|
Economie di scala
ed economie di scopo: commercio internazionale e mercati domestici
Nel 1946 esistevano nel mondo solo 74 Stati sovrani; nel 1995 gli Stati
sovrani sono diventati 192. La gran parte di questi Stati ha una dimensione
inferiore a quella dello Stato del Massachusetts. 87 Paesi hanno meno di
cinque milioni di abitanti; in altri 58 la popolazione scende sotto i due
milioni e mezzo di persone; 35 Paesi presentano una popolazione inferiore
alle cinquecentomila persone. Nel medesimo arco di tempo, la seconda metà
del Ventesimo secolo, il volume del commercio internazionale (la somma delle
importazioni e delle esportazioni) cresce mediamente del 40 percento
rispetto alle dimensioni del prodotto interno lordo (l'insieme dei beni e
dei servizi prodotti all'interno di ogni Paese). Questa progressiva
espansione del volume degli scambi internazionali si manifesta
parallelamente alla riduzione delle tariffe doganali che proteggono i
mercati domestici. Si allargano gli scambi internazionali, si riducono le
tariffe che proteggono i singoli mercati domestici, aumenta il numero degli
Stati sovrani, aumenta numero degli Stati di piccole dimensioni — in termini
demografici — ed emergono grandi aggregazioni sovrannazionali (Stati Uniti,
Unione Europea) e, nel trapasso tra Ventesimo e Ventunesimo secolo, si
affermano nuovi grandi protagonisti sulla scena dell'economia mondiale
(Cina, India e Brasile).
Quale può essere la spiegazione di questa singolare trasformazione della
scena economica internazionale? Se i mercati sono chiusi nel perimetro
amministrativo degli Stati, come avveniva nella prima metà del Ventesimo
secolo, le dimensioni del mercato determinano un potenziale incremento di
produttività per le imprese che agiscono al suo interno. Al crescere della
dimensione del mercato, infatti, aumenta la domanda di beni di consumo e di
beni di investimento che si sviluppa al suo interno. In presenza di una
domanda più larga ciascuna impresa può espandere i propri confini aziendali:
aumentando il numero delle singole unità di merci prodotte o moltiplicando
la tipologia delle merci prodotte. Nel primo caso, quando aumenta il numero
delle unità della medesima merce prodotta, l'impresa riduce i propri costi
unitari di produzione e realizza una economia di scala. Questa è stata la
variabile che spiega l'affermazione dell'impresa di marca fordista, sia
nelle economie pianificate che in quelle di mercato, nella prima metà del
Ventesimo secolo.
Il successo delle imprese automobilistiche, dopo l'introduzione della catena
di montaggio, è un caso emblematico di questa relazione virtuosa tra
dimensione del mercato domestico, dimensione dell'impresa e produttività
della stessa. La crescita della domanda aggregata domestica, alimentata
dall'aumento del numero di occupati nella grande impresa e, in parte, anche
dall'incremento unitario dei salari, permette di espandere la tipologia
delle merci e dei servizi prodotti. Si realizza, in questo caso, per i
gruppi industriali che scelgono di diversificare la gamma delle proprie
produzioni e di trasformarsi in holding finanziarie, una economia di scopo.
"Scopo", in questa circostanza, è una parola ambigua perché importata
brutalmente dalla lingua inglese. Scope significa campo di attività o
settore e, quindi, una economia di scopo (scope economy) rappresenta proprio
la possibilità di ampliare la propria sfera di azione utilizzando una
struttura organizzativa di cui l'impresa era già dotata. Nelle economie di
scala, insomma, l'aumento della produzione genera una riduzione dei costi
per ogni unità di prodotto mentre nelle economie di scopo si realizza una
moltiplicazione dei ricavi, in vari campi di attività, grazie a una modesta
variazione positiva dei costi totali dell'impresa. Sta di fatto che, se il
commercio internazionale viene scoraggiato da tariffe e dazi doganali, le
economie si chiudono nel perimetro degli Stati ma, così facendo, si genera
sulla scena mondiale un vantaggio per le imprese che operano negli Stati di
maggiori dimensioni, in termini di popolazione. Quegli Stati diventano
sempre più ricchi e sempre più potenti ed è comprensibile che si generi un
incentivo perverso ad annettersi altri Stati per allargare la propria
dimensione e consolidare questa posizione di vantaggio per le proprie
imprese. La causa economica dello scatenarsi delle due guerre mondiali —
che, partendo dall'epicentro europeo, si sono estese all'intero pianeta
nella prima metà del secolo — si può ricondurre alle diverse dinamiche nella
dimensione dei mercati nazionali, alla diffusione di politiche di
protezionismo e alla diffidenza verso il commercio internazionale.
