Mentre nelle edizioni si studia il contenuto dei manoscritti, con la codicologia si analizzano materialmente i codici, dei quali si esamina il materiale (pergamena, carta), la rilegatura (assi, cuoio, pergamena, cartone, tela), il formato dei fascicoli (duerni, trierni, quaterni, quinterni), le misure dei fogli, le rifilature, l'impaginazione, la forma della grafia, le varie mani di copisti; ed ancora, se si tratta di un codice composito, misto, palinsesto, ecc. Ogni notizia esteriore che riguarda il codice deve essere annotata e segnalata (comprese le eventuali cadute di carte). In base a tutti questi dati, inoltre, è possibile indicare una datazione. Lo studioso che appronta l'edizione ne ricava elementi che possono essere utili per la costituzione dello stemma codicum, ed anche per la datazione o attribuzione di opere anonime.

Dai cacciatori preistorici ai primi contabili

Paleografia
Termine coniato (gr. palaiós 'antico' + -graphìa 'scrittura') dal filologo francese Bernard de Montfaucon nel 1708; indica la scienza che studia la storia della scrittura a mano, alfabetica e non, nel suo aspetto grafico e formale (cioè l'evoluzione che la scrittura ha avuto nel corso della storia). La paleografia studia anche le tecniche adoperate per scrivere, i prodotti della scrittura (graffiti, iscrizioni, appunti, documenti, libri di ogni genere, lettere), i supporti materiali e gli strumenti per scrivere (formelle di creta, lapidi, marmo, pareti, monete, papiri, codici pergamenacei e cartacei, ecc.; stilo, penna d'oca, matita, carboncino, ecc.). La paleografia, poiché si occupa di una complessità di elementi che si sono manifestati e sviluppati in tante epoche e con mezzi diversi, è stata suddivisa in vari campi specialistici, e, a rigore, dovrebbero esserci tante paleografie quanti sono i tipi di scrittura: così c'è una paleografia greca, una ebraica, una araba, una latina, ecc. Anche il materiale scrittorio distingue le specializzazioni: la numismatica studia le monete, la papirologia i papiri, l'epigrafia le scritture su monumenti, la paleografia musicale si occupa solo di codici musicati. La conoscenza paleografica è necessaria per interpretare, datare, localizzare i testi presi in esame; dal documento il paleografo può estrarre ogni dato culturale del produttore dell'opera, riguardo al tempo, alla lingua, ai costumi, ecc. La paleografia insegna a distinguere le varie grafie che nel corso dei secoli si sono avvicendate (maiuscola, minuscola; capitale, onciale, visigotica, carolina, beneventana, gotica, semigotica, cancelleresca, ecc.); ed anche i sistemi legati alle singole scritture: diverse, infatti, sono le abbreviazioni di un testo latino scritto nel medioevo, a seconda se si tratta di codici letterari o di atti notarili. Poiché un tipo di grafia è soprattutto legato al luogo di origine (la gotica francese si distingue nettamente da quella italiana), la sua esatta conoscenza è determinante per una inquadratura storica del documento prodotto dalle cancellerie o dagli scriptoria; e questa esatta datazione diventa utile anche per la costituzione dello stemma codicum. In questo contesto, però, non bisogna dimenticare la stilizzazione raggiunta negli scriptoria, poiché tante volte gli amanuensi usavano, per scrivere testi con lo stesso contenuto, uno stesso tipo di grafia: si pensi alla gotica libraria, usata in moltissimi libri liturgici nei secc. XIII-XV. Questa perfezione di esecuzione era tale che a volte, in manoscritti ben curati, difficilmente si riesce a vedere la diversità di mano dell'esecutore; in casi del genere potrà essere utile l'esame del materiale su cui si trova il testo: anche questo è uno dei compiti della paleografia.

