La nascita della psicologia scientifica

 

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Considerazioni preliminari

In questa sezione, dedicata alla nascita e ai primi sviluppi della psicologia scientifica, si vuol mettere in luce come l'esigenza di scientificità e di rigore, che trionfa nell'Ottocento e che è comune alla matematica ed alle più progredite scienze della natura, tenti di affermarsi, tanto nelle premesse metodologiche che nelle situazioni sperimentali, anche in psicologia.

Agli inizi del XIX secolo sembrava esaurita la possibilità di una psicologia filosofica a carattere razionalistico, di impostazione cartesiana e wolffiana, come conseguenza delle critiche che a questo modo di intendere la psicologia aveva mosso l'empirismo inglese, a partire da Hobbes e proseguendo poi con Locke, con Berkeley, con Hume. Ciò che l'empirismo inglese aveva in particolare dissolto era il concetto di io sostanziale, metafisico, affermando che la coscienza dell'io è semplicemente fenomenica.

Kant, d'altro lato, raccogliendo e proseguendo le critiche degli empiristi inglesi per quel che riguarda la possibilità di una psicologia filosofica o razionale, di carattere aprioristico-deduttivo, aveva negato anche la possibilità di una psicologia empirica; egli risolveva quest'ultima in una antropologia descrittiva, esclusa dall'ambito delle vere scienze, in quanto di carattere elencatorio e classificatorio. Nei Metaphysische Anfangsgrùnde der Naturwissenschaft (Primi principi metafisici della scienza della natura, 1786), Kant sostenne che « deve rimanere sempre lontana dal grado di una scienza della natura, propriamente degna di questo nome, la dottrina empirica dell'anima (...) poiché la matematica non è applicabile ai fenomeni del senso interno e alle loro leggi ». Inoltre l'unico strumento di ricerca in tale disciplina è l'introspezione che, per sua natura, rimane confinata all'ambito dell'individuo e quindi non rende mai la psicologia « qualcosa di più che una descrizione naturale storica del senso interno (...) una descrizione naturale dell'anima, ma non una scienza dell'anima ».

Anche Comte, d'altra parte, escluse dal rango delle scienze la psicologia, che egli risolse in fisiologia o in sociologia, cioè in discipline che soddisfacevano secondo lui a certi canoni di scientificità, non soddisfatti invece dalla psicologia.
Egli imputò alla psicologia l'incongruenza del dividere l'individuo in due parti: una parte immersa nel flusso dei processi psichici e l'altra che dovrebbe osservare tali processi. Invece, l'identità di osservatore e di osservato preclude la possibilità di una valida esperienza scientifica e, inoltre, l'assenza di controlli adeguati impedisce la formulazione di leggi. Questo ha come conseguenza l'impossibilità di formulare previsioni attendibili, che è tra i fini principali della scienza in quanto consente all'uomo gli strumenti più idonei al dominio di un certo campo di fenomeni.

La reazione a tale atteggiamento critico e sostanzialmente negatore della possibilità di una psicologia come scienza rigorosa non tardò a manifestarsi nelle opere di Herbart, prima, e, successivamente, di Weber e di Fechner, che sono caratterizzate dal tentativo prolungato, e anche faticoso, di introdurre in psicologia l'applicazione di procedimenti matematici particolari. Il proposito manifesto era quello di dimostrare che anche la psicologia poteva essere avviata a darsi quella veste di rigore cui tutte le scienze a partire dall'inizio del XIX secolo ambivano.

Il carattere sperimentale della psicologia si venne sempre più affermando ad opera oltre che di Weber e di Fechner anche di Miiller e di Helmholtz. Wundt, infine, ebbe il merito di raccogliere il metodo psicofisico a base matematica e di applicarlo a diverse situazioni sperimentali, dando così origine a quella che fu detta psicologia scientifica.
Alla nascita della psicologia scientifica contribuirono inoltre gli sviluppi e gli avanzamenti che si verificarono in varie discipline nella prima metà dell'Ottocento. Particolare influsso esercitò il fiorire degli studi di fisiologia: basti ricordare la scoperta di Beli e di Magendie, che affermarono la fondamentale dicotomia delle funzioni sensorie e motorie del sistema nervoso; la definizione di arco riflesso data da Marshall Hall, che escludeva, nella trasformazione di un eccitamento centripeto (sensorio) in uno centrifugo (motorio), l'azione della volontà dell'uomo; la dottrina dell'energia specifica dei nervi di Midler, che parve confermare la frattura, asserita dall'empirismo, tra soggetto percipiente e oggetto percepito; la scoperta della velocità dell'impulso nervoso dovuta a Helmholtz, che prospettava l'eventualità di poter misurare i processi psichici e, inoltre, l'importanza accordata, sempre da Helmholtz, allo studio degli organi di senso.

Particolare influsso esercitarono, inoltre, la neurofisiologia ed anche la frenologia, che ebbe il merito di ipotizzare il concetto di molteplicità delle funzioni delle diverse parti del cervello (la quale parve confermata dalla scoperta di Broca, nonostante la reazione « unificatrice » di Flourens.

Perfino dall'astronomia provenne alla psicologia scientifica un suggerimento fecondo connesso allo studio dell'equazione personale, dello scarto, cioè, tra le misure ottenute da due osservatori, o tra due misure successive ottenute dal medesimo osservatore. Dallo studio dell'equazione personale si erano sviluppati dei metodi matematici di analisi dei tempi di reazione, di cui la psicologia sperimentale si appropriò in modo assai fruttuoso.

In generale si può affermare che l'esigenza di scientificità venne avvertita in modo più vivo in ambiente tedesco: la psicologia scientifica è essenzialmente opera degli studiosi tedeschi. Perciò la nostra esposizione inizierà proprio dalla Germania. Qui nacquero i primi laboratori sperimentali, dove si formarono generazioni di studiosi non solo tedeschi, ma anche stranieri, in particolare americani. In Germania, inoltre, trascorsero periodi di studio anche vari scienziati russi (tra i quali emergono le personalità di Sechenov e di Pavlov). In tal modo si affermò e si diffuse a livello internazionale una concezione della psicologia che risale essenzialmente a Wundt. D'altra parte, ancora in ambito tedesco, è da ricordare l'opera di studiosi di indirizzo indipendente da quello wundtiano: tra questi Ebbinghaus, G.E. Mdller, Stumpf ed Ehrenfels, la cui caratteristica comune può dirsi la tendenza a rendere oggetto di studio sperimentale i processi psichici superiori, in certo senso trascurati da Wundt e dalla sua scuola.

Diversa è l'impostazione, dovuta essenzialmente a Galton, degli studi psicologici in Inghilterra: l'orientamento prevalente fu quello dell'analisi delle differenze interindividuali, che diverge, nei metodi e negli intenti, dalla psicologia wundtiana, volta alla determinazione di leggi generali, valevoli per tutti gli individui indistintamente. Di qui il problema della misurazione delle capacità che rivelano tali differenze (tests) e l'introduzione in psicologia di metodi statistici.

Del tutto caratteristici gli sviluppi della psicologia in Francia: strettamente legata alla psichiatria e, in parte sotto l'influsso di Taine, la psicologia francese si orientò in una certa misura verso la psicopatologia, la quale fu vista anche come strumento per approfondire la struttura dei processi intellettivi normali.

Negli Stati Uniti, invece, la psicologia, specialmente sotto l'influsso del pensiero di James e più tardi di Dewey, ebbe un orientamento essenzialmente pragmatico-funzionale e diede particolare rilievo ai campi applicativi della psicologia dell'educazione e del lavoro: in questo contesto fu ripresa e portata agli estremi sviluppi la tecnica dei tests. È innegabile che, da questo punto di vista, almeno in una prima fase, gli interessi psicologici dominanti negli Stati Uniti furono più di natura pratica che teorica. Una forte ripresa di interessi verso i problemi teorici della psicologia si ebbe con la diffusione negli Stati Uniti della psicologia della Gestalt, che suscitò polemiche assai vivaci anche per la sua aspirazione a porsi come visione di carattere generale e filosofico. La teoria della Gestalt era nata tuttavia in Germania, ove fu intesa come reazione radicale alla psicologia elementistica ed associazionistica wundtiana e come tentativo di introdurre una concezione olistica dei fenomeni psicologici.
Un'importanza rilevante ebbero gli studi di psicologia animale per le loro implicazioni concettuali e metodologiche : tali studi posero in termini moderni l'antico problema dell'esistenza di uno psichismo animale e l'ulteriore problema della adeguatezza dell'applicazione alla psicologia animale di categorie sorte all'interno degli studi di psicologia umana.

Altri problemi di natura concettuale e metodologica furono posti dalla nascita della psicologia oggettiva, elaborata in Russia dagli studi di Pavlov e negli Stati Uniti dal behaviorismo di Watson. Essi posero con vigore il problema di una base intersoggettiva, identificandola nei riflessi condizionati (Pavlov) e nei comportamenti osservabili (Watson). Comune ad entrambi fu l'esigenza di dare alla psicologia un fondamento scientifico rigorosamente determinabile. Pavlov e Watson diedero i maggiori contributi alla nascita della psicologia scientifica come viene intesa attualmente e posero, insieme agli psicologi della Gestalt, una serie di problemi aperti ancora oggi.
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Wilheim Wundt

