L'innografia


ROMANO IL MELODO
 

I secoli V e VI vedono l'affermarsi nel mondo religioso bizantino del gusto del fasto, della pompa e dello splendore che si sviluppano parallelamente al fiato del cerimoniale della corte dí Costantinopoli, prova ulteriore dei legami che uniscono a Bizanzio la « Basileia » alla « Ecelesia ». Alle splendenti sontuose decorazioni dei marmi dei pavimenti e dei mosaici delle pareti e delle volte delle chiese corrisponde lo sviluppo della liturgia che esprime le forme vistose della pietà bizantina e che provoca un'impressione di stupore sui barbari ammessi a contemplarne lo svolgimento, quasi prefigurazione della liturgia celeste. In questo clima di abbagliante ieratismo si inserisce la musica e il canto dell'inno religioso.
L'età di Giustiniano vede il fiorire di una nuova forma di poesia legata alla musica, in cui la religiosità bizantina trova la sua più originale espressione. In essa la teologia ortodossa viene elevata mediante la musica alla sfera dell'emozione religiosa: versi e musica in inscindibile unità esprimono la nuova spiritualità.

Contacio  ( Κοντακιον )

La forma poetica che esprime questo mondo spirituale è íl « contacio », una specie di omelia lirico-drammatica dallo schema assai elaborato, che si trova già perfettamente sviluppato al principio del VI secolo nel suo massimo cultore, Romano, a cui più tardi fu dato il nome di « melodo »
Il contacio è un inno che consta di un numero vario di ganze, da diciotto a trenta, di norma, talora anche più, tutte di eguale struttura ritmica. Le singole stanze son chiamate « tropari » o « oikoi » e hanno tutte un ugual numero di versi, i quali si corrispondono metricamente e melodicamente, in maniera che ciascun verso riproduca esattamente, per numero di sillabe e per accenti ritmici, il corrispondente verso della prima stanza modello, che si chiama « irmo ». Ciascun contacio, quindi, è costruito su di un « irmo » composto espressamente o su un altro « irmo » già esistente. Introduce il contacio un « proemio » o « Cuculio » metricamente e melodicamente indipendente dall'irmo e dai tropari, che ne enuncia generalmente l'argomento e contiene una preghiera. A chiusa del proemio v'è un « ritornello » che si ripete poi alla fine di ciascun troparío. Ciò indica che il contacio era cantato da un solista (il predicatore che stava sull'ambone) e solo il ritornello veniva cantato da un coro costituito da tutta la comunità dei fedeli. Le stanze del contacio sono collegate, attraverso la prima lettera di esse, in un acrostico che normalmente o indica il nome dell'innografo o riproduce l'ordine alfabetico.
Questa complicata struttura del contacio, com'è evidente, rappresenta una completa rottura con tutto il sistema metrico classico, con cui il gran pubblico dei fedeli non aveva piú dimestichezza. Il nuovo sistema ritmico prescinde dalla quantità delle sillabe, di cui si era perduto ormai il senso, e si sviluppa sulla base dell'accento d'intensità. Cosi come nelle lingue romanze, la metrica si è trasformata da quantitativa in accentuativa; la musica che accompagnava il contacio e che era legata strettamente al metro, è andata completamente perduta.

'H παρθενος σημεpov

Il contacio fece la sua apparizione nella letteratura della Chiesa bizantina senza precedenti che possan farne delineare una linea di sviluppo. L'alone di leggenda che si formò intorno a Romano, attribuisce a lui la creazione e l'invenzione dei contacio, circondandole di miracolo. Secondo le notizie biografiche che di Romano ci danno fonti agiografiche piú tarde, egli era un Giudeo originario della Siria, nato ad Emesa. Divenuto prima diacono nella chiesa della Resurrezione, a Berito, passò poi a Costantinopoli all'epoca dell'imperatore Anastasio (491-518) e là fu assegnato alla chiesa della Vergine, nel quartiere « Kyrou ». In sogno avrebbe ricevuto dalla Vergine, in una notte di Natale, « il dono dei contaci », sotto forma di un rotolo che egli, per invito della Vergine, avrebbe inghiottito; avrebbe poi subito, svegliatosi, improvvisato sull'ambone della chiesa il suo primo inno 'H παρθενος σημεpov. Cosi sarebbe stato miracolosamente ispirato a creare il nuovo genere e avrebbe poi composto piú di mille inni.