L'alternarsi di questi incentivi tra loro contraddittori hanno determinato
squilibri di potere sui mercati internazionali tra i diversi gruppi
industriali appartenenti alle singole nazioni. Gruppi che trovavano nelle
relazioni con il potere politico, che controllava i programmi di
investimento pubblico, e con le banche nazionali la forza e la ragione della
loro diversa velocità di espansione.
Se, al contrario, come è awenuto partendo dalla fine della seconda guerra
mondiale —seppure nel clima di tensione bipolare generato dalla guerra
fredda tra Paesi a economia di mercato e Paesi a economia socialista — si
allargano le dimensioni del commercio internazionale, la dimensione del
mercato domestico e il vantaggio di disporre di commesse pubbliche
domestiche diventano variabili meno vincolanti rispetto alle dimensioni
complessive e alla produttività industriale delle singole imprese. Ogni
impresa può espandersi nel mercato mondiale secondo quanto le consente la
sua capacità organizzativa, il suo patrimonio tecnologico e la dimensione
delle risorse finanziarie di cui dispone. Un mercato globale che rappresenta
un vastissimo insieme di opportunità condivisibili per tutte le imprese del
mondo. Ma, in queste mutate circostanze, la causa che determina la
dimensione dei singoli Stati diventa piuttosto politica e non economica. La
popolazione preme per ottenere forme dirette di controllo sulla qualità e il
costo dei beni pubblici prodotti dalle amministrazioni pubbliche e sulle
scelte di fondo delle élite che governano la comunità. Nascono, in questo
modo, nuove organizzazioni statali, di dimensioni minori, frammentando
l'unitarietà organizzativa dei vecchi Stati nazionali. E, parallelamente, si
aggregano tra loro insiemi di Stati per creare agenzie condivise capaci di
amministrare, a costi condivisi e nel comune interesse, grandi problemi
comuni come il funzionamento del sistema monetario e bancario o la
disciplina del libero commercio.
L'Unione Europea rappresenta l'esperimento più significativo di questo nuovo
genere di aggregazioni tra Stati nazionali mentre la Banca Mondiale e il
Fondo Monetario, entrambi costituiti nella conferenza internazionale di
Bretton Woods nel 1944, rappresentano i primi prototipi di agenzie
multinazionali, capaci di aggredire grandi problemi comuni, come la
stabilizzazione dei cambi tra le varie valute o lo sviluppo dei Paesi
strutturalmente più deboli sotto il profilo economico. Questi fenomeni di
disintegrazione politica e di integrazione economica sono l'essenza della
trasformazione radicale degli assetti mondiali che viene chiamata
globalizzazione nel linguaggio corrente. Una trasformazione che ha ricevuto
una ulteriore e intensa accelerazione dalla rivoluzione tecnologica che ha
investito, a partire dagli anni Novanta del Ventesimo secolo, il mondo della
comunicazione e dell'informazione.
Globalizzazíone e
allargamento dell'Unione Europea
Un cambiamento tanto radicale della scena mondiale richiede anche una
trasformazione dei criteri di politica economica con i quali governare la
dinamica del processo di sviluppo. Tradizionalmente il governo dello
sviluppo si realizza mediante una terna di strumenti: politiche fiscali,
politiche del cambio, grado di apertura agli scambi e alle transazioni
soprannazionali.
