REALPOLITIK

L’arte di governare senza ideali

DI LUCIO CARACCIOLO

 




 


La prima volta che Henry Kissinger incontrò Vladimir Putin, gli chiese della sua carriera di spia. Il presidente russo lo guardò complice, poi accennò al suo passato di agente del Kgb nella Germania comunista. Il decano della politica estera americana sorrise complice: «Tutte le persone per bene hanno cominciato nei servizi segreti. Anch’io». In una battuta, ecco cosa vuol dire Realpolitik.

L’anziano ma tuttora influente stratega della maggiore democrazia al mondo si rispecchia nell’ex nemico, di cui non si conosce una specifica passione per la liberaldemocrazia.
Ma per Kissinger questo conta poco. Lui stesso al tempo della guerra fredda non s’è fatto scrupolo di sostenere i suoi “figli di puttana”, i dittatori utili a contrastare l’Urss. L’importante è giocare la stessa partita. Da nemici o da partner, perché la scena del mondo non sia puramente anarchica occorre leggerla con i medesimi strumenti, quelli della Realpolitik. In un mondo simmetrico, ci si capisce meglio e si evitano i rischi mortali. Per questo nei circoli realisti occidentali oggi si brinda alla vittoria di Putin: meglio la stabilità pseudodemocratica
del caos in una superpotenza nucleare ed energetica.
Questa logica non convince affatto gli idealisti, o comunque si definisca chi non intende avallare i metodi piuttosto spicciativi con cui il Cremlino ha confezionato il plebiscito.
È il caso di George W. Bush e dei maggiori leader europei, con la notevole eccezione di Nicolas Sarkozy, forse in omaggio all’antica amicizia franco-russa. Consapevoli che con la Russia - e con Putin - dovranno continuare a trattare. Epperò ansiosi di segnalare la precaria legittimazione di un interlocutore sempre più assertivo. La Russia continua a non essere un paese "normale", allineato agli standard occidentali. Il suo hardpower- idrocarburi più missili e testate atomiche - non si discute. È nel soft power il suo tallone d’Achille, e su questo i partner euroatlantici non fanno sconti. Che poi gli americani siano affezionati all’idea di esportare la democrazia più di noi europei, è ben noto. E che George W. Bush sia
un true believer, anche. Ma come si distingue un realista da un idealista? Provate a chiedere a un decisore se per lui in politica contano le intenzioni o le conseguenze delle intenzioni. Chi giura sul primo approccio merita la definizione di idealista. Chi si orienta sul secondo, è realista. Ma nella prassi storica - e nella natura umana - non esiste l’idealista
puro, tantomeno l’assoluto realista. Più che concetti, sono anatemi. Non valgono per l’analista quanto per il polemista. Nel gergo politico-mediatico, idealista equivale a ingenuo, realista a cinico. Termini che prescrivono (proscrivono), non descrivono. Questo è specialmente vero per la Realpolitik. Già il fatto che si ricorra al tedesco ne illumina la connotazione negativa. Si sente odore di zolfo. Di militarismo prussiano.
Infatti, nella storia moderna il paradigma della Realpolitik è l’unificazione della Germania. Da cui i nostri manuali scolastici traggono, un po’ velocemente, le due guerre mondiali.
Dunque, il suicidio dell’Europa. Come se il capolavoro di Bismarck fosse all’origine del mondo attuale: multipolare senza polo europeo.
Eppure al principe prussiano mai sarebbe saltato in testa di dichiarare guerra all’America, come invece capitò all’“idealista” Hitler, prigioniero dei suoi miti razziali. Vittima infine del suo totale irrealismo politico.
Se restiamo all’accademia, Realpolitik è il «concetto relativo a una politica strettamente orientata ai fatti e alle realtà politiche, e alle possibilità e agli obiettivi che ne derivano» (così il classico Politiklexikon di Schubert e Klein, edizione 2006). Ma per indagare l’attuale sfera semantica del termine, conviene vagliarne le applicazioni nel pubblico discorso. Stabiliamo così che una definizione storicamente associata all’equilibrio delle potenze europee viene oggi genericamente riferita all’opportunismo “senza princìpi”. È successo ad esempio con le visite del Dalai Lama in Europa, che hanno suscitato la prevedibile, furente reazione della Cina. Chi tendeva a non irritare Pechino per timore di rappresaglie politico-economiche passava per cinico calcolatore. Realpolitiker, appunto. Chi invece insisteva sul dovere di sostenere la causa tibetana perché in sé giusta - magari senza troppo approfondire le ragioni della sua adesione - si attribuiva il titolo di idealista.