Wilhelm Wundt (I832-1920), che viene tradizionalmente indicato come il primo psicologo sperimentale, seguì gli studi di medicina e di fisiologia. Pur rimanendo per tredici anni assistente di Helmholtz a Heidelberg, non collaborò mai strettamente con lui e anzi, proprio in questo periodo, maturò diversi interessi filosofici e psicologici. Nel 1858 pubblicò la prima sezione, dedicata al tatto, dei Beitrage zur Theorie der Sinnesivahrnehmung (Contributi alla teoria della percezione sensoriale), che, da un lato, risente profondamente dell'opera di Weber, di Miiller e di Lotze e, dall'altro, presenta già la percezione sotto un aspetto più propriamente psicologico. I Beitrage completi furono pubblicati nel 1862. Nel 1863 pubblicò un suo corso di lezioni universitarie dell'anno precedente con il titolo di Vorlesungen ùber die Menschen- und Tierseele (Lezioni sull'anima dell'uomo e degli animali), che contengono in nuce una enorme quantità di argomenti che Wundt svilupperà nel corso della sua lunga e laboriosissima carriera. Il corso universitario continuò con lo stesso nome fino al 1867, quando cominciò a chiamarsi corso di « psicologia fisiologica ». Nel 1873-74, ultimo anno della sua permanenza a Heidelberg, Wundt pubblicava i fondamentali Grundzùge der physiologischen Psychologie (Fondamenti di psicologia fisiologica), la sua opera più importante. Nel 1875 fu chiamato a Lipsia a reggere, nella facoltà di filosofia, la cattedra di psicologia, anche se tradizionalmente questo insegnamento era riservato a un filosofo. Nel 1879 fondò il famoso laboratorio di psicologia dove si formarono un grandissimo numero di psicologi europei ed americani : Kraepelin, Kùlpe, Lehmann, Meumann, Stanley Hall, Candi, Angeli, Titchener, Kiesow, Mòbius, Klemm fra i più famosi. Organo del laboratorio fu la rivista « Philosophische Studien » (« Studi filosofici ») che cessò nel 1903 ma riprese pochi anni più tardi col nome di «Psychologische Studien » (« Studi psicologici »). Nel 1896 compariva il « Grundriss der Psychologie » (« Compendio di Psicologia ») e negli anni seguenti Wundt continuava a lavorare instancabilmente a nuove edizioni delle sue opere, seguiva gli esperimenti di laboratorio, la rivista e inoltre completava la stesura dell'opera monumentale in dieci volumi, Viilkerpsychologie (Psicologia dei popoli), che finì l'anno della morte.
Fin dai Beitràge Wundt sostiene la possibilità di una psicologia sperimentale, che trae la sua origine dall'auto-osservazione (Selbstbeobachtung) e procede secondo due filoni: l'esperimento, per i fenomeni psichici più semplici, e l'osservazione, la « storia naturale » dell'uomo per l'esame dei « prodotti » dell'attività psichica. Appaiono già qui delineati i due canali principali della ricerca psicologica di Wundt: psicologia sperimentale, da un lato, psicologia sociale, dall'altro. In quegli anni egli era influenzato dalla Psychologie als Wissenschaft (Psicologia come scienza) di Herbart, ma, diversamente da Herbart che riteneva che la psicologia dovesse fondarsi sull'esperienza, la metafisica e la matematica, la sua psicologia, per essere scienza, doveva fondarsi sull'esperimento. Benché per anni Wundt combattesse la tradizione herbartiana, tuttavia proprio da Herbart mutuò, come del resto fece Fechner, la concezione di una psicologia scientifica. Infatti sebbene secondo Wundt, la psicologia debba far ricorso all'esperimento, essa deve anche essere Erfahrungswissenschaft, scienza dell'esperienza, intendendo l'esperienza in senso globale, senza cioè la classica distinzione in esterna ed interna, ma limitandola, nello stesso tempo, all'esperienza immediata. Qui, secondo Wundt, si pone la distinzione fra psicologia come scienza e le scienze fisiche, i cui dati non sono immediati, ma inferiti. Le scienze fisiche si fondano, quindi, sull'esperienza mediata. Tuttavia è importante notare come Wundt affermasse la possibilità di sperimentare anche in psicologia, come in fisica. Le modalità degli esperimenti sono diverse, ma entrambe hanno un carattere scientifico. La sperimentazione in psicologia è originale anche rispetto a quella della fisiologia, tuttavia proprio la fisiologia è di prezioso ausilio alla psicologia in quanto permette di stabilire e di variare le condizioni dell'esperienza controllata, cioè dell'esperimento. Correlativo all'oggetto della psicologia, che è l'esperienza immediata, è il metodo: cioè l'immediato esperire, di cui ci rendiamo conto per mezzo dell'auto-osservazione. La psicologia, scrive Wundt, « investiga l'intero contenuto dell'esperienza nella sua relazione col soggetto e nelle qualità che sono immediatamente attribuite ad esso dal soggetto ». Wundt considerava compito della psicologia stabilire, attraverso l'analisi dell'esperienza, gli « elementi » dei procedimenti di cui siamo consapevoli (sensazioni, percezioni, memoria) e successivamente i « modi » e le « leggi » delle loro « connessioni ». Egli traeva spunto in questo dalla tradizione associazionista inglese. Tuttavia tra la psicologia wundtiana e l'associazionismo classico vi erano importanti differenze: in primo luogo, gli elementi per Wundt non sono statici, benché possano venire isolati, ma fanno parte di un incessante fluire. In secondo luogo, gli elementi, e poi anche le leggi, non sono in Wundt ricavati da considerazioni filosofiche astratte, ma provengono dalla sperimentazione in laboratorio e sono in essa controllabili.
Il metodo diretto, l'auto-osservazione, però, non è adeguato per i processi superiori, intellettivi e volitivi. Qui si è costretti a procedere indirettamente, e ad affrontare il problema fondandosi sullo studio comparato dei « prodotti » dei processi, superiori: il linguaggio, il mito, il costume e poi la religione, l'arte, il diritto: è quanto farà Wundt nella Vòlkerspsychologie.
Dal momento che la psicologia è scienza dell'esperienza immediata, e che in questa esperienza non si presenta nessuna « sostanza », è assurdo pensare a una
sostanza anima ». I fenomeni che si presentano alla introspezione non sono che « atti concatenati »: i dati psichici sono interpretabili solo « attualisticamente ». Nessuna « sostanza spirituale » sottointende l'attività psichica, che è « attuale », fenomenica, cioè immediatamente data e immediatamente osservabile. L'« elemento » che Wundt voleva isolare, quindi, non era concepito come statico, né come una sezione staccata e a sé stante della coscienza, ma piuttosto come un flusso continuo, mutevole e soprattutto « attivo »: Wundt lo chiamò « processo mentale ». Il concetto, però, era alquanto ambiguo e si prestò a molti fraintendimenti: di fatto, tuttavia, l'elementismo esasperato, contro cui si appuntò sia la reazione della Gestalttheorie che quella del behaviorismo, fu, più che di Wundt, dei suoi successori, i quali sembrarono spesso sottintendere ai processi mentali una sostanza spirituale e trattarono i processi medesimi come frammenti staccati e statici di coscienza.
Se, dunque, l'attività psichica è « attuale » e non sostanziale, se è un processo attivo, essa seguirà una linea di sviluppo. Scoprire le leggi che regolano questo sviluppo è, secondo Wundt, un altro passo che la psicologia deve compiere. La legge basilare è quella della causalità psichica, che comprende tutte le leggi che regolano i rapporti reciproci dei dati della coscienza, quali si presentano in modo unicamente fenomenico. Wundt ritiene di poter parlare con rigore di causalità psichica poiché ha cura di stabilire esattamente il significato che tale concetto ha per lui: i) dal momento che non esiste una « sostanza psichica », non bisogna pensare che la causalità psichica regoli degli « oggetti » sostanziali, fissi, e divisibili gli uni dagli altri, come invece avviene in campo fisico; a) dal momento che non vi è una energia psichica, o comunque alcun comun denominatore cui tutta l'attività psichica possa essere ricondotta, non si deve intendere la causalità nel senso di un trasferimento di energia, per cui la causa si impoverisce trasferendo la propria energia sull'effetto. La causalità psichica è unicamente una « legge di successione », che regola lo svolgersi, l'espandersi, l'incessante fluire dell'attività psichica. La « causa » non è che il « prima », l'« effetto » non è che il « poi », e questo « prima » e questo « poi » sono essi stessi continui cambiamenti, « avvenimenti » e non « oggetti ». Tutte le altre leggi rientrano in questa legge più generale della causalità psichica; e si possono dividere in leggi psicologiche di relazione e leggi psicologiche di sviluppo. Fra le prime, la legge delle « risultanti psichiche » o della « sintesi creatrice », che non sí discosta molto dal pensiero di John Stuart Mill: il risultato di una combinazione di elementi ha proprietà e caratteristiche diverse e originali rispetto agli elementi che la compongono. Uno dei principali modi di combinazione fra elementi è l'« associazione » che Wundt studiò a lungo e che distinse secondo varie forme (fusione, assimilazione, complicazione). L'associazione è automatica, non richiede l'intervento attivo della coscienza. Quando, invece, questo si verifica si ha l'« appercezione » che, neì Grundzùge è vista come « l'ingresso di una rappresentazione nel < punto > visivo interno della coscienza » che costituisce il punto focale dell'attenzione. Anche l'appercezione è un continuo flusso e, secondo Wundt, può essere sperimentalmente misurata elaborando le misure dei tempi di reazione. L'appercezione attiva deve essere fenomenologicamente rintracciabile nell'esperienza immediata: l'accompagnarsi ad essa di un sentimento di attività sarebbe la sua manifestazione fenomenica. La connessione fra appercezione e sentimenti venne particolarmente sottolineata dopo che Wundt sviluppò la teoria della « tridimensionalità dei sentimenti », secondo la quale i sentimenti variano secondo tre assi distinti: piacere-dispiacere, tensione-rilassamento, eccitamento-calma. (Con questa teoria, che fu forse una implicita ammissione dell'inadeguatezza del sensismo e dell'associazionismo, Wundt fu costretto a modificare la sua teoria precedente nella quale il sentimento era un contenuto dell'esperienza, sullo stesso piano delle sensazioni e delle immagini. ll sentimento, nella sua nuova definizione di « segnale » dell'appercezione, è la manifestazione di un'attività unificatrice della vita mentale dell'uomo. Wundt cercò poi di trovare sperimentalmente dei correlati fisiologici ai termini del sistema tridimensionale e la sperimentazione fu lunghissima sia nei laboratori tedeschi che ín quelli americani, ma si concluse con un abbandono della teoria da parte dei successori di Wundt). L'appercezione, a differenza dell'associazione, agisce inoltre nelle connessioni logiche, può essere analitica o sintetica e, attraverso di essa, il pensiero può giungere fino al concetto. Tuttavia Wundt non chiarì mai del tutto l'aspetto logico-cognitivo dell'appercezione, né, tanto meno, la studiò mai sperimentalmente, ritenendo lo studio dei processi superiori compito della speculazione pura. Furono i suoi successori che si rivolsero a questi processi come a un tipo di « operazioni » particolari sì, ma non fondamentalmente diverse dalle altre attività della mente umana, e in quanto tali ne intrapresero lo studio.
Un'altra importante legge stabilita da Wundt nell'ambito delle leggi di relazione è quella delle « relazioni psichiche », secondo la quale, coerentemente alla teoria associazionistica del significato, un contenuto psichico acquista il suo significato dagli altri contenuti coi quali è in relazione. E' interessante notare che Wundt applicò questa legge per dare una sua interpretazione della legge di Weber-Fechner. La formula, secondo Wundt, non esprimerebbe né una relazione psicofisica come voleva Fechner né, come altri avevano proposto, una relazione puramente fisiologica fra processi nervosi periferici e centrali, bensì una relazione puramente psicologica. Wundt rimase sempre profondamente convinto del dualismo esistente fra mente e corpo: accettava il parallelismo psicofisico e quindi rifiutava la teoria della interazione, in quanto riteneva che il sistema causale della materia fosse un sistema chiuso che non poteva avere effetti sulla attività psichica né essere influenzato da essa. In questo senso Wundt agì per molti decenni sugli studi psicologici e solo in questo secolo il comportamento del corpo divenne nuovamente un dato, integrabile ad altri dati psichici, per la psicologia.
Fra le leggi psicologiche di evoluzione, Wundt stabilì quella dell'« eterogenesi dei fini », secondo la quale i processi mentali sono arricchiti o comunque alterati da « effetti secondari », che si aggiungono via via nel corso dello sviluppo dei processi medesimi e la legge dello « sviluppo per contrari » secondo la quale la vita psichica dell'individuo e ancor più la società si sviluppano in un alternarsi di correnti opposte.
L'elaborazione teorica di Wundt fu fiancheggiata da un'imponente massa di esperimenti di laboratorio che, condotti quasi esclusivamente dagli assistenti e dagli allievi, avevano il fine di sostenere e provare le teorie del maestro, conseguendo nello stesso tempo la dimostrazione pratica della possibilità di una psicologia sperimentale. Gli esperimenti sulla sensazione e la percezione sono la maggioranza (studi sulla visione, sull'udito, sul tatto, sul gusto, sulle stime temporali). Il gruppo di studi più importante dopo quello sulla sensazione è costituito dagli esperimenti sui tempi di reazione. Questi presero l'avvio dagli studi che il fisiologo olandese Franciscus Cornelis Donders aveva condotto partendo dal problema dell'equazione personale. Fra il 1885 e il 1890 gli esperimenti sui tempi di reazione vennero condotti in un clima di grande euforia perché parve che, mediante la loro addizione e sottrazione, si potesse giungere a misurare le attività associative, cognitive e volitive. Sembrava la smentita alle limitazioni che Herbart aveva posto: l'attività psichica, contrariamente a quello che egli pensava, poteva essere oggetto di sperimentazione. Più tardi, però, apparve che i tempi non erano costanti e che reazioni più complicate non potevano venire spiegate soltanto in termini di addizioni di reazioni più semplici. James McKeen Cattel e Carl Lange, fra gli altri, sostennero nuove interpretazioni. Lange, in modo particolare, dimostrò che la diversità fra la reazione sensoriale e la reazione motoria era dovuta alla predisposizione attentiva e in questo modo contribuì ad orientare le ricerche del laboratorio nel campo dell'attenzione. Infatti quando l'interesse per i tempi di reazione cominciò ad affievolirsi, gli esperimenti sull'attenzione e contemporaneamente sulla teoria dei sentimenti presero piede, mentre continuavano gli studi sull'associazione che non erano mai stati interrotti. Per quel che riguarda l'attenzione, ci furono esperimenti sulla complicazione, sull'ampiezza e sulla fluttuazione dell'attenzione, tutti divenuti classici.
Così come enorme era stata l'influenza esercitata da Wundt per oltre mezzo secolo, così fortissima fu la reazione alla sua psicologia accusata di essere una o chimica mentale » limitata e di corto respiro. Queste accuse sono oggi solo il segno di una polemica che fu molto accesa e lunga, tuttavia attualmente è difficile non pensare che la psicologia di Wundt fu in un certo senso la prima fase che si concluse in sé della nuova psicologia che, con forti influssi fisiologici e biologici e pesanti ipoteche filosofiche non poteva ancora essere scienza pienamente autonoma.
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ALTRE CORRENTI DI PSICOLOGIA TEDESCA ALLA FINE DELL'OTTOCENTO E AGLI INIZI DEL NOVECENTO
Se per molti anni l'influenza wundtiana fu preponderante nelle università e nei laboratori di psicologia, non è meno vero che quasi subito si ebbero delle forti reazioni ad essa. In Germania, in particolare, vi furono molti studiosi, che seguirono delle vie indipendenti da quella segnata da Wundt, mentre altri continuarono la tradizione wundtiana, non fosse altro che nel mantenere un rigoroso metodo sperimentale, pur spostando la propria attenzione a quei processi superiori che Wundt aveva tralasciato, nella convinzione che non fosse nel compito e nella possibilità della psicologia l'affrontarli.
Vogliamo ora ricordare brevemente alcune personalità che, con vari atteggiamenti, si resero indipendenti o si opposero alla psicologia wundtiana. Il panorama potrà indubbiamente apparire alquanto composito : ciò tuttavia è dovuto alla estrema varietà di interessi degli studiosi ricordati, il che rende assai arduo rintracciare un filo unificatore.