Dani Rodrik (1957-), un economista nell'Università di
Harvard, riprende — per spiegare la natura dei problemi che si pongono in un
mondo che diventa globale — la struttura logica che era stata utilizzata per
spiegare gli equilibri definiti a Bretton Woods nel 1944. Secondo quella
formula non si potevano rendere compatibili contemporaneamente il regime di
cambi fissi tra le valute internazionali e il dollaro, l'autonomia monetaria
dei singoli Stati nazionali aderenti a quel regime e la mobilità dei
capitali finanziari privati alla scala di un mercato internazionale
effettivamente integrato. Pick two, any two: sono le conclusioni di Rodrik
rispetto a questo vero e proprio trilemma. Se si rinuncia ai cambi fissi si
ha autonomia monetaria e mobilità dei capitali privati. Se si rinuncia
all'autonomia monetaria delle banche centrali nazionali ci si ritrova nel
mondo del gold standard, cioè nelle condizioni che hanno dominato il mondo
tra le guerre napoleoniche e la prima guerra mondiale. Se si rinuncia alla
mobilità dei capitali — e si costringe nelle maglie dei governi il controllo
dei movimenti di capitale a lungo termine — si ottiene il regime monetario e
commerciale definito negli accordi di Bretton Woods.
Oggi, nel pieno della globalizzazione, questo problema deve essere
aggiornato e bisogna scegliere tra: integrazione economica e finanziaria
alla scala internazionale; "federalismo", cioè decentramento amministrativo
e rafforzamento del ruolo politico delle istituzioni locali; sopravvivenza
degli Stati nazionali. Questo nuovo compromesso, impone di governare
rigidamente le politiche fiscali alla scala locale, se si vuole mantenere la
struttura nazionale dello Stato in parallelo con il processo di
integrazione.
Ma questa conseguenza richiede un patto di stabilità e crescita, alla scala
sovranazionale, che non sia tanto rigido da smarrire il traguardo della
crescita e ridursi a un mero patto di stabilità.Altrimenti i singoli Stati,
che aderiscono a una Unione sovrannazionale, come avviene nel caso
dell'Unione Europea, si troverebbero in una vera e propria "camicia di
forza" rispetto alla gestione dei propri sistemi di finanza pubblica: come
avviene, effettivamente, da quando tra i Paesi europei venne firmato il
trattato di Maastricht negli anni Ottanta. Se, al contrario, si realizza un
federalismo globale, che rappresenti l'altra faccia — quella istituzionale e
politica — dell'integrazione economica, allora si deve rinunciare al ruolo
dello Stato nazione nel governo molto pervasivo delle economie nazionali,
rispetto a quello che esso ha svolto, e che la popolazione ha sperimentato,
nel Ventesimo secolo. In queste diverse circostanze, l'allargamento
dell'Unione Europea, ad esempio, comporterebbe il coinvolgimento, nelle
regole di funzionamento delle istituzioni elettive europee, in primis del
Parlamento e della Commissione, come in quelle del Consiglio Europeo, di
tutte le regioni amministrative, dei singoli Stati nazionali partecipanti,
su una base assolutamente paritaria.
Se, infine, si vogliono rendere compatibili le ragioni della soprawivenza
degli Stati e quelle del decentramento delle decisioni, sulla creazione e
la gestione dei beni pubblici a livello locale, si premia la spinta che
chiede il rafforzamento dei poteri politici a livello diffuso. Ma si deve
anche rallentare il processo di allargamento su una base paritaria: perché
si dovrebbe immaginare una forma di regolamentazione dei rapporti
commerciali e finanziari alla scala sopranazionale:
In altre parole, l'allargamento si manifesta subito come un accordo per la
libera circolazione delle merci e delle persone ma non si traduce,
contemporaneamente, in un regime monetario comune nè, di conseguenza, in un
mercato dei capitali perfettamente integrato. Esso potrebbe tradursi anche
in un regime di integrazione finanziaria, accompagnato da una banda di
oscillazione del cambio molto ristretta, e da una liberalizzazione dei
mercati dei beni e dei servizi più progressiva e meno rapida. L'integrazione
finanziaria resterebbe in entrambi i casi parziale, se non altro perché i
cambi — anche vincolati in qualche forma di banda concertata di
oscillazione, in una sorta di nuovo "serpente monetario"— sono un elementò
di disturbo nel calcolo dei rischi puntuali degli emittenti di titoli nelle
diverse valute.
