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Atteggiamento politico che valorizza una strategia fondata sull'ottenimento
di riforme, nell'opinione che il sistema politico sia suscettibile di
cambiamenti strutturali in positivo. Esso si contrappone alla prospettiva
rivoluzionaria, in cui si ritiene che il sistema non sia riformabile e che
l'unico mezzo per imporre mutamenti sia attraverso l'uso della violenza
organizzata.
Avvento del
riformismo
Il riformismo è uno dei presupposti essenziali del sistema parlamentare. Nel
corso del Settecento in Inghilterra si affermò l'idea che il Parlamento
fosse il luogo deputato per modifiche che adeguassero le norme legislative
al mutamento della situazione sociale ed economica. Nel 1790 Edmund Burke
contrappose alla volontà rivoluzionaria dei
giacobini, la
Costituzione
britannica e il modello di convivenza inglese, fondato sulla forza della
tradizione e su un'ideologia riformista che permetteva di ottenere
cambiamenti senza brusche lacerazioni istituzionali. La Rivoluzione francese
incoraggiò invece a pensare l'evoluzione sociale in chiave di brusca rottura
dell'ordine politico e sociale esistente, influenzando i movimenti politici
successivi.
Marxismo e
socialdemocrazia
Il contrasto tra rivoluzionari e riformisti fu particolarmente acuto tra i
diversi orientamenti del socialismo. Per
Karl Marx le masse operaie andavano
organizzate in vista di una generale rivoluzione proletaria, che sarebbe
stata resa inevitabile dalle ricorrenti crisi del capitalismo. Altri
esponenti socialisti, tra cui
Eduard Bernstein, formularono un programma
gradualista e riformista basato sull'accettazione della logica parlamentare,
in cui si indicavano come obiettivi il suffragio universale, la parità
giuridica tra donne e uomini, un sistema di sicurezza sociale e la
legalizzazione dei sindacati. In seguito il movimento socialista si divise
tra un'ala rivoluzionaria – ispirata alla Rivoluzione bolscevica in Russia –
e un'ala riformista.
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