismo nel suo libro Socialismo liberale,
pubblicato in Francia, dove egli è esule, nel 1930, in cui si sintetizzano
influenze politiche e culturali diverse, da de Man a Bernstein, ai Webb, da
Cattaneo (1801-1869) a Croce (1866-1952), da Rodolfo Mondolfo ad Alessandro
Levi. Intento di Rosselli è la rivalutazione del socialismo etico e
libertario per poterlo emancipare dal marxismo e dargli "una marca nuova e
pericolosa", rendendolo "erede del liberalismo", il suo "logico sviluppo".
All'idea della necessità di abbinare giustizia e libertà, di integrare
socialismo e liberalismo, Rosselli è pervenuto proprio grazie all'esperienza
dei totalitarismi trionfanti: "così, se la lezione proveniente dal
totalitarismo rosso già nel 1921 aveva portato il giovane Rosselli a
individuare nel problema di conciliare socialismo e libertà il nodo
nevralgico del proprio impegno teorico [...] l'amara esperienza del
totalitarismo nero, vissuta e sofferta sulla propria pelle, si sarebbe
rivelata determinante per definire le idee-forza del socialismo liberale"
(Angelini).
Analizzando le teorie e le esperienze del socialismo occidentale nel periodo
tra le due guerre mondiali, si può dire che nella loro pluralità e diversità
"è possibile seguire la progressiva affermazione dei caratteri politici
destinati col tempo a costituire la sintesi socialdemocratica e a dotare
finalmente il nome di socialdemocrazia di un significato positivo
sufficientemente definito.
Il processo si svolge lungo tre direttrici.
In
primo luogo s'impone l'indissolubilità del nesso tra qualsiasi progetto di
carattere socialista e la democrazia politica, intesa non solo come via al
potere, ma come principio organizzatore di ogni futuro assetto della
società. In secondo luogo nei partiti socialisti ottiene crescenti
riconoscimenti il principio della coalizione con altre forze politiche per
lo svolgimento dei compiti di governo e si manifesta la tendenza a una
modificazione delle tattiche e dei linguaggi, in modo da rendere possibile
la rappresentanza non solo di particolari interessi di classe ma di più
vaste correnti popolari. Infine il socialismo sente il bisogno d'individuare
criteri direttivi per una politica economica di breve periodo e medio
periodo che consenta di operare all'interno del mercato senza soggiacere
all'automatismo dei suoi meccanismi spontanei" (Rapone).
Proprio tra le due
guerre entra a far parte del "codice genetico del socialismo occidentale" la
pratica dell'economia mista (pubblica e privata) come "correttivo" delle
crisi cicliche oppure della libera concorrenza, o come equilibratore degli
squilibri del mercato, come "sinonimo di servizio pubblico impiegato per
combattere le ineguaglianze e per consolidare la coesione nazionale"
(Degl'Innocenti).
Queste direttrici, insieme a quella legata alla scelta atlantica ed
europeista, e queste pratiche, segnano il solco più profondo e duraturo in
cui si sono sviluppate le più significative esperienze socialiste e
socialdemocratiche europee dal secondo dopoguerra in poi, sia pure con
gradi, modi e tempi diversi: viceversa, nei Paesi ex coloniali, arabi,
asiatici e africani, la principale caratteristica del socialismo, guidato da
élite e anche da leader carismatici, è il forte richiamo all'indipendenza e
all'unità nazionale, supportato da mobilitazioni di massa, ed è netta la
prospettiva di uno sviluppo economico e sociale più egualitario e
comunitario di quello consentito dal capitalismo industriale e finanziario.
I nuovi modelli
socialisti del secondo dopoguerra
Nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale alla fondamentale
questione riguardante il rapporto con il mercato e con lo Stato, con
l'iniziativa economica privata e col potere pubblico, i partiti socialisti
orientati in senso socialdemocratico, ovvero la grandissima parte in Europa
occidentale, danno risposte che vanno tutte "verso la separazione del
concetto di socialismo da quello di socializzazione, secondo la linea
indicata dal rinnovamento teorico e politico che si era verificato negli
anni Trenta" (Rapone).
