Moses I. Finley          Leggi anche

La guerra di Troia (1)





Concludendo il primo capitolo del suo libro Troy and the Trojans, C .W. Blegen scrive (p. 20): «Non si può più mettere in dubbio, allo stato attuale delle nostre conoscenze, che ci fu davvero una storica guerra di Troia, durante la quale una coalizione di achei, o micenei, agli ordini di un re riconosciuto come egemone, combatté contro gli abitanti di Troia e i loro alleati». Prescindendo dallo «stato attuale delle nostre conoscenze» reali o presunte, dobbiamo insistere nel dire che nell’archeologia di Troia non c’è il minimo appiglio per fare un’asserzione simile, e tanto meno per scrivere che «non si può più mettere in dubbio» la guerra di Troia. Blegen e i suoi collaboratori possono anche aver accertato, per quanto sia possibile risolvere tali questioni una volta per tutte mediante l’archeologia, che Troia VIIa venne sconvolta dalla violenza degli uomini. Non hanno però trovato un solo frammento di materiale che provi l’esistenza di una coalizione di achei, o di «un re riconosciuto come egemone», o di eventuali alleati dei troiani; nessun indizio su chi distrusse realmente Troia.(2)
Sia l’archeologia greca continentale che le tavolette micenee sono del tutto prive di notizie su una questione così importante. Quanto di nuovo realmente c’è nello stato delle nostre attuali conoscenze, e che invece non si sapeva due generazioni fa, deriva anzitutto dall’indiretto, ma non per questo meno importante, sussidio delle testimonianze sugli achei e sui troiani aggiuntesi dall’esterno, e in secondo luogo da una visione del tutto nuova del genere e delle tecniche della poesia orale. Com’è ovvio, l’Iliade e l’Odissea restano oggi alla base dell’intero sistema di convinzioni sulla guerra di Troia: affermarlo è un luogo comune. Sono però dell’idea che vadano ribaditi e sottolineati alcuni punti, e cioè:
a) che non sono molti i progressi compiuti sulla via di uno studio critico e rigoroso dei due poemi, come testimonianza utile alla ricostruzione storica della guerra di Troia;
b) che tutti i postulati come quello del Blegen («la saga della spedizione contro Troia deve poggiare su un fondamento di fatti storici») sono atti di fede che non attingono alla storia;
c) che allo stato attuale altri elementi, anche se tutt’altro che decisivi, fanno pendere la bilancia a favore della tesi opposta.

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La prima scelta da fare nell’analisi è di tipo operativo. Tutti concordano sul fatto che l’Iliade, così come ci è pervenuta, è piena di esagerazioni, di deformazioni, di invenzioni poetiche e di contraddizioni lampanti. Ma in base a quale criterio ci è lecito distinguere, e di conseguenza stabilire che A è invenzione e che B non lo è (anche se B è un fatto distorto o esagerato)?
Vi è naturalmente una prima cosa che tutti facciamo: scartare come pure invenzioni poetiche le scene che si svolgono sull’Olimpo, o che trattano degli interventi divini e di argomenti simili. Sono tuttavia completamente serio quando osservo che questo è al più un primo passo equivoco, che rende il resto dell’analisi operativa più difficile. L’immagine «omerica» degli dèi è chiaramente alquanto diversa da quella elaborata dalla cultura del tredicesimo secolo, sia nelle omissioni sia nelle innovazioni. Molte di queste divergenze investono il nucleo del credo religioso e del patrimonio dei riti. In nome di che cosa dobbiamo concedere alla trasmissione orale tanta elasticità di fronte al volto soprannaturale della storia, se poi le neghiamo identica libertà di fronte all’aspetto umano? La verità è che adattiamo al mondo antico il nostro criterio di moderni su ciò che è credibile e ciò che invece non lo è. Trattiamo cioè l’aspetto umano dei racconti come evento probabile, e il soprannaturale come sicura invenzione. Ma i bardi e il loro pubblico (e molti greci dei tempi successivi), i protagonisti diretti della tradizione e della manipolazione, si resero conto di questa differenza? Le scene ambientate sull’Olimpo erano per loro meno «reali», meno «effettuali», di quanto i miracoli della Bibbia non siano reali per molti fedeli di oggi? L’analisi operativa in questi campi storici deve avvalersi delle concezioni degli antichi, e non di quelle dei moderni; per questa ragione riteniamo che la via del confronto fra umano e soprannaturale sia da considerare illusoria.

