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Lavoro minorile
Espressione che indica
l’impiego di minorenni nelle attività lavorative.

Il fotografo
statunitense Lewis Wickes Hine fu uno dei pionieri del reportage sociale.
All'inizio del Novecento la fotografia si rivelò quale potente e veloce
strumento di comunicazione delle condizioni reali di vita e di lavoro della
gente comune.
I reportage di Hine sullo sfruttamento del lavoro minorile contribuirono
all'adozione delle prime leggi per la protezione dell'infanzia.
Nell'immagine, scattata nel novembre del 1908, due bambini al lavoro a un
telaio.
In tutte le epoche e
in tutte le società i fanciulli sono stati utilizzati per lavori propri
degli adulti; l'utilizzo di manodopera minorile non fu tuttavia considerato
un problema sociale fino alla rivoluzione industriale, che introdusse
diversi tempi e ritmi nel lavoro, mutandone completamente l'organizzazione.
Pertanto, se l'espressione “lavoro minorile” nel XIX secolo designava il
ricorso in fabbrica al lavoro dei bambini, attualmente è utilizzata per
definire in generale l'impiego di minori, specialmente per lavori che
potrebbero interferire con la loro educazione o danneggiare la loro salute.
STORIA DEL LAVORO
MINORILE

Agli inizi
del XIX secolo, nel pieno della rivoluzione industriale in Gran Bretagna,
gli industriali ricorsero a un massiccio sfruttamento del lavoro minorile.
I bambini, che in alcuni casi non avevano più di cinque o sei anni,
arrivavano a lavorare fino a 16 ore al giorno e in condizioni spesso
pericolose, soprattutto se impiegati nelle miniere.
Le prime leggi volte a regolamentare il ricorso alla manodopera minorile
furono approvate soltanto nella seconda metà del XIX secolo.
Bambini al lavoro tra i 10 e i 14 anni
Poiché la Gran Bretagna fu la prima nazione a sperimentare la rivoluzione
industriale, essa fu anche la prima a manifestare particolari problemi di
lavoro minorile connessi alla produzione in fabbrica. Alla fine del XVIII
secolo, infatti, i possessori di cotonifici reclutavano gli orfani e i figli
di famiglie povere in tutto il paese, utilizzandoli come operai in cambio
del semplice mantenimento; in alcuni casi, fanciulli di cinque o sei anni
erano costretti a lavorare dalle tredici alle sedici ore al giorno.
All'inizio del XIX secolo i riformatori sociali cercarono di ottenere
restrizioni legislative per ovviare agli aspetti più negativi del lavoro
minorile, ma con risultati molto scarsi. Spesso con l'approvazione dei
dirigenti politici, sociali e religiosi, si consentiva di impiegare i
fanciulli in mansioni pericolose, come quelle tipiche delle miniere. I
risultati erano l'analfabetismo, l'ulteriore impoverimento di famiglie già
misere e una moltitudine di fanciulli ammalati o invalidi.
Le agitazioni popolari per ottenere delle riforme aumentarono allora in modo
costante. La prima, importante legislazione britannica sul lavoro entrò in
vigore nel 1878, quandò l'età minima di impiego fu portata a dieci anni, e
ai datori di lavoro fu richiesto di ridurre l'utilizzo di fanciulli tra i
dieci e i quattordici anni, facendoli lavorare a giorni alterni o a mezza
giornata. Oltre a rendere il giorno del sabato per metà festivo, questa
legislazione limitò anche la giornata lavorativa dei minori tra i
quattordici e i diciotto anni a dodici ore, con una pausa di due ore per i
pasti e il riposo.
Lo sviluppo del sistema industriale generò anche in altre nazioni uno
sfruttamento del lavoro minorile simile a quello che si verificava in Gran
Bretagna. Durante i primi anni del XIX secolo i bambini tra i sette e i
dodici anni costituivano, ad esempio, un terzo della manodopera delle
fabbriche statunitensi.
La legislazione adottata a fine Ottocento da molti paesi per contenere
l'analfabetismo fra i fanciulli lavoratori stabilì l'età lavorativa minima e
il numero massimo di ore giornaliere e vietò il lavoro minorile all'interno
di fabbriche dove si trattavano materiali pericolosi. La prima Conferenza
internazionale del lavoro, tenuta a Berlino nel 1890, costituì il primo
tentativo internazionale concertato per elaborare delle norme sull'impiego
dei minori.
La moderna legislazione sul lavoro minorile nel mondo industrializzato
generalmente è legata alla legislazione scolastica sulla frequenza della
scuola dell'obbligo. Sebbene sia vietato alla maggior parte delle industrie
e delle attività produttive di utilizzare ragazzi in età scolare per
impieghi a tempo pieno, i fanciulli vengono largamente impiegati nel “primo”
e nel “secondo” mondo in lavori d'altro genere o part-time.
PROBLEMI
INTERNAZIONALI