Origine

Tuttavia la perfezione dei contaci di Romano, la sua abilità nell'uso del nuovo genere di complessa struttura rendono difficile l'accettazione della tradizione che fa di Romano il creatore del nuovo genere di poesia. E d'altra parte tale tradizione troverebbe in certo modo conferma nel fatto che non si trovano nella liturgia bizantina inni piú antichi che del contacio possan apparire precorrimenti. Possono invece rintracciarsi degli elementi che poi appaiono nel contacio, in varie forme di poesia siriaca dei primi secoli cristiani: « Memrà », « Madràsà », « Sugita » contengono, piú o meno sviluppati, già i diversi elementi del contacio: omelia in forma ritmica (« Memrà »), acrostico ritornello (« Madràsà »), episodi biblici in forma dialogica (« Sugita »). E proprio nelle traduzioni metriche greche di Efrem Siro (morto nel 373) o in forme poetiche direttamente influenzate dalla letteratura siriaca, come l'inno alla verginità contenuto nel Banchetto di Metodio (ma questo conserva gli antichi metri quantitativi) si posson trovare precedenti del contacio. Si pensa quindi che Romano avrebbe introdotto nella liturgia bizantina e adattato alla lingua greca antecedenti della poesia ecclesiastica siriaca, alla quale egli doveva essere abituato per la sua stessa origine. Il contacio sarebbe dunque derivato da forme di poesia siriaca del IV e V secolo. In esse gli innografi bizantini seppero infondere nuova vita: nel contacio contenuto e forma sono perfettamente integrati in una varietà metrica che è propriamente ellenica e che ha fatto pensare (Maas) alle invenzioni classiche dei metri dell'antica lirica greca.
Se il contacio, come pare probabile, è un adattamento alla lingua greca di una forma metrica siriaca, il bizantinismo mostra ancora una volta la sua capacità di assimilazione e di fusione di elementi diversi, la sua vocazione a un sincretismo culturale che gli deriva dall'ellenismo.

L'opera propria di Romano

Dei mille e piú inni di cui la leggenda agiografica attribuisce la composizione a Romano, la tradizione manoscritta ne ha conservato sotto il suo nome soltanto ottantacinque. Ma la recente edizione degli inni di Romano, quella di P. Maas e di C. A. Trypanis (Oxford 1963), ne considera « genuini » solo cinquantanove. Essi sono quelli che nell'insieme sembrano opera propria di Romano, anche se contengono interpolazioni piú o meno lunghe o contaminazioni con altri testi simili
o rifacimenti di alcune parti. Vengon divisi, secondo il loro contenuto, in cinque gruppi. Il gruppo piú folto comprende gl'inni per la persona di Cristo che raggiungono il numero di ben trentaquattro. Essi celebrano tutti i momenti piú importanti della vita del Cristo, quali soli riferiti nel Nuovo Testamento: dal Natale e dal Battesimo ai miracoli del periodo della predicazione (nozze di Cana, moltiplicazione dei pani, resurrezione di Lazzaro ecc.), alla Passione, alla crocifissione, alla Resurrezione, all'Ascensione. Il secondo gruppo (cinque) raccoglie gl'inni ispirati da altri episodi del Nuovo Testamento: nascita di Maria, Annunciazione, decapitazione di san Giovanni Battista ecc. Sette inni son dedicati a personaggi dell'Antico Testamento: Noè, Abramo e Isacco, Giacobbe ed Esaù, Giuseppe ecc. Il quarto gruppo comprende dieci inni su vari argomenti: le dieci vergini, il figliol prodigo, l'epulone e Lazzaro, il digiuno, la penitenza, li battesimo ecc. Il quinto è solo di tre inni: due per i quaranta martiri di Sebastea e uno per tutti i martiri. Alcuni argomenti attraggono particolarmente la musa di Romano: due contaci son dedicati alla Natività (1, 2) e altrettanti all'Annunciazione (36, 37), alle dieci vergini (47, 48), ai quaranta martiri di Sebastca (57, 58); ben sei celebrano la Resurrezione.
All'edizione degli inni ritenuti « genuini » è seguita, a cura degli stessi editori, quella dei Cantica dubia (1970), che offre altri trenta inni completi o frammentari, la cui attribuzione a Romano può essere revocata « in dubio » sia per il contenuto (sono in gran parte inni agiografici) sia per considerazioni di ordine metrico, linguistico, storico. Anche i pregi letterari di questi inni sembrano inferiori a quelli degli inni « genuini ». Ma è evidente che non tutti gli argomenti esposti dagli editori potranno essere accolti universalmente senza discussione. Resta però il fatto che il contacio ebbe un effimero fulgore con Romano e subito dopo andò incontro a un rapido declino.