La damnatio del realismo politico è parallela all’ascesa degli Stati Uniti sulla scena mondiale. L’America è geneticamente idealista. Lo è nelle origini rivoluzionarie. Ma soprattutto
lo è da quando il presidente Wilson la trascinò per i capelli nella prima guerra mondiale, a riparare i danni attribuiti proprio alla fallimentare eredità della Realpolitik bismarckiana.
Wilson vide nel “realistico” equilibrio delle potenze europee la radice della guerra. E ricamò sulla bandiera a stelle e strisce il suo motto universalista (idealista): non c’è pace senza giustizia. Mentre si apprestava a gettare sul piatto della bilancia veterocontinentale tutta la potenza americana, proclamò:
«Combattiamo questa guerra per una pace giusta e sicura, o solo per un nuovo equilibrio della potenza? (…) Dobbiamo creare una comunità, non un equilibrio della potenza; non rivalità organizzate, ma una pace comune organizzata». E ancora: «Questa epoca rigetta gli standard dell’egoismo nazionale che un tempo reggevano i rapporti fra le nazioni e richiede che essi lascino il campo a un nuovo ordine, in cui le sole domande siano: “È giusto?” “È nell’interesse dell’umanità?”».
Fosse giusto o meno, il novello paradigma wilsoniano fallì tragicamente. Anche perché contraddetto dall’altrettanto wilsoniano (e leniniano) principio di autodeterminazione nazionale, fondamento della proliferazione di Stati e delle conseguenti rivalità territoriali in Europa e non solo. Pure, il ripudio della Realpolitik resta ben radicato nell’élite e nel popolo americano. Per scelta etica. A noi europei smagati resta difficile ammetterlo, ma anche i più cinici leader statunitensi (inclusi Nixon o Bush padre) hanno sempre fatto i conti con questo codice morale.
L’etica delle intenzioni, o delle convinzioni, continua a dominare nell’autocoscienza americana. Bush junior docet. Forse solo un altro paese è convinto di incarnare lo spirito del mondo: la Francia. Ed è per questo che Parigi e Washington si scrutano in cagnesco, talvolta si scomunicano, ma si capiscono e alla fine spesso collaborano.
Nessun leader politico può permettersi il lusso di seguire sempre le proprie convinzioni. Finirebbe dritto in convento. Anche chi inveisce contro la Realpolitik è costretto a praticarla, spesso in dosi non omeopatiche. Magari negandolo a se stesso. Allo stesso tempo, il più razionale dei realisti deve integrare nei suoi algoritmi fattori morali, religiosi, comunque valoriali. Il suo ragionare sarebbe altrimenti irrealistico. Ciò è tanto più vero nell’èra della democrazia mediatica. Per gli autocrati sette-ottocenteschi, i vincoli dell’opinione pubblica(ta) erano minimi. Oggi qualsiasi politica si rivolge anzitutto ai media e da essi viene distrutta o canonizzata. Se anche così non fosse, poco importa perché tale è la convinzione dei politici (e dei giornalisti). In questo contesto, dubitare è un lusso. Ma non c’è Realpolitik senza scepsi. Ossia, priva della coscienza dei vincoli di spazio e di tempo cui
anche la più geniale politica della più muscolosa superpotenza deve piegarsi. Come osserva ancora Kissinger, considerato il massimo realista vivente (paradossalmente un
americano, ma nato in Baviera): «La differenza fra la scuola realistica e quella teoretica o idealistica non è di norma sugli obiettivi. Spesso gli obiettivi sono abbastanza paralleli.
La differenza è fra quanto si ritiene possa essere fatto in un determinato periodo di tempo. E se un concetto può legittimare se stesso o se limiti pratici devono essere adattati alla cultura e alle circostanze».
Nella disputa sulla Realpolitik non conta cosa recitano i dizionari, i manuali di politologia, ma come i media usano questa parola. Sarebbe interessante analizzare quante volte, in che contesto e con quali implicazioni valoriali tale termine occorra nelle pubblicazioni scritte ed elettroniche. In attesa di conoscere i risultati di un sondaggio scientifico, restiamo nell’impressione di un netto accento critico. Eppure, preso alla lettera, l’approccio realistico (che associ interessi e valori in quanto entrambi effettivi e operanti) dovrebbe essere la regola di qualsiasi politica democraticamente responsabile.
E comunque, rovesciando il ragionamento, partendo dal proprio mondo ideale per farlo reale, di norma non si produce l’Eldorado. Semmai, l’inferno.


 

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