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La vera questione sta nel margine concesso alle divergenze. Ciascuno di noi promette di essere molto elastico, ma quasi tutti poi finiamo per ammettere che «la memoria della spedizione contro Troia deve fondarsi in qualche modo su fatti storici». In mancanza di documentazione storica o monumentale, non c’è riscontro immediato a questa nostra inclinazione a credere. Ma vi sono procedimenti indiretti per prendere in esame le soluzioni possibili, in primo luogo esaminando altre tre saghe eroiche che siamo in grado di sottoporre a verifica. Si presenta a questo punto qualche difficoltà, perché esse si sviluppano grazie alla poesia orale in tempi in cui tanta gente era già capace di leggere e scrivere, e numerosi erano i documenti scritti, in grado di favorire le contaminazioni. Ritorneremo brevemente su questo punto al momento di concludere; per ora, e prescindendo per Troia dalla discriminante della totale assenza di alfabetizzazione, ci occuperemo della Chanson de Roland, del Nibelungenlied e delle tradizioni slave del sud legate alla battaglia di Kosovo.
Nell’anno 778 Carlo Magno invase la Spagna musulmana. Nel rientrare in patria, la retroguardia del suo esercito subì un agguato a Roncisvalle, nei Pirenei, e venne massacrata dai baschi, anch’essi cristiani. L’episodio, umiliante, sembrava non essere destinato a memoria duratura: solo qualche fugace accenno riecheggiò nelle cronache dell’epoca. Invece la fama dell’incidente, o piuttosto la fama del conte Orlando, uno dei caduti, generò una tradizione eroica che si diffuse in tutta l’Europa, e ancora sopravvive in forme alquanto pittoresche. I normanni l’introdussero in Sicilia, come testimonia ancor oggi nell’isola l’«opera dei pupi» di Orlando e degli altri paladini di Francia. Gli stessi soggetti decorano i caratteristici carretti. Nel mondo della cultura contadina, Orlando compete coi Vespri Siciliani e con Garibaldi. Ma questi ultimi sono modelli pertinenti, mentre il ruolo di Orlando non è poi così ovvio, se non come campione della cristianità contro gli infedeli: un ruolo del tutto astorico che ne ha alterato l’immagine, a partire da quando non sappiamo. Il primo testo noto della Chanson de Roland è un poema di 4000 versi, composto intorno al 1150. Da allora in poi l’agguato di Roncisvalle fu una pagina gloriosa dell’epica carolingia, scritta dai paladini immolatisi contro un’armata saracena di 400 000 guerrieri, guidati da dodici condottieri, alcuni dai nomi germanici o bizantini. L’atmosfera di corte del poema non è quella di Carlo Magno, ma piuttosto quella della prima crociata, mentre la geografia politica non si adatta a nessuno dei due periodi, quanto al X secolo.(3)
Nella più o meno coeva, e altrettanto diffusa saga del Nibelungenlied, alcuni elementi centrali come Gunther e Atli-Etzel (Attila) sono storici, ma non in relazione fra loro. Gunther fu re dei burgundi sul Reno dal 411 al 437, anno in cui venne ucciso dagli unni, mercenari invasori che militavano al servizio dell’Impero romano. Il regno degli unni, di cui Attila divenne re solo nel 445, non ebbe alcuna parte nell’uccisione. Il Nibelungenlied trasformò l’invasione del regno burgundo da parte degli unni nel suo esatto contrario, e cioè in una complicata vicenda promossa dalla principessa burgunda Crimilde, moglie di Attila. Di ciò non abbiamo certezza storica, così come nulla di certo sappiamo del personaggio di Crimilde (l’unico elemento connettivo di tutto il tessuto epico), o di Sigfrido e Brunilde, figure chiave della prima metà del ciclo. D’altra parte, accanto a Gunther e Attila compaiono il re ostrogoto Teodorico (nei panni di Dietrich di Berna), signore di quasi tutto l’Impero occidentale dal 493 al 526, Pilgrim, vescovo di Passau dal 971 al 991, e molte figure minori, altrettanto anacronistiche o fittizie. Rispetto alla Chanson de Roland, insomma, il Nibelungenlied trattiene un numero ancora più esiguo di elementi storici riconoscibili o coerenti, se mai si può affermare che ne conservi alcuni.(4)
L’eroica tradizione degli slavi del sud mitizza lo scontro di Kosovo, una battaglia realmente decisiva, per alcuni aspetti più saldamente ancorata alla storia di quanto non lo siano le saghe francese e tedesca. È tuttavia più difficile accertare il perché del suo frantumarsi in raccolte poetiche di breve respiro, che mai (se non artificialmente) si fondono in un unicum di una certa consistenza. L’invasione ottomana, e nel 1389 la disfatta di Kosovo subita dai serbi del principe Lazzaro, trovano un posto nella tradizione. Ma ben presto hanno inizio le variazioni sul tema e le invenzioni poetiche.
Ne citiamo due sole: la deformazione di Vuk Brankovic, genero di Lazzaro e suo braccio destro, in un personaggio infedele (forse sotto l’influsso della Chanson de Roland, che i serbi ebbero modo di conoscere a Ragusa in un secondo tempo); e l’eroizzazione di Marko Kraljevic («il re senza corona della poesia eroica»), una curiosa figura, di secondo piano nella vita reale, che certamente non combatté a fianco dei serbi a Kosovo e che anzi a quanto pare accettò la signoria turca senza eccessivi drammi, né prima né dopo.(5)

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Dobbiamo perciò fare i conti con tre possibili ed elementari deformazioni (oltre che con l’invenzione poetica pura), e ricordare:
• che una grande tradizione eroica può essere costruita intorno a un evento di per sé di minore significato;
• che quella tradizione può essere recuperata dalla regione e dal popolo cui in origine appartenne, come sequenza di fatti storici, totalmente estranei e non correlati;
• che in quella tradizione anche il nucleo d’origine può alterarsi nel tempo (e non solo venire esagerato), sicché non si può più riconoscerla o riscoprirla unicamente dall’interno.
Non intendiamo certo dire che tutte e tre sono necessarie; ma che queste condizioni possono verificarsi, come talvolta accade. Tornando al nostro argomento, ci sembra di poter considerare simili i «fatti» narrati nella Chanson de Roland, nei canti slavi del sud e nel Nibelungenlied, in cui non troviamo distinzioni nette fra il totalmente inventato e il parzialmente inventato. Supponiamo in ipotesi l’avvenuta scomparsa di tutta la documentazione relativa al periodo di Carlo Magno: come potremmo stabilire quali elementi della Chanson de Roland sono storici, e quali no? Come potremmo sapere se la battaglia di Roncisvalle fu o non fu combattuta contro i musulmani? E potremmo mai sapere con certezza se vi fu o non vi fu combattuta una battaglia? Solo grazie al dato esterno sappiamo come rispondere alle ultime due domande. Per dirla in modo schematico, nella Chanson de Roland troviamo la battaglia giusta e il nemico sbagliato, nel Nibelungenlied il nemico giusto e la battaglia sbagliata (e l’errata ubicazione di quest’ultima in un luogo impervio), mentre nella saga dei serbi entrambi i dati sono corretti.
L’archeologia ha cercato di rispondere alla questione se vi fu davvero una guerra di Troia, ma ha trascurato di indagare su chi attaccò e distrusse la città. A quale modello allora ci atterremo fra le tradizioni eroiche? Da parte nostra, non possiamo escludere la possibilità che l’Iliade e tutta la tradizione greca si ingannino sulla questione; e che deve essere seriamente considerata l’opportunità di cercare più forti analogie con la tradizione di Roncisvalle anziché con la tradizione di Kosovo. Il fatto che gli stessi greci accettassero la storicità della tradizione non ha valore di prova. Né è lecito difendere la tradizione sostenendo che autori come Tucidide «possono aver basato le loro convinzioni su un patrimonio di testimonianze orali e scritte più vasto rispetto a quello giunto fino a noi» (il corsivo è nostro).(6) Tucidide e gli altri storici non disposero di testimonianze scritte di sorta; e in ogni caso ciò di cui si discute è la validità (non la quantità) della «testimonianza» orale. Tutta l’Europa un tempo accettava come storica anche la tradizione della Chanson de Roland. Per secoli non vi fu né il motivo né la voglia di cambiare o di verificare la tradizione. «La coscienza storica», per usare le parole di Jacoby, «non è più antica della letteratura storica».(7) Già allora era dunque troppo tardi. Tutto ciò che Tucidide poteva fare era mettersi a riflettere a fondo sulla tradizione. Noi siamo più informati di lui, grazie all’archeologia e alle testimonianze scritte che ci giungono dagli archivi d’Egitto e da quelli della Siria settentrionale e degli ittiti.

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Un successivo percorso di ricerca passa attraverso la critica. Sugli ittiti non occorre fare molto di più che riassumere alcune delle conclusioni del Page in History and the Homeric Iliad:
• gli achei sono menzionati in una ventina di testi che vanno dal tardo quattordicesimo secolo a.C. alla fine del tredicesimo;
• Akhiyawa, cui i re ittiti erano collegati, non è da cercare al di là dell’Egeo sul continente, ma più a portata di mano, su un’isola indipendente o in uno stato costiero (con ogni probabilità a Rodi) con qualche dominio in Asia Minore;
• il nome di Troia non ricorre nei vasti archivi ittiti, tranne che per un solo probabile accenno; a fortiori, gli archivi non offrono informazioni dirette sui rapporti, se mai ve ne furono, fra Troia e Akhiyawa.
Un testo dell’Impero ittita della seconda metà del secolo riferisce dell’avvento del regno di Assuwa nell’Asia Minore occidentale, che diede vita a una seria, ma sfortunata alleanza offensiva contro gli ittiti. Il regno più a sud nella coalizione era la Licia, quello più a nord poteva anche essere Troia. Un secondo testo menziona sia Assuwa che Akhiyawa, ma è troppo frammentario per ricavarne un senso. Il Page dedica il terzo capitolo di History and the Homeric Iliad alla più ingenua e intricata ricostruzione di questa situazione complessa, che fece da sfondo alta guerra di Troia, e ne ricava due conclusioni fondamentali: che Assuwa e Akhiyawa furono alla fine protagoniste di uno scontro diretto; e che Troia VIIa rientra in questo contesto.
Da queste o da altre ricostruzioni degli scarni testi ittiti, l’unico dato che possiamo ricavare è che la guerra di Troia fu una vicenda esclusivamente asiatica. I maggiori problemi ce li dà l’Iliade. IL Page scrive (p. 111) che tra gli. annali degli ittiti e l’Iliade «vi sono ampie e ovvie differenze. La lega delle popolazioni locali è guidata da Troia, non da Assuwa; e gli achei che la attaccano non sono gli achei noti agli ittiti.... ma una spedizione militare proveniente dal continente». La questione è dunque posta correttamente. Il Page sostiene che «si tratta di differenze e non di divergenze». Noi preferiamo la tesi opposta, e cioè che, per ritornare alla nostra analogia, vi siano divergenze fondamentali proprio come quelle che dividono storia e tradizione sui nemici di Carlo Magno a Roncisvalle. Il Page riconosce questa ipotesi come seria, ma la rigetta basandosi sui Cataloghi del secondo libro dell’Iliade. Prima di tornare ad essi, tuttavia, vogliamo soffermarci sui cosiddetti «popoli del mare».(8)
Gli ultimi cinquant’anni dell’Impero ittita furono densi di rivolte e di guerre combattute in Asia Minore; ma l’Impero fu realmente distrutto, verso il 1200 o il 1190, da invasori provenienti dal nord. Verso il 1190 cadde anche Troia, e con essa la maggior parte delle grandi fortezze greche e degli importanti stati locali della Siria del nord, come Ugarit e Alalakh; la violenza si estese in Occidente, in Italia, in Sicilia e in Libia; e si ebbero ripercussioni in Oriente, fino a Babilonia e in Assiria. Sarebbe eccessivo, sulla base di un dato del genere, riconoscere in tutti questi sommovimenti un’operazione congiunta, ma forse è il caso di pensare che uno degli impulsi significativi, forse il principale e alla lunga quello determinante, fu la massiccia penetrazione di invasori che migravano dal nord. Un certo numero di essi è ricordato nei testi egizi.
L’identificazione dei vari gruppi etnici rimane altamente controversa, ma in un certo senso sarebbe errato credere che i «popoli del mare» fossero una coalizione coerente e compatta che si mosse in un’unica direzione, o che le liste egizie siano complete o infallibili. «Uomini del nord provenienti da tutte le terre», li definisce la stele di Merneptah. La stessa fonte ci suggerisce un’analogia con le migrazioni dei germani all’interno dell’Impero romano, di ritmo irregolare, vagamente correlate alle popolazioni migranti, confuse anche nei motivi ispiratori. Come i germani, anche queste popolazioni settentrionali alla fine modificarono in modo rilevante sia la composizione etnica che l’assetto politico, in un’ampia area compresa dall’Asia occidentale al Mediterraneo centrale. In tale contesto, la più ragionevole ipotesi è che Troia VIIa fu distrutta dalle invasioni dei popoli predatori settentrionali, o in quel contesto bellico.(9) Questa ipotesi, dopotutto, non è più astratta di quella del Page, perché nessun testo ittita afferma che Akhiyawa e Assuwa si affrontarono con le armi, e nessun testo ittita afferma che Troia cadde in mano agli achei o di qualcun altro. La documentazione sui popoli invasori settentrionali — è infatti necessario rinunciare all’equivoca dizione di «popoli del mare» — è ancora molto scarna, ma via via che essa si fa più ricca, aumenta di conseguenza anche l’eco della loro attività di distruzione. Anche gli ittiti, si può ormai dire, ne subirono forse l’onda d’urto, benché come conseguenza indiretta, alcuni decenni prima che il loro Impero fosse del tutto annientato.(10) Difficilmente ciò potrebbe essere comprovato dai dati degli archivi ittiti. Non sorgono dunque obiezioni alla mia ipotesi dalla mancanza di testimonianze testuali su Troia, per la quale non esiste documentazione di alcun genere.
Nessuna delle due ipotesi richiede, o meglio considera l’idea di una lega achea continentale. Entrambe d’altra parte offrono un più adatto contesto storico e una motivazione all’assedio di Troia, cosa che la tradizione greca invece non fa.(11) La questione delle ragioni della guerra è di solito tralasciata, anche se con qualche imbarazzo.
Si presume che nessuno accetti più il ratto di Elena come causa sufficiente della guerra di Troia. Ma allora, quali sono le possibili alternative per un attacco in piena regola dal continente? Troia era una potente città fortificata. Nessun episodio di normale razzia — come quelli riferiti da Nestore in Il. XI 670-84, o da Odisseo in Od. IX 39-42 e XIV 229-85 avrebbe avuto possibilità di successo; né si possono trovare esempi, per quanto ne so, di razzie su scala maggiore; e anche in questo caso non possono essere ritenute plausibili (come dimostreremo in seguito). Per quanto riguarda l’ipotesi delle ragioni di una guerra commerciale, ci rifiutiamo francamente di prenderla sul serio, almeno fino a quando non verranno ragionevolmente chiariti quali motivi avessero gli achei del continente per organizzarsi e mobilitarsi su larga scala, e distruggere un centro al quale fornivano da tempo e con regolarità la ceramica, e dal quale, come sappiamo, ottenevano in cambio i cavalli, di cui avevano bisogno, la lana, di cui in verità potevano anche non avere bisogno, e l’oro.
In via ipotetica, riteniamo che il nodo del problema sia da individuare in incursioni «politiche» (nel senso in cui in Asia Minore e nel Vicino Oriente la guerra divampava di continuo per ragioni politiche) o «accidentali» (nel senso di estrinseche) tentate in quell’area dall’esterno e per ragioni che vanno cercate, e attualmente non possono essere trovate, guardando a nord. Nessuna delle due spiegazioni esclude la possibilità di una partecipazione degli achei alla guerra di Troia (che è cosa diversa da un’eventuale iniziativa o dal monopolio dell’iniziativa da parte degli achei). Il Page ha avanzato l’ipotesi di uno scontro politico tra Akhiyawa e Assuwa. Personalmente preferisco pensare che gli achei si aggregarono a un gruppo di predatori settentrionali, come avevano partecipato alle forze mercenarie arruolate dai libici quando attaccarono l’Egitto durante il regno di Merneptah (più o meno nel 1220 a.C.). Non sappiamo chi fossero questi achei, né da dove provenissero; non abbiamo neppure elementi concreti a favore della nostra ipotesi, secondo la quale gli achei parteciparono alla distruzione di Troia. Potrebbero essere venuti dall’Asia, dall’Egeo o dal continente greco. È invece essenziale ricordare che quel mezzo secolo o più di migrazioni, invasioni e saccheggi, proprio come ai tempi delle migrazioni germaniche, fu uno dei tanti casi in cui le fedeltà e le alleanze vennero stravolte e intorbidate. Potremmo ovviamente concluderne che bande di achei, spinti in questo da una drammatica situazione interna, si diedero alla pirateria e alla guerra mercenaria, a volte anche come alleati degli invasori. La stele di Merneptah ci esime dal dare altre spiegazioni; e lo stesso si dica, per altro verso, dell’ascesa del re Attarshiyash, descritta a forti tinte nel terzo capitolo dello studio del Page. Se nuovi elementi confermeranno la recente ipotesi di Otten, che vede in Alashiya (Cipro) un diretto legame tra i «popoli del mare» e i predatori del re Attarshiyash,(12) potrebbe uscirne ancor più rafforzata la nostra ipotesi. Gli stessi invasori, come fecero in tempi più recenti i germani, alla fine cercarono di insediarsi, ma prima si diedero al saccheggio e agli incendi, facendo lunghe deviazioni o arruolandosi come mercenari, a seconda delle circostanze. Per loro la presa di Troia, con o senza il sostegno degli achei, poté essere un’impresa del tutto diversa, e di gran lunga più credibile rispetto alle vicende narrate dalla saga omerica.
Il dato archeologico non è in contrasto con una spedizione di distruzione e razzia, anche se di portata inconsueta. A Troia più tardi la vita rinacque; la cittadella fu rioccupata, «nuove case furono edificate sulle rovine delle precedenti», mentre «le fortificazioni erano ancora visibili, o vennero riparate».(13) È solo in Troia VIIb 2 (che il Blegen colloca cinquanta o sessant’anni dopo la distruzione di Troia VIIa), che troviamo nuove caratteristiche costruttive, e la ceramica a protuberanze (Knobbed Ware), da riferire senza dubbio all’altra riva dell’Ellesponto. Ciò vuol dire che gli stranieri non erano mai entrati a Troia prima? Allo stato attuale la questione non ha risposta, perché non abbiamo ancora bene compreso il significato della ceramica del Miceneo IIIc, che è molto più frequente del Miceneo IIIb in Troia VIIb 1. Riflettendo su una presenza analoga nel continente greco, dove lo stile uniforme del IIIb nei grandi centri fu rimpiazzato dal IIIc e dalle sue varianti locali dopo la distruzione, e solo più tardi dal proto-geometrico, il Desborough conclude: «Si potrebbe pensare che alcune delle varianti del nuovo stile di ceramica siano un segno dei nuovi venuti; e non è impossibile, anche se non si può provarlo, che dappertutto la ceramica del Tardo Elladico Illc sia in origine legata allo stile precedente.(14) In sostanza, i ritrovamenti di ceramica a Troia sono, per quanto oggi risulta, compatibili con ogni spiegazione della guerra di Troia. Se i filistei furono subito in grado di riprodurre vasi del Miceneo IIIc, lo stesso magari fecero i nuovi abitatori di Troia, specialmente se i vasai sopravvissero all’attacco e continuarono a lavorare, come del resto avvenne in molti altri posti. Se invece gli attaccanti si ritirarono dopo aver distrutto tutto ciò che c’era, allora la continuità non è un problema, né lo sarebbe una probabile incursione sopravvenuta cinquanta o sessant’anni dopo, e seguita a sua volta da un insediamento definitivo.

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C’è un argomento archeologico, tuttavia, che a nostro avviso si combina con la nostra ipotesi più che con qualsiasi altra, e che poggia sulla data della distruzione di Troia VIIa. Blegen e gli altri la collocano intorno alla metà del tredicesimo secolo (lo stesso Blegen tende in ogni caso a spostarla indietro anche al 1270), sulla base delle fasi della ceramica secondo il Furumark e di un ipotetico intervallo nello sviluppo e nell’evoluzione degli stili significativi IIIb e IIIc. La maggior parte degli archeologi, riteniamo, oggi tende a rigettare sia quella tesi che quella datazione. La Vermeule, ad esempio, ha posto la questione correttamente: «Si deve sottolineare che il carattere generale della ceramica in tutti questi livelli di distruzione è simile, a Troia come a Ugarit, a Micene, a Pilo. C’è una difficoltà concreta al momento di fare distinzioni cronologiche tra le varie fasi».(15) A Ugarit e Alalakh la ceramica importata IIIb circolava ancora intorno al 1190, quando le due città furono distrutte dagli invasori settentrionali.(16)
E così dovette essere seguita anche a Troia dai primi esempi del IIIc.
Ciò comporta una data vicina più al 1190 che al 1250 per la caduta di Troia VIIa.
È naturalmente molto utile alla nostra tesi postdatare la distruzione di Troia nel pieno del periodo delle invasioni. Ma non è certo essenziale; o almeno non lo è per me, che respingo l’ipotesi di una lega achea continentale. Supponiamo invece che le date siano da spostare indietro, ma a condizione che lo siano tutte (come è giusto che sia). L’argomento della nostra tesi reggerebbe ancora. Ma in entrambi i casi, ci chiediamo, sarebbe ragionevole pensare che gli achei del continente, proprio in tempi di gravi difficoltà dovute ad altre e tremende distruzioni interne, si coalizzassero in una travolgente e rischiosa avventura d’oltremare, impegnando gli eserciti col miraggio di un bottino, di una donna da riscattare, o di qualcos’altro? E invece più ragionevole supporre che quando il loro mondo fu minacciato, bande di achei partirono per unirsi ai predatori in cerca di ricchezze o di nuove case, o semplicemente sperando di fare fortuna altrove (sempre che si creda nella necessità di coinvolgere nella storia gli achei del continente, necessità che in entrambi i casi non ci interessa molto).(17) E ora, per finire, i Cataloghi. Nel contesto dell’Iliade sono un grosso enigma, in ogni caso. Torniamo a dire che non occorre scendere nei dettagli – sul ruolo centrale dei beoti, sul conflitto inconciliabile tra il Catalogo e le vicende dei regni di Agamennone, di Achille e di Odisseo, sui numerosi contrasti in altri campi –, dal momento che ne tratta esaurientemente il Page nel quarto capitolo di History and the Homeric Iliad. Sono pienamente d’accordo con chi ritiene che i Cataloghi e il testo dell’Iliade (così come ci è pervenuto) si svilupparono in modo autonomo rispetto alla tradizione orale, e che alla fine si fusero quando ormai possedevano numerosi elementi non conciliabili e in contraddizione. C’è solo una questione da porre: al Catalogo degli achei, con tutte le sue distorsioni e invenzioni, possiamo riconoscere una larga componente di realtà che ci convinca dell’esistenza di una lega continentale contro Troia? (18) Il Page e gli altri rispondono di sì, più che altro fondandosi sul fatto che un numero significativo di nomi di luogo riguarda siti achei conosciuti, e che una piccola ma sostanziale parte di essi, scomparsi in tempi postmicenei, rimase ignota ai greci dell’era storica.
Accetto entrambe le affermazioni, anche se mi sembrano esagerate, ma ne traggo una conclusione molto diversa. Il fatto che i greci, dall’ottavo o anche dal nono secolo in poi, avessero perso ogni memoria e ogni traccia di Dorion, di Epi e di altre venti e più città del genere, non è rilevante per ciò che eventualmente poteva essere ricordato dopo due o tre generazioni, o anche due secoli dopo la distruzione di Troia e degli ultimi centri.(19) «Distruzione» è una parola alquanto ambigua. Pochi luoghi furono mai distrutti al punto che la vita non vi proseguisse o non vi ritornasse in parte, o comunque, al punto che la gente non continuasse a ricordarsene, anche dopo essersi spostata altrove.
Fu in epoca successiva alla distruzione, fra le generazioni postmicenee, che le saghe sull’era eroica e sulla guerra di Troia presero corpo.(20)
Ciò sembra caratterizzare le «epoche eroiche» quasi dovunque:(21) in questo senso, esse sono un rivolgersi indietro dopo una profonda crisi, in un momento in cui il passato si proietta in avanti con le generazioni del presente. Lo dimostra la presenza dei beoti nel Catalogo degli achei. Se l’idea di una lega continentale nacque davvero nel primo medioevo ellenico, e cioè se i principali assalitori di Troia furono trasformati da gente dell’Asia ingente d’Europa, la paternità di quest’idea spetta solo agli achei (dovrei forse dire «agli ex achei») che guardarono al continente e soprattutto al Peloponneso come alla loro patria d’origine (dovunque essi in antico vivessero). Sarebbe stato allora abbastanza naturale, e pertanto inevitabile, che la scelta dei nomi di luogo avvenisse, lì per lì, nel repertorio di toponimi della civiltà micenea.
Dobbiamo scegliere tra due soluzioni, nessuna delle quali consideriamo semplice da adattare a uno scenario di questo tipo. La prima è che un elenco molto lungo venne tramandato oralmente, generazione dopo generazione, come parte a sé rispetto ai poemi che celebravano la stessa guerra, ovvero integrato a versioni anche molto diverse da quella definitiva; e che subì graduali deformazioni, e soprattutto acquistò un’impronta beotica del tutto fittizia. L’altra è che la stessa idea della coalizione e i relativi cataloghi si diffusero, ma senza un fondamento storico, fra le generazioni successive alla guerra di Troia. Nessuna delle due soluzioni spiega la singolarità dell’interpolazione finale; e la scelta fra esse è soggettiva, e non certo delle più facili. La mia personale propensione è determinata, in negativo, dallo scarso valore di prova che ha l’argomento della «geografia micenea»; e in positivo, da ogni altra osservazione che io abbia fatto fino a questo punto. E veramente impossibile continuare a delimitare il campo di indagine sulla base di opinioni soggettive.
Se si è d’accordo col Page (secondo il quale «è certo che il Catalogo fu in origine composto in Beozia»), e se si accetta il dato, accolto anche da Tucidide (I 12), che i beoti si mossero dalla Tessaglia sessant’anni dopo la guerra di Troia, ne consegue che probabilmente trascorse un considerevole periodo di tempo fra la guerra di Troia e la stesura del Catalogo [acheo] (p. 152). L’intervallo, sempre secondo il Page, fu però «troppo breve per consentirci di ritenere un’invenzione la spedizione connessa al Catalogo». Il punto in discussione è dunque la durata reale dell’intervallo in base al quale credere al carattere totalmente fantastico del testo omerico (il Catalogo acheo, lo ricordiamo ancora, è l’unica base su cui possiamo stabilire che vi erano «differenze» e non «divergenze» tra l’Iliade e gli annali ittiti). Naturalmente non ci è lecito indicare in sessant’anni esatti l’intervallo trascorso fra la guerra di Troia e la stesura del Catalogo; potrebbe ugualmente trattarsi di un secolo (ma sessant’anni, a nostro parere, sono anche troppi).(22)
Sappiamo bene di chiedere uno sforzo di immaginazione, quando proponiamo che la partecipazione «ufficiosa» degli achei alla spedizione di razzia fu deformata ed esaltata fino a diventare l’epica guerra di Troia che conosciamo. Ma non lo riteniamo uno sforzo maggiore di quello con cui giustifichiamo la metamorfosi dei baschi cristiani in nemici saraceni, o dell’invasione degli unni nel regno burgundo in un’invasione burgunda del regno unno.
In questi casi infatti sappiamo che cosa realmente avvenne; possiamo così intuire, alla luce dei fatti, la psicologia sottesa alla metamorfosi; e non sarebbe difficile estenderla per analogia allo sviluppo dell’epica achea. In questo senso comunque, dal momento che l’ipotesi rimane un’ipotesi, si tratterebbe solo di un tentativo.
Ci si potrebbe obiettare, e senza dubbio qualcuno obietterà, che tutti i paragoni con Orlando e con le altre tradizioni epiche sono inefficaci, perché queste ultime furono contaminate dalle cronache e da altri documenti scritti (cosa che non si può negare), mentre la tradizione greca fu esclusivamente orale; e che una vera tradizione professionale dell’invenzione poetica orale è conservatrice, e quindi tende a essere più accurata e «storica» (fra parentesi, un’obiezione simile potrebbe anche riguardare la lampante evidenza dello scarso valore storico delle tradizioni non poetiche nelle società illetterate delle Americhe e dell’Africa: non è la capacità di scrivere che contamina, ma la mancanza di una tradizione poetica). Non sappiamo come si possa rispondere a un argomento simile, per l’ovvia ragione che è impossibile studiare una tradizione poetica mantenutasi rigorosamente orale per lungo tempo. Un controllo si può fare solo attraverso i documenti scritti; ma è proprio l’esistenza di questi ultimi a sottrarre valore alla trasmissione orale.

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In conclusione, l’unica speranza di progredire dalle ipotesi alla verifica di alcune delle diverse spiegazioni della guerra di Troia, è che i testi ittiti o della Siria del nord ci offrano altre prove dirette. Nel frattempo, credo che la narrazione pervenutaci della guerra di Troia dovrebbe essere espulsa in toto dal regno della storia e restituita al regno del mito e della poesia. La Chanson de Roland, che ci dice molto sulla società feudale dell’undicesimo secolo, tace quasi del tutto sulla corte di Carlo Magno e sulla battaglia di Roncisvalle. L’Iliade e l’Odissea, allo stesso modo, ci dicono molto sulla società dei secoli successivi alla caduta di Troia, e ben poco sulla società di allora (o anche del tempo delle stesure intense);23 ma niente di rilievo ci rivelano sulle vicende della guerra, sulle sue cause, sul modo di condurla, o anche sui popoli che vi presero parte.
Nessuno in buona fede ricorrerebbe alla Chanson de Roland per studiare la battaglia di Roncisvalle, o al Nibelungenlied per documentarsi sui burgundi e sugli unni del quinto secolo. Non riteniamo diverso il caso della guerra di Troia. È vero, allo stato attuale non abbiamo altre soluzioni da proporre: ma questo, più che un argomento a nostro sfavore, è un vero peccato.


Note


1. La questione al centro di questo articolo è stata sollevata per la prima volta il 24 ottobre 1963 ai microfoni del terzo programma della BBC (naturalmente in forma diversa), e pubblicata sul Listener del 7 novembre successivo.

2. Nessuno, almeno speriamo, vorrà richiamarsi all’unica punta di freccia rinvenuta nella via 710 (Troy IV, 1958, 12, 51), o alla faccenda dei pithoi incassati nel pavimento delle case. Ma anche accogliendo la tesi non del tutto convincente del Blegen (Troy and the Trojans, p. 156) secondo il quale i pithoi dimostrano «che c’era nell’aria un’emergenza di qualche tipo», non ricaviamo niente di nuovo sulla natura del pericolo.

3. Per tutto questo, si veda P. LeGentil, La Chanson de Roland (Parigi 1955) capp. I-III. Alla tradizione di Orlando (ma riteniamo in modo sbagliato) ricorre anche C. Nylander, The Fati of Troy, in Antiquity XXXVII, 1963, pp. 6-11, per sostenere la tesi che la «Troia omerica» è Troia VI.

4. Ai fini della nostra ipotesi, non è importante la scelta fra le varie scuole critiche del Nibelungenlied: si veda A. Heusler, Nibelungensage und Nibelungenlied (quinta ed., Darmstadt 1955), o F. Panzer, Das Nibelungenlied (Stoccarda 1955), specialmente i capp. VII-VIII. Non è senza intenzione che citiamo la frase conclusiva del secondo testo (p. 285), che considera inutile ogni tentativo di dare radici storiche a Sigfrido e alla sua famiglia: «Die Verselbigungen von Personen und Vorgängen des Epos mitgeschichtlichen waren doch nirgends ohne weitgehende Umdeutungen, ohne Gewaltsamkeit und inneren Krampf durchzuführen und blieben damit unbefriedigend».