Hermann Ebbinghaus (1850-1909) è uno dei pochi psicologi dell'Ottocento che si sia formato al di fuori di un circoscritto ambiente accademico, attendendo da solo, per anni, a studi ed esperimenti rigorosissimi. Tentò di usare il metodo psicofisico per lo studio e la misurazione della memoria: sua fonte quasi esclusiva di ispirazione furono gli Elemente di Fechner. Ebbe anche interessi metodologici e si occupò ad esempio, delle condizioni che rendono possibile la misurazione. Per la misurazione dell'attività mnemonica la condizione principale è la frequenza della ripetizione. Uno dei punti più originali della sua ricerca sta nell'invenzione e nella sperimentazione delle sillabe senza senso (ottenute, cioè, inserendo una vocale tra due consonanti scelte a caso); queste sillabe rappresentano per la memorizzazione un materiale neutro, in quanto c'è una probabilità minima che esse provochino nel soggetto delle associazioni che influirebbero poi sul risultato dell'esperimento. I procedimenti sperimentali di controllo adottati da Ebbinghaus sono
sostanzialmente due: l'Erlernungsmethode (metodo del completo dominio) e l'Ersparnismethode (metodo del materiale ritenuto).
Dopo lunghissima e minuziosa sperimentazione pubblicò, nel 1885 Ueber das Gedàchtnis (Sulla memoria), uno studio che ebbe immediato e clamoroso successo. Conteneva, oltre agli esperimenti già ricordati, anche varie concezioni originali sull'apprendimento, sulla ripetizione e l'elaborazione della famosa « curva di dimenticanza ». Per la prima volta la psicologia penetrava, con metodo sperimentale, nel campo dei processi mentali superiori. Nel 1886 Ebbinghaus venne chiamato all'università di Berlino: da questo momento abbandonò completamente gli studi sulla memoria iniziandone molti altri. Nel 1890 il nostro autore fondò con Arthur Kònig la Zeitschrift flir Psycologie und Physiologie der Sinnesorgane (Rivista di psicologia e fisiologia-degli organi di senso) che annoverò fra i suoi collaboratori, oltre a Helmholtz, tutta una serie di psicologi e fisiologi illustri e diventò, in un certo senso, l'organo della psicologia indipendente da Wundt. Pochi anni più tardi, proprio negli anni in cui Binet in Francia affrontava lo stesso problema, Ebbinghaus pubblicò anche un metodo per la misurazione dell'intelligenza dei bambini in età scolare. Fu uno degli psicologi più famosi del suo tempo: due suoi volumi sistematici di psicologia ebbero larghissima risonanza e furono subito tradotti in varie lingue. Il successo era dovuto in parte allo stile piacevole e vivace dell'autore, ma, in parte, anche all'estremo rigore sperimentale e alla grande lucidità metodologica con la quale gli argomenti erano trattati!
Ebbinghaus segnò un effettivo passo innanzi rispetto alla psicologia wundtiana in quanto ebbe il merito di affrontare per primo i processi mentali superiori senza tuttavia abbandonare il rigore sperimentale e senza incorrere nelle ambiguità e nelle difficoltà in cui invece caddero, ad esempio, Kùlpe e la scuola della psicologia dell'atto.

Georg Elias Mùller (1850-1934.), laureato in filosofia, tenne per quarant'anni, a Gottinga, la cattedra che era stata di Herbart e poi di Lotze. Ebbe un laboratorio secondo solo a quello di Wundt per fama e in esso si formarono, fra altri, Narziss Ach, Hans Rupp, e David Katz. Gli interessi di Mùller furono rivolti verso tre campi di studio: la psicofisica e i suoi metodi, l'attenzione, la memoria. Per quel che riguarda la psicofisica, pubblicò, nel 1878, Ziff Grundlegung der Psycophysik (Sui fondamenti della psicofisica) e, l'anno successivo, un articolo sul metodo dei casi; questi lavori contengono delle innovazioni divenute classiche.
Dopo la morte di Fechner, Mùller divenne l'autorità indiscussa nel campo della psicofisica, anche se il suo interesse, dai problemi generali andò poi volgendosi ai campi più particolari della psicofisica della visione e della memoria. Benché negli ultimi tempi della sua vita fosse sempre più interessato a problemi metodologici e sistematici, tuttavia Mùller fu veramente uno dei primi ad allontanarsi quasi completamente da una problematica filosofica e a dedicarsi quasi unicamente alla psicologia.
Il suo interesse per l'attenzione — interesse di cui è già prova la sua tesi di dottorato, Zur Theorie der sinnlichen Aufmerksamkeit (Sulla teoria dell'attenzione sensoriale, 1873) — andò sviluppandosi, dopo le ricerche di Ebbinghaus, verso il campo della memoria e, nel 1893, egli pubblicò, insieme a Friedrich Schumann, allora suo assistente, gli importanti Experimentelle Beitràge zu den Untersuchungen des Geddàhtnisses (Contributi sperimentali alle ricerche sulla memoria). Gli studi di Mùller sulla memoria si conclusero con la pubblicazione di Zur Analyse der Geddàhtnistàtigkeit und des Vorstellungsverlaufes (Sull'analisi dell'attività mnemonica e del processo rappresentativo, 1911-17) un lavoro fondamentale, in cui la parte teorica ha una notevole importanza.
Qualche anno più tardi, interessato ai problemi della visione, si avvicinò alle posizioni di Hering e di Mach: fra l'altro tentò di stabilire degli assiomi psicofisici a sostegno dell'ipotesi che i processi fisiologici siano fondamento dei processi coscienti. Questa teoria fu probabilmente il germe da cui si sviluppò l'isomorfismo degli psicologi della Gestalt. Che, del resto, Mùller fosse consapevole di una certa somiglianza fra alcune posizioni, sostenute dalla sua scuola sulla percezione e sulla visione, e le teorie gestaltiste, apparve chiaramente quando, nel 1923 egli pubblicò lo scritto Komplextheorie und Gestalttheorie : ein Beitrag zur Wahrnehmungspsychologie (Teoria del complesso e teoria gestaltiste: un contributo alla psicologia della percezione), che tuttavia provocò un'aspra e prolungata polemica con Kòhler.

Ewald Hering (1834-1918) fu un fisiologo i cui contributi principali si ebbero nel campo della percezione visiva dello spazio (Beitràge zur Physiologie [Contributi alla fisiologia, 1861-64]) e della teoria dei colori (Zur Lehre vom Lichtsinne [Sulla teoria della percezione della luce, 1878]). La sua importanza per la psicologia risiede però essenzialmente nel fatto che Hering fu assertore dell' « innatismo » della percezione visiva: egli asseriva, cioè, che l'ordine spaziale della percezione visiva era qualcosa di innato e non, invece, frutto dell'esperienza (come sosteneva, ad esempio, l'empirismo di Helmholtz, cui egli si oppose in una famosa e vivace polemica).
A proposito del carattere della percezione visiva è interessante notare che si possono rintracciare chiaramente due filoni di spiegazioni: l'uno che, partendo da Locke e dagli empiristi inglesi, passa per Helmholtz e poi per Wundt e per Kùlpe; l'altro che trae origine da Hering (che si ispirava a Johannes Mùller e, quindi, in definitiva, alla concezione kantiana dell'intuizione innata dello spazio) e che influenzò, attraverso Stumpf, la linea psicologica che sfociò nella Gestalttheorie.

Karl Stumpf (1848-1936) seguì gli studi filosofici sotto la guida di Lotze. Legato da amicizia a Weber, Fechner, Brentano, Mach e James, l'interesse per lo studio dell'origine della percezione spaziale lo portò verso indagini di tipo psicologico. Il suo primo lavoro psicologico Ueber dem psychologischen Ursprung der Raumvorstellung (Sull'origine psicologica della rappresentazione spaziale, 1873) è sotto l'influsso delle teorie innatistiche di Hering. Il contributo più importante di Stumpf riguarda però problemi di psicologia della musica ai quali egli applicò una rigorosa e paziente tecnica di sperimentazione di laboratorio. I risultati di questo lunghissimo studio furono raccolti in Tonpsychologie (Psicologia dei toni, 1883-90) e nei Beitràge zur Akustik und Musikwissenschaft (Contributi all'acustica e alla scienza della musica) che furono pubblicati in nove fascicoli dal 1899 al 1924. Dopo la pubblicazione della Tonpsychologie, Stumpf polemizzò violentemente con Wundt a proposito degli esperimenti sulla distanza tonale.
Pur essendo metodologicamente convinto dell'importanza che riveste la sperimentazione in psicologia, e nonostante che dalla sua cattedra di Berlino incoraggiasse sempre la ricerca sperimentale, Stumpf, negli ultimi suoi studi, si dedicò soprattutto a questioni di carattere sistematico e teorico. Sotto questo aspetto risentì fortemente l'influenza della Psychologie vom empirischen Standpunkte (Psicologia dal punto di vista empirico, 1874) di Franz Brentano (1838-1917) e della nascente fenomenologia di Husserl che proprio a Stumpf dedicò le sue Logische Untersuchungen (Ricerche logiche, 1900-01). Attraverso Stumpf questa corrente di pensiero di impronta fenomenologica sfocerà in parte nelle ricerche degli psicologi della Gestalttheorie (sia Kòhler che Koffka furono allievi di Stumpf), sia, più apertamente, nella scuola dell'atto, cioè nella scuola di Kùlpe a Wùrzburg.

Ernst Mach e l'influsso che egli ebbe sugli studi di psicologia.
Egli partecipò al primo periodo della psicologia sperimentale con classiche ricerche sulla rotazione del corpo, sulla percezione visiva dello spazio e sulla teoria dell'udito. Nella sua Analyse der Empfindungen (Analisi delle sensazioni) sostenne che il principio di causalità va ridotto a quello humiano di concomitanza e che le sensazioni sono i dati di qualsiasi scienza. Tutte le scienze, e quindi anche la psicologia, sono basate sulla osservazione e i dati primari dell'osservazione sono i dati sensoriali. In questo senso di equivalente dell'osservazione viene ammessa l'introspezione. L'io individuale è illusione: vi sono solo i dati sensoriali e, fra questi, anche i dati delle sensazioni spaziali e temporali. Fu proprio l'analisi machiana delle sensazioni di spazio e tempo che, rompendo la lunga tradizione delle categorie kantiane, accettata ancora da Wundt, influenzò Kùlpe, il quale considerò spazio e tempo come attributi della sensazione alla pari delle qualità e dell'intensità, e giunse fino alla teoria della Gestalt che insisté sull'aspetto fenomenico dello spazio e del tempo.

Richard Avenarius lavorò indipendentemente da Mach, ma entrambi riconobbero che erano giunti a risultati sostanzialmente simili per quel che riguarda il problema dell'esperienza e dei dati sensoriali. Nella sua Kritik der reinen Erfahrung (Critica dell'esperienza pura, 1889-90) Avenarius sostiene che la coscienza dipende da un sistema fisico che è sostanzialmente il sistema nervoso centrale. Anche l'esperienza dipende da questo sistema che tende a mantenersi in un equilibrio « vitale » fra tendenze opposte di catabolismo e anabolismo. Questo equilibrio però è teorico, perché in realtà esistono varie serie di « differenze vitali » che tendono ad esso. Queste serie vitali possono essere « indipendenti », possono cioè darsi nel sistema nervoso centrale e in tal caso si tratta di dati fisici; possono essere « dipendenti » dalle precedenti serie fisiche e allora sono dati psicologici. Questi concetti saranno ripresi in modo quasi integrale dalla psicologia di Kùlpe.

Fra il 1893 e il 1912 intorno a Oswald Kùlpe (I 862-1915), assistente di Wundt e poi docente a Wùrzburg, si radunò un gruppo di studiosi che tentarono per primi lo studio dei processi del pensiero e della volontà con metodo sperimentale. Fra di essi i più importanti furono Johannes Orth, Karl Marbe, Narziss Ach, H. J. Watt, August Messer e Karl Bùhler. Il gruppo tuttavia si valse sempre di più degli apporti della fenomenologia di Brentano e di Husserl, allontanandosi progressivamente dall'esigenza di una trascrizione matematica dei risultati dei loro studi. Tipica da questo punto di vista fu l'evoluzione del pensiero di Kùlpe che, da una psicologia del contenuto di stretta derivazione wundtiana, passò attraverso varie influenze (fra cui, come si è detto, quella di Avenarius), per approdare a sostenere, nella sua opera postuma Vorlesungen ùber Rrychologie (Lezioni di psicologia, 1920), un compromesso fra le concezioni di Wundt e quelle di Brentano, ammettendo da un lato i « contenuti », dall'altro gli « atti » che egli chiamò « funzioni », indipendenti dai primi.
La scuola di Wùrzburg propose per lo studio dei processi superiori un metodo introspettivo sperimentale e sistematico (che venne però criticato da Wundt perché ampiamente condizionato dalle teorie degli sperimentatori e quindi non così obiettivo come avrebbe voluto apparire). Tutti gli studiosi della scuola rilevarono che nell'osservazione introspettiva del pensiero emergono dei contenuti di coscienza che non possono essere ricondotti solo alle sensazioni e alle immagini. Tuttavia le caratteristiche di questo « pensiero senza immagini » furono diversamente definite dai vari studiosi: Orth parlò di Bewusstseinseinlagen, atti o stati consci del soggetto; Watt sottolineò l'importanza dell' Aufgabe, cioè del compito soggettivo, e Ach sottolineò l'importanza della « tendenza determinante » che agirebbe inconsciamente contribuendo in modo decisivo al raggiungimento del risultato; Marbe e Ach rilevarono una Bewusstbeit (presenzialità implicita alla coscienza) di significati mentali, la cui definizione rimase ambigua, che consentirebbe - a loro parere - il giudizio anche in assenza degli oggetti concreti cui corrisponde. La scuola di Wiirzburg arrivò dunque a indicare l'esistenza di un pensiero senza immagini in cui l'orientamento del soggetto è attivo e può non essere cosciente; tuttavia non fu in grado di precisare né la sua natura né le sue leggi.
La percezione, nella teoria wundtiana, era il risultato di un associarsi di elementi, le sensazioni. Tuttavia sembrava difficile ricondurre le percezioni spaziali e temporali a questo schema.
Sotto l'influsso delle teorie machiane, Christian von Ehrenfels (1858-1932) pubblicò nel 1890 un articolo Ueber Gestaltqualitàten (Sulle qualità della forma) nel quale sosteneva che la forma, nello spazio e nel tempo, è una qualità diversa dagli elementi che la compongono (Fundamente) e non appartenente a nessuno di essi. Solo quando questi elementi compaiono tutti insieme formando una « base » (Grundlage) appare la forma che ha delle qualità indipendenti. La forma tuttavia non è data indipendentemente dagli elementi anche se le qualità degli elementi di base possono variare senza che per questo varino le qualità della forma.
A un primo sguardo le qualità della forma potrebbero apparire soltanto come un altro tipo di elementi, di struttura più complessa dei primi (e ciò sarebbe abbastanza coerente con la teoria wundtiana delle risultanti psichiche), ma Ehrenfels le considerò in relazione all'atto, dipendenti cioè da una attività mentale organizzatrice.

