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A partire da un suo testo recentissimo, “Fiore
nostro fiorisci ancora”, vorrei domandarle un chiarimento riguardo ai
seguenti versi:
“Da qui ha inizio ancora una volta
nei secoli l’anno giubilare. Si presenta
il millennio alle mie porte a prendere sostanza di futuro
e ad apportarne alla nostra incertezza e indecisione.”
Qui sembra infatti emergere un rapporto dialogico tra tradizione e
futuro, in modo che nessuno dei due può prescindere dall’altro. Qual è
dunque il valore della tradizione, in particolare della tradizione
letteraria, nel presente e quali poeti costituiscono la sua personale
tradizione?
La tradizione è la forza originaria che si trasmette di generazione in
generazione nell’empito umano e che porta a creare, a fare, a
modellare, a inventare… Questo crogiolo del tempo brucia proprio in
certe istituzioni, e la Chiesa è questo per eccellenza: un prodotto
della tradizione e dell’attesa del futuro. Quindi non è un deposito di
vite e di esempi vissuti, ma il momento in cui tutto questo si
trasforma in possibilità per il futuro. Similmente avviene per la
poesia, è il momento in cui questo carico, questo retaggio di anni, di
cose, di esperienze, che l’umanità riceve intrinsecamente, anche se
non se ne rende conto, brucia per diventare qualche altra cosa, per
diventare prospettiva, speranza per il dopo. Quindi la poesia richiede
una visione unitaria del tempo: se c’è questa si valorizzano e si
spiegano i veri significati di queste parole: tradizione e programma
del futuro. Per quanto riguarda i poeti che hanno costituito per me
una tradizione, c’è da dire che una tradizione è difficile da
localizzare perché essa è una grande forza. Tuttavia per me hanno
avuto una trasparenza e un apice visibile Dante, Leopardi e Omero,
nell’Odissea soprattutto: ci sono alcuni testi da cui non si può
prescindere. Magari uno non li ha letti, li ignora o crede di
ignorarli ma ce li ha dentro di sé: inevitabilmente dunque è
tradizione perché è entrata nella storia, nel ciclo dell’umanità. Io
sono sicuro che i muratori là fuori non hanno letto l’Odissea, ma
l’Odissea è dentro di loro. Un altro testo molto importante di questo
tipo è Giobbe, nella Bibbia.
Quindi è come se le parole di un testo, di una poesia, fossero le
depositarie di questa forza vitale che spinge.
Certo, la poesia è un po’ la depositaria dell’umano che c’è
nell’umanità, perché nell’umanità c’è anche parecchio di subumano o di
abumano, che oggi è anche molto intensificato. Quello che c’è di umano
è il linguaggio dell’uomo nonché l’uomo che lo detiene, però non come
una preziosità inerte, ma come una cosa che deve vivere. Il linguaggio
è alle prese con se stesso continuamente, per uccidere quello che è
morto, quello che sta morendo, quel che non ha più senso e per
ripristinare lo spirito che l’ha dettato. La lettera è lo spirito, la
lettera dev’essere continuamente abolita per far posto allo spirito,
questo è il dramma intrinseco della creazione letteraria e la
dialettica continua dello spirito stesso. Le avanguardie traducono
vistosamente un processo che si verifica a tutti i livelli in tutti
gli scrittori, gli artisti, gli uomini che usano la parola per dire,
non per non dire, perché si usa la parola alcune volte per mentire,
per deviare. No! Questo lo sanno in particolare i poeti ma anche
chiunque altro, come gli uomini di chiesa, chi fa un’omelia sa che non
può essere morta lettera, dev’essere spirito, parola viva, che si
rivela a lui stesso mentre la dice. Questo è difficile, però ci sono
uomini così. Ricordo sempre un sacerdote che mi è stato vicino e che
mi dava l’impressione di vivere la parola che diceva, che si rivelava
lei stessa nell’atto in cui egli la diceva nella sua profondità.
Perdere questo stupore nei confronti della parola è l’inizio di una
separazione dal rapporto tra persone, è una forma di incomunicabilità,
la parola morta nega il rapporto.
La parola usata, convenzionale, burocratica è il contrario della
parola, dunque non congiunge, non annuncia, non dice quindi non è
propizia alla comunicazione.
Nella nobiltà della poesia c’è sempre un margine di astrattezza
rispetto alle decisioni, alla drammaticità della vita reale. Si è mai
sentito infastidito da questo scarto?