In Gran Bretagna, ispirato alle idee di Beveridge (1879-1963) e Keynes e
anche di Schumpeter (1883-1950) e Galbraith (1908-2006), il Partito
Laburista che ottiene il governo nel 1945 applica in modo assai ampio la
politica del welfare state, orientata a garantiree proteggere il cittadino
"dalla culla alla tomba". Questa politica si integra poi con la politica dei
redditi e la concertazione sindacale, inaugurando inoltre un importante
programma di nazionalizzazione delle industrie e dei servizi di base
(carbone, acciaio, ferrovie etc.), che è 'stato in seguito ridotto e
accantonato, e poi criticato, dagli stessi laburisti.
Un programma simile, ma più radicale e accompagnato da una fortissima
pressione fiscale, è portato avanti, a partire dagli anni Sessanta, dalla
socialdemocrazia svedese, già al governo del Paese a partire dagli anni
Trenta. Secondo il "piano" di Meidner (1914-2005), elaborato a metà degli
anni Settanta, i lavoratori si devono addirittura appropriare dell'apparato
industriale mediante la creazione di fondi comuni.
In Germania, alla fine
degli anni Cinquanta, al congresso di Bad Godesberg del 1959, la
socialdemocrazia tedesca respinge definitivamente l'armamentario ideologico
e teorico del marxismo, come il partito di classe e la finalità di una
società socialista, per lasciare il posto alla formula "concorrenza in
economia nella misura del possibile, pianificazione nella misura del
necessario" e alla possibilità di esperire forme concrete di cogestione tra
"capitale" e "lavoro".
In tanta parte dell'Europa latina e "mediterranea", come ad esempio in
Italia e Francia, i partiti socialisti, che pure sono stati al governo in
vaste coalizioni nell'immediato secondo dopoguerra, hanno un'evoluzione meno
lineare, almeno fino agli anni Cinquanta, avendo maggiormente risentito
della presenza e dell'influenza nei rispettivi Paesi dei più consistenti
partiti comunisti dell'area occidentale, a cui erano alleati.
In Italia,
nonostante la coraggiosa scissione attuata da Saragat (1898-1988) nel 1947
per fondare un Partito Socialdemocratico indipendente dall'URSS e dal PCI,
la maturazione in senso socialdemocratico, filoccidentale ed europeista del
PSI è lenta e travagliata, ma si conclude positivamente con l'esperienza
modernizzatrice dei governi di centro-sinistra, a partire dagli anni
Sessanta.
In Francia, dopo la crisi algerina e di Suez e l'avvento della
quinta Repubblica di de Gaulle (1890-1970), il socialismo francese risulta
particolarmente diviso e polemico al suo interno, precipitando in una crisi
che si risolve soltanto agli inizi degli anni Settanta, con la guida di
Frangois Mitterrand, destinato a far mietere importanti successi al Partito
Socialista nei decenni successivi e a ricoprire egli stesso le più alte
cariche dello Stato.
Il cosiddetto socialismo "meridionale", che include i
partiti socialisti di Spagna, Portogallo, Grecia, Italia e Francia e che
riscuote negli anni Ottanta notevoli successi elettorali e di governo, tanto
da far parlare di un modello "mediterraneo", è risultato col tempo più
pragmatico e soprattutto in grado di fronteggiare la fase assai difficile
dell'economia internazionale in quegli anni. Questi socialisti, infatti,
"non hanno potuto giovarsi, a differenza della socialdemocrazia classica, di
un'intensa crescita produttiva per ripartirne i benefici e promuovere
iniziative di Welfare, e si sono soprattutto preoccupati di creare
condizioni idonee alla ripresa dell'investimento privato e all'affermazione
sul mercato internazionale". Inoltre, i partiti socialisti "meridionali sono
prevalentemente partiti di opinione e non hanno le caratteristiche del
partito di massa, radicato nel mondo del lavoro, intimamente collegato a un
potente e strutturato movimento sindacale, come nel caso della
socialdemocrazia classica" (Rapone).
Le svolte di fine
secolo
La crisi economica iniziata negli anni Settanta con lo scacco petrolifero,
la successiva rivoluzione telematica e la "globalizzazione", che hanno
ridotto la competitività economica degli europei e incrinato il loro stato
sociale, nonché la fine del "socialismo reale" nell'Europa dell'Est, hanno
segnato una svolta per il socialismo europeo, provocando smottamenti
sociali, politici e ideologici ancora in corso dall'esito indefinito e
indefinibile. La fine del comunismo, come è stato osservato, non ha
significato, anche per le implicazioni e complicazioni economiche e
internazionali in cui è avvenuta, il trionfo politico e ideologico della
socialdemocrazia europea; e ciò perché "la forza di attrazione del suo
messaggio ideale ha anzi risentito negativamente del fallimento comunista,
come se esso investisse anche ogni altra tradizione germinata dalla radice
del socialismo ottocentesco" (Rapone).
Ma se un andamento elettorale ondivago e un certo riflusso politico e ideale
dei socialisti e dei socialdemocratici europei, di vecchia data oppure
recente, alla fine del Ventesimo secolo è innegabile, come innegabile è
l'erosione delle loro radici di classe, è anche vero che la sfida dei nuovi
tempi sembra essere stata raccolta, sia pure in direzioni diverse, che vanno
dall'accentuazione del radicalismo a quella del pragmatismo, dal più forte
ancoraggio all'identità del socialismo europeo alla contaminazione con altre
tradizioni e culture politiche (liberalismo, democrazia, ambientalismo,
cristianesimo sociale ecc.).
In Francia, Michel Rocard (1930-) propone la creazione di un nuovo blocco
progressista vivificato, dalla eclettica composizione di culture politiche
anche diverse da quella socialista; in Germania si prospetta una meta
politica denominata "democrazia sociale" e non più socialismo; in Gran
Bretagna, dove dalla fine degli anni Novanta il Labour Party di Tony Blair
(1953-) è al potere, si cerca prevalentemente una nuova sintesi tra
laburismo e liberalismo.
La ripresa dei partiti socialisti, culminata con
l'affermazione elettorale in Gran Bretagna di Tony Blair, si è avuta con una
radicale riforma del concetto di welfare state che mette in primo piano le
necessita produttive.
Alla difficile ricerca di una nuova anima, il
socialismo europeo, conscio che una lunga fase storico-politica si è
conclusa, "parla sempre di più di un passaggio dalle nazionalizzazioni al
mercato; dalla fiducia nel progresso lineare alla prospettiva di uno
sviluppo compatibile o sostenibile; dallo statalismo alla valorizzazione
delle associazioni no profit e alla responsabilità dei cittadini; dalla
lotta contro l'ingiustizia sociale a quella contro presunte nuove
ineguaglianze, prodotte nelle città da degrado ambientale, dalla diffusione
della droga, dalla criminalità organizzata e dall'immigrazione" (Degli
Innocenti).
Il dato positivo e importante è il fatto che nel 1996 l'Internazionale
Socialista si è mostrata viva e in forte espansione geografica e politica,
contando oltre 140 partiti membri, rispetto ai 20 del 1951, molti dei quali
sono costituiti dagli ex partiti comunisti dell'Europa orientale ma anche
occidentale, riconvertitisi dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989 in
partiti democratici e socialdemocratici.
Con ciò sembra essersi avviata la realizzazione di quell'"aspirazione
universalistica, presente fin dalle origini, e l'ambizione di farsi
interprete dei processi di democratizzazione dei Paesi già governati da
regimi dittatoriali o totalitari", come quelli dell'Est europeo. L'esito di
tale sfida — è stato osservato — "coinciderà con le possibilità di
affermazione nel Terzo Mondo dei valori di tolleranza, di rispetto della
persona, di uguaglianza dei diritti politici e sociali propri della civiltà
occidentale, ma anche di efficaci politiche di sviluppo in grado tra l'altro
di disinnescare la 'bomba' demografica" (Degli Innocenti). |