J. Burckhardt: I libri e gli studi nel Rinascimento
'Il grande storico svizzero
Jacob Burckhardt
diede, con il suo capolavoro La civiltà del Rinascimento in Italia (1860), un
contributo fondamentale all'interpretazione della transizione dal Medioevo alla
nuova cultura rinascimentale. In queste pagine si indaga sulla diffusione e
l'organizzazione delle grandi biblioteche private e sulla loro funzione
all'interno della rinascita del sapere antico.
[...] La fondazione della biblioteca
di Urbino (ora in Vaticano) si deve soprattutto all'iniziativa di Federico di
Montefeltro, che aveva cominciato la sua collezione ancor bambino e in seguito
mantenne sempre al suo servizio trenta-quaranta scrivani, investendovi almeno
30.000 ducati in tutta la sua vita, come attestano accreditate stime. Gran
merito per averla arricchita e completata va poi a Vespasiano, come egli stesso
riferisce in pagine degne della più viva attenzione, in cui ci offre la
rappresentazione ideale di una biblioteca dell'epoca. A Urbino, per esempio,
erano custoditi in quel tempo gli inventari della biblioteca Vaticana, di quella
fiorentina di S. Marco, della Viscontea di Pavia e addirittura della biblioteca
di Oxford, ma, si osserva con fierezza, la biblioteca locale era assai meglio
rifornita di tutte queste per quanto riguarda i testi completi di ogni singolo
autore. Forse, nel complesso, vi dominavano ancora i libri medievali e gli
scritti di teologia, tra gli altri le opere complete di Tommaso d'Aquino, di
Alberto Magno, di Bonaventura e così via; tuttavia, nella biblioteca erano
rappresentati molti campi del sapere, basti ricordare che vi si trovava la più
esauriente collezione di testi medici allora disponibile. Tra gli autori
'moderni' figuravano in particolare i grandi scrittori trecenteschi, quali Dante
e il Boccaccio con la loro intera produzione letteraria; spiccavano quindi 25
eminenti umanisti, anch'essi presenti con tutte le loro opere in latino e
italiano, nonché con le traduzioni. Gli scritti dei Padri della Chiesa
costituivano la stragrande maggioranza dei codici greci, fra i quali, però,
nella serie dei classici, erano anche annoverate le opere complete di Sofocle,
Pindaro e Menandro: codice, quest'ultimo, che parrebbe essere rimasto a Urbino
assai poco, poiché, altrimenti, i filologi lo avrebbero pubblicato di lì a
breve.
Ma disponiamo, inoltre, di varie cognizioni riguardanti il modo in cui in quegli
anni proliferarono manoscritti e biblioteche. Acquistare direttamente un
manoscritto di una certa antichità, che contenesse un testo raro, o il solo
integro oppure semplicemente unico, di qualche classico, era pur sempre
questione di fortuna ed esulava dalle normali circostanze. Tra i copisti, coloro
che conoscevano il greco godevano di maggior dignità e potevano fregiarsi
dell'appellativo onorifico di 'scrittori': furono e rimasero sempre un'esigua
minoranza, ricevendo compensi molto elevati. I più, quelli che venivano detti
soltanto copisti, erano in parte scrivani, che vivevano esclusivamente del loro
lavoro, in parte eruditi di scarsi mezzi, che dovevano arrotondare i loro
guadagni. Curiosamente, nella Roma del periodo di Niccolò V la gran maggioranza
dei copisti proveniva dalla Francia e dalla Germania, da dove forse erano giunti
per chiedere favori alla Curia e nel frattempo tentavano in quel modo di
mantenersi. Ora, quando Cosimo de' Medici decise di creare in breve tempo una
biblioteca per l'abbazia presso Fiesole che egli amava particolarmente, convocò
Vespasiano, il quale gli suggerì di avvalersi dell'opera dei copisti rinunciando
all'idea di acquistare i volumi sul mercato, poiché non vi avrebbe trovato quel
che cercava; fu così che Cosimo stabilì un fondo giornaliero insieme a
Vespasiano, e quest'ultimo stipendiò 45 scrivani, che approntarono 200 volumi
nell'arco di 22 mesi. Niccolò V stese di proprio pugno la lista che servì da
guida e la inviò a Cosimo. (Com'è ovvio, i testi ecclesiastici e ciò che serviva
per il servizio del coro vi occupavano uno spazio preminente).