Una geometria variabile, nella struttura del sistema degli
scambi commerciali e finanziari tra i Paesi dell'allargamento, dovrebbe
durare per l'intero periodo di moratoria nell'applicazione degli accordi
istituzionali, ancora da maturare ad oggi, ed essere gestita in maniera da
poter arrivare, contemporaneamente, all'applicazione operativa di quegli
accordi e al superamento della regolamentazione parziale degli scambi di
merci e di capitali. Questa soluzione avrebbe una rigorosa coerenza logica
interna e corrisponderebbe alla situazione di fatto in cui si trova
l'economia europea nel trapasso tra Ventesimo e Ventunesimo secolo e nel
contesto dell'intera economia mondiale. L'economia europea si espande più
lentamente di quella degli Stati Uniti ma questo scarto non è la mera
manifestazione di una sfasatura tra cicli congiunturali. Esso rispecchia un
gradino strutturale nella produttività complessiva dei due sistemi economici
che dipende dal vantaggio tecnologico che l'economia americana ha accumulato
su quella del Vecchio Continente e dal maggior costo degli apparati pubblici
europei (il welfare state) rispetto a quelli americani, che assorbe una
parte delle risorse che l'Europa dovrebbe destinare all'accelerazione della
crescita piuttosto che alla distribuzione del benessere. Ne segue che,
nell'agenda della politica economica, non è l'inflazione il principale
problema europeo mentre il cambio tra euro e dollaro dovrebbe rispecchiare
le deboli ragioni di scambio tra le esportazioni americane e quelle europee.
Dunque, è la terza sponda del trilemma di Rodrik che deve essere governata
con maggiore discrezionalità. In altre parole dovrebbe essere meglio
modulato, nel tempo e negli ambiti di attuazione, il processo di
allargamento del numero dei Paesi partecipanti all'Unione Europea. Questa
linea di politica economica non richiederebbe un freno al processo di
liberazione degli scambi ma dovrebbe solo creare, nel medio periodo, le
condizioni strutturali perché quel processo possa dispiegare i suoi effetti
virtuosi. Una partenza precipitosa potrebbe apparire più generosa, da parte
dei Paesi fondatori dell'Unione verso i nuovi entranti, ma aumenterebbe i
rischi di quella scelta, necessaria nel medio periodo, senza moltiplicarne
le opportunità. Sarebbe solo meno éfficiente.
Una parentesi: cosa
sono e come funzionano i mercati finanziari?
Le banche e la banca centrale non sono gli unici intermediari finanziari. Un
intermediario finanziario è una impresa che consente il trasferimento della
liquidità esistente nel sistema dagli attori che non ne hanno un immediato
bisogno a quelli che desiderano impiegare una quantità di moneta che eccede
la dimensione delle proprie scorte liquide. Gli intermediari finanziari sono
le imprese che danno vita ai mercati finanziari. I consumatori che hanno
raggiunto un livello accettabile di consumo, dato il proprio reddito e una
volta pagate le imposte e le tasse, restano in possesso di una certa
quantità di moneta legale e di moneta bancaria che possiamo considerare il
flusso di nuovo risparmio generato nel sistema. Anche le imprese e gli enti
pubblici potrebbero trovarsi in questa condizione, ma è più difficile.
Le imprese devono investire in impianti, conoscenze e nuove attrezzature
tecnologiche, se vogliono garantirsi la possibilità in futuro di rimanere
sul mercato in termini competitivi. Il fabbisogno di moneta necessario per
alimentare questi investimenti risulta spesso superiore agli incassi
derivanti dalle vendite di beni e servizi. Anche gli enti pubblici devono
spendere, per garantire servizi e prestazioni agli utenti, somme superiori a
quelle derivanti dal gettito delle tasse e delle imposte. Imprese ed enti
pubblici devono recuperare moneta bancaria attraverso i crediti delle banche
e i finanziamenti degli intermediari finanziari non bancari. I consumatori
devono impiegare le eccedenze monetarie di cui dispongono par garantirsi un
reddito futuro e per fronteggiare, con investimenti assicurativi, il
manifestarsi di eventi dannosi, il costo dei quali non potrebbero sopportare
solo con il proprio reddito.