Papiro       Pergamena


CODICE
Da quando la pergamena sostituí il papiro, con codex si intende il volume le cui carte sono pergamenacee (materiale che si ottiene dalla lavorazione di pelli di pecora, di capra, di agnello) e, dopo il 1100 ca., anche cartacee. Mentre il papiro era scritto solo nella parte interna su strisce incollate e formanti un unico foglio, che veniva avvolto (questo è il significato di volumen, da volvo 'avvolgo'), il codex, formato da fascicoli, composti da due o piú fogli (abbreviazione: f , ff., o c., cc. [carta], con l'indicazione del recto [parte anteriore] o verso [parte posteriore] ), fu rilegato in modo tale da formare un libro. Ciascun fascicolo separato dí un codice era detto pecia; negli scriptoria, l'esemplare formato da peciae veniva distribuito ai copisti, per accelerare la copiatura di un testo: questo fenomeno si verificò soprattutto presso gli scriptoria vicini alle università, dove era necessaria un'alta produzione di copie. In filologia, codex o codice indica ogni testimone, sia pergamenaceo sia cartaceo, e talora anche i testi stampati (specie se si parla di stemma codicum), che rechino il testo preso in esame. Quando di un testo si possiede un solo manoscritto, quello è considerato un codex unicus: le sue caratteristiche vanno rispettate al massimo dall'editore, come se fosse davanti ad un originale. Il codex vetustissimus è quello piú antico rimastoci di un'opera; il suo valore, però, in sede di restitutio textus non sempre è fondamentale, potendo il recentior derivare da un codice più antico di quello che per noi è il vetustissimus (recentiores non deteriores, 'i codici piú moderni non sempre sono i peggiori'). Optimus (o bon manuscrit) è quel codice che è ritenuto particolarmente attendibile, presunzione, però, che non sempre corrisponde a realtà, poiché un buon manoscritto può essere portatore di lezioni già corrotte, che qualche scriba ha corrette. Diverso il caso, invece, del codice ritenuto optimus dopo la recensio: se esso offre lectiones singulares difficiliores, cioè non banali, allora può presumersi portatore di lezioni ottime. Interpolato si dice il codice che presenta una tradizione manifestamente o dimostratamente alterata da congetture (emendatio). Interpositus è il codice congetturale, che si suppone intermedio tra l' archetipo e i testimoni conservati, e nello stemma codicum diventa il responsabile di raggruppamenti parziali in base ad errori-guida; interpositus è anche il capostipite o subarchetipo, cioè un codice (oggi perduto) a cui si fa risalire un gruppo (o famiglia) di manoscritti; due o piú manoscritti che discendono, per via indipendente, dallo stesso capostipite, si dicono collaterali. Descriptus è un codice , copia di un testimone conservato; per la costituzione del testo il suo valore è nullo, mentre serve a mostrare la circolazione di un'opera. Per individuare un descriptus è sufficiente rilevare tutti gli errori evidenti, piú almeno un errore suo proprio, del codice da cui è stato tratto ( eliminatio codicum descriptorum). Anche la paleografia può essere utile, dato che una forma di scrittura (tipi di abbreviazioni, caratteri, ecc.) piú recente può indicare la cronologia fra due codici. Si chiama antigrafo (dal gr. antí + grapho 'contro scrittura') il codice che è copia di un altro. In filologia italiana, però, assume anche il significato opposto, cioè 'codice da cui si copia' (forse per scambio di prefisso: ante-`davanti', invece di antí-). Adespoto (dal gr. despòtes con a-privativo 'senza padrone') è il codice in cui non compare il nome dell'autore dell'opera trascritta. Anepigrafo (dal gr. anepígraphos 'senza iscrizione') è quel manoscritto che manca del titolo o del nome dell'autore. Apografo è il manoscritto che è copia di un altro, sia esso l'originale oppure un exemplar (`esemplare'); quest'ultima voce ha il doppio significato di codice modello da cui il copista trascrive il testo, ma anche di codice trascritto (nel medioevo, assemplare, assemprare, < lat. exemplare, indicava l'azione di copiatura dell'amanuense). Per la restitutio textus, se si ha l'originale oltre all'apografo, questo diventa descriptus, e perciò inutile. Si noti che alcuni studiosi preferiscono parlare di apografo solo se la copia è tratta dall'originale. Ascendente è il codice da cui, in linea diretta, discende un altro codice. Miscellaneo è il codice che contiene opere di diversi autori o di argomenti vari. Composito è quel codice "composto" da piú codici, fogli o fascicoli di provenienza diversa; misto è quello in parte cartaceo, in parte pergamenaceo; opistografo (termine latino di origine greca, < òpisthen 'dietro' + grapho 'scrivo') è il codice che, prima scritto sul recto con un testo, viene anche utilizzato sul verso con altro testo; il suo opposto si chiama anopistografo. Con manoscritto-base si intende quel manoscritto di cui si adotta la lezione (ciò vale per i testi antichi in volgare, la cui tradizione grafica o anche dialettale è varia); anche il manoscritto la cui lezione è adottata quando si hanno lezioni adiafore si dice manoscritto-base; con base di collazione, invece, si intende il manoscritto di riferimento per la calatio (recensio).