La scrittura aveva forme nitide ed eleganti, secondo lo stile introdotto in
Italia già nel secolo precedente e che rende i libri dell'epoca belli anche solo
a vedersi. Calligrafi raffinati erano anche papa Niccolò V, il Poggio, Giannozzo
Manetti, Niccolò Niccoli e altri illustri dotti, che non tolleravano le
scritture poco aggraziate. Gli altri decori, pur non ricorrendo ad alcuna
miniatura, erano ispirati al massimo buon gusto, come mostrano soprattutto i
codici della biblioteca Laurenziana, che recano fregi lievi e lineari in
apertura e alla fine. Il materiale su cui si scriveva, trattandosi di grandi
signori, era sempre la pergamena rilegata in velluto cremisino con tarsie
d'argento. Di fronte a una simile concezione, per cui la venerazione per il
contenuto di un'opera veniva sottolineata dall'eleganza del suo aspetto
esteriore, si può ben comprendere come i libri stampati, che d'improvviso
cominciarono a circolare ovunque, non ottennero da principio troppi consensi.
Federico da Urbino 'si sarebbe vergognato' di avere un libro stampato nella sua
biblioteca! Tuttavia, gli stanchi copiatori – non coloro che lo facevano per
mestiere, ma i molti che per disporre di un testo dovevano copiarlo – furono
entusiasti della novità germanica. In Italia, e per lungo tempo in Italia
soltanto, essa fu ben presto sfruttata per divulgare i classici latini e poi
anche greci, il che avvenne con maggior lentezza di quanto ci si potesse
attendere dato il generale interesse suscitato da simili autori. Poco più tardi,
il moderno ruolo reciproco di scrittori e stampatori cominciò ad assumere
contorni più netti, e all'epoca di Alessandro VI nacque la censura preventiva,
perché ormai non era più così semplice distruggere un libro, come qualche tempo
prima Cosimo aveva potuto ottenere da Filelfo, impegnatosi formalmente.
[...] Vi è una cerimonia simbolica
assolutamente tipica di questa prima generazione di poeti-filologi, che rimase
in voga anche nei secoli XV e XVI, pur smarrendo via via l'elevato pathos:
intendiamo riferirci all'uso di incoronare i poeti con un serto di alloro. La
cerimonia ha origini che si perdono nei bui secoli del medioevo e mai si è
definito un rituale fisso: era una pubblica manifestazione, un attestato
onorifico reso al valore letterario, e, proprio per ciò, aveva forme mutevoli.
Sembra, per esempio, che Dante la considerasse una sorta di consacrazione
religiosa e voleva incoronarsi da sé presso il Fonte battesimale di S. Giovanni,
dove egli stesso e molte migliaia di Fiorentini avevano ricevuto il battesimo.
Secondo il suo biografo, tale era la fama di Dante che egli avrebbe potuto
ottenere ovunque l'alloro, ma, poiché desiderava riceverlo in patria, ne morì
privo. Lo stesso biografo tramanda inoltre che fino in quell'epoca a Firenze non
vi fu mai tale tradizione, comunemente considerata un costume dei Romani, che lo
avevano ereditato dai Greci. I ricordi più vicini risalivano infatti alle gare
capitoline, ricalcate sul modello greco, tra suonatori di cetra, poeti e artisti
di altro genere, che, a partire dall'età di Domiziano, si tenevano ogni cinque
anni e che parevano fossero proseguite ancora per qualche tempo dopo il crollo
dell'Impero d'Occidente. Considerando che non molti, seguendo l'aspirazione di
Dante, osassero incoronarsi da se stessi, venne spontaneo domandare a quale
autorità avrebbe dovuto essere affidato simile compito. Albertino Mussato venne
incoronato a Padova dal rettore dell'università; per l'incoronazione del
Petrarca scesero in lizza (1341) l'università di Parigi, di cui allora era
rettore proprio un fiorentino, e l'autorità municipale di Roma; peraltro, il re
Roberto d'Angiò, che lo stesso Petrarca si era scelto quale esaminatore, avrebbe
di buon grado celebrato la cerimonia a Napoli, se il poeta non avesse
notoriamente preferito sopra ogni altra l'incoronazione in Campidoglio per mano
del senatore di Roma. In seguito a tale esempio, il Campidoglio fu per anni il
culmine delle ambizioni, cui aspirò, fra i tanti, il celebre magistrato
siciliano Jacopo Pizinga. Giunse, quindi, in Italia Carlo IV, che si mostrò ben
lieto di soddisfare la vanità degli uomini ambiziosi e di guadagnarsi il favore
della popolazione con solenni cerimonie. Partendo dal presupposto che un tempo
il privilegio di incoronare i poeti spettasse esclusivamente agli imperatori
romani, e dunque a lui personalmente, a Pisa egli offrì l'alloro al dotto Zanobi
da Strada, suscitando il risentimento del Boccaccio che ostinatamente rifiutava
di ammettere la reale validità di questa laurea pisana. E, in verità, era anche
leggittimo chiedere se quello straniero, mezzo slavo e mezzo tedesco, avesse
davvero il diritto di giudicare il valore profondo dei poeti italiani. A
Dispetto di ciò, comunque, altri imperatori di passaggio coronarono qua e là
alcuni poeti, e di fronte a tale esempio, nel XV secolo, anche i pontefici e i
principi non vollero essere da meno finché si giunse a non curarsi più del luogo
né delle circostanze. A Roma, quando era papa Sisto IV, l'accademia di Pomponio
Leto assegnava corone d'alloro secondo il proprio giudizio. I Fiorentini ebbero
la delicatezza di coronare gli umanisti della loro città solo dopo morti: tale
onore andò così a Carlo Aretino e a Leonardo Aretino, per il primo dei quali,
davanti al popolo riunito e ai membri del Concilio, recitò l'epitaffio Matteo
Palmieri, mentre per il secondo toccò a Giannozzo Manetti. Tali circostanze
prevedevano che l'oratore parlasse stando a capo del feretro, ove il defunto
giaceva completamente vestito di seta. Inoltre, Carlo Aretino fu commemorato in
Santa Croce, con uno tra i più pregevoli monumenti del periodo rinascimentale.