La scuola di Graz fondata nel 1894 da Alexius Meinong (I853-1920) continuò attraverso gli studi di Meinong stesso, quelli di Hans Cornelius e poi di Stephan Witasek nonché di Vittorio Benussi le teorie di Ehrenfels, arrivando a notevolissime formulazioni e precedendo in alcune teorie i principi della dottrina della Gestalt.
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GLI INIZI DELLA PSICOLOGIA MODERNA IN INGHILTERRA
La psicologia in Inghilterra aveva una lunga tradizione di carattere, però, prettamente filosofico anche se non metafisico. La psicologia nel senso moderno, scientifico, del termine ha inizio con Galton.Francis Galton (1822-1911) fu una singolare figura di studioso. Di intelligenza acutissima, la sua versatilità lo portò ad occuparsi di molti diversi problemi (dalla meteorologia alla biologia, alla antropologia, alla matematica, all'invenzione di strumenti di laboratorio ecc.) Benché il suo interesse per i problemi psicologici sia accentrato in un arco di tempo che non supera i quindici anni, i suoi contributi alla psicologia moderna, per novità e genialità di impostazione sono fondamentali. Studioso indipendente e svincolato da legami accademici, risentì fortemente l'influsso delle teorie di Charles Darwin — cui era legato anche da rapporti di parentela — e ne divenne acceso sostenitore. Da Darwin attinse il problema della continuità fra specie animali e specie umana, l'interesse per l'adattamento dell'individuo all'ambiente, per il problema della ereditarietà e della variazione fra individui, cioè delle differenze interindividuali. Mentre la psicologia tedesca cercava i principi universali di funzionamento, le leggi della attività psichica, con Galton ci si cominciò a preoccupare dei diversi modi di funzionamento delle diverse persone. Forte dei principi darwiniani e delle sue personali esperienze di antropologo e di viaggiatore, Galton si opponeva alla teorizzazione di una « uguaglianza naturale » di tutti gli uomini. Inoltre sosteneva che le variazioni, fossero fisiche, intellettuali o morali, dovevano essere ereditarie.
La sua prima opera Hereditary genius (L'ereditarietà dell'ingegno, 1869) è uno studio basato sulle biografie di uomini celebri e sull'ipotesi che essi si presentino con maggiore frequenza in determinate famiglie. Anche se la identificazione fra persona geniale e persona celebre è assai discutibile, e l'asserzione che il genio si trasmetta unicamente per via biologica, senza tener conto dei fattori ambientali economici e sociali, era senz'altro parziale, tuttavia l'opera fu importante sia perché pose un problema di tipo nuovo, sia perché la trattazione che Galton fece dei dati raccolti era basata su metodi statistici. Per questo aspetto egli continuò e sviluppò i lavori del belga Adolphe Quételet che aveva applicato la legge della distribuzione degli errori di Laplace e di Gauss a misure antropometriche e biologiche: l'uomo medio appariva come l'uomo perfetto e le variazioni dalla media venivano considerate come scarti sempre maggiori da questo ideale, approssimazioni, quasi sbagli della natura. Galton ammise la validità di questa applicazione anche per i caratteri mentali e, nella convinzione che il metodo quantitativo è quello che più va incontro alle esigenze di scientificità di una disciplina matura, trasformò la frequenza del genio o della deficienza mentale in funzione della loro intensità. La trattazione statistico-matematica dei dati psicologici e biologici divenne per Galton un problema sempre più assillante.
Nelle successive opere sull'ereditarietà formulò le leggi dell'ereditarietà ancestrale (per la quale i tratti individuali dipendono da quelli di tutti gli ascendenti del soggetto secondo una proporzione matematica) e della regressione verso il valore medio (secondo la quale i caratteri abnormi dei genitori, tendono ad avvicinarsi alla media nei figli). La trattazione matematica di quest'ultimo problema lo occupò per molti anni e lo condusse allo sviluppo di una misura di correlazione, l'« indice di correlazione », poi chiamato, « funzione di Galton » e infine « coefficiente di correlazione » (indicato ancor oggi con r). L'applicazione del coefficiente di correlazione, anche per merito dei successivi sviluppi dovuti a Karl Pearson, è stata da allora grandemente usata nel trattamento statistico dei dati psicologici. I problemi dell'ereditarietà e della trasmissione dei caratteri più rilevanti portarono Galton al disegno di fondare una nuova scienza, cui dette il nome di « eugenetica », con la quale egli si proponeva di studiare e di isolare determinati tratti, allo scopo di rendere possibile, mediante opportuni incroci, un miglioramento della razza. Usò anche, per primo, lo studio dei gemelli identici per rafforzare la sua tesi dell'influenza determinante dell'ereditarietà (nature) rispetto all'ambiente (nurture).

L'interesse di Galton per i problemi della misurazione dei tratti e delle facoltà umane culminò nell'opera sua più conosciuta Inquiries finto human faculty and its development (Ricerche sulla capacità umana e suo sviluppo, 1883). Questo libro viene comunemente considerato quello più propriamente psicologico di Galton e anche quello che diede origine alla psicologia individuale e differenziale, e a tutti gli studi sui reattivi mentali. Con questa opera Galton voleva fornire, nel momento in cui più aspra era la battaglia fra teoria dell'evoluzione e dogma religioso, un nuovo credo scientifico che avesse come meta quella di sostituire alla fede religiosa la fede in un progresso evolutivo il cui fine era la formazione di una umanità superdotata. I dati presentati nel libro avevano quindi lo scopo di presentare un campionario di attività mentali e di atteggiamenti umani in tutte le loro limitazioni (per indicare quanto fosse difettosa la situazione attuale) e in tutta la loro variabilità (per indicare come fosse possibile una selezione dei tratti migliori). Questo programma vagamente fantastico non impedì a Galton di compiere ricerche ed accertamenti minuziosi ed accuratissimi ed anzi lo spinse ad inventare degli strumenti di misura capaci di accertare le differenze interindividuali.
Egli arrivò così al
mental test, reattivo mentale, un metodo sperimentale di misurazione semplice e breve (in confronto agli elaboratissimi metodi psicofisici tedeschi) che tendeva a mettere in luce non la generalità ma la particolarità di un comportamento umano. (Il fatto che i tests misurino un « comportamento », non interessandosi dopotutto ai processi mentali sottostanti, contribuì non poco al loro successo negli Stati Uniti, specialmente dopo la nascita del behaviorismo).
Connessa all'applicazione del test mentale fu l'invenzione di tutta una serie di strumenti di misurazione sensoriale (il famoso fischietto, la sbarra, i pesi, ecc.). Era sottinteso il principio che una prestazione di tipo sensoriale fosse indicativa di un livello di prestazione mentale.
Nelle Ricerche Galton affrontò il problema dell'introspezione, notando la grande varietà dei processi associativi (il suo metodo di « associazione verbale » fu poi ripreso da Wundt), e anche il fatto che gran parte di questi processi si svolgono ad un livello inferiore a quello della coscienza, a un livello inconscio, cioè, che egli definì « anticamera della coscienza ». Si occupò anche della genesi, dei sentimenti religioso-superstiziosi e dei sentimenti paranoici, giungendo a provocarli sperimentalmente in se stesso. Un suo contributo fondamentale riguarda il problema della capacità individuale di ricreare mentalmente delle immagini (ideò anche un questionario per determinare i diversi tipi di questa capacità e per misurare l'accuratezza della figurazione in rapporto ai diversi sensi).
Galton aprì anche un piccolo Laboratorio antropometrico per misurazione delle capacità individuali, in occasione dell'esposizione internazionale di igiene (che ebbe luogo a Londra nel 1884) attraverso il quale cercò di ottenere un grandissimo numero di dati a supporto delle sue teorie sull'eugenetica. Era una prima applicazione su larga scala dei tests e fu un avvenimento importante, anche se i dati raccolti non permisero delle generalizzazioni rilevanti per quel che riguarda il problema delle differenze intcrindividuali.
Non va dimenticato che nel 1901 Galton e Pearson fondarono la rivista « Biometrika » che si occupò di ricerche matematiche in biologia e in psicologia e che, dagli studi statistici di Galton e di Pearson, si sviluppò intorno al 1904 la ricerca di Charles Spearman (1863-1945) sulla teoria bifattoriale dell'intelligenza (due serie di prestazioni intellettive differenti sono dovute a un fattore comune, genera/ factor, fattore G e ad un altro fattore specifico di ciascuna di esse). I lavori successivi dello stesso Spearman e di Godfrey H. Thomson su un sistema gerarchico di correlazioni portarono intorno al 193o, dopo varie formulazioni, allo sviluppo dell'« analisi fattoriale » per lo studio dell'intelligenza, dovuta oltre che allo stesso Thomson all'inglese Cyril Burt e all'americano Louis L. Thurstone.
L'influsso immediato di Galton sulla psicologia inglese non fu molto grande, sia Per la resistenza che le università opposero alla introduzione della psicologia, sia per il fatto che, quando questa resistenza fu vinta, si preferì attingere alle correnti tedesche.
Fra gli psicologi inglesi di questo periodo si possono ricordare James Ward (1843-1925) che fu influenzato dalla psicologia dell'atto e da Brentano; Georges F. Stout (1860-1944) la cui posizione fu vicina a quella di Ward e a quella della scuola austriaca e che scrisse diversi manuali di psicologia che ebbero grande diffusione; William McDougall (1871-1938), trasferitosi poi negli Stati Uniti, del cui ambiente culturale sentì l'influenza, che cominciò i suoi studi di psicologia nel campo sperimentale e teorizzò un sistema in cui l'attività psichica è contraddistinta da un impulso finalizzato (psicologia ormica o impulsiva), si esprime in un comportamento, è provocata da istinti e accompagnata da stati affettivi. La condotta finalistica comporta una certa indeterminatezza ed una relativa libertà. La vicinanza ad alcune idee di James ed il linguaggio ambiguo attirarono su McDougall la reazione del behaviorismo, anche se egli ebbe qualche influsso su alcuni behavioristi come Edward C. Tolman e Edwin B. Holt e se il suo libro Introduction to social psycology (Introduzione alla psicologia sociale, 1908) ebbe un notevole peso sugli studi successivi in questo campo.