Un gruppo di
bambine è impiegato nella tessitura di un tappeto al telaio.
Nonostante l'ILU (Organizzazione internazionale del lavoro), l'istituto
specializzato delle Nazioni Unite, abbia introdotto una norma che stabilisce
in 16 anni l'età minima per poter accedere al lavoro, tuttavia la prassi
dello sfruttamento dei minori è ampiamente diffusa in diverse zone del
mondo.
Il lavoro minorile continua a costituire anche oggi un grave problema in
molte parti del mondo, soprattutto nei paesi sottosviluppati dell'America
latina, dell'Africa e dell'Asia, dove le condizioni di vita dei fanciulli
lavoratori sono misere e le possibilità di istruzione minime. Quindi, poiché
i magri guadagni dei fanciulli sono indispensabili per la sopravvivenza
della famiglia, in certi casi essi vengono ceduti dalla famiglia stessa a
datori di lavoro che hanno anticipato una somma di denaro sulla quale sono
dovuti onerosi interessi, che i fanciulli devono rimborsare col proprio
lavoro, venendo così a trovarsi in una situazione di vera e propria
schiavitù.
In alcune nazioni l'industrializzazione ha creato per i minori condizioni
lavorative simili a quelle delle fabbriche e delle miniere europee del XIX
secolo, anche perché i vincoli legali talvolta esistenti vengono aggirati
mediante clausole che permettono il lavoro all'interno della famiglia. È
difficile ottenere statistiche precise, poiché il lavoro minorile è
ufficialmente illegale quasi ovunque: per le autorità è molto difficile
quantificare il problema, e quindi controllarlo. Secondo statistiche
largamente accettate, il lavoro minorile si colloca comunque tra il 2 e il
10% della forza lavoro globale di alcune aree dell'America latina e
dell'Asia, e supera il 10% per cento in alcuni paesi del Medio Oriente.
I problemi del lavoro minorile non sono, ovviamente, limitati alle nazioni
in via di sviluppo. Essi esistono ovunque vi siano situazioni di povertà e,
quindi, anche in Europa e nell'America del Nord. In Gran Bretagna la Low Pay
Unit, commissione creata per il controllo dello sfruttamento, ha
recentemente stabilito che circa 2 milioni di minori sono stati assunti per
lavori a tempo parziale: si tratta del dato più negativo dell'intera Unione
Europea. Inoltre, negli ultimi anni è andata aggravandosi anche in Italia la
piaga della prostituzione minorile nei centri urbani.
I maggiori sforzi per eliminare lo sfruttamento della manodopera minorile
nel mondo sono stati compiuti dall'Organizzazione internazionale del lavoro
(ILO), fondata nel 1919 e ora istituto specializzato dell'Organizzazione
delle Nazioni Unite (ONU). L'organizzazione ha introdotto varie
regolamentazioni sul lavoro minorile, incluse l'età minima di sedici anni
per venire ammessi a qualsiasi tipo di lavoro (anche all'interno della
famiglia), un'età minima maggiore per particolari lavori, visita medica
obbligatoria e regolamentazione del lavoro notturno. L'ILO non ha tuttavia
il potere di imporre queste norme ai paesi membri. Anche la Convenzione
delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia, adottata nel 1989, include
restrizioni sul lavoro minorile ed è ufficialmente vincolante per tutte le
nazioni che l'hanno sottoscritta, anche se non prevede nessuna clausola che
ne imponga l'adozione. L'ONU stima che, all’inizio del terzo millennio, sono
375 milioni i minori utilizzati in tutto il mondo come lavoratori.
Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo |