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Il testo è una parte
del saggio di James Hillman dal titolo "Blu alchemico e unio mentalis"
pubblicato nel volume La pietà filiale, a cura di Francesco Donfrancesco,
edito da Moretti & Vitali.
Il passaggio dal nero al bianco si compie talora attraverso una gamma di
altri colori, i blu più scuri in particolare, i blu dei lividi, della
sobrietà e dell'esame di coscienza puritano, i blues dello slow jazz.
Il colore dell'argento non era soltanto il bianco, ma anche il blu: Ruland
elenca 27 tipi di argento dal colore blu e Norton scrive che «l'argento si
può agevolmente trasformare nel colore della lazulite, perché... insita
nell'argento, prodotto dall’aria, è la tendenza ad assomigliarsi al colore
del cielo».
È di tale forza l'associazione del blu con l'argento e con l'imbiancamento,
che persino la chimica moderna, nel discutere la testimonianza alchemica (l'originarsi
di un pigmento blu dall'argento trattato con il sale, l'aceto, eccetera),
ritiene che gli alchimisti avessero una qualche giustificazione fisica a
noi ignota, a conferma di quanto asserivano.
Ma tale asserzione non si fonda piuttosto sulla fantasia?
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Tullio Pericoli: "Sotto le stelle" 1985
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Sull'argento sofico di un'immaginazione imbiancata che sa
che nell'inargentarsi il blu è presente, e quindi lo vede?
La fase blu che separa il bianco dal nero assomiglia alla tristezza che
emerge dalla disperazione nel suo procedere verso la riflessione.
Riflessione che proviene da una distanza blu, o in essa anche ci
introduce, non tanto come un nostro atto di concentrazione, ma come
qualcosa che in noi si insinua quale una fredda, isolante inibizione.
Questo ritrarsi verticale assomiglia anche a uno svuotarsi, al crearsi di
una "capacità" di accoglienza, o di un ascolto profondo - già un presagio
dell'argento.
Sono queste le esperienze che Goethe associa al blu: «Il blu reca ancora
con sé un principio di oscurità... è potente, come colore, ma appartiene
alla serie negativa, e nella sua purezza più elevata è quasi una negazione
stimolante... una sorta di contraddizione tra eccitazione e riposo. Come
ci appaiono blu il cielo in alto e i monti più lontani, così una
superficie blu sembra allontanarsi da noi... ci trascina al suo seguito.
Il blu ci da un'impressione di freddo e quindi, ancora, ci fa memori
dell'ombra. Abbiamo già parlato della sua affinità col nero. Le stanze
dipinte di blu puro sembrano in qualche misura più larghe, ma al tempo
stesso vuote e fredde... gli oggetti visti attraverso un vetro blu (sono)
lugubri e melanconici».
Ma la tristezza non è tutta del blu: anche un tumultuoso dissolversi della
nigredo può mostrarsi attraverso"blue movies" (film pornografici), "blue
language" (linguaggio blasfemo), nell'amour bleu, nei barbablù, nelle
"blue murder" (minacce di carneficina), e nel corpo cianotico. Quando
insorgono fantasie Animus-Anima di questo genere, perverso, pornografico,
agghiacciante o vizioso, è all'interno della transizione del blu verso
l'albedo che possiamo situarle; potremo allora cercare tracce d'argento
nella violenza, perché vi sono modi di riconoscersi che prendono forma
nell'orrore e nell'oscenità.
La putrefactio dell'anima genera una nuova coscienza animica, un
radicamento psichico che deve includere esperienze infere proprie di
Anima, le sue affinità con il perverso e la morte.
Il blu scuro del manto della Madonna genera molte ombre, e sono quelle che
le danno profondità di comprensione; proprio come la mente formata sulla
Luna è vissuta con Lilith, cosicché il suo pensiero non può mai essere
ingenuo, non può cessare mai di sprofondare verso le ombre.
Il blu protegge il bianco dall'ingenuità.
Come Jung afferma, la direzione verticale è associata al blu per
tradizione. Le antiche parole greche per il blu servivano anche a
designare il mare; in Tertulliano e in Isidoro di Siviglia il blu si
riferiva sia al mare sia al cielo, analogamente alla parola greca (bathun)
e a quella latina (altus), che implicavano l'alto e il profondo in una
sola parola.
La dimensione verticale come gerarchia persiste nel nostro linguaggio, nel
sangue blu per la nobiltà, nei nastri azzurri delle premiazioni, e in
molte immagini mitologiche di "dèi blu": Kneph d'Egitto, le vesti blu di
Odino, Giove e Giunone, Krishna e Vishnu, Cristo nel suo ministero terreno,
come il Cristo-Uomo blu visto da Hildegard di Bingen.
Il passaggio dal nero al bianco attraverso il blu implica che il blu porti
sempre il nero con sé. (Fra i popoli africani, per esempio, il nero
include il blu, mentre nella tradizione giudaico-cristiana il blu
appartiene piuttosto al bianco). Il blu porta nell'imbiancamento tracce di
mortifìcatio. Quel che era prima la vischiosità del nero, quale catrame o
pece da cui era impossibile liberarsi, si trasforma ora nelle virtù
tradizionalmente blu della costanza e della fedeltà; gli stessi eventi
foschi appaiono diversi, e gli aspetti tormentati e sintomatici della
mortificazione - lo scorticarsi, la frantumazione di vecchie strutture, la
decapitazione di volontà caparbie, i topi e il marciume della propria
cantina personale - cedono il passo alla depressione.
Come il blu, perfino il più scuro, non è nero, così la depressione, anche
la più profonda, non è la mortifìcatio che significa morte dell'anima. La
mortifìcatio è più spinta: le immagini sono compulsivamente imprigionate
nel comportamento, la visibilità è zero, la psiche è intrappolata
nell'inerzia e nell'estendersi della materia. Una mortifìcatio è un tempo
di sintomi. Queste torture della psiche nella physis, inesplicabili e
totalmente materializzate, vengono mitigate, in accordo con la sequenza
dei colori, da un moto verso la malinconia, che può aver inizio con un
rimpianto dolente perfino del sintomo perduto: «Era meglio quando stavo
male fisicamente - ora posso soltanto piangere». Estrema infelicità ("
blue misery").
Così con l'apparire del blu il sentimento diventa sovrano e il sentimento
sovrano è il lamento dolente (Rimbaud equipara il blu alla vocale "O", e
Kandinsky al suono del flauto, del violoncello, del contrabbasso e
dell'organo).
Sono lamenti che portano tracce dell'anima, del suo riflettere e
distanziare attraverso l'espressione immaginativa. Qui è più facile capire
perché la psicologia archetipale abbia eletto la depressione a via regia
del "fare anima": gli esercizi ascetici che chiamiamo "sintomi" (e il loro
"trattamento"), la disperazione per la colpa e il rimorso, in quanto
decomposizioni della nigredo, trasformano la vecchia personalità dell'Io "riducendola";
ma questa necessaria riduzione è solo preparatoria al senso d'anima, il
cui primo apparire è appunto nell'immaginazione venata di blu della
depressione.
Possiamo dire che il blu sia il prodotto di una collaborazione fra Saturno
e Venere. Secondo Giacinto Gimma - un gemmologo settecentesco - il blu
rappresenta Venere, mentre il capro, l'emblema saturnino del Capricorno, è
l'animale del blu; e il Capricorno, come ricorderete, si estende
lentamente dalle profondità alle altezze: immensa distanza e immensa
pazienza. Nel recare a Venere una malinconia più profonda e nell'indurre
magnanimità in Saturno (un'altra virtù del blu, secondo Gimma), il blu
rallenta anche il passo del bianco, perché è il colore del riposo (Kandinsky)
e quindi il fattore ritardante nell'imbiancamento.