Questo era vero quando io ancora credevo, forse implicitamente, che la
poesia fosse un “a sé”, qualcosa che in se stessa esistesse, e allora
cercando questa poesia potevo sentire la zavorra, il peso della vita
concreta. Ma questo io ho cessato di crederlo da molto tempo e ho
convertito questa divergenza in convergenza, la poesia è nelle cose,
che non sono simbolo di cose, sono le cose, e io vorrei lavorare su
quelle, cose concrete, cose psicologiche, cose morali, argomenti
esperiti, vissuti e da vivere. Questa drammatica scissione non la
sento più: è drammatica la vita ma è drammatica anche la poesia, non
c’è una divaricazione. La parola che io cerco va dentro questo
processo che investe tutto il tu per tu dell’uomo con le cose che lo
aspettano, che deve superare o che deve assecondare. Questo margine di
astrattezza che lei attribuisce forse ci sarà ancora, questo però io
lo sentirei, se ci fosse, come una zona da riempire e come una mia
inadempienza. (N.d.R.: rumore di martellate contro il muro provenienti
da sopra il soffitto). Sono sul tetto... speriamo che non vengano giù!
Per me il tentativo di capire che cosa sia la poesia, è maturato
soprattutto frequentando un corso universitario di filosofia antica
sulla “Poetica” di Aristotele. In questo testo, Aristotele afferma che
il fine della poesia è “dire l’universale”, non il particolare come
invece fa lo storico. Nella sua poesia percepisco un lavoro che tende
verso questo universale e in fondo, anche rispetto ai miei studi di
filosofia, sento la poesia più vicina se intesa in questo modo. Vorrei
sapere se ritiene questo paradigma ancora valido?
Io credo di sì. La poesia può parlare del particolare, anzi,
generalmente ha per oggetto il particolare, ma è proprio esso che
evoca l’universale, per esempio, quando Leopardi parla del sabato del
villaggio o della quiete dopo la tempesta, parla del particolare, la
gallinella: cose minime che pure hanno subito una risonanza che si
sente universale, ciò che appartiene alla poesia è di avere questo
alone di universalità anche nelle minime cose. Questa caratteristica
della poesia è indicibile, è indefinibile, non si può circoscrivere in
una formula, però è un fatto che esiste. C’è poi una poesia che ha in
particolar modo per oggetto o per sfondo l’universale: per esempio i
Sepolcri di Foscolo, dove si arriva nello stesso tempo a delle
concrezioni di oggettività molto particolari e di senso esplicito, in
un carme di respiro illimitato, universale.
È vero che nella mia poesia il tentativo di “dire l’universale” si fa
esplicito. In fondo io ho avuto anche inclinazioni, predilezioni per
la filosofia, che ora si sono rinnovate...
Lei è stato amico di Enzo Paci...
Sì, anche di Enzo Paci. Il contatto diretto con la metodologia post
idealista, che avevo come esempio, fece sì che ne fossi deluso, e
quindi sentii che la vera interpretazione dell’umano che io cercavo
era negli scrittori, nella poesia e non nei filosofi contemporanei.
Oggi c’è stata una ripresa, io sono amico di alcuni filosofi, e vedo
che c’è la coscienza di avere dall’Ellade perduto molti colpi, la
filosofia è diventata più un’ingegneria, per molto tempo, che una
conoscenza progressiva. Leopardi disse di non considerare molto la
filosofia moderna e di sentire di essere lui il filosofo; aveva
ragione, perché era l’unico ad essere tornato ad una filosofia
naturale. Per questo motivo, ultimamente ho dato molta importanza a un
libro che si intitola “Sguardo e destino”: si tratta di un esame
vissuto personalmente del travaglio della filosofia occidentale. È un
tentativo anche un po’ deleterio, una dichiarazione di fallimento a
tal punto dolorosa da risultare addirittura edificante. Questa
filosofia nuova, Cacciari ad esempio, mi interessa. Ho divagato un po’
per dire che è esplicito nella mia poesia un fine conoscitivo, che ha
anche i suoi connotati, non so se buoni o cattivi.
Ci sentiamo dire - e personalmente intuiamo - che al momento una
certa forma di decadimento e di sfiducia nella nostra cultura e
tradizione occidentale da molti viene percepita come reale. Si parla
di una sorta di neopaganesimo e di un conflitto in corso con certe
forze che cercano di difendere questa visione. Vorremmo sapere come ha
vissuta e se ha percepita come reale la preoccupazione di alcuni,
anche della Chiesa, di difendersi rispetto a questo conflitto.
