Mata Hari
Greta Garbo
Margaretha Geertruida Zelle, figlia di un olandese e di una giavanese, dopo aver
tentato senza successo la professione di insegnante e con alle spalle un
matrimonio fallito e due bambini, si trasferì a Parigi, dove con il nome d’arte
di Mata Hari cominciò una carriera di ballerina, esibendosi in danze in stile
orientale. Intrattenendo relazioni amorose con importanti ufficiali militari e
uomini politici dell’epoca si trovò coinvolta in alcuni intrighi internazionali.
Nel 1917 venne incriminata in Francia per attività spionistiche e fu accusata di
aver causato la morte di migliaia di soldati durante la Prima guerra mondiale.
Giudicata colpevole, fu fucilata il 15 ottobre 1917. Novant’anni dopo viene
chiesta la sua riabilitazione.
Un bacio, dice il Cyrano di Rostand, «è un apostrofo rosa tra le parole t’amo».
Difficile che Margaretha Geertruida Zelle, nome d’arte Mata Hari, pensasse
all’amore quando lanciò il suo ai dragoni zuavi del plotone d’esecuzione. Lo
sapeva che quella era l’ultima sfida della sua vita da spia. «Corrotta sì, ma
traditrice mai!», aveva protestato al processo che si era svolto nell’estate
1917 in una Parigi sgomenta per le notizie sui rovesci al fronte e le oltre 30
mila diserzioni, insomma, per quella che pareva una catastrofe annunciata. Ma
lei era colpevole? Davvero aveva rivelato alla Germania i segreti carpiti
durante i meeting sotto le lenzuola con ufficiali poco assennati e molto
assatanati? Indizi, si parlò di un fiume d’indizi. E le prove? Novant’anni dopo
Leeuwarden, Olanda, dov’era nata, ne chiede la riabilitazione. Nell’attesa le
hanno dedicato una sezione del locale museo, visitabile anche su internet:
http://www.historischcentrumleeuwarden.nl; la Francia rischia un’alluvione di
biografie [...]. Quello fu un anno orribile per la coalizione alleata, e
qualsiasi espediente pareva utile per distrarre dai disastri della grande guerra
l’opinione pubblica. Lei l’avevano condannata alla fucilazione la notte del 26
luglio per aver provocato, con il lavoro di spia, la morte di migliaia di
soldati alleati. L’indomani “La Stampa” aveva pubblicato un telegrafico «servizio
speciale»: «La ballerina indiana Mata Hari fu condannata a morte. Il Consiglio
di guerra ha ritenuto ad unanimità che essa era colpevole di aver fornito
informazioni suscettibili di nuocere agli interessi francesi, sovrattutto in
materia di politica interna e sull’offensiva della primavera 1916. La ballerina
firmò immediatamente il ricorso per la revisione del processo». Niente da fare,
allora le spie le fucilavano. Dissero che in quell’alba del 15 ottobre, nel
poligono di Vincennes, lei avesse rifiutato la benda sugli occhi e lasciato
aperto il soprabito sul corpo nudo: così, avevano dovuto bendare i soldati. Era
circolata anche un’altra storia, molto romantica e forse molto falsa. Convinta
che tal Pierre de Morisac, uno dei tanti cui aveva fatto perder la testa, avesse
corrotto i soldati, prima dell’ordine di far fuoco, lei avrebbe chiesto soltanto
un sorso di rhum.
La sua vita fu un lungo fumetto che attraversò buona parte della Belle Epoque e,
nel 1932, avrebbe ispirato un film interpretato da Greta Garbo. Era nata il 7
agosto 1876: il padre era un uomo d’affari olandese e la madre era originaria di
Giava. Lei aveva studiato per diventare insegnante, ma la vita nel piccolo
centro della Frisia andava stretta a quella ragazza alta, snella, pelle ambrata
e aria esotica e sensuale. Aveva deciso di evadere e il matrimonio sarebbe stato
il passepartout. Il marito l’aveva trovato leggendo un annuncio sul giornale:
Rudolf Campbell Macleod, origini britanniche e capitano dell’esercito olandese,
di vent’anni più vecchio. Il suo primo uomo, il preside del ginnasio, sembra, a
16 anni; poi Macleod; il ministro della guerra francese; chissà quanti altri.
[...] Il matrimonio andò in frantumi alla morte del primogenito, si sospettò
avvelenato dalla servitù, che detestava l’ex ufficiale. Lei, abbandonata la
famiglia, era tornata in Europa. [...] Si arrabattò, fece la modella per pittori,
poi l’insegnante. Ma adorava ballare. [...] L’esordio, all’inizio del nuovo
secolo, al Salon Kireewsky, fra i più malfamati della capitale. Presto sulle
locandine il nome campeggiò in caratteri sempre più grandi: Mata Hari, in malese
il sole, l’occhio del giorno. Si era inventata un passato degno di Lord Jim,
diceva di essere mezza indù e mezza britannica e che alle danze mozzafiato
l’avessero addestrata in un tempio. Aveva sempre adorato le divise, soprattutto
se ricche di alamari e galloni. In breve i safari fra gli ufficiali di mezzo
continente l’avevano trasformata nella protagonista del più ghiotto gossip di
Parigi. [...]. Erano stati gli agenti del MI5 britannico, a Londra, ad arrestare,
per la prima volta, «uno dei più begli esemplari di umanità femminile», come
scrissero nel rapporto. L’avevano presto rilasciata, ma non se la sarebbe cavata
a Parigi. Tradita, si disse, dal messaggio radio inviato a Berlino dall’addetto
militare in Spagna e intercettato dai francesi. Vi si accennava a una «collaudata
spia, nome in codice H-21»: sarebbe stata lei, Mata Hari alias Lady MacLeod,
alias Clara Benedix. Negò, tutto e con forza.
Sulla prima pagina de “La Stampa” del 16 ottobre 1917, ancora un «servizio
speciale»: «La fucilazione di Mata Hari». «La danzatrice Mata Hari, condannata a
morte il 24 luglio scorso dal Consiglio di guerra di Parigi, per spionaggio e
intelligenza col nemico e il cui ricorso in Cassazione fu respinto alcune
settimane fa, è stata fucilata stamattina. I documenti venuti in possesso della
giustizia dimostrarono all’evidenza la colpabilità dell’accusata e il valore
delle informazioni fornite al nemico». Dunque, accuse provate? Neppure per sogno.
Processo rapido, a porte chiuse. Poi, quattro giorni dopo la fucilazione, anche
Georges Ladoux, l’uomo che aveva ripetuto con monotona durezza il suo j’accuse
fu arrestato per spionaggio a favore della Germania. Anche per questo, forse,
dal 2001 viene chiesta la ribilitazione della madre di tutte le spie. Forse. In
fondo, lei aveva giurato di non aver mai tradito e si era presentata al passo
d’addio con un bacio.