È l'elemento della depressione che suscita dubbi profondi e principi
elevati, che vuol dare alle cose un ordine di fondo e definirle per
renderle chiare.
Questo effetto del blu sul bianco può manifestarsi in sentimenti di
servizio, in operosità e disciplinata osservanza delle norme, o in certi
simboli civici convenzionali che taluni di questi sentimenti potrebbero
assumere, come la Croce Blu, i "blue collars" e le tute blu. Lo stesso
effetto può anche manifestarsi nei sensi di colpa e negli scrupoli di
coscienza.
Vi è infatti un "aspetto morale nell'imbiancamento" - e penso che proprio
questo sia l'effetto del blu. L'imbiancamento non implica un venir meno
dell'Ombra, né un prenderne coscienza; per me significa invece un più
vasto spazio per sostenere le sue altezze e le sue profondità, la sua
intera dimensione. L'anima si fa più bianca perché l'Ombra è uscita dal
rimosso e si è diffusa nelle diverse ramificazioni della coscienza; come i
blu che infondono la profondità dell'ombra e la precisione del corpo nei
dipinti a olio, come la goccia blu che fa più bianco il bucato.
La peculiarità dell’ombreggiatura dipende dalla proporzione bianco/nero:
«Se il nero supera il bianco di un grado, ne risulta un colore blu-cielo».
Quanto più nero c'è tanto più scuro è il blu; e anche quelle celestiali
aspirazioni, che come lampi azzurri corrono nel lontano blu selvaggio,
portano un po' di oscurità, una goccia di putrefazione, una grazia
salvatrice di depressione nella loro speranza; e la grazia salvatrice del
celeste ("light blu") di Maria sta forse proprio in quel suo "grado di
nerezza".
Secondo me, la definizione junghiana del blu, come "funzione di pensiero"
si connette all'antica associazione del blu con le profondità impersonali
del mare e del cielo, con la sapienza di Sophia, con la filosofia morale e
la verità. Le immagini dipinte di blu, dice lo pseudo- Dionigi «mostrano
la segreta profondità della loro natura»: il blu è «oscurità resa visibile».
Questa profondità è una qualità della mente, un potere invisibile che
permea ogni cosa, come l'aria - e il blu è il colore dell'elemento aereo,
come l'Alberti scrive nella sua grande opera Della Pittura. Quando i blu
più scuri si presentano in analisi, io mi preparo, prevedendo che ci
attendano ora le altezze e le profondità di Animus e Anima, o dell'Animus
dell'Anima, come talora lo chiamano gli junghiani. (Sapevate che
"blue-stocking" significava donna colta, che "blueism" significava "il
possesso o l'ostentazione di cultura in una donna", e che il semplice
termine "blue" significava un tempo "amante della letteratura"?).
Questi blu scuri sono inflazioni dell'impersonale, del nascosto; ma non
sono euforici nella loro inflazione, si presentano invece come ponderosi
pensieri filosofici, giudizi sul bene e sul male, e sul luogo della verità
in analisi. E tuttavia quel che sembra, e in effetti è, così profondo, in
realtà è distaccato e lontano dalle cose immediate.
Ciò di cui stiamo parlando «sembra allontanarsi da noi» e «trascinarci al
suo seguito» (Goethe), con i modi seducenti di Anima.
Ricordare che l'Animus dell'Anima è uno spirito psichico che cerca di
illuminare l'anima, sprofondandola o innalzandola verso le verità
impersonali, mi aiuta a meglio destreggiarmi in queste sedute analitiche;
sono arrivato a capire, grazie a Goethe, che in questi colloqui blu-scuro
di "negazione stimolante" (pensieri negativi dell'Animus, giudizi negativi
dell'Anima), è riposto un tentativo di ricerca dell'anima. È un'opera di
distanziamento e di distacco (Goethe) che si va compiendo, uno sforzo di
riflessione che è tuttora intriso di nigredo, perché scava troppo in
profondità e preme troppo forte, trascurando le superfici immediate da cui
l'argento trae la sua luce; e tuttavia quelle stesse "negatività", che
ossessionano a tal punto la riflessione con fosche intuizioni e "ruminazioni"
depressive, dilatano lo spazio psichico svuotando la stanza (Goethe) delle
sue precedenti strutture.