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LA PSICOLOGIA IN FRANCIA
Nella prima metà dell'Ottocento, in Francia, come si è già accennato, si erano sviluppati gli studi di neurofisiologia ed era stato vivo l'interesse per la frenologia e il mesmerismo. Le correnti psicologiche francesi mantennero questo orientamento fisiologico, accentuando altresì il loro interesse (già presente in Comte e in Taine) per la psicopatologia più che per la psicologia dei processi normali. Di fatto lo sviluppo della psicologia in Francia è strettamente unito a
quello della psichiatria (di cui Pierre Janet e Jean-Martin Charcot sono i principali esponenti).
Théodule Armand Ribot (1839-1916), sotto l'influsso delle teorie di Taine e di Spencer, diede inizio in Francia ad una psicologia a carattere positivistico, orientata in senso fisiologico. I suoi interessi filosofici accompagnarono parallelamente l'evolversi della sua attenzione verso i campi di applicazione pratica della psicologia. Egli sostenne che la psicologia deve liberarsi dalla metafisica e servirsi di metodi empirici e biologici, limitando l'uso dell'introspezione.
Le sue prime opere sono a carattere storico ed espositivo: La psychologie anlaise contemporaine (La psicologia inglese contemporanea, 1870) e La psychologie allemande contemporaine (La psicologia tedesca contemporanea, 1879) in cui egli esponeva per la prima volta in Francia le teorie di Fechner, quelle di Wundt e quelle di Helmholtz.
In un secondo periodo Ribot si occupò soprattutto di psicopatologia. Les maladies de la mémoire (Le malattie della memoria, 1881), Les maladies de la volonté (Le malattie della volontà, 1883), Les maladies de la personnalité (Le malattie della personalità, 1885) sono opere classiche che ebbero grande influenza sugli studi successivi: nella ricchezza dei dati clinici raccolti, il filo conduttore e unificatore è una posizione filosofica derivata da Taine, che nell'opera De l'intelligence aveva criticato la psicologia delle facoltà. Termini quali
«facoltà », « io », « ragione », « memoria », « volontà » non sono che astrazioni reificate: la loro apparente semplicità è ingannatrice e impedisce di afferrare la complessità dei meccanismi psichici sottostanti. L'io non è una sostanza, ma una serie di eventi mentali. La psicopatologia scopre, nella dissociazione di questi processi, la loro complessità ed è di grande ausilio per la comprensione dei processi medesimi.
Successivamente Ribot si occupò di processi psicologici normali, affrontando in modo particolare, da un punto di vista biologico e fisiologico, il problema dei sentimenti.
Alfred Binet (1857-1911) fu inizialmente spinto proprio da Ribot ad occuparsi di psicologia; lavorò poi con Charcot alla Salpètrière. E' famoso soprattutto per la sua scala per la misurazione dell'intelligenza dei bambini, che pubblicò insieme a Théodore Simon nel 1911. Questa scala è il primo tentativo di stabilire gruppi di prove attraverso le quali giungere a una misura delle prestazioni di un soggetto, e, successivamente, paragonare questa misura con quella ottenuta dalla maggior parte dei soggetti della medesima età. Binet fu perfetarnente conscio del peso dei fattori culturali sui risultati ottenuti nel suo test e anche del fatto che la misura che se ne ricavava (quoziente intellettivo, QI = età mentale / età cronologica X 100) non rispecchiava i diversi caratteri strutturali dell'intelligenza dell'individuo sottoposto a misurazione. Tuttavia, il successo ottenuto dal metodo, in particolare negli Stati Uniti, a causa dell'orientamento funzionale e pragmatico della psicologia americana, fu enorme e oscurò queste difficoltà, così come anche mise in ombra tutto il lavoro preparatorio che aveva condotto Binet alla formulazione della scala.
Egli aveva iniziato nella scia della tradizione associazionista inglese e sotto l'influenza di Taine. Ben presto, tuttavia, si erano delineati altri interessi che l'avevano condotto allo studio delle differenze interindividuali e particolarmente al problema dell'intelligenza. Le sue opere maggiori rimangono La psycologie des grandi calculateurs et joueurs d'échecs (La psicologia dei più abili calcolatori e giocatori di scacchi, 1894) e L'étude expérimentale de l' intelligence (Lo studio sperimentale dell'intelligenza, 1903). Nella prima, Binet anticipò la scuola di Wùrzburg affermando l'importanza del pensiero senza immagini e soprattutto dimostrando che il suo svolgersi è influenzato dalla natura e dalla presentazione del problema, oltre che dalle attitudini individuali. Nella seconda, illustrò la sua ricerca sistematica, volta all'esplorazione del pensiero infantile, e, col suo interesse per l'aspetto genetico dell'intelligenza, segnò la strada da cui poi si svilupperanno le ricerche di Jean Piaget (n. 1896).
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GLI INIZI DELLA PSICOLOGIA AMERICANA
William James (1842-1910), viene comunemente indicato come l'iniziatore della psicologia americana. Fra le sue varie opere quella che ebbe maggiore influenza fu Principles of psychology (Principi di psicologia, 1890); in essa James espone accuratamente i risultati della psicologia wundtiana, ma finisce per respingerli. Secondo il nostro autore l'analisi wundtiana non riesce a cogliere la caratteristica più importante della coscienza: il suo fluire. La coscienza, invece, è continuamente mutevole, legata all'individuo, fondamentalmente selettiva secondo le esigenze di adattamento all'ambiente del soggetto. L'attività mentale ha una « funzione » nell'economia psicofisica dell'individuo: questa funzione è di tipo cognitivo e permette l'adattamento alle condizioni di vita.
La teoria più specificamente psicologica di James è conosciuta come « teoria periferica delle emozioni ». Egli la elaborò contemporaneamente, anche se indipendentemente, al danese Carl Lange, sostenendo che nell'emozione il dato primario è l'aspetto fisiologico e somatico. Solo la presa di coscienza di tale aspetto permette lo scatenarsi dell'emozione in senso psichico. La teoria venne messa in dubbio da successivi studi di Walter Bradford Cannon, Henry Head e Philip Bard sul meccanismo nervoso e ormonico, tuttavia oggi le si attribuisce il merito di aver posto l'accento sulle concomitanti fisiologiche e somatiche delle emozioni.
Le concezioni di James offrirono molti spunti alla corrente della psicologia funzionalistica e al behaviorismo.
James non era personalmente portato allo sperimentalismo, tuttavia incoraggiò sempre le ricerche sperimentali e la fondazione di laboratori presso le università; fu però Granville Stanley Hall (1844:1924) il grande organizzatore della psicologia americana: fondatore di importanti riviste, dell'associazione americana di psicologia, di molti laboratori. Fortemente influenzato dalla dottrina evoluzionistica, Stanley Hall propugnò una psicologia genetica, interessandosi Particolarmente ai problemi dell'età evolutiva.
La sua opera principale, immediatamente famosa, fu condotta con il metodo del questionario: Adolescence: its psychology, and its relations to physiology, anthropology, sociology, sex, crine, religion and education (Adolescenza: la sua psicologia e i suoi rapporti con la fisiologia, l'antropologia, la sociologia, il sesso, la criminalità, la religione e l'educazione, 1904). Stanley Hall sviluppò in seguito i vari campi indicati nel sottotitolo accogliendo anche degli influssi dalla psicoanalisi e dalla riflessologia di Pavlov.
Fra gli autori che maggiormente contribuirono a diffondere la psicologia negli Stati Uniti si deve citare James McKeen Cattell (1860-1944) primo assistente di Wundt a Lipsia, il quale, di ritorno in patria, si occupò di differenze interindividuali e di applicazioni del calcolo statistico oltre che di ricerche psicofisiche e dell'impiego dei reattivi mentali. Egli è considerato l'iniziatore della psicologia del lavoro.
James Mark Baldwin (1861-1934) fu uno psicologo sperimentalista anche se e sue opere gli procurarono una fama di teorico della psicologia. Notevoli furono i suoi studi sullo sviluppo mentale e la sua attività di editore di importanti riviste fra cui la « Psychological review » (« Rivista di psicologia ») fondata nel 1894.
Era inevitabile che ben presto si delineasse negli Stati Uniti il contrasto tra le correnti psicologiche di derivazione wundtiana e quelle originalmente americane che si affacciano già nelle impostazioni di James e di Cattell.
Edward Bradford Titchener (1867-1927)
indicò nel 1898 questo contrasto come quello fra una psicologia « strutturale » e una psicologia « funzionale ». Mentre la psicologia strutturale si interessa dei « contenuti » e tende a stabilire, attraverso l'introspezione, che cosa sono i fatti psichici e i loro elementi, e come avvengono, evitando gli aspetti soggettivi ed individuali (ed è la nuova psicologia scientifica), la psicologia funzionale si occupa invece degli stessi problemi considerandoli nel loro aspetto utilitario, cioè di operazioni che hanno importanza nella misura in cui tendono ad un costante migliore adattamento. La psicologia funzionale si pone l'antica domanda del perché delle attività mentali, facendo appello ai problemi vitali e a quelli dell'azione. Titchener, inglese, allievo di Wundt e rigoroso sperimentatore, fu per molto tempo strenuo difensore della psicologia strutturale di derivazione tedesca negli Stati Uniti dove insegnò e dove ebbe una famosa scuola.
Tuttavia l'orientamento prevalente era funzionale. Già gli studi di Cattell e di Stanley Hall avevano mostrato la tendenza ad abbandonare i problemi di
psicologia generale per occuparsi di applicazioni pratiche, di psicologia del lavoro, della educazione, di psicometria. Furono però in modo particolare gli scritti di Dewey a fornire un orientamento deciso alla psicologia funzionale.
Questo indirizzo si sviluppò particolarmente nell'università di Chicago e nella Columbia University di New York.
A Chicago James Rowland Angell (1869-1949) allievo di James senti fortemente l'influenza di Dewey e fu il teorico della psicologia funzionale in Psychology (Psicologia, 1904) e in The province of functional psychology (L'area della psicologia funzionale, 1907). In quest'ultimo scritto Angell sostiene che la psicologia funzionale si occupa:
a) dello studio delle attività mentali e del loro fine; b) delle « fondamentali utilità della coscienza », per cui le operazioni mentali sono « impegnate in una mediazione fra l'ambiente e i bisogni dell'organismo »; c) delle relazioni complete fra mente e corpo, anche al di là degli stati di coscienza.
Spinto dai suoi interessi pratici Angell promosse anche gli studi di psicologia infantile, di psicologia animale e di psicologia del lavoro.
Alla Columbia University l'orientamento funzionale ebbe soprattutto l'impronta di Edward Lee Thorndike (1874-1949) famoso per i suoi studi sulla psicologia animale, sui problemi dell'apprendimento (1901) e su quelli connessi all'uso dei tests mentali (1904).
Ancora alla Columbia insegnò Robert Sessions Woodworth autore di importanti opere di psicologia sperimentale e di storia della psicologia, che tuttavia ebbe una posizione eclettica accogliendo influenze da altre correnti ed in particolare da quelle della psicologia dinamica.
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LA PSICOLOGIA DELLA GESTALT
Gli psicologi cui si deve l'elaborazione della teoria della Gestalt sono Max Wertheimer, Wolfgang Kòhler e Kurt Koffka. Wertheimer fu l'iniziatore e il pensatore più originale, tanto che generalmente si pone la nascita del movimento nel 1912, anno in cui egli pubblicò il suo articolo sul movimento apparente, ma l'elaborazione successiva e la diffusione della teoria è dovuta soprattutto agli altri due, legati a Wertheimer da stretti e leali vincoli di amicizia, oltre che da una lunga consuetudine di lavoro comune.
Max Wcrtheimer (1880-1943) frequentò la scuola di Kùlpe, con lui discusse la sua tesi di dottorato e senz'altro l'atmosfera di Wùrzburg, in cui in quegli anni ferveva lo studio del pensiero senza immagini, contribuì ad allontanarlo dall'elementarismo di tipo wundtiano. Intorno al 1910 egli cominciò lo studio del movimento apparente, facendovi partecipare anche Koffka e Kòhler, e, nel 1912, pubblicò Experimentelle Studien ùber das Sehen von Bewegung (Studi sperimentali sulla visione del movimento) in cui sostiene che il movimento apparente non risulta da una
serie di sensazioni, ma è un tutto a sé, un fenomeno sui generis, che egli chiamò « phi-Phenomenon ».
Da quel momento Wertheimer, Koffka e Kòhler intrapresero una comune battaglia per sostenere le nuove teorie della Gestalt-psychologie. Nel 1921 fondarono « Psychologische Forschung » (« Ricerca psicologica »), la famosa rivista che continuò fino al 1938, e negli ultimi anni venne pubblicata negli Stati Uniti dove le persecuzioni naziste avevano costretto prima Wertheimer e poi Kòhler (Koffka insegnava negli Stati Uniti già da molti anni). Proprio su « Psychologische Forschung » Wertheimer pubblicherà nel 1921 e nel 1923 i suoi contributi più rilevanti per la definizione della teoria. Usci postumo un suo libro sul pensiero Productive thinking (Pensiero produttivo, 1945) in cui Wertheimer considera particolarmente il momento di formazione iniziale del pensiero, ritenendo carattere principale del pensiero produttivo quello di rivolgersi continuamente verso totalità strutturalmente organizzate, nello sforzo di impadronirsene.
Wolfgang Kòhler (1887-1967) fu allievo di Stumpf. Dopo i primi contatti io Wertheimer, e dopo averne assimilato le idee, fece (dal 1913) un lungo soggiorno a Tenerife dove compì importanti studi di psicologia animale alla luce delle teorie gestaltiste. Di ritorno in Germania nel 1920 ebbe la cattedra di psicologia prima a Gottinga poi a Berlino in seguito alla pubblicazione dell'opera Die physischen Gestalten in Ruhe und im stazionàrem Zustand (Le forme fisiche in riposo e in stato stazionario, 1920). In essa tentava un approccio di tipo fisico (aveva un forte interesse per la fisica, avendo risentito dell'influenza di Max Planck) ai problemi di fisiologia del sistema nervoso e di psicologia, arrivando a formulare una ipotesi di isomorfismo tra le dinamiche in campo fisico, neurologico e psicologico. Questa ipotesi è sempre stata molto cara a Kòhler nonostante le violente opposizioni suscitate ed è stata da lui sostenuta con rinnovato vigore dopo la pubblicazione di Brain mechanisms and intelligence (Meccanismi cerebrali ed intelligenza, 1929) di K.S. Lashley, che sembrò avvalorarla. Tra le opere più famose di Kóhler bisogna ancora ricordare Gestalt psychology (La psicologia della Gestalt, 1929) che, scritta in inglese, è la più chiara esposizione
complessiva della teoria e The place of value in a world of facts (il posto del valore in un mondo di fatti, 1938) che introduce il significato fra i dati dell'esperienza.
Kurt Koffka (1886-1941), anch'egli allievo di Stumpf, si distinse poi per la lunga serie di studi sperimentali che dal 1913 al 1921 condusse a sostegno della teoria della Gestalt e i cui risultati pubblicò a più riprese sulla Zeitschrift fùr psychologie (Rivista di psicologia). Nel 1921 pubblicò Die Grundlagen der psychischen Entwicklung: eine Einfùhrung der Kinderpsychologie (I fondamenti dello sviluppo mentale: una introduzione alla psicologia infantile), che allargò gli interessi della Gestalt - psychologie ai processi dell'apprendimento ed ai problemi educativi. Koffka scrisse instancabilmente per anni in difesa della teoria accanendosi nella sua foga polemica contro una psicologia atomistica che, se mai era esistita così come lui la dipingeva, era comunque morta da tempo. Tuttavia si deve a lui il trattato sistematico più completo: Principles of Gestalt psychology (Principi di psicologia della Gestalt, 1935).
Fra gli altri gestaltisti i più importanti furono: Erich von Hornbostel (18771936), Karl Duncker (1903-40), di cui sono noti gli studi sul pensiero produttivo e, in certa misura anche Kurt Lewin (1870 -1947) che fondò su principi gestaltici le sue teorie dinamiche del campo in psicologia sociale.
Bisogna notare che anche precedentemente e comunque contemporaneamente ai primi studi di Wertheimer, altri psicologi stavano affrontando lo stesso tipo di problemi. Negli anni dal 1909 al 1915 dal laboratorio di Mùller a Gottinga, uscirono degli importanti studi in questa direzione. È necessario ricordare almeno Zur Analyse der Gesichtswahrnehmungen (Sull'analisi delle percezioni visive, 1909) di Erich R. Jaensch (1883-1940), l'importante monografia sul colore di David Katz (il quale più tardi aderì alla teoria della Gestalt): Die Erscheinungsweisen der Farben (L'aspetto apparente dei colori, 1911) e soprattutto dello psicologo danese Edgard Rubin (1886-1932) i fondamentali studi sul rapporto fra figura e sfondo e sulle figure ambigue: Synsoplevede Figurer: Studier i psykologisk Analyse (1915), tradotto in tedesco nel 1921: Visuell wahrgenommene Figuren (La percezione visiva delle figure).

