Le conseguenze della conquista e della colonizzazione
Juan Ginés de Sepúlveda
Non uomini ma “omuncoli”
L’umanista spagnolo Sepúlveda (1490-1573) in questo brano, composto nella
prima metà del XVI secolo, riassume molti degli argomenti che venivano
addotti a favore della conquista degli spagnoli delle terre del Nuovo mondo.
L’autore, infatti, dipinge gli indios come dei selvaggi, non molto diversi
dagli animali, del tutto incivili, ignoranti in fatto di religione, dediti a
culti pagani, inclini ai sacrifici umani e ai gesti più nefandi. Questo
naturalmente valeva anche per le evolute civiltà mesoamericane che i
conquistadores avevano cancellato; anzi, proprio queste civiltà sono le più
barbare perché, a fronte della capacità di costruire città, palazzi, strade
(cose che, secondo l’autore, nel loro piccolo possono fare anche animaletti
come le api e le formiche), hanno delle usanze, come quella di compiere
sacrifici umani, che li avvicinano a dei barbari. Per l’autore, dunque, la
necessità di imporre i valori di civiltà dell’Occidente e la religione
cattolica rendeva giustificabile l’impiego di qualsiasi mezzo per
assoggettare quei popoli. Anche la violenza, se necessaria, è accettabile.
Sepúlveda impiega molte delle tesi che andranno a costituire il mito del
“cattivo” selvaggio. Le parole, come quelle di Las Casas, di chi riteneva
gli indios gente semplice e pacifica, incapace di far del male, di peccare,
erano delle esagerazioni, dato che non descrivevano la realtà; allo stesso
modo, gli argomenti denigratori di Sepúlveda sono delle esagerazioni nel
senso opposto: dipingere gli indios come essere malvagi, incivili, del tutto
privi di cultura e nemici della fede significava mistificare la realtà e
rendere pienamente giustificabili le stragi compiute dagli spagnoli.
Confronta ora le doti di prudenza, ingegno, magnanimità, temperanza, umanità,
religione di questi uomini [gli spagnoli] con quelle di quegli omuncoli, nei
quali a stento potrai riscontrare qualche traccia di umanità, e che non solo
sono totalmente privi di cultura, ma non conoscono l’uso delle lettere, non
conservano alcun documento sulla loro storia […] E se, a proposito delle
loro virtù, vuoi sapere della loro temperanza e mansuetudine, che cosa
potresti aspettarti da uomini abbandonati ad ogni genere di intemperanza e
nefanda libidine, molti dei quali si nutrivano di carne umana? Non credere
che prima della venuta dei cristiani vivessero in ozio, nello stato di pace
dell’età di Saturno cantata dai poeti, ché al contrario si facevano guerra
quasi in continuazione, con tanta rabbia da non considerarsi vittoriosi se
non riuscivano a saziare con le carni dei loro nemici la loro fame
portentosa; crudeltà che in loro è tanto più straordinaria quanto più
distano dalla invincibile fierezza degli Sciiti anch’essi mangiatori di
corpi umani: infatti sono così ignavi e timidi che a mala pena possono
sopportare la presenza ostile dei nostri, e spesso sono dispersi a migliaia
e fuggono come donnette, sbaragliati da un numero così esiguo di spagnoli
che non arriva neppure al centinaio. [...] Così Cortés, all’inizio, per
molti giorni tenne oppressa e terrorizzata, con l’aiuto di un piccolo numero
di spagnoli e di pochi indigeni, una immensa moltitudine, che dava
l’impressione di mancare non soltanto di abilità e prudenza, ma anche di
senso comune. Non sarebbe stato possibile esibire una prova più decisiva o
convincente per dimostrare che alcuni uomini sono superiori ad altri per
ingegno, abilità, fortezza d’animo e virtù, e che i secondi sono servi per
natura. Il fatto poi che alcuni di loro sembrino avere dell’ingegno, per via
di certe opere di costruzione, non è prova di una più umana perizia, dal
momento che vediamo certi animaletti, come le api e i ragni, costruire opere
che nessuna attività umana saprebbe imitare. Per quanto concerne la vita
sociale degli abitanti della Nuova Spagna e della provincia di Messico, già
si è detto che sono considerati i più civili di tutti, e loro stessi vantano
delle loro istituzioni pubbliche, quasi fosse non piccola prova della loro
industria e civiltà il fatto di avere città edificate razionalmente e re
nominati non secondo un diritto ereditario e basato sull’età, ma per
suffragio [voto] popolare, e di esercitare il commercio come i popoli
civilizzati. Pensa quanto si sbagliano costoro, e quanto la mia opinione
dista dalla loro: giacché secondo me la maggior prova della loro rozzezza,
barbarie e innata servitù è costituita proprio dalle loro istituzioni
pubbliche, che sono per la maggior parte servili e barbare. Infatti che
abbiano case e alcuni modi razionali vita in comune e i commerci ai quali
induce la necessità naturale, che cosa altro prova, se non che costoro non
sono orsi o scimmie del tutto prive di ragione?
