Kerouac tra vita e letteratura



Jack Kerouac era entrato nel sacro edificio della letteratura e l'aveva scardinato. "Jack il mago", come amava chiamarlo Ginsberg, l'aveva fatto semplicemente, con una sola idea: "scrivi così velocemente come puoi battere sulla macchina da scrivere'. Doveva essere una "buona chiacchierata come si deve a proposito dell'anima, perché la vita è sacra e ogni momento è prezioso" come aveva detto Jack
Niente più romanzi, allora, costruiti a tavolino, con un gioco delle parti misurato, con una selezione fra esperienze di serie A, che il Romanzo può contenere, ed esperienze e storie di serie B, che il Romanzo non può neppure sognare. Kerouac aveva preso il lato serio, rispettabile, "classico" del Romanzo e l'aveva sbattuto fuori della porta, portandoci dentro, al contempo, tutti quei colori e sentimenti della vita calda e pulsante che gli accademici e i barbagianni di biblioteca volevano dimenticare.
Per l'Europa era uno bella lezione: ma com'era possibile che un giovane americano, un provinciale ignorante, venisse ad insegnare ai colti europei, marci di letteratura, come sentirsi vivi di nuovo, come vedere di nuovo la vita e raccontarla?
Era stato possibile, in parte, perché mentre gli europei si chiudevano nelle loro torri d'avorio, sui loro libri, sbarrando le porte a tutto, Kerouac aveva viaggiato senza una lira in tasca, aveva fatto feste interminabili senza pensare al domani, si era ubriacato con donne e coi personaggi più strani, aveva studiato le filosofie orientali e letto di tutto, ma si era anche preso carico della fatica della misera sopravvivenza quotidiana sua e degli altri, dei problemi, grandi e meschini, della sofferenza, ed era andato avanti lo stesso, rifiutando la sicurezza della società, come una voce che grida nel deserto, come un arcangelo carrettiere.
E, alla fine, aveva avuto la visione che cercava, di fronte al Mostro del Mondo, della Guerra, dell'Odio e della Bomba, ebbe la visione calma dell'esistenza della Tenerezza, dell'Amicizia, della Dolcezza, di un Istante Eterno di Gioia, che chiamò, in una poesia, The Golden Eternity.

Neal e i tre Stooges

Neal e i tre Stooges è un racconto che parla di una visione stimolata da un gioco fra amici in un pomeriggio qualsiasi, una visione che scopre altri mondi e che placa: perché è in questi temi che appare il Kerouac più nascosto e più vero. Osserviamo, per esempio, uno degli aspetti del tema della visione in Kerouac: il tempo. Egli interviene direttamente sulla struttura e sul concetto di tempo che noi abbiamo: il tempo della scissione e della contraddizione, in cui ci dobbiamo frettolosamente produrre sulla scena del mondo come figure sociali (operai, impiegati, ecc.) perfettamente integrate e, contemporaneamente buttati così nel cuore della dissociazione, come esseri umani, noi stessi con la nostra angoscia e sete d'affetto.
Un tempo organizzato in una successione di momenti ordinati e separati, il tempo delle macchine, che Kerouac rifiuta. Usando la scrittura egli abolisce passato e futuro, la temporalità e l'ordine logico narrativo per ottenere un lungo, dolce presente. È l'attimo che si espande, dilaga, respira, il tempo della visione che scioglie lacerazioni e contraddizioni nell'unità del tutto.

Kerouac parlò del racconto all'amico John Clellon Holmes, in una lettera datata 23 giugno 1957, in questi termini: "Anche una storia triste, Neal e i tre Stooges, è apparsa questa settimana in una piccola particolare rivista d'avanguardia chiamata New Editions, ed è un piacere vederla pubblicata come l'ho scritta, se si eccettua un errore di chi l'ha stampata... dove ha sostituito i miei famosi trattini (che danno al lettore un preavviso visivo della fine della frase) con i puntini alla Celine... ma non importa". La pubblicazione del racconto precede dunque di poco quella di Sulla Strada per i tipi della Viking Press di New York.

Una volta Cassady, che tanta importanza aveva avuto nella sua vita, gli chiese: "Noi conosciamo Dio, vero Jack?". E Kerouac: "Yessir, boy". "Noi sappiamo che tutto andrà bene, vero Jack?". "Yessir, boy".
La radicale innovazione di Kerouac non era un gingillo per critici letterari, ma un'idea nuova, un nuovo respiro per dire che in ogni esperienza conosciamo Dio e che, in fondo, sappiamo che tutto andrà bene 'perché - scrisse - ora so che il mio cuore cresce".
Ma l'idea della forma che scorre senza interruzioni gli era venuta direttamente da una mitica, pazza lettera di 40 pagine che Cassady gli scrisse nei primi duri '50, quando il mondo aveva svelato la sua falsità, e che Ginsberg prestò nel '55 a Gerd Stern, che viveva in una zattera a Sausalito, senza riuscire ad averla più indietro. Quella lettera parlava di weekend allucinati in sale da biliardo, di camere d'albergo, carri merci, prigioni che avevano ospitato Cassidy e conversazioni sulla tristezza di Schopenhauer.
Non era bastato certo questo: Cassady portò a Jack un suo romanzo dallo strano titolo The first third (in una delle sue conversazioni fiume disse che si riferiva al primo terzo della sua vita, periodo eccezionale, in cui, tra l'altro, aveva rubato più di 500 auto per gli States): raccoglieva migliaia di avventure allucinate e incredibili, visioni, amori, aveva fatto il giro di tutta l'America, gli amici lo avevano letto e aggiunto qualcosa, ed era ritornato scomposto, colle pagine mischiate, così Kerouac aveva letto "un libro che si era fatto da sé, che aveva viaggiato, ma era lo stesso un gran libro".
Ecco: la letteratura per Kerouac era IL viaggio. Il viaggio fuori dall'Io che ragiona e incasella, che compone parole soggetti verbi complementi, fuori dalla Ragione e dal comodo angusto mondo che l'Io si è costruito. Un viaggio che nelle pagine che seguono si apre ai nostri occhi, invitante, entusiasmante, in tutta la sua nitida ricchezza, come una veduta panoramica su tutto ciò che Kerouac è stato e ha da dire per noi.
"Dove andiamo, man?" - scrisse - 'Non lo so, ma dobbiamo andare". Era il buttarsi nella corrente dell'essere, abbandonando paure e luoghi sicuri, ma accompagnati dalla possibilità di sentirsi bene, di trovarsi a proprio agio, di essere felici in questo pazzo viaggio sentimentale che ci fa riscoprire vivi, con tutto quello che ci riserva.
Così dice Dean, il doppio di Cassady, al protagonista di Sulla strada: "Si affannano e corrono e si fanno problemi anche se sanno che arriveranno lo stesso. Noi no. Rilassati. Perché noi abbiamo la nozione del tempo".