Gli intermediari finanziari trasferiscono la moneta e la liquidità del
sistema dagli attori in surplus, quelli che possono risparmiare una parte
del proprio reddito, agli attori in deficit, quelli che devono realizzare
investimenti privati o servizi pubblici e hanno bisogno di una massa liquida
superiore a quella di cui dispongono.
Ma come si distinguono le banche e la banca centrale dagli altri
intermediari finanziari? Un criterio molto facile da applicare è quello di
considerare la natura dei debiti degli intermediari. I debiti della banca
centrale e quelli delle banche sono moneta legale e moneta bancaria: mezzi
liquidi spendibili facilmente nelle transazioni commerciali. Gli altri
intermediari, come le compagnie di assicurazione o gli istituti
specializzati nel credito a medio termine, raccolgono la liquidità dei
risparmiatori emettendo titoli di debito che non sono facilmente
liquidabili. E, proprio per questo motivo, corrispondono un interesse a chi
acquista quei titoli molto più alto di quello corrisposto dalle banche ai
depositanti.
Questo interesse rappresenta un premio sia per il tempo, più lungo, durante
il quale il risparmiatore non potrà disporre del proprio denaro, che per il
rischio che il risparmio sopporterà essendo trasferito dall'intermediario
alla copertura dei progetti delle imprese o delle opere infrastrutturali
realizzate dallo Stato o da altri enti pubblici. I tassi di interesse, sulle
obbligazioni e gli altri titoli finanziari, infatti, sono proporzionali alla
durata degli investimenti da realizzare e al rischio che essi generano,
essendo realizzati in circostanze, che non si possono definire con certezza
nelle loro conseguenze, proprio perché manifestano i propri effetti nel
corso del tempo e in un futuro abbastanza distante dal presente e che non
ripeterà necessariamente le medesime vicende accadute in passato. Esistono
sistemi finanziari orientati al mercato, come quelli anglosassoni, in cui
larga parte del rischio dei progetti industriali viene trasferito ai
risparmiatori attraverso la quotazione in borsa delle azioni emesse dalle
imprese, e sistemi orientati agli intermediari, nei quali il rischio si
concentra negli intermediari finanziari che restano creditori delle imprese
e degli Stati e debitori verso la massa dei risparmiatori. La storia
finanziaria europea è stata caratterizzata da questo secondo genere di
circostanze. Ma, con la progressiva unificazione dei mercati finanziari in
un unico grande mercato globale, realizzatasi nella seconda metà del
Ventesimo secolo, il modello anglosassone è diventato largamente prevalente.
Anche i paesaggi finanziari, diceva un grande banchiere americano, sono
sempre caratterizzati dalla diffusa presenza di banche, come i filari di
cipressi caratterizzano il profilo dell'orizzonte nella campagna toscana.
Il mercato finanziario
globale e la rivoluzione delle telecomunicazioni
L'economia mondiale ha oscillato molte volte, prima del Ventesimo secolo,
tra i due possibili assetti che governano la crescita dei singoli Paesi e lo
sviluppo del commercio internazionale: lunghi periodi dominati da grandi
nazioni, l'economia delle quali era gestita in una prospettiva
sostanzialmente autarchica, e lunghi periodi di integrazione globale,
governata dalle nazioni capaci di rappresentare il centro del sistema
mondiale.
La stagione dell'impero romano, o la grande influenza delle
repubbliche marinare sull'intero bacino di relazioni riconducibili al comune
mare Mediterraneo, rappresentano due esempi di questa possibile integrazione
in epoche precedenti e lontane dal Ventesimo secolo.
Il ciclo di chiusura e di apertura delle relazioni internazionali, che si
legge nello svolgersi del Novecento risulta, invece, segnato da un singolare
ribaltamento che si realizza proprio nel corso del suo svolgimento.
Nell'ultimo decennio del secolo Diciannovesimo e negli anni che precedono la
prima guerra mondiale, sembra avviato un processo di integrazione dei
mercati finanziari e degli stili di vita che anticipa, per certi versi, i
tratti della globalizzazione economica che si realizza solo successivamente,
nel trapasso tra il Ventesimo secolo e quello in cui viviamo.
