BISANZIO

L'INSEGNAMENTO

Il rinnovato Stato burocratico fin da principio si mostrò incline a controllare la cultura e a rendere l'insegnamento un'istituzione statale, pur non opponendosi né alle scuole private né a quelle municipali. Il potere imperiale, impersonato nell'imperatore, si estrinsecava attraverso una complessa burocrazia piramidale di funzionari, il cui reclutamento e la cui formazione dovevano necessariamente costituire una delle cure essenziali dello Stato. Preparare adeguatamente amministratori e funzionari per le necessità dello Stato imperiale fu il compito precipuo della scuola in generale e dell'insegnamento superiore, « universitario », in particolare. Questo compito venne assolto da una scuola che continuava senza alcun mutamento la scuola ellenistica, legata al paganesimo. Il cristianesimo, che pure nei primi secoli sì era scagliato contro i contenuti idolatrici, immorali dell'insegnamento tradizionale e aveva « contestato » tutto il sistema di vita greco-romano, non pensò mai di costituire proprie scuole, ma lasciava che i giovani cristiani frequentassero le stesse scuole dei pagani; anzi, lasciò persino che professori cristiani insegnassero nelle scuole pubbliche e occupassero cattedre di insegnamento pagano. La Chiesa fini con l'ammettere che la cultura antica poteva essere utile alla nuova religione sia per combattere il paganesimo con le sue stesse armi sia per evitare l'accusa di ignoranza, spesso lanciata dai pagani contro i cristiani. Il cristianesimo, cosí, non costituí, nelle tradizioni culturali, un fattore di frattura, bensí un elemento di continuità.
Del fervore di attività culturale nei primi secoli dell'impero bizantino abbiamo una grande quantità dí testimonianze. Dalla lettura delle fonti dell'epoca emerge un grandissimo numero di nomi di sofisti, di filosofi, di dotti, che, nella maggior parte dei casi, si dedicavano all'insegnamento; ma numerose sono anche le notizie di allievi che poi raggiunsero la fama e spesso ci parlano degli anni della loro formazione culturale. Professori e allievi si spostavano di città in città, percorrendo tutto l'Oriente e gli uni e gli altri ci danno notizie preziose su scuole e insegnanti, e anche sulla vita studentesca, quali non si hanno per nessuna altra epoca. Libanio (ca. 314-393) insegnò retorica a Costantinopoli, a Nicomedia, poi ancora a Costantinopoli e infine nella sua patria, Antiochia; ed ebbe allievi pagani e cristiani, tra i quali furono quasi certamente Giovanni Crisostomo e Teodoro di Mopsuestia, probabilmente Basilio di Cesarea e Gregorio di Nazianzo, e forse anche Ammiano Marcellino. Temistio (ca. 317-388), figlio di un professore di filosofia e anch'egli professore di filosofia, iniziò la sua carriera professorale a Nicomedia, ma poi passò a Costantinopoli e vi rimase fino alla fine. Proeresio (ca. 276-368) e Imerio (310-390) tennero in concorrenza cattedre di retorica ad Atene ed ebbero entrambi come alunni Basilio e Gregorio di Nazianzo. Ma anche il futuro imperatore « apostata », Giuliano durante il suo soggiorno ateniese del 355, ascoltò Proeresio, che era cristiano, ma che fu maestro ammirato di Eunapio, il biografo pagano dei sofisti platonizzanti.

Ad Atene in questo periodo prosperava un ramo vigoroso della scuola neoplatonica, che innestatosi sul tronco antico dell'Academia di Platone, produsse qualcosa di ibrido tra la metafisica plotiniana e la teurgia orientale, restando sempre nell'ambito del paganesimo. Un altro ramo del neoplatonismo prosperava ad Alessandria con tendenze piú spiccate per un razionalismo scientifico-matematico, che giunsero a confluenze nel cristianesimo. Tra i professori di Alessandria è da ricordare la nobile figura di Ipatia, vittima dell'intolleranza cristiana (415). Tuttavia l'adesione della scuola al cristianesimo, fece sí che essa sopravvivesse a quella di Atene e trasmettesse anche agli Arabi l'eredità neoplatonica.
Nei primi decenni del V secolo furono famosi i « maestri ecumenici » di diritto di Berito. Altri centri d'insegnamento superiore furono le due Cesaree di Palestina e di Cappadocia, Edessa, Nisibi ecc.