Quando l'anima tenta di aprirsi una via di uscita dall'oscurità,
attraverso faticose meditazioni filosofiche, ha luogo allora
l'imbiancamento: l'Animus è al servizio dell'Anima.
Persino la negatività dell'umore e della critica, e il mio stesso ritrarmi,
che avverto durante questi esercizi, appartengono a questo percorso blu
verso il bianco. La nigredo non ha termine in un'esplosione o in un
piagnucolio, ma impercettibilmente passa nel soffio dell'anima (anima) con
un sospiro.
Ci può essere di aiuto ricordare un'immagine di Rabbi ben Jochai riportata
da Scholem: la fiamma ascendente è bianca, ma proprio alla sua base, come
un piedistallo, vi è una luce blu nera la cui natura è distruttiva. La
fiamma blu nera attira le cose e le consuma, mentre il biancore continua a
fiammeggiare al di sopra. Il blu distruttivo e il bianco sono racchiusi
nello stesso fuoco, ed è in virtù della sua stessa inerenza alla nigredo -
commenta Scholem - che la fiamma blu può consumare l'oscurità di cui si
nutre.
Gli aspetti che siamo andati scoprendo in questa amplificazione mettono in
rilievo l'importanza del blu nel processo alchemico. Qualcosa di
essenziale andrebbe perduto se l'apparire del bianco non fosse che il
risultato di una liberazione dall'oscurità; qualcosa deve incorporare
nell'albedo una risonanza, una fedeltà a quel che è accaduto, e
trasmetterne la sofferenza con un'altra sfumatura: non più come dolore
lancinante, come decomposizione o come memoria della depressione, ma come
valore.
Il valore fa parte della fenomenologia dell'argento: il senso del valore
delle realtà psichiche non si genera soltanto dal sollievo alla più nera
disperazione. È proprio il blu che da valore al bianco, nei modi che
abbiamo indicato, e specialmente con l'introdurre preoccupazioni di ordine
morale, intellettuale e religioso; così portando alla mente imbiancata una
capacità di valutare le immagini, di dedicarvisi con devozione, e un senso
della loro verità, invece di riflettere semplicemente lo spettacolo che
offrono considerandolo una fantasia.
È il blu che da profondità all'idea di riflessione, al di là della sola
nozione del rispecchiarsi, inducendola verso nozioni ulteriori, quali il
ponderare, il considerare, il meditare. Si dice che i colori che
annunciano il bianco siano quelli dell'iride e dell'arcobaleno, quelli dei
"multi flores", e soprattutto quelli che risplendono nella coda del pavone
con i suoi molteplici occhi.
Secondo Paracelso i colori sono il risultato di un prosciugarsi
dell'umidità: lo si creda o no, c'è più colore nel deserto alchemico che
nell'inondazione, più dove l'emozione è minore che dov'è maggiore.
L'inaridirsi libera l'anima dal soggettivismo personale e, man mano che
l'umidità si ritrae, quella vivacità un tempo posseduta dal sentimento può
ora oltrepassarlo, per riversarsi nell'immaginazione - dove il blu è
d'importanza straordinaria, perché è il colore dell'immaginazione tout
court.
Per fondare questa apodissi non mi limito a quel che finora abbiamo
esplorato - l'umor malinconico ("blue mood") che favorisce il fantasticare,
il cielo azzurro ("bluesky") che suscita l'immaginazione mitica
chiamandola alle mete più distanti, il celeste di Maria, epitome
occidentale dell'Anima, e la sua funzione di stimolo nel "fare immagine",
la rosa blu del romanzo, un pothos che si strugge per ciò che è
impossibile, contra naturam (e pothos, il fiore, era una consolida reale
blu, o delphinium, posata sulle tombe). |