|
L’anziano ma tuttora
influente stratega della maggiore democrazia al mondo si
rispecchia nell’ex nemico, di cui non si conosce una specifica
passione per la liberaldemocrazia.
Ma per Kissinger questo conta poco. Lui stesso al tempo della
guerra fredda non s’è fatto scrupolo di sostenere i suoi “figli
di puttana”, i dittatori utili a contrastare l’Urss.
L’importante è giocare la stessa partita. Da nemici o da
partner, perché la scena del mondo non sia puramente anarchica
occorre leggerla con i medesimi strumenti, quelli della
Realpolitik. In un mondo simmetrico, ci si capisce meglio e si
evitano i rischi mortali. Per questo nei circoli realisti
occidentali oggi si brinda alla vittoria di Putin: meglio la
stabilità pseudodemocratica
del caos in una superpotenza nucleare ed energetica.
Questa logica non convince affatto gli idealisti, o comunque si
definisca chi non intende avallare i metodi piuttosto
spicciativi con cui il Cremlino ha confezionato il plebiscito.
È il caso di George W. Bush e dei maggiori leader europei, con
la notevole eccezione di Nicolas Sarkozy, forse in omaggio
all’antica amicizia franco-russa. Consapevoli che con la Russia
- e con Putin - dovranno continuare a trattare. Epperò ansiosi
di segnalare la precaria legittimazione di un interlocutore
sempre più assertivo. La Russia continua a non essere un paese
"normale", allineato agli standard occidentali. Il suo
hardpower- idrocarburi più missili e testate atomiche - non si
discute. È nel soft power il suo tallone d’Achille, e su questo
i partner euroatlantici non fanno sconti. Che poi gli americani
siano affezionati all’idea di esportare la democrazia più di noi
europei, è ben noto. E che George W. Bush sia
un true believer, anche. Ma come si distingue un realista da un
idealista? Provate a chiedere a un decisore se per lui in
politica contano le intenzioni o le conseguenze delle
intenzioni. Chi giura sul primo approccio merita la definizione
di idealista. Chi si orienta sul secondo, è realista. Ma nella
prassi storica - e nella natura umana - non esiste l’idealista
puro, tantomeno l’assoluto realista. Più che concetti, sono
anatemi. Non valgono per l’analista quanto per il polemista. Nel
gergo politico-mediatico, idealista equivale a ingenuo, realista
a cinico. Termini che prescrivono (proscrivono), non descrivono.
Questo è specialmente vero per la Realpolitik. Già il fatto che
si ricorra al tedesco ne illumina la connotazione negativa. Si
sente odore di zolfo. Di militarismo prussiano.
Infatti, nella storia moderna il paradigma della Realpolitik è
l’unificazione della Germania. Da cui i nostri manuali
scolastici traggono, un po’ velocemente, le due guerre mondiali.
Dunque, il suicidio dell’Europa. Come se il capolavoro di
Bismarck fosse all’origine del mondo attuale: multipolare senza
polo europeo.
Eppure al principe prussiano mai sarebbe saltato in testa di
dichiarare guerra all’America, come invece capitò
all’“idealista” Hitler, prigioniero dei suoi miti razziali.
Vittima infine del suo totale irrealismo politico.
Se restiamo all’accademia, Realpolitik è il «concetto relativo a
una politica strettamente orientata ai fatti e alle realtà
politiche, e alle possibilità e agli obiettivi che ne derivano»
(così il classico Politiklexikon di Schubert e Klein, edizione
2006). Ma per indagare l’attuale sfera semantica del termine,
conviene vagliarne le applicazioni nel pubblico discorso.
Stabiliamo così che una definizione storicamente associata
all’equilibrio delle potenze europee viene oggi genericamente
riferita all’opportunismo “senza princìpi”. È successo ad
esempio con le visite del Dalai Lama in Europa, che hanno
suscitato la prevedibile, furente reazione della Cina. Chi
tendeva a non irritare Pechino per timore di rappresaglie
politico-economiche passava per cinico calcolatore.
Realpolitiker, appunto. Chi invece insisteva sul dovere di
sostenere la causa tibetana perché in sé giusta - magari senza
troppo approfondire le ragioni della sua adesione - si
attribuiva il titolo di idealista.
La damnatio del realismo politico è parallela all’ascesa degli
Stati Uniti sulla scena mondiale. L’America è geneticamente
idealista. Lo è nelle origini rivoluzionarie. Ma soprattutto
lo è da quando il presidente Wilson la trascinò per i capelli
nella prima guerra mondiale, a riparare i danni attribuiti
proprio alla fallimentare eredità della Realpolitik
bismarckiana.