Ho parlato del carattere e dei costumi di questi barbari; che dire ora
dell’empia religione e nefandi sacrifici di tale gente, che venerando il
demonio come Dio, non trova di meglio per placarlo che offrirgli in
sacrificio cuori umani? Questa sarebbe una cosa buona, se per “cuori” si
intendessero le anime immacolate e pie degli uomini; ma loro riferivano
questa cessione non allo spirito che vivifica (per usare le parole di san
Paolo) ma alla lettera che uccide, e ne davano una interpretazione stolta e
barbara, pensando che si dovessero sacrificare vittime umane: e aprendo i
petti degli uomini ne strappavano i cuori e li offrivano sulle are nefande,
credendo così di aver fatto un sacrificio secondo il modo stabilito e di
aver placato gli dei. Essi stessi poi si cibavano delle carni degli uomini
immolati. Questi crimini, che superano ogni umana perversità, sono
considerati dai filosofi tra le più feroci e abominevoli scelleratezze. E
quanto al fatto che alcune di quelle popolazioni, secondo quanto si dice,
manchino completamente di ogni religione e di ogni conoscenza di che altro è
questo se non negare l’esistenza di Dio e vivere come le bestie? Non vedo
cosa si potrebbe escogitare di più grave, di più turpe, di più alieno alla
natura umana. Il genere di idolatria più vergognoso è quello di quanti
venerano come dio il ventre e le parti più turpi del corpo, considerano
religione e virtù i piaceri carnali, e come porci tengono sempre lo sguardo
fisso a terra, quali non avessero mai visto il cielo. A costoro soprattutto
si applica quel detto di san Paolo: la loro fine è la perdizione, il loro
dio il ventre, giacché attribuiscono valore alle cose terrene. Stando così
le cose, come potremmo porre in dubbio l’affermazione che questa gente così
incolta, così barbara, contaminata da così nefandi sacrifici ed empie
credenze, è stata conquistata da un re eccellente, pio e giusto quale fu
Ferdinando [Ferdinando II “Il Cattolico” (1452 – 1516) re di Aragona,
Sicilia, Sardegna e Napoli] ed è attualmente imperatore Carlo [Carlo V
(1500-1558) re di Spagna (1516-1556) e imperatore del Sacro Romano Impero
(1519 – 1556)], e da una nazione eccellente in ogni genere di virtù, con il
maggior diritto e il miglior beneficio per gli stessi barbari? Prima della
venuta dei cristiani avevano il carattere, i costumi, la religione e i
nefandi sacrifici che abbiamo descritto; ora, dopo aver ricevuto col nostro
dominio le nostre lettere, le nostre leggi e la nostra morale ed essersi
impregnati della religione cristiana, coloro – e sono molti – che si sono
mostrati docili ai maestri e ai sacerdoti che abbiamo loro procurato, si
discostano tanto dalla loro prima condizione quanto i civilizzati dai
barbari, i dotati di vista dai ciechi, i mansueti dagli aggressivi, i pii
dagli empi e, per dirla con una sola espressione, quasi quanto gli uomini
dalle bestie.
da J. G. de Sepúlveda, Democrates alter, sive de justis belli causis apud
indos, in La scoperta dei selvaggi, Principato, Milano 1971, pp. 259-260.
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