Omelia ritmica

Il contacio di Romano è una omelia ritmica e dell'omelia conserva le caratteristiche. Romano, come gli omileti, attinge la materia al Vecchio e al Nuovo Testamento, agli Apocrifi, alle Vite dei martiri e dei santi, agli scritti dei Padri della Chiesa piú famosi, Basilio il Grande, Gregorio di Nissa, Giovanni Crisostomo ed altri, né rifugge dal citare anche scrittori eretici come Nestorio. Ma, nell'utilizzare le sue fonti, assume atteggiamenti diversi: dinanzi alla concisione delle fonti bibliche egli le elabora e amplifica, infiorandole di riflessioni dogmatiche e di considerazioni morali; ma comprime ed abbrevia le ampie tirate retoriche dei Padri o le prolisse e sconnesse narrazioni delle Vite di martiri e di santi. Tuttavia, nonostante questo sforzo di adattamento delle sue fonti all'economia del contacio, Romano non raggiunge né uniformità né individualità di stile: la rielaborazione non riesce in genere ad essere personale.
Dell'omiletica il contacio mantiene anche il carattere dogmatico e polemico: grande rilievo hanno nella poesia di Romano le controversie cristologiche del suo tempo. Egli, tuttavia, appare saldamente ancorato alla dottrina del concilio di Calcedonia (451) ed è fautore della politica religiosa di Giustiniano: celebra la doppia natura del Cristo, ma tratta con molta cautela i monofisiti, forse per rispetto alle inclinazioni verso questi eretici dell'imperatrice Teodora. Vivace è in lui anche la polemica contro la cultura pagana, ellenica, nel suo insieme: poeti, filosofi e oratori della Grecia antica vengono messi in un unico fascio e condannati, pure essendo per lui probabilmente soltanto dei nomi (non sembra infatti troppo estesa né profonda la sua cultura classica):

Cosa van strombazzando gli Elleni [pagani].?
perché si inorgogliscono del maledetto Arato?
perché vanno dietro agli errori di Platone?
come sopportano l'astenia di Demostene?
perché non comprendono che Omero è un vano sogno?
che van cianciando di Pitagora giustamente ridotto al silenzio?

(33. Sulla Pentecoste, st. 16)

Romano quindi si muove sulle orme segnate dall'omiletica dei tre grandi Cappadoci e dal Crisostomo, di essa mantenendo la tendenza alla retorica con l'uso non sempre parco di comparazioni, di antitesi, di sentenze, di immagini barocche e di tutti gli altri artifici. Tuttavia egli, pur dentro a una tradizione che non permette originalità di pensiero, pur compresso dalla macchinosa struttura del contacio e dalla sua forma cui era connaturata la retorica, mostra certa sua personalità poetica soprattutto quando, partendo dai dati tradizionali, li sviluppa liberamente in vivaci dialoghi o monologhi che danno al contacio quasi l'andatura di un dramma; o con vivide descrizioni, che non sempre han riscontro nelle sue fonti. Così, nell'inno per il Natale (1), dopo che nel proemio il poeta con rapidi tocchi essenziali ha messo in risalto l'unione tra celeste e terreno che si realizza con la nascita del Cristo:

La Vergine quest'oggi genera il Supersostanziale
e la terra una spelonca appresta all'inaccessibile;
gli angeli coi pastori cantano la sua gloria,
i Magi dietro alla stella fanno il lor viaggio;
poiché per noi è nato
piccolo infante, il Dio dall'eterno,

(1. Per il Natale, Proemio)

esprime lo stupore della Vergine per la sua straordinaria maternità in un fresco monologo:

Dimmi, o figlio, come fosti in me concepito, o come in me nascesti?
ti vedo, mie viscere, e stupisco
che ho latte e non fui sposa;
e te vedo in fasce,
e la verginità ancora intatta vedo;
perché tu la conservasti, quando ti compiacesti di nascere:
piccolo infante, Dio dall'eterno.