Principi teorici della Gestalt.
Passando ora ad esaminare brevemente i principi teorici della Gestalt, ricorderemo in primo luogo che, per questa teoria, una Gestalt, o forma, è essenzialmente un insieme strutturato, una totalità le cui parti sono connesse non per semplice giustapposizione o per casuale vicinanza, ma come elementi legati tra di loro da un rapporto intrinseco e significativo, tale che la percezione della totalità è primaria rispetto a quella delle parti e che la condizione di « una parte... è determinata dalle leggi intrinseche proprie della Gestalt stessa » (Wertheimer). La percezione della forma è qualche cosa di immediato, originario e significativo; l'analisi volta alla ricerca degli elementi componenti non è che un artificio metodologico, una forzatura che svia dalla comprensione centrale del problema.
Gli psicologi della Gestalt considerarono le spiegazioni della scienza come qualche cosa di diverso e di opposto all'esperienza ordinaria dell'uomo e, sotto l'influsso della fenomenologia, rivendicarono l'importanza dell'esperienza immediata e posero l'accento sull'aspetto originario e innatistico della percezione. Ciò però non li portò a posizioni di realismo acritico e ingenuo: essi tentarono anzi — specialmente Kòhler e Koffka — una mediazione tra scienza e teoria della forma sostenendo la validità delle leggi della Gestalt tanto nel mondo fisico quanto nel mondo dell'esperienza umana e la relativa concordanza delle teorie scientifiche e delle conclusioni dell'esperienza diretta e originaria, non influenzata dall'esperienza passata: «Il concetto di Gestalt ... attraversa la divisione di campi di esistenza, poiché è applicabile a ciascuno di essi » (Koffka). Le Gestalten si possono ritrovare in natura (celebre l'esempio delle bolle di sapone), nei processi cerebrali, nell'esperienza cosciente.
A proposito dell'esperienza va notato che, nonostante ciò che per amor di polemica si è spesso detto, i gestaltisti non hanno negato che l'esperienza passata possa influenzare la percezione (vedi Katz, Gestalt psychology [Psicologia della Gestalt]). La loro critica era rivolta piuttosto all'importanza concessa all'esperienza passata nei casi in cui si ha un'esperienza che non concorda con l'ipotesi della costanza percettiva (nei casi, cioè, in cui la visione di una figura non concorda con l'esperienza che di essa noi abbiamo avuto in passato); la questione va risolta, secondo i gestaltisti, non mediante un'inferenza che nulla nella nostra introspezione autorizza, bensì mediante le leggi di organizzazione delle forme, per cui, ad esempio, noi percepiamo più facilmente delle particolari strutture di stimoli (le « buone forme ») rispetto ad altre (le « cattive forme »). Questo ci riporta all'esposizione delle leggi stabilite dalla Gestalt-psychologie. Queste leggi sono numerosissime, tuttavia possono essere riassunte in alcuni punti di particolare importanza:
 

Alcuni esempi portati da Wolfgang Kòhler per illustrare le leggi della Gestalt.

a) Un campo percettivo è un sistema dinamico che tende a strutturarsi e in cui le singole forme compaiono già organizzate; le relazioni intrinseche alle forme ne costituiscono il significato che è immediato.
b) L'emergere delle forme in un campo percettivo è dovuta alle condizioni del campo e alle relazioni formali esistenti fra gli elementi del campo stesso. Queste relazioni sono quelle di « somiglianza », « prossimità », « simmetria », « chiusura », « continuità di direzione ».
c) Le forme si distinguono dallo sfondo, che è più indifferenziato, come figure unitarie; sono più o meno complesse, più o meno buone (quelle buone tendono a persistere; « pregnanza delle buone forme) e più o meno forti (secondo che possano essere analizzate con maggiore o minore facilità).