Il ruolo di Costantinopoli, come centro di cultura e di insegnamento, all'inizio non sembra essere stato diverso da quello di altre città come Antiochia o Alessandria, che per altro vantavano tradizioni secolari di cultura. Certo, retori, grammatici e filosofi dovettero accorrere nella nuova capitale, attirati dalla presenza in essa della corte imperiale, ma non risulta che Costantino abbia fondato, insieme con la città, una « università » imperiale. Ma già il suo successore, Costanzo II (337-61), provvide a costituire nella capitale una grande biblioteca imperiale e insieme uno « scriptorium », in cui un corpo di calligrafi trascriveva le opere dei poeti, dei filosofi, degli oratori e degli storici greci da vecchi rotoli di papiro in codici di pergamena. Sappiamo ciò da un discorso di Temistio (IV), pronunciato ín onore di Costanzo il 1" gennaio 357. Con tale istituzione aveva inizio il progressivo accentramento dell'organizzazione culturale nella nuova capitale, ma nello stesso tempo si determinava uno dei compiti più importanti che la città si assumeva: quello di salvaguardare per i secoli venturi la grande eredità dell'Ellade.
Fino a questo momento l'insegnamento si era svolto in una atmosfera di completa neutralità rispetto alla religione. I maestri eran cristiani e pagani ed eran seguiti dagli studenti senza distinzione di fede religiosa.
Ma Giuliano (361-63), con un editto promulgato il 17 giugno 362 (Cod. Theod. XIII, 3, 5), rompeva questa neutralità ed escludeva i cristiani dall'insegnamento: egli, identificando religione e cultura nel termine « ellenismo », non poteva ammettere che Omero, Esiodo, Erodoto, Tucidide, Isocrate, Demostene e Lisia potessero essere commentati da gente che spregiava gli dei, che essi avevano onorato. Giuliano sperò, così, di restaurare insieme l'antico ideale di cultura e la religione degli dei. Il suo fu un sogno effimero. L'11 gennaio del 364 l'imperatore cristiano Gioviano, che succedeva a Giuliano, annullava il provvedimento e i maestri cristiani tornarono ai loro posti, riprendendo l'insegnamento secondo i vecchi schemi tradizionali.
Ma se l'editto dí Giuliano testimonia il pesante intervento del potere imperiale nell'esercizio dell'insegnamento e nella scelta degli insegnanti, la costituzione del 27 febbraio 425 (Cod.
Theod. XIV, 9, 3; Cod. Just. II, 19, 1), promulgata da Teodosio II, tende al monopolio di Stato dell'insegnamento superiore. Allora si dà un'organizzazione precisa all'Università imperiale che ha sede nel Campidoglio: viene fissato l'organico del corpo docente e si stabiliscono le materie d'insegnamento: alla « romana eloquentia » vengono assegnati tre « oratores » e dieci « grammatici »; alla « facundia graecitatis », cinque « sophistae » e dieci « grammatici »; a questi si aggiungono, per far sí che si attinga dai giovani « profundior scientia et dottrina », un professore di filosofia (greca) e due di diritto (latino). Nello stesso tempo la costituzione stabiliva che i professori dovessero rinunciare a lezioni private e che non vi dovessero essere altri insegnamenti pubblici al di fuori di quelli dell'Università imperiale. Potevano solo continuare a esercitare l'insegnamento coloro che lo impartivano « privatim » e « inter parietes domesticos ».

Dalla costituzione teodosiana del 425 risulta che l'insegnamento superiore della nuova capitale era bilingue, latino e greco, ma già con lieve preponderanza del greco: sintomo molto chiaro della regressione del latino, che pure era la lingua ufficiale dello Stato e dell'amministrazione; risulta anche che nella scelta dei professori non si faceva alcuna discriminazione religiosa tra cristiani e pagani.