Il livello di sviluppo dei mercati finanziari mondiali nel 1913 appare molto
simile a quello del 1990. In gran parte dei Paesi industriali la quota dei
depositi bancari sul totale del prodotto interno lordo appare nel 1913
simile a quella che si registrerà nel 1980. La capitalizzazione delle borse
mondiali, cioè il valore complessivo dei titoli azionari in esse scambiate,
è maggiore nel 1913 rispetto al 1980 e bisogna aspettare il 1990 perché i
livelli del 1913 siano recuperati. Ovviamente queste differenze di ordine
quantitativo sulla dimensione dei mercati finanziari non esauriscono la
diversità tra la situazione agli inizi del Ventesimo secolo e quella
osservabile alla fine di quel periodo.
Nel 1913 i mercati di borsa del Belgio, della Francia e della Russia
superano per dimensione degli scambi ed emissione dei titoli quello degli
Stati Uniti. Il mercato più importante in Europa risulta essere quello del
Regno Unito, che supera le dimensioni di quello americano nel 1913 e domina
la graduatoria, misurando la capitalizzazione di borsa in percentuale del
prodotto interno lordo, ancora oggi. Ma solo per motivi collegati alla
dimensione del denominatore oltre che a quella delle transazioni
finanziarie.
La contrapposizione tra economie di mercato ed economie socialiste, le paure
indotte dalla grande crisi del 1929, le conseguenze implicitamente
deflattive del sistema di gold standard nella gestione del sistema monetario
internazionale e la chiusura autarchica e interventista delle singole
politiche economiche nazionali sono le cause di una prolungata flessione
nelle dimensioni e nel livello di integrazione tra i mercati finanziari
mondiali nel corso del Ventesimo secolo. Il mercato finanziario europeo si
riprenderà solo negli anni Ottanta mentre quello americano avrà un impennata
clamorosa negli anni Novanta e la discesa dei corsi dovrà essere governata
dalla banca centrale nel trapasso verso il nuovo secolo.
A questa impennata del mercato americano concorre anche la rivoluzione
tecnologica che ha rivoluzionato la produzione e il trasferimento a distanza
delle informazioni. Aprendo la strada a un salto nella produttività
dell'intero sistema economico americano e non solo nei settori direttamente
collegati alla telefonia, al personal computing e alla digitalizzazione del
trattamento dell'informazione. La fine della guerra fredda, e gli effetti di
questa terza rivoluzione tecnologica, hanno favorito la integrazione dei
mercati finanziari internazionali. La liberalizzazione dei movimenti di
capitale e l'emergere di nuovi protagonisti sulla scena economica, come i
Paesi del Far East e dell'America Latina, ha moltiplicato le opportunità per
la emissione di titoli e la raccolta del risparmio oltre che per la
canalizzazione di quel risparmio verso gli investimenti realizzati nelle
economie emergenti. Si può affermare, quindi, che il primo mercato globale
sia stato proprio il mercato finanziario e che questo sia potuto avvenire
proprio perché le nuove tecnologie per gestire il trasferimento delle
informazioni, nel tempo e nello spazio, hanno determinato un grande salto di
produttività per gli intermediari finanziari. Ma questa integrazione
mondiale del sistema dei pagamenti e dei processi di trasferimento, dal
risparmio agli investimenti, delle risorse disponibili è stata, a sua volta,
una grande leva del processo di integrazione economica tra i mercati dei
beni e dei servizi.
La semplificazione del sistema monetario internazionale,
con la riduzione delle monete di riserva a tre sole valute (il dollaro,
l'euro e lo yen) è stata la condizione di contesto che, collegandosi alle
grandi trasformazioni tecnologiche ed alla piena liberalizzazione del
commercio mondiale, ha permesso la nascita del mercato globale, e delle sue
grandi infrastrutture logistiche, per le merci ed i servizi, non solo per la
gestione dei pagamenti ed il trasferi', mento di capitali finanziari tra le
varie economie del mondo. |