(St. 2)

Altamente drammatico è l'inno di Maria presso la Croce (19), che si svolge per la massima parte in un dialogo tra la madre che esprime umanamente il suo amore e il suo dolore per l'imminente perdita del figlio, attorno al quale pur ieri risonavan gli applausi e gli osanna sulle vie ancor coperte dalle palme, e che oggi avanza solo verso la morte; e Gesti che la conforta e le spiega il mistero della passione e della redenzione:

Il suo agnello la pecora vedendo
trascinato al macello, seguiva Maria, attristata
tra le altre donne, così gridando:
« Dove vai, o figlio? perché la veloce corsa tu compi?
che forse altre nozze di nuovo sono in Cana,
e or là t'affretti, per fare dell'acqua a loro vino?
Ti accompagno, o mio figlio, o piuttosto ti attendo?
Dimmi una parola, o Verbo: non lasciarmi in silenzio,
tu che pura mi serbasti,
e figlio mio e mio Dio.

....

Ancora i loro bimbi ti gridan: " benedetto";
ancora di palme ricoperta la strada
ricorda a tutti gli applausi degli empi a te rivolti.
E ora perché è avvenuto il peggio?...
Vai, o figlio, verso ingiusta morte
e nessuno si unisce al tuo dolore; non t'accompagna Pietro che ti disse:
" mai ti rinnegherò, s'anco morissi ";
ti abbandonò Tommaso che gridava: " con lui morirem tutti";
e gli altri ancora, gli amici e i familiari
e quei che dovran giudicare le dodici tribú d'Israele, dove son ora?
Nessun fra tutti, ma unico fra tutti
muori, o figlio, solo, per quelli tutti che salvasti,
per quelli tutti che servisti,
o figlio mio e mio Dio ».

(St. 1-3)

E il figlio:

« Perché piangi, o madre? perché con le altre donne ti fai vincere [dal dolore]?
 Posso non soffrire? posso non morire? come dunque potre salvare Adamo?
Posso non andar nella tomba? come trarrei alla vita color che son nell'Ade?...
Amaro il giorno della passione non ritener;
per esso io dolce dal cielo scesi, come la manna,
non sul monte Sinai, ma nel tuo grembo...
...Logos essendo, in te divenni carne;
in essa or dunque soffro e in essa salvo... ».

(St. 4 e 6)

Ma se piú spesso Romano tenta le corde degli affetti umani piú dolci per destare l'emozionalità religiosa, pur non rifugge talvolta dal ricorrere al religioso timore, che deve spingere al bene. Nell'inno su Il giorno del giudizio (34) domina per larga parte il terrificante. Tiene il centro dell'inno la visione apocalittica del regno malefico dell'Anticristo che precederà la seconda venuta del Cristo:

Angustia e necessità sarà tra gli uomini grande e immensa,
da cui vengono messi alla prova tutti i tuoi servi,
o giudice giustissimo.

Grande fame sans, e negherà anche la terra i frutti suoi,
e piogge più non vi saranno,

e tutte le piante in massa languiranno e l'erbe si seccheranno;
di luogo in luogo gli uomini fuggiranno e gemeranno senza posa;
la persecuzione prevarrà contro i buoni,
e su monti deserti e su colli e in spelonche
saran fuggiaschi per timor del tiranno, al drago sfuggendo,
gridando: « Volgi lo sguardo e salva i servi tuoi,
e giudice giustissimo ».

...

Terremoti e morti e ogni angustia dominerà nel mondo;
e verran meno i figli nei grembi delle madri;
e morirà la madre ancor prima del figlio; nelle piazze i cadaveri;
e non si vede chi li seppellisca...
Una città o un deserto non avranno la capacità di salvare i [fuggiaschi]
il lutto serrerà tutta la terra...

(St. 9-13)

Ma la visione terrificante si placa nell'apparizione luminosa del Redentore: il poeta non dimentica lo scopo del suo canto: la salvezza delle anime: dal timore religioso si passa alla speranza:

Ma poi verrà dall'altissimo, come sole splendendo
tra le nubi in gloria come Dio incarnato
cosí come vi ascese, di tutti i re il santo e puro,
di cui tremano gli angeli che gridano: « Gloria a te,
giudice giustissimo ».