Kòhler in particolare si spinse molto avanti nell'approfondimento della teoria: egli notò che nelle scienze fisiche si rinvengono degli insiemi che non possono essere spiegati mediante una semplice addizione di parti (il campo elettromagnetico, ad esempio). Anche in psicologia bisogna fare uso della nozione di « campo » e Kòhler suppose che in corrispondenza di una percezione di una forma vi siano dei processi fisiologici a livello del sistema nervoso centrale analoghi a quelli che determinano la costituzione degli insiemi fisici. Questi processi sarebbero cioè dei sistemi in equilibrio che tendono ad essere massimamente semplici, simmetrici e regolari (esattamente come le forme fisiche). Queste caratteristiche di semplicità, simmetria e ordine vengono generalmente comprese entro quella di « pregnanza ». Kòhler ipotizzò quindi un « isomorfismo » fra i sistemi di relazioni che si instaurano fra le zone corticali che ricevono gli stimoli provenienti da una determinata figura e le relazioni strutturali proprie al campo percettivo cui è vista la figura stessa. Le nostre percezioni avrebbero dunque la stessa struttura dei processi corticali sottostanti. Era un tentativo di superare l'antico dualismo fra mente e corpo che suscitò infinite polemiche.
La relativa debolezza di questa teoria non era tale però da fare vacillare l'intera costruzione dottrinale dei gestaltisti. La Gestalttheorie aveva obiettivi molto più vasti: Koffka sosteneva che il suo scopo più generale era l'integrazione della attività psichica col problema dei significati e dei valori.
L'errore delle correnti scientifiche, quelle che Koffka. chiamava « positiviste », e del comportamentismo, era di non lasciare posto alle categorie del significato e valore. Kóhler ammise in The place of value che il « requisito significato » non è fisicamente inerente agli oggetti, e come tale non si può rinvenire nel mondo della fisica, tuttavia sostenne anche che il significato è immediatamente dato al soggetto, senza necessità di inferenze analogiche dall'esperienza passata. Il bambino è in grado di cogliere assai presto il significato di un volto, di una espressione e di riconoscerli nelle più diverse situazioni anche se non vi è nulla nello stimolo che possieda direttamente questo significato (e anche questo processo
viene riferito allo strutturarsi delle facoltà percettive e non alla esperienza; scrive Koffka, nei Fondamenti dello sviluppo mentale).
Le tesi gestaltiste sulla percezione e in particolare quelle sulla priorità del tutto sulle parti e sulle relazioni di interdipendenza fra gli elementi, permisero un fecondo allargamento della teoria anche allo studio del pensiero e dell'intelligenza. La posizione classica sosteneva generalmente che l'atto di intelligenza interviene in un secondo tempo sui dati percettivi elaborandoli mediante un processo di astrazione. Kòhler, attraverso i suoi studi sugli scimpanzè, respinse nettamente tale posizione, dimostrando l'immediatezza della percezione di determinati rapporti e non di singoli elementi. L'atto di intelligenza si ritrova proprio in una comprensione subitanea e immediata del problema (Einsicht, Insight) in una trasformazione sia del campo percettivo che di quello neurofisiologico che avviene all'improvviso e che implica la percezione di collegamenti prima non percepiti. Anche Duncker ha studiato a lungo le modalità attraverso cui si attua, nel caso della soluzione di problemi, l'insight o i successivi processi di insight (On problem solving Sulla [soluzione dei problemi, 1945]); Wertheimer ha spinto più in là di ogni altro questo studio: egli ha distinto l'apprendimento meccanico dello svolgersi del « pensiero produttivo » che scopre cioè nuove possibilità di strutturazione del campo e poi riesce a servirsene anche in condizioni che possono apparire molto dissimili.
Nel campo strettamente psicologico la Gestalttheorie ha dato contributi fondamentali agli studi sulla percezione, sia indicando dei punti di vista completamente nuovi su fatti già conosciuti, sia mettendo in luce e dando una spiegazione a fatti mai studiati. Le leggi di strutturazione del campo hanno validità predittiva in condizioni e con stimoli prossimali normali e sono state almeno parzialmente accettate da tutte le correnti psicologiche del XX secolo.
Anche lo studio del pensiero è stato della massima importanza e ha consentito numerosi sviluppi sia in campo teorico che nelle applicazioni pratiche.
Per quel che riguarda l'aspetto teorico di più vasta portata, tradizionale appannaggio della ricerca filosofica, il contributo principale della psicologia della Gestalt è stata la tesi che qualunque sia il responso della scienza, il punto di partenza di ogni scienza è necessariamente la realtà quale è comunemente percepita: anche la fisica non avrebbe nemmeno potuto avere inizio se l'uomo non avesse percepito in determinati modi il mondo esterno. La scienza potrà sostenere che quello che noi pensiamo di percepire non è ciò che realmente percepiamo, tuttavia è alla realtà percepita che l'organismo reagisce e la psicologia non può dimenticarlo. Questo equivale a sostenere che il linguaggio descrittivo dell'esperienza comune non può essere ridotto al linguaggio della fisica. Merito della psicologia della Gestalt è di avere indicato e sostenuto questa tesi non nuova con una chiarezza ed un vigore prima sconosciuti.
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LA PSICOLOGIA ANIMALE
Il rigido dualismo cartesiano tra uomo ed animale — solo l'uomo è dotato di intelligenza, l'animale è semplicemente macchina — aveva dato luogo ad una accesa polemica con i sostenitori della continuità tra intelligenza umana ed intelligenza animale. In opposizione al dualismo cartesiano le filosofie di Locke e di Condillac avevano, con diverse modalità, assimilato i processi umani a quelli animali. Il problema era stato poi affrontato in modo radicalmente nuovo da La Mettrie, il quale aveva affermato che nell'universo non esiste che un'unica sostanza la quale assume varie modalità. La materia vivente è capace di attività, rigenerazione, sensazione, movimento e di tutte le altre proprietà, che, tradizionalmente, vengono spiegate ricorrendo ad un principio vitale o anima. L'uomo non è che l'esempio più perfetto di organizzazione della materia, ma tale organizzazione non è qualitativamente diversa nell'animale: questo possiede una ragione e una coscienza. La catena degli esseri non conosce interruzioni.
Furono in seguito le opere di Darwin ad imprimere una svolta fondamentale al modo di considerare il problema e a segnare l'inizio della moderna psicologia animale. Le sue opere più incisive sotto tale aspetto furono The descent of man (L'origine dell'uomo, 1871) e The expression of the emotions in man and animals (L'espressione delle emozioni nell'uomo e negli animali, 1872). Invece di concepire la mente umana come strumento ai fini della conoscenza, la teoria della continuità evolutiva prospettò le attività mentali come funzioni di adattamento all'ambiente. Da questo conseguiva che tra attività psichiche animali e attività umane non c'è salto qualitativo ma unicamente una differenza di grado. Con questo la psicologia animale
si liberò da ipoteche metafisiche e teologiche per diventare, al pari della psicologia umana, una scienza strettamente legata alla fisiologia e alla biologia. Soprattutto in The descent of man Darwin sviluppò queste posizioni, concludendo che solo il senso morale distingue gli uomini dagli animali, dal momento che anche gli animali posseggono le stesse qualità dell'uomo e, sia pure a differenti livelli, sono in grado di usare strumenti, di formare dei concetti, di servirsi di un linguaggio e possono anche dimostrare un rudimentale senso estetico e sentimenti di venerazione e di rispetto.
La trattazione di Darwin era però ancora fondata su categorie acriticamente mutuate dall'associazionismo e trasposte direttamente dall'uomo agli animali: risentiva quindi di una forte tendenza antropomorfizzante.
Queste limitazioni furono anche del contemporaneo e amico di Darwin, John Romanes (1848-94), scrittore, zoologo e sostenitore della teoria dell'evoluzione, il quale per primo in Animal Intelligence (L'intelligenza degli animali, 1882) usò il termine « psicologia comparata ». Il metodo aneddotico descrittivo di Romanes e il suo ingenuo antropomorfismo furono più tardi violentemente criticati; tuttavia egli ebbe il merito di raccogliere una enorme massa di materiale, che una volta vagliata, permise lo svolgimento di un lavoro proficuo. Del resto Romanes stesso si pose il problema metodologico della scelta del materiale e stabilì dei canoni di selezione che, per quanto nelle sue intenzioni rigorosi, non erano
tuttavia sufficienti. La tendenza ad antropomorfizzare trovava, d'altra parte, una spiegazione nello scopo principale dell'opera che era quello di sostenere le teorie darwiniane: il comportamento animale era perciò interpretato in base a processi simili ai processi superiori umani per dimostrare la somiglianza e la continuità tra le due specie.
La reazione al semplicismo e alla scarsa scientificità dei metodi di Romanes non tardò a manifestarsi e prese tre direzioni diverse: quella metodologica di Lloyd Morgan, quella sperimentale di Thorndike, e quella meccanicistica di Loeb.
Nel 1894 in Introduction to comparative psychology (Introduzione alla psicologia comparata) si ebbe da parte di Conwy Lloyd Morgan (1852-1936) la formulazione del «canone» o « legge di parsimonia », secondo il quale si deve rinunciare ad interpretare un'azione animale come esercizio di un processo psichico superiore, se si può interpretarla come esercizio di un'attività psichica di livello inferiore. In questo modo si cercava di evitare ogni interpretazione antropomorfizzante; si insisteva inoltre sulla necessità della sperimentazione, che in Lloyd Morgan non fu mai tuttavia rigorosamente controllata in laboratorio.
Questo fu merito di Edward Lee Thorndike che già nella sua tesi era arrivato ad importanti conclusioni sull'apprendimento (Animal Intelligence: An experimental study of the associative processes in animals [L'intelligenza animale: studio sperimentale dei processi associativi negli animali, 1898]). Egli si servì per primo di gabbie da cui l'animale poteva uscire solo muovendo uno o più meccanismi posti all'interno (puggle-boxes); l'animale, un gatto o un cane, generalmente, compiva vari tentativi del tutto casuali per liberarsi. Thorndike elaborò delle curve di apprendimento e sostenne che esso avviene attraverso prove ed errori (trials and errors) e che il successo, sempre casuale, agisce come fattore che accelera il raggiungimento del risultato in una prova successiva, poiché evidenzia, e quindi fa ripetere all'animale, i movimenti che precedentemente hanno portato ad una soluzione positiva (« legge dell'effetto »). Questa conclusione, come è chiaro, non implicava alcuna attribuzione di coscienza né di processi intellettivi superiori all'animale. L'effetto si aggiungeva dunque alla frequenza della ripetizione (Ebbinghaus) come fattore determinante l'apprendimento.
Negli Stati Uniti la psicologia animale ebbe larga diffusione in quanto era congeniale all'atteggiamento funzionale, interessato allo studio delle capacità che portano al successo, più che allo studio della consapevolezza e dell'introspezione. Tra gli psicologi che più si distinsero in questa prima fase sperimentale della psicologia animale bisogna ricordare Willard Stanton Small, Robert M. Yerkes, e Walter Samuel Hunter. In generale questi studiosi tentarono di rendere più rigorosa, ma anche più « naturale », la situazione sperimentale, sostenendo che le condizioni di laboratorio alterano spesso la condotta animale.
Il terzo tipo di reazione al carattere antropomorfizzante della prima psicologia animale provenne da Jacques Loeb (1859 -1924), zoologo e fisiologo tedesco, che lavorò per gran parte della sua vita negli Stati Uniti. Egli sviluppò il principio meccanicistico dei movimenti forzati o « tropismi » nelle piante, in modo da poter spiegare in base ad esso il comportamento animale, nell'opera Der Heliotropismus der Tiere und seine Ueherstimmung mit dem Heliotropismus der Pflanzen (L'eliotropismo degli animali e la sua concordanza con l'eliotropismo delle piante, 1890). Altre sue opere famose furono Vergleichende Gehirnphysiologie und vergleichende Psychologie (Fisiologia comparata del cervello e psicologia comparata, 1899) e Forced movements, tropisms and animai conduct (Movimenti forzati, tropismi e condotta animale, 1918). Le teorie fisico-chimiche erano per Loeb un fondamento sufficiente per lo studio della condotta sia cosciente che non cosciente; egli propose inoltre di scegliere la memoria associativa quale criterio della coscienza, e stabilì quindi che solo gli animali che non mostrano di trarre profitto dall'esperienza sono privi di coscienza. (Negli stessi anni Herbert Spencer Jennings [1868-1947] si oppose a una distinzione fondata su tale criterio, dimostrando, attraverso i suoi esperimenti sui protozoi, che tutti gli animali, anche quelli ai limiti inferiori della scala, mostrano una varietà e una modificabilità di reazioni attraverso l'esperienza e che, quindi, anch'essi potrebbero essere ritenuti dotati di coscienza.)
Con la diffusione delle teorie di Loeb si ebbe, soprattutto in Germania, una vasta reazione contro l'indeterminatezza, la confusione metodologica e l'assenza di rigore sperimentale della psicologia animale. Ampia risonanza ebbe in particolar modo un articolo di Th. Beer, Albrecht Bethe e Jacob von Uexktùll Vorschlàge zu einer objektivirenden Nomenklatur in der Physiologie des Nervensystems (Proposte per una terminologia obiettivante nella fisiologia del sistema nervoso, 1899), in qui si proponeva di sostituire tutte le espressioni che potevano dare adito ad interpretazioni
antropomorfizzanti con altre esclusivamente fisiologiche o almeno neutre. Il behaviorismo in seguito, non avrebbe ritenuto sufficiente tale obiettivismo poiché esso ammette ancora due serie parallele di processi, fisici e mentali: tuttavia avrebbe fatto sue queste impostazioni metodologiche portandole alle conseguenze estreme anche nel campo della psicologia umana. Del resto il behaviorismo trasse le sue origini proprio dalla psicologia animale sperimentale, e Watson stesso compì i suoi primi studi sull'orientamento dei topi nel labirinto (Kinaesthetic and organic sensations: their role in the reaction of the white rat to the maze [Le sensazioni cinestetiche ed organiche e il loro ruolo nella reazione del ratto bianco al labirinto, 1907]): egli concluse che l'apprendimento poteva dirsi l'effetto di una « memoria cinestetica » del ricordo, cioè, dei movimenti, evitando così di applicare agli animali le interpretazioni derivate dalla psicologia umana.
Gli esperimenti di Wolfgang Kòhler, compiuti tra il 1913 e il 1920, sulle scimmie antropoidi si differenziarono dagli altri studi di psicologia animale, sia per l'applicazione rigorosa dei principi gestaltisti, che per l'originalità delle situazioni sperimentali.
Kòhler offrì un rendiconto dei suoi studi in Intelligenzprùfungen an Menschenaffen (L'intelligenza delle scimmie antropoidi, 1917). Una parte di questi studi riguardano esperimenti di discriminazione visiva: Kòhler concluse che le scimmie (come del resto le galline, che egli aveva pure esaminato) non percepiscono degli stimoli isolati ma delle collezioni, o meglio delle relazioni tra stimoli; per cui possono imparare a scegliere, ad esempio, tra due stimoli lo stimolo più chiaro, anche se si mutano le gradazioni degli stimoli, purché il rapporto tra di esse rimanga il medesimo (legge della « trasposizione »; la stessa, del resto, che Ehrenfels aveva scoperto a proposito delle melodie). L'intelligenza si rivela proprio nella percezione di relazioni e può assumere la forma di insight anche presso le scimmie. Proprio per studiare l'intelligenza degli scimpanzè, Kòhler escogitò una serie di esperimenti che si differenziavano da quelli tradizionali di laboratorio, in quanto cercavano di rispettare le condizioni ambientali abituali dell'animale: egli sosteneva che la condizione sperimentale delle gabbie e dei labirinti poneva l'animale in una situazione a lui incomprensibile e quindi generatrice di panico (in tale situazione era quindi naturale che la soluzione fosse trovata solo per caso). Gli scimpanzé di Kòhler, posti in grandi gabbie all'aria aperta, dovevano invece semplicemente raggiungere del cibo posto fuori dalla loro portata immediata, servendosi di strumenti (cordicelle, bastoni, casse) che trovavano all'interno della gabbia stessa, oppure seguendo un percorso che non era il più diretto, ma tuttavia l'unico utile (esperimenti del détour). Se la situazione non era troppo complicata l'insight avveniva in modo subitaneo, altrimenti per tappe successive. Il successo coincideva con lo stabilirsi di relazioni tra diversi oggetti, prima non organizzati in un insieme: in definitiva con l'emergere di una Gestalt.
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LA PSICOLOGIA OGGETTIVA
L'aspirazione della psicologia a farsi scienza si era sempre scontrata con la concezione che l'oggetto proprio di questa scienza avrebbe dovuto essere in gran parte costituito dai processi psichici.