Il sottofondo diciamo pagano è forte, è sempre stato molto forte. La
Chiesa lo ha addomesticato varie volte, senza respingerlo, e ha
lavorato per trasformarlo in devozione; è il suo compito, pensi per
esempio ai papi dell’Umanesimo. Io stimo molto questo Papa, anche se
teologicamente non voglio pronunciarmi, però apostolicamente sì. Egli
vuole entrare nel territorio ancora chiuso o inesplorato e dove ancora
c’è questo paganesimo: diciamo questa parola vaga, ma il paganesimo ha
sempre continuato a lavorare e ad esserci, a proliferare fra noi. Oggi
ci si accorge - contrariamente a quanto realizzato dal Papa - che si
sono spesi molto tempo ed energia, in questi millenni, non tanto per
edificare quanto per acconciarsi in un certo modo al potere, si sono
cercate garanzie, anche in un modo auto-protettivo. E questo lo dico
anche per la letteratura: anche la letteratura, in questi due
millenni, ha rivelato grandi aspetti dell’umano, ma ha anche
cincischiato molto; quanta poesia ha parlato di poesia, si è parlata
addosso, e anche la Chiesa lo ha fatto. Questo si sente oggi, perciò
questo lavoro del Papa mi pare importante: questo andare “ad gentes”,
perché in questo esercizio di aperture e di generosità la Chiesa
migliora se stessa. Naturalmente anche questo ha contribuito a dei
contrasti interni a tutte le curie, eccetera, però la sostanza di un
pontificato positivo come questo è molto desta oggi. Questa epoca che
si apre effettivamente non è il millennio, però si stanno dibattendo e
combattendo cose decisive per l’uomo, per l’umanità, per la specie,
per la responsabilità umana. Questo cristiano che sarà all’uscita dal
tunnel in cui siamo ora, probabilmente vorrà riprendere il discorso
all’origine, all’insegna dell’essenziale. E questo lo dico anche per
la letteratura. Quindi sarà un Cristianesimo agguerrito, ma agguerrito
proprio secondo i convincimenti che la Chiesa ha tesaurizzato,
lasciandoli anche poi un po’ appannare.
In una recente intervista che è stata fatta su Panorama a un
importante personaggio della cultura, è stato chiesto dal giornalista
quale pericolo questi ritenesse più rischioso per i giovani:
l’ideologia, l’utopia o il contemporaneo cosiddetto cinismo
consumistico. È stato risposto che è l’ideologia, in quanto tende a
diventare pregiudizio su tutta la realtà. Noi vorremmo chiederle cosa
ne pensa, cioè qual è il vero rischio per la gioventù da un punto di
vista culturale?
L’ideologia tende a formalizzare, circoscrive e formalizza: cosa che
non è nello spirito cristiano, che non dovrebbe essere nello spirito
cristiano. L’ideologia è una caratteristica del potere. La Chiesa e il
Vangelo devono ancora esplodere, il loro discorso è ancora nuovo, in
via di facimento e di significazione. Quindi l’ideologia può essere un
congelamento, un rischio di anchilosi dello spirito che c’è nel
Vangelo. L’utopia è dovunque, l’utopia è trasversale, è frutto
dell’esperienza umana, è un fiore. Non è un’escrescenza nociva, è un
fiore, può essere e qualche volta è stata nefasta: ma insomma non
circoscrive. E poi il consumismo è un accidente del tempo, che di
certo non rientra nella filosofia.
Io vorrei chiederle, dal momento che lei è anche stato docente
universitario, un parere sulle nuove trasformazioni. A me sembrano
voler modellare la scuola italiana, che è sempre stata qualcosa di
invidiato dagli altri paesi, a modelli anglosassoni per una presunta
unità culturale europea. Questo non è forse un venir meno alla grande
cultura italiana e alla comunicabilità in seno all’eredità della
cultura italiana?
Sì, sono d’accordo, rispondo di sì insomma. Infatti la soggezione a
modelli stranieri è una cosa sulla quale bisogna distinguere: non si
può vendere, svendere tutto. Certamente abbiamo da imparare:
soprattutto per quel che riguarda le facoltà scientifiche, tecniche e
tecnologiche, come certamente ingegneria e già medicina neanche tanto.
Certamente la sperimentazione, gli studi e la ricerca che possono fare
in certi settori sono esempi che confluiscono in condizioni del tutto
diverse dalle nostre, ma insomma sono invidiabili: detto questo, mi
rifiuto decisamente di prendere per buono tutto quello che loro fanno.
