Quando si muore per la patria


Il valore sociale del morire in battaglia per difendere la patria, dal suo primo apparire nella Grecia classica fino alla sua ripresa durante la Seconda guerra mondiale.


La «bella morte» sarebbe stata teorizzata per la prima volta nel VII secolo a. c. da Tirteo, poeta che con le sue elegie incitava gli spartani alla guerra. Ripresa dal greco Archiloco sarebbe diventata un topos letterario con Orazio. Questa raffigurazione è stata ribaltata dal generale giapponese Kuribayashi nelle lettere in cui commentava la difesa di Iwo Jima con le parole: «è triste cadere in battaglia».

Negli ultimi e terribili mesi del secondo conflitto mondiale la radio tedesca trasmetteva i versi di Tirteo che esaltano il morire in battaglia. «Kampfreden» li chiamavano, «allocuzioni per la battaglia ». E il modello dei Trecento delle Termopili veniva additato ai Tedeschi dal Führer in persona con l’argomento che «una lotta disperata serba in eterno il suo valore di esempio». La fascinazione mortuaria è stata un ingrediente del fascismo nei suoi momenti peggiori: al suo sorgere e violento affermarsi ed al tempo della sua lunga e sanguinosa agonia. Una delle mode confluite nell’hitlerismo fu il culto della morte spartana anche nell’ottica della definizione hitleriana di Sparta come «il più luminoso esempio di Stato a base razziale della storia umana». La temperie della guerra accende anche la fantasia dei letterati. […]
Tirteo non era spartano. Una tradizione ne faceva un ateniese zoppo mandato per scherno a Sparta quando Sparta, alla fine del VII secolo a.C., in difficoltà nella guerra contro gli schiavi ribelli della Messenia, aveva chiesto ad Atene un generale e ne ebbe invece quell’uomo, all’apparenza, così malconcio. Ma Tirteo, con il fuoco dei suoi versi esaltanti la morte e la guerra, portò gli Spartani alla vittoria. Il primo verso della sua più famosa elegia, che ci è nota perché la recitava, secoli dopo, un oratore attico nel corso di un processo contro un disertore, dice addirittura che «è bello morire per la patria cadendo tra i combattenti della prima fila». La prima fila è la più pericolosa specie in un combattimento che sfociava immediatamente nel corpo a corpo. Nell’etica maschile-guerriera del VII a.C., bene espressa dai versi di Archiloco, la lancia è tutto. E si forma una sorta di culto del comandante «con le gambe storte, ma ben piantato sui piedi, e schiumante coraggio».
Nella società arcaica, di cui Sparta è un idealtipo, il cittadino è il guerriero: le due nozioni coincidono. L’etica eroico- aristocratica pervade l’intero corpo civico, in forza di un meccanismo immancabilmente efficace, che Marx nel Manifesto sintetizzò in una celebre formula («le idee dominanti di un’epoca sono sempre state quelle della classe dominante »), parafrasi del Faust (577-579): «Ciò che voi chiamate spirito dei tempi è in fondo lo spirito dei dominatori»). Nella città arcaica il ruolo militare assume un peso enorme. È accettato da tutti che al cittadino-guerriero spetti un compito direttivo e protettivo della comunità. Comunità che, per giunta, è quasi sempre in guerra in quanto la società stessa vive e prospera dei frutti della guerra (schiavi e bottino). Il morire in guerra diventa necessariamente un valore primario.
Ovviamente il tema della «bella morte », così legato alla piccola comunità che difende se stessa grazie agli uomini validi schierati in battaglia, diventa - in società ben più complesse - un topos letterario. Orazio, che si è trovato a combattere in una guerra civile (quale fu la campagna di Filippi), e che - come racconta - se la cavò gettando lo scudo e fuggendo, riprende da letterato - in un’altra ode - quasi di peso i versi di Tirteo e snocciola il «dulce et decorum est pro patria mori»: dove «dulce» è davvero un eccesso. Orazio fu più destro di altri, e dopo essersi liberato dello scudo passò serenamente tra le file del vincitore. In fondo era sempre patria.
Per non parlare poi di coloro che «patria » propriamente non hanno perché ne sono stati privati in quanto socialmente oppressi: è questo il senso del celebre e malvisto aforisma «i lavoratori non hanno patria» ricalcato su un celebre motto di Tiberio Gracco («persino le bestie feroci hanno un giaciglio etc.»). La guerra degli Spartiati non poteva essere sentita come tale anche dagli Iloti che li accompagnavano in guerra, ma costretti e disarmati. La guerra degli Ateniesi per la difesa della città imperiale non era tale per tutti. Faceva comodo ad alcuni ceti o gruppi, non ad altri. Il contadino di Acarne messo in scena da Aristofane odia la guerra. E gli oligarchi sognavano di «aprire le porte al nemico» approfittando della sconfitta.