(St. 15)

Altrove Romano introduce gli Apostoli, i Patriarchi dell'Antico Testamento, Martiri e Santi con un'evidenza che li fa vivere sotto i nostri occhi. E il discorso diretto, il dialogo dà un senso di drammaticità che fa presentire il dramma liturgico. Ma solo qualche volta il dialogo di Romano diventa dramma: manca in genere al poeta la capacità di creare personaggi la cui intensa, appassionata personalità dia vita al dramma. Né abbondano i passi felici come quelli che si sono messi sopra in evidenza. Più spesso Romano si abbandona a tirate lunghe e tediose, a digressioni dogmatiche ed esegetiche o a invettive e ingiurie contro glí eretici, senza per altro mostrare profonda preparazione filosofica e teologica, né mai introducendo alcun convincente argomento in favore delle sue posizioni.

Degna di interesse è la lingua di Romano: egli adopera normalmente la « coiné » articizzante letteraria, ma frequentemente mescidata con la più semplice lingua dell'uso popolare; né mancano larghe influenze della lingua neotestamentaria. Particolarmente rilevanti sono gli elementi giudaico-ellenistici, i « semitismi », che appaiono in Romano non soltanto in passi citati o influenzati dalla traduzione biblica dei Settanta o dal Nuovo Testamento e che, con la loro abbondanza, potrebbero costituire un argomento ulteriore a sostegno della sua origine giudaica.

Romano è il primo poeta del medioevo bizantino: egli rappresenta il volto nuovo, medievale appunto, della contraddittoria età di Giustiniano. Contemporaneo di Museo, di Agatia, di Paolo Silenziario e di Procopio, che espressero l'ultimo vivido sprazzo del classicismo languente nell'« entourage » dell'imperatore, Romano esprime l'altro atteggiamento della politica di Giustiniano ostile al paganesimo, per cui, nel 529, viene decisa la chiusura delle scuole filosofiche di Atene. Di contro al mondo antico che si dilegua, con il suo modo di pensare e di sentire, Romano, che non mostra nei riguardi della cultura antica quella comprensione che avevano avuto i grandi Cappadoci, erge l'architettura solenne delle stanze dei suoi contaci, che ben s'attaglia alla solennità delle chiese bizantine dalle volte e dalle pareti splendenti per lo sfarzo luminoso dei mosaici, e dà alla lingua greca nuove forme e nuovi ritmi che saranno continuati per secoli nella poesia liturgica bizantina.


« L'INNO ACATISTO »


Nel ritmo e nella forma dei contaci di Romano è anche il piú famoso inno della liturgia bizantina, l'Acatisto (Ακαθιστος), cosi chiamato perché viene tutt'ora cantato in forma solenne dai fedeli « in piedi », il sabato che precede la domenica della quinta settimana della quaresima bizantina, corrispondente alla nostra domenica di Passione.
Cronologia e paternità dell'inno sono discusse. Secondo una tradizione, l'Acatisto sarebbe stato composto di getto dal patriarca Sergio, ai tempi dell'imperatore Eraclio, in occasione della liberazione di Costantinopoli dall'assedio degli Avari (7 agosto 626). Il patriarca, che era stato l'anima della difesa,
ispirando nei difensori una fiducia incrollabile nell'aiuto della Vergine, avrebbe poi innalzato a Leí un cantico di ringraziamento. Ma par piú probabile che l'inno già preesistesse e che, in quell'occasione, fosse ripreso e adattato alla solenne circostanza con qualche cambiamento. Se cosi fosse, probabile potrebbe apparire anche l'attribuzione a Romano: per essa, del resto, militerebbero anche ragioni di fonti, somiglianze stilistiche e di contenuto dottrinale. Un'aggiunta sarebbe la strofe introduttiva in cui la città liberata innalza « alla condottiera invincibile un canto di vittoria » e rivolge alla « Theotokos » un canto di ringraziamento per averla liberata dall'imminente pericolo e una preghiera perché la preservi da tutti i mali futuri. L'inno poi si svolge in ventiquattro stanze ordinate in acrostico alfabetico, le quali sono collegate alternativamente col ritornello « alleluia » e con salutazioni alla Vergine, l'ultima delle quali suona: « Salve, o sposa illibata ». In esse son fusi insieme la rievocazione dei momenti dell'incarnazione, dell'arinuncíazione dell'angelo, della redenzione con le laudi della Vergine espresse a volta a volta dagli angeli e dai santi nello stile delle antiche litanie cristiane.
Un profondo sentimento religioso accompagnato da un ardore mistico sincero circola in tutto il canto che nella sua elaborata architettura raggiunge un effetto grandioso, non diminuito dalle ripetizioni e dalle ridondanze e da qualche gioco di parole.