Soltanto nel VI secolo Giustiniano instaurò come principio di governo l'intolleranza, che pure era connaturata col cristianesimo, e sancí l'interdizione dei pagani e degli eretici dall'insegnamento: coloro che non seguivano « la Chiesa cattolica e apostolica e la fede ortodossa », eretici, giudei, pagani, non potevano « sotto le specie di una qualunque forma d'insegnamento attirare ai loro errori le anime semplici » (Cod. Just. I, 5, 18, 4); e ancor piú decisamente: « Proibiamo che un qualche insegnamento possa essere professato da coloro che sono malati della follia sacrilega degli Elleni » (Cod. Just. I, 11, 10). Conseguenza di queste misure fu la chiusura delle scuole filosofiche di Atene (529). Anche l'insegnamento del diritto fu limitato alle scuole di Costantinopoli, Berito e Roma. Ma le scuole di queste due ultime città ben presto decaddero e scomparvero. Il regno di Giustiniano costituisce, insomma, una svolta importante nell'evoluzione dell'insegnamento superiore e un passo decisivo verso l'accentramento della cultura nella capitale.

Dopo la morte di Giustiniano è difficile seguire per alcuni secoli le sorti dell'insegnamento superiore a Bizanzio, a motivo della insufficienza delle testimonianze, ma par certo che esso non abbia subito interruzione fino al periodo degli iconoclasti. Leone III (717-41) viene accusato da fonti piú tarde di aver distrutto incendiandola l'Università di Costantinopoli, per non aver potuto guadagnare alla dottrina iconoclastica i professori che vi insegnavano. Ma si tratta quasi certamente di leggenda messa in giro dall'ambiente monastico iconodulo, mentre pare naturale che la cultura abbia subito un declino a causa soprattutto delle guerre, delle persecuzioni e delle rivoluzioni che crearono in questo periodo condizioni poco favorevoli a uno sviluppo culturale.

Ma nel IX secolo, con gli imperatori del secondo periodo iconoclastico, i quali forse vollero emulare i contemporanei califfi di Baghdàd, si ebbe una ripresa brillante, che culminò, dopo la restaurazione delle immagini, con la riorganizzazione dell'Università nel palazzo della Magnaura. Nacque allora un centro da cui si irradiò la scienza e la cultura bizantina anche tra i popoli barbarici confinanti con l'impero. Nell'Università rinnovata furono coltivate tutte le branche della scienza profana. Vennero chiamati a insegnarvi i piú grandi scienziati del tempo, con a capo un dotto enciclopedico, Leone, detto il filosofo o il matematico, il quale pare che sia stato maestro anche del grande patriarca Fozio e dí Costantino-Cirillo, l'apostolo degli Slavi. Vi venivano insegnate le sette arti liberali, che fin dall'antichità pagana costituirono la base dell'insegnamento tradizionale, trasmessa poi alle scuole sia bizantine sia occidentali. Esse eran divise in due gruppi che costituivano il « trivio » (grammatica, retorica e dialettica) e il « quadrivio » (aritmetica, geometria, musica e astronomia). Le scienze del « trivio » venivano impartite nell'insegnamento di primo grado; quelle del « quadrivio » eran materia dell'insegnamento del secondo grado. Sintesi delle varie scienze era considerata la filosofia che era posta alla sommità degli altri insegnamenti. Gli scrittori classici antichi venivano studiati in tutti i gradi.

Dopo un periodo di eclissi dell'Università di Costantino, poli, alla fine del X e nella prima metà dell'XI secolo, ancora una volta l'insegnamento superiore fu riorganizzato al tempo di Costantino IX Monomaco (1042-55). Nel 1045 (o nel 1043) furono istituite nella capitale due « facoltà »: una di filosofia e l'altra di diritto. A capo della facoltà filosofica fu posto Michele Psello, l'ingegno pila brillante e multiforme del tempo, col titolo pomposo di « sommo dei filosofi »; della facoltà giuridica assunse la direzione Giovanni Xifilino, col titolo di « nomophylax » (custode del diritto). Si creava così un nuovo centro di cultura greca e di studio del diritto romano e nello stesso tempo si dava nuovo cospicuo alimento alla tradizione classica. Anche questa istituzione aveva uno scopo pratico e politico preciso: tendeva a dare un buon livello di preparazione alla burocrazia borghese, col cui aiuto il governo centrale, lungo il corso dell'XI secolo, contese aspramente il potere all'aristocrazia militare.

La nuova organizzazione universitaria di Costantino Monomaco durò con alterne vicende fino alla conquista latina della capitale (1204). Ma quando, dopo l'esilio di Nicea, il governo imperiale tornò a Costantinopolí, sotto Andronico II (12821328), si ebbe una splendida reviviscenza culturale che diede vita alla piú notevole manifestazione di umanesimo a Bizanzio, prodromo della rinascenza occidentale. Anche allora l'insegnamento superiore ritrovò la sua organizzazione sotto la direzione del grande logoteta Teodoro Metochita. Altri professori furono Massimo Planude, Niceforo Gregora, Barlaam Calabro, i quali insegnarono a titolo privato in accademie personali.
E infine una nuova riforma dell'organizzazione universitaria si ebbe ad opera di Manuele II Paleologo (1391-1425), uno dei personaggi piú colti del suo tempo: scrittore notevole finemente atticizzante, dialettico, teologo. L'Università trasferita ancora in una nuova sede prese il nome di «êáèïëéêïv Moõóåéov», che venne tradotto in latino dal Filelfo, il quale ne era stato allievo, con « Universitas litterarum et scientiarum », ed ebbe come professori Giorgio Scolario e, dopo, Giovanni Argiropulo, che già aveva insegnato greco a Padova (verso il 1434).

In questo ultimo periodo l'Università di Costantinopoli diventò anche meta di studenti occidentali: nel XV secolo un soggiorno a Costantinopoli era quasi d'obbligo come perfezionamento di una buona formazione culturale. Guarino Veronese, Giorgio Aurispa, Francesco Filelfo furono discepoli degli ultimi professori di Bizanzio e riportarono in Italia innumerevoli manoscritti greci. Cosí il patrimonio dell'Ellade antica trovava nel suolo italico il terreno piú adatto per essere accolto e per continuare a dare i suoi frutti.
Ma l'Università imperiale era destinata unicamente all'insegnamento delle scienze e delle discipline profane e serviva, come s'è detto, alla formazione dei quadri della burocrazia. Sorprende che nel mondo bizantino non vi siano state delle istituzioni efficienti per l'insegnamento della cultura religiosa e per la formazione degli ecclesiastici. Vi era certo una « scuola monastica » che aveva soprattutto il compito di avviare i novizi alla vita ascetica e alla pratica delle virtù. Ma le letture erano limitate a testi sacri, specialmente alla Sacra Scrittura e a qualche opera edificante. Questa scuola era generalmente riservata ai giovani che aspiravano alla vita monastica. E i monasteri restano per tutto il medioevo ostili all'umanesimo e alla cultura secolare: è un luogo comune dell'agiografia bizantina minimizzare la cultura profana dei santi.

Di una università teologica, che corrisponda all'università imperiale, di un'« accademia patriarcale », noi non abbiamo alcuna testimonianza precisa per il periodo alto-medievale. La prima menzione storica precisa di una scuola patriarcale, collegata alla chiesa di Santa Sofia, è dell'XI secolo. Ed è probabile che il suo sviluppo sia in rapporto con l'interesse degli imperatori della dinastia dei Comneni per problemi di teologia e di ortodossia. Il corpo docente era nominato dal patriarca e costituiva una vera e propria facoltà di teologia, il cui insegnamento si fondava principalmente sulla Scrittura. I professori infatti erano specializzati nell'esegesi dei Vangeli, delle lettere dell'Apostolo (Paolo), dei Salmi. Ma anche la scuola patriarcale subiva profondamente l'influsso dell'umanesimo tradizionale e accanto ai professori di teologia vi erano anche professori di retorica e di filosofia. Nel XII secolo insegnarono nella scuola patriarcale dotti come Niceforo Basilace, Michele Italico ed Eustazio di Tessalonica, i cui interessi non eran certamente limitati alla teologia.
Accanto a queste istituzioni ufficiali per la trasmissione della cultura e per la preparazione dí funzionari ed ecclesiastici, fiorirono in ogni tempo scuole private o accademie personali, le quali soprattutto si affermavano nei periodi in cui languiva l'Università imperiale.