Sono stato in quella commissione, poi non potei partecipare perché
ebbi un infortunio: però scrissi un paio di lettere a Berlinguer
dicendo - allora si parlava delle scuole superiori - “Non disfate il
liceo classico”. Si obietterà che esso si è costituito in questa forma
in epoca fascista, ma che cosa mi importa? È una cosa felicemente
riuscita; certamente qualche aggiustamento anche lì va fatto, ma da
qui a disfarlo ce ne passa. Ho paura che abbiano veramente confuse le
acque: c’è qualcosa di vecchio che va certamente smobilitato, però
bisogna rimanere fermi in certe cose che perdipiù vengono o venivano a
loro volta prese a modello. È un lavoro che non conosco, non lo ho
seguito, però da certi episodi vedo che c’è qualche rischio. Di Mauro
dovrebbe essere una persona seria, lui credo non incorra negli errori
di Berlinguer. Anche Berlinguer è una persona seria, era stato persino
rettore a Siena e quindi la scuola la conosceva, insomma la conosce,
certe sue idee poi però derivano dal fatto che si è lasciato prendere
la mano dai provveditori. Il risultato è che ora è tutto da rifare.
Parlando con un docente di letteratura italiana della nostra
facoltà, siamo stati consigliati di andare cauti nello scrivere versi
quando si ha la nostra età. Questo mi spinge a chiederle come lei ha
iniziato a scrivere poesia, come è venuto prendendo coscienza del
ruolo che ha nella sua vita e come consiglia a noi di fare per capire
meglio.
Qui è già difficile dare consigli, comunque io vi rispondo
narrativamente. Anch’io come tutti ho avuto da bambino la mia
precocità: ho scritto cose che volevano essere poesie, anche se non
sapevo neppure cosa fosse una poesia. Ma avevo bisogno di scrivere
qualcosa ogni tanto, perché la vita mi sembrava già allora più
importante se riuscivo a scrivere, acquistava valore dall’essere
scritta. Significava avere un dopo: un momento bello è più bello se io
lo posso prolungare attraverso la scrittura. Poi quando sono stato al
ginnasio o al liceo mi attraevano nei libri e nelle antologie alcuni
poeti, moderni soprattutto, che erano come curiosità proibite e
sentivo che c’era un modo diverso di considerare il linguaggio. Questo
lo sentivo oscuramente e già avevo questo interesse, questa
attrattiva, che però non era esclusiva perché io al liceo avevo
interesse anche per la filosofia, soprattutto per la filosofia greca.
Naturalmente anche questa filosofia che io vagheggiavo era una
filosofia molto poetica: quando mi accorsi che la poesia non c’entrava
nulla rimasi deluso. Io ho avuto il senso che sarebbe diventato il mio
stato elettivo quando a quell’età ho scritto “La Barca”, cioè quando
mi resi conto definitivamente che non sarei andato avanti nello studio
della filosofia. Infatti incominciai a sentire che nella letteratura
c’era una attendibilità conoscitiva persino maggiore riguardo all’uomo
moderno: avevo letto o incominciavo a leggere Joyce, Orwell, Proust e
altri. Scrissi il mio primo libretto, “La Barca”, tutto in pochi mesi:
quanto pubblicato è minimo come dimensioni, mentre la raccolta
manoscritta era molto formosa, perché scrivevo molto. Poi la ridussi
al minimo per pubblicarla, la amputai: lo feci perché volevo
testimoniare me stesso più attraverso la significatività che
attraverso la bellezza. Allora sentii che avevo ingranato, cioè che
questa cosa era entrata dentro di me, dove io volevo essere raggiunto
dal pensiero e dalla verità, da una verità ipotetica naturalmente. Ho
capito che c’era una collusione profonda tra me come uomo di natura,
come ragazzo, e questo lavoro che stavo facendo. Capii questo, e
allora mi dissi: “Facciamo questo perché questo è mio” - questo è mio
finché dura, infatti fu una stagione, neanche un anno ma scrissi
molto. Qualche volta qualcuno ritrova delle cose scritte allora: “Ma
perché le ho lasciate fuori?”, mi domando. Perché avevo voluto
essenzializzare e non manifestare. Uno deve sentire questo, su questo
non c’è nessuna considerazione esterna che possa giovare, questo uno
lo deve sentire: sono nel mio centro quando tocco qualcosa che non
avrebbe neppure cittadinanza o presenza se non fosse detta, raggiunta
da queste parole. Questo io lo sentivo intensamente: è un lavoro - no,
non è un lavoro, questa è un’attenzione che uno deve avere.
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