[...] Il grande sviluppo di buona parte
delle Università d'Italia ebbe inizio solo durante i secoli XIII e XIV, allorché
il crescente benessere imponeva una più severa attenzione nei confronti della
cultura. Da principio esse avevano in genere tre cattedre: una di diritto
canonico, una di diritto civile e una di medicina; altre tre se ne aggiunsero in
seguito, quella di retorica, quella di filosofia e una cattedra di astronomia,
che di solito, benché non sempre, formava un tutt'uno con l'astrologia. Gli
insegnanti percepivano stipendi molto differenti, in qualche caso consistenti
addirittura in un capitale versato di tanto in tanto. Il diffondersi della
cultura portò con sé contese e gelosie, cosicché una Università tentava di
sottrarre all'altra i maestri più rinomati, e a causa di ciò è accaduto che
Bologna sia talora giunta a sacrificare metà delle rendite dello Stato (20.000
ducati) per l'Università. Ordinariamente, le nomine erano assegnate solo per
periodi prestabiliti, magari di un unico semestre, e i docenti vivevano quindi
un'esistenza nomade, come gli attori; alcuni, comunque, ottenevano contratti a
vita. A volte dovevano garantire che in nessun altra Università avrebbero
ripetuto quel che avevano già insegnato in altro ateneo. Vi erano, inoltre,
docenti non stipendiati, ovvero liberi.
Per un umanista, la più ambita fra le cattedre sopra citate era certo quella di
retorica; ma si poteva candidarsi anche come docente di giurisprudenza, di
medicina, di filosofia o di astronomia, poiché tutto dipendeva dal bagaglio di
nozioni che aveva riguardo l'antichità. I rapporti intrinseci della scienza
erano ancora assai mobili, allo stesso modo delle condizioni estrinseche dei
maestri. Bisogna ancora ricordare che alcuni giuristi e medici percepivano i
compensi più elevati, soprattutto i primi che lo Stato retribuiva per le
consulenze, per la trattazione delle sue cause e dei suoi processi. A Padova,
nel XV secolo, un professore di diritto fu pagato 1000 ducati annui, mentre per
un illustre medico si propose un onorario di 2000 ducati e il diritto di libera
pratica, quando sino allora a Pisa era stato pagato con 700 fiorini d'oro.
Allorché il giureconsulto Bartolomeo Soncini, che insegnava a Pisa, accettò dal
governo veneziano una cattedra a Padova e voleva partire per quella città, la
Signoria di Firenze lo trasse in arresto e acconsentì a rendergli la libertà
solo dopo il versamento di una cauzione pari a 18.000 fiorini d'oro. È proprio a
motivo dell'alta considerazione in cui erano tenute tali professioni speciali,
che si può comprendere come filologi insigni abbiano aspirato a cattedre di
diritto e di medicina, mentre d'altro canto chi teneva a insegnare pubblicamente
una qualsiasi materia, si vedeva sempre più forzato a dedicarsi a discipline
umanistiche. Dell'attività degli umanisti in campi diversi si avrà modo di dire
fra poco.
Tuttavia le cattedre dei filologi, come tali, che talora fruttavano anche
stipendi piuttosto cospicui e compensi straordinari, rientravano per lo più nel
novero di quelle instabili e temporanee, tanto che uno stesso maestro poteva
prestare la sua opera in varie Università. Evidentemente si apprezzavano i
cambiamenti, nella speranza che questi permettesero di udire sempre qualche
novità da ogni nuovo arrivato, cosa peraltro ben comprensibile poiché la scienza
era ancora in via di formazione e dunque anche particolarmente legata alla
personalità dei singoli.
Jacob Burckhardt, La civiltà del Rinascimento in Italia.