5. Si veda M. Braun, Das serbokroatische Heldenlied (Gottinga 1961), pp. 100-102; D. Subotic, Yogoslav Popular Ballads (Cambridge 1932), cap. II. Subotic scrive: «Rimane un mistero la ragione per cui la poesia epica iugoslava ne avrebbe fatto [di Marko] il più grande eroe nazionale, trasformando invece Vuk Brankovic in un traditore».

6. Blegen e AA., Troy IV, p. 10.

7. F. Jacoby, Atthis, Oxford 1949, p. 201

8. Vedi P. Mertens, Les Peuples de la Mer, in Chr. d’Eg XXXV, 1960, pp. 65-88. D’ora in poi non citeremo altre fonti o bibliografia moderna, perché non affrontiamo questioni controverse, tranne l’identificazione degli achei con gli akiyawasa o akawash della stele di Merneptah (su cui si veda Page, op. cit. , p. 21 nota 1).

9. Né questa ipotesi, né alcune delle conclusioni che seguono sono nuove: si veda ad esempio il breve intervento di A. Heubeck in Gnomon XXXIII, 1961, p. 115; Nylander, op. cit. (che complica senza ragione le cose, a causa fra l’altro di un irrilevante problema di datazione); C.G. Starr, The Origins of Greek Civilisation, Londra 1962, p. 66 nota 3.

10. Vedi H. Otten, Neue Quellen zum Ausklang des Hethitischen Reiches, in Mitt. d. Deutschen Or. - Gesellsch. zu Berlin XCIV, 1963, pp. 1-23; cfr. in breve C.F. A. Schaeffer, Ugaritica IV, 1962, pp. 39-41.

11. La necessità di collocare la guerra di Troia e gli eventi della Grecia continentale in un generale contesto mediterraneo orientale continua a essere ignorata. Così la Vermeule, nella sua recensione su Gnomon, XXXV, 1963, pp. 495-99, critica giustamente il capitolo 36 del secondo volume della nuova Cambridge Ancient History, The End of Mycenaean Civilization and the Dark Age, di V.R. d’A. Desborough e N.G.L. Hammond, perché nessuno dei due autori «riesce a dare una risposta al problema del rapporto di quegli eventi con le contemporanee distruzioni avvenute in Oriente». In un altro articolo (The Fall of the Mycenaean Empire, in Archaeology XIII, 1960, pp. 66-75) la Vermeule fa un serio tentativo in questo senso e giunge a conclusioni molto diverse dalla nostra sulla questione centrale, più che altro, riteniamo, perché non si discosta dalla tradizione greca, neanche di fronte a falsi problemi come il tentativo di riconciliare l’archeologia con la tradizione della «reciproca rinuncia a continuare la guerra di Troia». Su questo problema generale vedi Starr, op, cit., pp. 66-68. The Last Mycenaeans and their Successore, del Desborough, Oxford 1964, edito mentre questo articolo era in corso di stampa, non sembra aggiungere niente di nuovo a questa specifica discussione. La sua conclusione che la guerra di Troia ebbe luogo fra il 1250 e il 1230 non si fonda per questi due decenni su prove archeologiche, ma sul ragionamento che, se la tradizione deve essere rispettata, nessun altro dato si combina con l’archeologia (pp. 220s, 249).

12. Op. cit., p. 21.

13. Blegen, Troy and the Trojans, pp. 165-66, e in generale il cap. 8.

14. Op. cit., pp. 5-6.

15. Op. cit., p. 68.

16. W.C. Hayes e AA., Chronology, recens. a CAH I 6, 1962, pp. 67-68 (Rowton), pp. 75-76 (Stubbings); cfr. Desborough, op. cit., p. 12.

17. Il Blegen è acutamente consapevole di questa difficoltà, e tenta (Troy and the Trojans, pp. 163-64) di aggirarla, datando la distruzione di Troia VIla al centro della «fase ceramica IIIb» (1260 circa), e la distruzione dei centri continentali «più o meno alla fine della fase» (1200 circa). Se questa distinzione non è sostenibile, come ritengono altri esperti di quella ceramica, crolla anche l’impianto cronologico che sostiene l’ipotesi.

18. Non intendiamo perdere tempo in altre vane ipotesi, come quella dell’esistenza e della conservazione di un vero ordine di battaglia scritto; vedi la recensione di Page a Jachmann, Der homerische Schiffskatalog und die Ilias, in CR, n.s. X, 1960, pp. 105-108.

19. Questa osservazione compare in una recensione di A. Parry e A. Samuel in CJ LUI, 1960, p. 85.

20. Lo studio fondamentale è oggi quello di G.S. Kirk, The Songs of Homer, Cambridge, 1962, capp. VI-VII.

21. Si veda Maurice Bowra, The Meaning of a Heroic Age, Earl Grey Memorial Lecture, Newcastle 1957.

22. È sufficiente citare il classico articolo di R.H. Lowie, Oral Tradition and History, che l’autore ha ristampato nel saggio Selected Papers in Anthropology, Berkeley 1960, pp. 202-10.

23. Non intendiamo riaprire in questa sede quella disputa (per il più recente esame critico della questione, si veda P.V. Vidal-Naquet in Annales XVIII, 1963, pp. 703-19), né ribadire le ragioni del nostro punto di vista sul buon diritto di rifiutare il racconto come invenzione, ma non di ignorare le istituzioni sociali e culturali.