Questo portava a serie difficoltà per quel che riguardava i procedimenti di sperimentazione e di misura che volessero essere rigorosamente scientifici. I tentativi di risolvere queste difficoltà provennero da due correnti distinte, che ebbero un'evoluzione profondamente diversa, ma che si possono accomunare sotto il profilo dell'esigenza di rigore: la scuola russa e i] behaviorismo americano.
Ivan Michailovié Sechenov (1829-1905) può considerarsi il fondatore della scuola russa: i suoi stretti contatti con studiosi europei, non gli impedirono di sviluppare un'impostazione del tutto originale. Una delle sue prime opere. I riflessi del cervello (1863) suscitò immediata risonanza e tra l'altro gli procurò delle noie presso il comitato della censura di Pietroburgo: il libro fu proibito con l'accusa di materialismo. Sechenov sosteneva, sulla base dei suoi esperimenti, che i riflessi spinali sono sottoposti ad un'azione inibitrice della corteccia o meglio di un particolare centro di essa, e concludeva affermando che « tutti gli atti consci o inconsci sono riflessi » e che quindi ogni esplicarsi di attività psichica ed intellettiva dipende da uno stimolo.
Se da un lato Sechenov tentò di ridurre la psicologia alla fisiologia, legittimando unicamente questo modo di affrontare i processi superiori, è tuttavia vero 'che egli allargò il tradizionale campo della fisiologia, accogliendo tra i suoi oggetti di studio anche i processi logici e le azioni volontarie, che altrove non furono presi in considerazione che molti anni più tardi. Nessun altro studioso europeo aveva mai affermato la possibilità di studiare le attività superiori attraverso i riflessi: tuttavia va sottolineato che nessuno, all'infuori dei suoi continuatori russi, raccolse e continuò la prospettiva di Sechenov.
Tra questi la figura di maggior rilievo è quella di Ivan Petrovic Pavlov (1849-1936), medico e soprattutto celebre fisiologo, che compì i suoi studi più importanti durante il lungo periodo in cui insegnò a Pietroburgo (1890-1924). La sua formazione si era compiuta oltre che in Russia anche in Germania (con Ludwig a Lipsia e con Heidenhain a Breslavia: qui aveva scoperto i nervi secre
tori del pancreas nel 1899, iniziando così una lunga serie di ricerche in questa direzione).
Fu proprio lo studio dei processi digestivi che condusse Pavlov alla sua più celebre scoperta: i riflessi condizionati. Egli aveva portato all'esterno lo sbocco dei canali digestivi nel cane per studiare la secrezione gastrica ed aveva osservato che l'animale cominciava a secernere i succhi gastrici o la saliva quando « anticipava mentalmente » la presenza del cibo. Pavlov parlò prima di « secrezione psichica », più tardi dei « cosiddetti processi psichici » e ancora più tardi, con l'evolversi delle sue ricerche, si servì del termine « riflesso condizionato », che aveva il pregio di eliminare qualsiasi riferimento a fenomeni non sperimentabili obiettivamente.
Essenzialmente si tratta di questo: l'introduzione di cibo provoca sempre una secrezione salivare (riflesso incondizionato); se, contemporaneamente all'introduzione di cibo si fa agire un altro stimolo (elettrico, sonoro, ecc.), si nota che, dopo un certo numero di ripetizioni, tale stimolo « improprio » è sufficiente a provocare, da solo, la secrezione salivare (riflesso condizionato). Il riflesso condizionato, col passare del tempo, tende ad estinguersi e deve perciò di tanto in tanto essere « rinforzato » mediante la presentazione dello stimolo « proprio » accanto a quello « improprio ». Il riflesso condizionato è dunque un « apprendimento » che si attua attraverso l'associazione tra una reazione, che fa parte di un riflesso incondizionato, ed un nuovo stimolo improprio o condizionato. Le prime esperienze di Pavlov sembrarono portare ad una conferma neurofisiologica dell'associazionismo, ma in successivi esperimenti egli mise in luce differenze essenziali tra l'associazionismo classico e il condizionamento: da un punto di vista teorico, infatti, l'associazionismo si fonda sull'introspezione, mentre i riflessi condizionati sono obiettivamente osservabili in laboratorio; inoltre, da un punto di vista sperimentale, mentre per l'associazionismo l'apprendimento ottimale si ottiene nel caso in cui i due stimoli sono presentati contemporaneamente, nel condizionamento tale risultato ottimale si ha nel caso in cui lo stimolo condizionato precede, anche se di una frazione di tempo assai piccola, il riflesso condizionato: è un « segnale », che « prepara l'attesa dello stimolo incondizionato » e permette all'organismo di prevederne la presentazione e di reagire di conseguenza. D'altra parte, mentre il riflesso incondizionato appare dopo un tempo brevissimo dallo stimolo, il riflesso condizionato appare dopo un periodo molto più lungo.
Pavlov inferì da ciò che il riflesso condizionato deve percorrere delle vie nervose più lunghe che il riflesso incondizionato. Egli sostenne che la regione in cui si formano i riflessi condizionati è la corteccia cerebrale (più tardi però altri studiosi dimostrarono che i riflessi condizionati si hanno anche in animali decorticati).
Tutta la dinamica dei riflessi poggerebbe su centri anatomici distinti a livello corticale; a ogni stimolo differenziato (acustico, visivo, ecc.) corrisponderebbe un centro corticale particolare (« analizzatore »); naturalmente è necessario ammettere un grandissimo numero di tali analizzatori. Ogni presentazione simultanea o quasi simultanea di due stimoli aumenterebbe l'associazione nervosa tra due centri corticali, determinando l'« eccitazione ». Questa teoria del dinamismo nervoso è strettamente connessa con quella della « dominanza »: un centro nervoso particolarmente importante attira a sé l'attività dei centri subordinati, semplificando e facilitando tale attività. Lo spegnersi di un riflesso condizionato è dovuto all'« inibizione attiva » dello stato di eccitazione per il presentarsi di uno stimolo disturbante; (per evitare questo inconveniente, Pavlov aveva fatto costruire per i suoi esperimenti le famose « torri del silenzio », in cui gli stimoli erano rigorosamente controllabili e non era possibile l'interferenza di uno stimolo disturbante). Questo primo tipo di inibizione « esterna », va distinto dall'« inibizione interna », che si ha con lo spegnersi spontaneo del riflesso, sia per effetto del tempo che per cause connesse con rinforzi troppo prolungati. In questo caso, secondo Pavlov, si ha un processo che tende a preservare i centri e le vie nervose da uno stato di eccitazione troppo forte. Anche il processo di inibizione può essere, d'altra parte, condizionato, e l'inibizione è un fenomeno transitorio che tende a scomparire (questo spiega il ristabilirsi di riflessi condizionati che parevano dimenticati). Secondo Pavlov, durante l'inibizione zone corticali più o meno ampie sono inattive, tagliate fuori. Se questo fenomeno si estende a tutta la corteccia, l'animale si trova in una condizione di inibizione generalizzata che corrisponde a uno « stupore motorio » e che, a seconda dell'intensità, Pavlov chiamò « ipnosi » o « sonno ».
Soprattutto il problema dell'inibizione e della discriminazione fu sviluppato dagli studi di Pavlov e della sua scuola conducendo a contributi originali anche nel campo dei processi umani. Fu proprio in questo senso, infatti, che si tentò di estendere la teoria dei riflessi condizionati. Tale estensione permise un'impostazione nuova dell'osservazione dei comportamenti umani. È chiaro infatti che il riflesso condizionato è un mezzo obiettivo di osservazione che sostituisce l'introspezione, un tipo di « linguaggio » che permette l'osservazione e la misurazione diretta del rapporto stimolo-riflesso senza dover ricorrere a concetti ambigui e quantitativamente non definibili, quali coscienza, processo psichico, ecc. Pavlov si rese perfettamente conto dell'importanza metodologica della sua teoria e ne auspicò l'estensione anche ai campi classici della psicologia, dominio incontrastato fino ad allora del soggettivismo e dell'introspezione. Tuttavia egli ritenne fondamentalmente di muoversi nel solo campo della fisiologia, di cui la psicologia poteva al massimo essere una parte: egli negava cioè la possibilità della psicologia come scienza autonoma.
Negli ultimi anni Pavlov propose varie interpretazioni su basi riflessologiche sia dei tipi caratteriologici che delle più note psicopatologie, e anche in questo senso i suoi studi hanno avuto degli sviluppi in anni recenti.
È necessario ancora ricordare la teoria generale dei processi nervosi e dell'adattamento all'ambiente che Pavlov fu in grado di elaborare in base ai suoi studi sperimentali. Gli ammali superiori e l'uomo sono dotati di tre sistemi di segnalazione: un primo sistema, comune all'uomo e agli animali superiori, è costituito dai riflessi incondizionati (nella terminologia classica: istinti, emozioni, affetti, ecc.), che permettono un adattamento limitato e che sono integrati dall'attività di analisi e di sintesi dei centri cerebrali, esclusi i lobi frontali. I centri cerebrali sono sede dei riflessi condizionati (secondo sistema di segnalazione) e permettono appunto un'attività associativa. Tale secondo livello è l'ultimo cui possono giunere gli animali superiori; l'uomo, invece, ha per di più la possibilità di un terzo sistema di segnalazione, costituito dal linguaggio, che consente l'elaborazione dei segnali del primo sistema, la loro simbolizzazione, astrazione e generalizzazione. Questo terzo sistema permette un grande adattamento dell'uomo all'ambiente ed è l'elemento costitutivo della scienza, intesa come espressione massima di questo adattamento. I tre sistemi sono dinamici e soggetti a continue oscillazioni ed il prevalere eccessivamente prolungato ed esclusivo dell'uno sull'altro può portare a diverse patologie. Secondo Pavlov, tuttavia, i diversi adattamenti cui il prevalere di un sistema sull'altro può condurre sono modificabili attraverso un apprendimento che, introducendo nuovi riflessi condizionati, muterà l'equilibrio (su questi principi infatti si baserà in gran parte lo sviluppo di alcune terapie in campo clinico).
Estese anche al comportamento umano le teorie di Pavlov apparvero affini alle concezioni del materialismo dialettico e furono assunte come fondamento ufficiale della psicologia sovietica sia in campo teorico che nelle applicazioni pratiche della pedagogia, della psichiatria, dello studio del lavoro.
Gli scritti di Pavlov contenenti le sue posizioni teoriche e i rendiconti dei studi sono raccolti nell'edizione delle opere complete curata dall'Accademia delle scienze dell'Unione Sovietica; bisogna ricordare tuttavia in modo specifico almeno Le lezioni sul lavoro delle principali ghiandole gastriche (1897) e la raccolta delle lezioni sui riflessi condizionati, la cui prima parte è Vent'anni di studio obiettivo sull'attività nervosa superiore degli animali (1923), mentre la seconda parte raccoglie gli studi sull'applicazione in campo psichiatrico della teoria dei riflessi condizionati.
Ancora per quel che riguarda la psicologia russa di questo periodo va ricordata l'opera di Vladimir Michailovic Bechterev (1857-1927) più orientato verso la psichiatria e che continuò la battaglia contro la psicologia soggettivistica ed introspezionistica specialmente in Psicologia obiettiva (1950) e Principi generali della riflessologia umana (1917). Non fu uno sperimentatore, né respinse il concetto di coscienza, tuttavia sentì fortemente l'esigenza di una descrizione dei processi psichici unicamente in termini obiettivi. Continuò lo studio dei riflessi condizionati particolarmente per quel che riguarda il problema dell'apprendimento del linguaggio.
Negli Stati Uniti l'esigenza di una psicologia obiettiva diede origine, come si è detto, al movimento behaviorista. Mentre da un lato esso risentì dell'influenza di Dewey, soprattutto quale mediatore, attraverso la psicologia funzionale, delle istanze dell'evoluzionismo e della dottrina dell'adattamento all'ambiente, dall'altro fu determinante l'ideale di scientificità cui miravano gli studiosi del comportamento animale nel loro ripudio di ogni indebita introduzione di concetti non osservabili. Influenza decisiva sul behaviorismo ebbe infine la dottrina dei riflessi condizionati di Pavlov e di Bechterev e la loro rivolta antiintrospezionistica.
Fondatore del behaviorismo è John Broadus Watson (1878-1958) che, come si è detto iniziò i suoi studi occupandosi di psicologia animale. Watson si propose la costruzione di una psicologia scientifica contrapposta al soggettivismo classico. Solamente metodi « obiettivi » avrebbero assicurato alla psicologia il raggiungimento di quei fini che egli reputava propri della scienza: la previsione e il controllo. « Obiettivo » era per lui un procedimento tale da consentire a diversi osservatori un accordo intersoggettivo riguardo ai medesimi oggetti di studio, mentre l'introspezione non usciva dalla sfera del soggetto. La fisiologia era per Watson la strada da seguire in questa trasformazione della psicologia; egli riteneva infatti, che la psicologia potesse essere ridotta alla fisica (i fenomeni psichici non sono che processi molecolari) previa la trascrizione dei processi psichici in processi fisiologici.
Una delle sue prime opere, Behavior: an introduction to comparative psychology (Comportamento: una introduzione alla psicologia comparata, 1914) ripete l'affermazione che la psicologia animale deve essere obiettiva, sperimentale e non antropomorfizzante. Del pari obiettivo e sperimentale, si sostiene nella stessa opera, deve essere lo studio del comportamento umano. Successivamente in Psychology from the standpoint of a Behaviorist (La psicologia dal punto di vista hehavioristico, 1919) e in Behaviorism (Il behaviorismo, 1924) egli sviluppava le sue tesi fornendo un rendiconto del suo lavoro sperimentale nell'ambiente naturale e in laboratorio e concludendo con un rifiuto radicale del metodo introspettivo, della coscienza, oltre che dell'attività immaginativa e della mente stessa. Oggetto della scienza è il comportamento: da ciò consegue il rifiuto del dualismo di mente e corpo. La distinzione tra campo biologico e campo mentale è un falso problema perché, di fatto, solo il comportamento è osservabile e quindi scientificamente controllabile. Il comportamento non è che la risposta dell'organismo all'ambiente, risposta che si attua a vari livelli (livello dell'attività nervosa, ghiandolare, motoria) fino a giungere al livello massimo, costituito dal linguaggio, Watson affermò che « ogni comportamento, sia umano che animale, è analizzabile in termini di stimolo e di risposta, e l'unica differenza tra uomo e animale ... è la complessità del comportamento ». Anche il linguaggio, tuttavia, è visto in termini puramente comportamentistici: dietro di esso non vi sono immagini mentali e il pensiero non è che un'« attività implicita della laringe ». La complessità del comportamento è descritta in termini di abitudini, integrazioni e modificazioni di reazioni semplici del tipo stimolo-risposta mediante una sostituzione di stimoli (egli adottò anche, in un secondo periodo, la terminologia pavloviana dei riflessi condizionati, sebbene di Pavlov respingesse le teorie neurologiche e tipologiche. Anche Bechterev fu da Watson criticato per la sua accettazione del concetto di mente, per quanto il metodo comportamentistico fosse assai vicino a quello della psicologia obiettiva dello psichiatra russo).
Inizialmente Watson definì le emozioni e gli istinti come strutture innate di risposte che possono essere condizionate (le une interne, le altre esterne). Più tardi però egli ridusse dì molto l'importanza delle strutture innate, affermando che il condizionamento, il quale può avere luogo anche prima della nascita, ha un ruolo preponderante. Tale affermazione era sostenuta anche dalle sue osservazioni e dai suoi esperimenti di condizionamento su neonati e bambini.
Nelle sue formulazioni estreme il behaviorismo di Watson si rivelò piuttosto sterile e i suoi continuatori furono costretti ad allontanarsi, in misura più o meno rilevante, dal rigore metodologico iniziale, onde smuovere la teoria dall'immobilismo cui il rigido monismo del fondatore l'aveva confinata. Eliminato ogni antropomorfismo dalla psicologia animale, si era tuttavia ridotto l'oggetto della psicologia umana a quegli aspetti che più avvicinano l'uomo all'animale. L'uomo appariva privo di mente, un semplice meccanismo, Le teorie fisiologiche di Watson, infine, non hanno mai ricevuto conferma. Dal punto di vista filosofico, d'altra parte, la teoria behaviorista trovò il suo sbocco più fecondo nelle elaborazioni datene dall'operazionismo e dall'empirismo logico, che ne posero in risalto l'esigenza di scientificità e di rigore. Le posizioni estreme del behaviorismo di Watson, tuttavia, non trovarono seguito in psicologia: le moderne teorie dell'appredimento e la teoria comportamentale in campo clinico (behavioral therapy) sono più strettamente legate alle dottrine di Pavlov che a quelle di Watson.
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