Wilson vide nel “realistico” equilibrio delle potenze europee la
radice della guerra. E ricamò sulla bandiera a stelle e strisce
il suo motto universalista (idealista): non c’è pace senza
giustizia. Mentre si apprestava a gettare sul piatto della
bilancia veterocontinentale tutta la potenza americana,
proclamò:
«Combattiamo questa guerra per una pace giusta e sicura, o solo
per un nuovo equilibrio della potenza? (…) Dobbiamo creare una
comunità, non un equilibrio della potenza; non rivalità
organizzate, ma una pace comune organizzata». E ancora: «Questa
epoca rigetta gli standard dell’egoismo nazionale che un tempo
reggevano i rapporti fra le nazioni e richiede che essi lascino
il campo a un nuovo ordine, in cui le sole domande siano: “È
giusto?” “È nell’interesse dell’umanità?”».
Fosse giusto o meno, il novello paradigma wilsoniano fallì
tragicamente. Anche perché contraddetto dall’altrettanto
wilsoniano (e leniniano) principio di autodeterminazione
nazionale, fondamento della proliferazione di Stati e delle
conseguenti rivalità territoriali in Europa e non solo. Pure, il
ripudio della Realpolitik resta ben radicato nell’élite e nel
popolo americano. Per scelta etica. A noi europei smagati resta
difficile ammetterlo, ma anche i più cinici leader statunitensi
(inclusi Nixon o Bush padre) hanno sempre fatto i conti con
questo codice morale.
L’etica delle intenzioni, o delle convinzioni, continua a
dominare nell’autocoscienza americana. Bush junior docet. Forse
solo un altro paese è convinto di incarnare lo spirito del
mondo: la Francia. Ed è per questo che Parigi e Washington si
scrutano in cagnesco, talvolta si scomunicano, ma si capiscono e
alla fine spesso collaborano.
Nessun leader politico può permettersi il lusso di seguire
sempre le proprie convinzioni. Finirebbe dritto in convento.
Anche chi inveisce contro la Realpolitik è costretto a
praticarla, spesso in dosi non omeopatiche. Magari negandolo a
se stesso. Allo stesso tempo, il più razionale dei realisti deve
integrare nei suoi algoritmi fattori morali, religiosi, comunque
valoriali. Il suo ragionare sarebbe altrimenti irrealistico. Ciò
è tanto più vero nell’èra della democrazia mediatica. Per gli
autocrati sette-ottocenteschi, i vincoli dell’opinione
pubblica(ta) erano minimi. Oggi qualsiasi politica si rivolge
anzitutto ai media e da essi viene distrutta o canonizzata. Se
anche così non fosse, poco importa perché tale è la convinzione
dei politici (e dei giornalisti). In questo contesto, dubitare è
un lusso. Ma non c’è Realpolitik senza scepsi. Ossia, priva
della coscienza dei vincoli di spazio e di tempo cui
anche la più geniale politica della più muscolosa superpotenza
deve piegarsi. Come osserva ancora Kissinger, considerato il
massimo realista vivente (paradossalmente un
americano, ma nato in Baviera): «La differenza fra la scuola
realistica e quella teoretica o idealistica non è di norma sugli
obiettivi. Spesso gli obiettivi sono abbastanza paralleli.
La differenza è fra quanto si ritiene possa essere fatto in un
determinato periodo di tempo. E se un concetto può legittimare
se stesso o se limiti pratici devono essere adattati alla
cultura e alle circostanze».
Nella disputa sulla Realpolitik non conta cosa recitano i
dizionari, i manuali di politologia, ma come i media usano
questa parola. Sarebbe interessante analizzare quante volte, in
che contesto e con quali implicazioni valoriali tale termine
occorra nelle pubblicazioni scritte ed elettroniche. In attesa
di conoscere i risultati di un sondaggio scientifico, restiamo
nell’impressione di un netto accento critico. Eppure, preso alla
lettera, l’approccio realistico (che associ interessi e valori
in quanto entrambi effettivi e operanti) dovrebbe essere la
regola di qualsiasi politica democraticamente responsabile.
E comunque, rovesciando il ragionamento, partendo dal proprio
mondo ideale per farlo reale, di norma non si produce
l’Eldorado. Semmai, l’inferno.
|