|
Secondo le fonti furono uccise nell'Ippodromo 35.000 persone.
La rivolta
di Nika fu una sanguinosa sommossa scoppiata a Costantinopoli,
nell'Ippodromo, l'11 gennaio 532; al grido di "Nikā, Nikā", ("Vinci!
Vinci!"), con cui il popolo era solito incitare i propri campioni
nelle corse di carri, la folla tentò di rovesciare l'imperatore
Giustiniano I che però, dopo alcuni giorni, spense la ribellione nel
sangue.
Verdi e Azzurri
All'epoca, Costantinopoli era una città cosmopolita di mercanti,
artigiani, giocolieri, prostitute, cantastorie, soldati di ventura,
contadini, monaci, santoni e guaritori. La popolazione era divisa in
due fazioni sportive: i Verdi e gli Azzurri, al momento predominanti e
che avevano prevalso dopo aver oscurato le altre, tra le quali quella
dei Rossi, di cui era stato patrocinatore Anastasio.
Queste fazioni non si limitavano a contrapporsi fisicamente nel tifo
all'Ippodromo ma si accapigliavano fanaticamente anche in dispute
religiose e assunsero, nella prima età bizantina, una forte
colorazione politica, militarizzandosi anche in parte. Come tali
venivano utilizzate nella vita politica di Costantinopoli, da parte
ora l'una ora l'altra fazione; in cambio questi gruppi usufruivano di
particolari agevolazioni nella distribuzione dei compensi e degli
incarichi, a cominciare dall'ambito degli spettacoli.
I "Verdi" si erano schierati dalla parte del Monofisismo e radunavano
i sostenitori di due nipoti di Anastasio I, divenuti i capi di una
forte opposizione legittimista: in un certo senso formavano il partito
aristocratico (i "Contribuenti") .
Gli "Azzurri", invece, formavano il partito popolare (i "Miserabili")
e sostenevano l'imperatore, dal quale erano a loro volta appoggiati al
punto da trovare impunità per i loro atti di arbitrio. Giustiniano e
Teodora, infatti, erano stati loro sostenitori e avevano sfruttato la
turbolenza nelle strade per ascendere al potere, addirittura
incoraggiandola. Al momento in cui erano divenuti imperatori, però,
avevano deciso di bloccare l'indipendenza delle fazioni.
La stessa imperatrice Teodora veniva da quell'ambiente. Era figlia,
con altre due sorelle, del guardiano degli orsi dell'Ippodromo (posto
che il padre aveva ottenuto essendo legato alla fazione dei Verdi) e
di una danzatrice che recitava anche in spettacoli osceni. Alla morte
del marito la madre di Teodora si trovò un nuovo sposo, convinta che i
Verdi avrebbero affidato anche a lui l'incarico del precedente coniuge,
come era consuetudine ereditaria. L'impiego veniva rilasciato
dall'impresario della danza pantomima, che però si lasciò corrompere e
assegnò ad un altro il lavoro di guardiano degli orsi. I Verdi
ignorarono le proteste di Teodora e della madre, le quali si rivolsero
perciò agli Azzurri, che le appoggiarono. Per questo Teodora fu
inizialmente legatissima a questa fazione. In seguito Teodora
intraprese la carriera della madre, sino alle sue avventure in Egitto
ed alla sua conversione in Alessandria ad opera del patriarca Timoteo,
che ne fece un'ardente monofisita. Come Giustiniano (che conobbe più
tardi) era pertanto legata agli Azzurri, e tale la coppia imperiale
sarebbe rimasta sino alla rivolta di “Nika” del 532.
A causa della iniziale politica lassista di Giustiniano le fazioni
avevano acquisito una totale impunità. Anche i Verdi, che, a
differenza degli Azzurri, compivano pure delitti e vendette personali
e non solo azioni delittuose di gruppo, non venivano mai perseguiti.
Questi estremisti (che appartenevano alla fazione degli Azzurri)
avevano preso a devastare la città, distinguendosi anche
nell'abbigliamento e nell'aspetto esteriore. Essi portavano i capelli
tagliati alla maniera dei barbari, con la frangia sulla fronte, le
tempie rasate e la chioma lunga sulla nuca "alla Unna", come si diceva,
o anche, abbandonata la consuetudine romana, tenevano barba e baffi
alla maniera persiana. Anche gli abiti erano diversi da quelli
consueti: avevano le maniche serrate sul polso e rigonfie sulle spalle.
Questi teppisti ante litteram avevano preso l'abitudine di girare
armati, con gli stili a doppio taglio legati alla gamba ed altre armi
occultate nei mantelli. Così attrezzati, dopo aver adempiuto al loro "compito"
di tifosi, la notte, (è sempre Procopio a riferircelo nella sua
Historia Arcana), si riunivano in bande e percorrevano strade e vicoli
della città rapinando chi incontravano e talora uccidendo chi temevano
li potesse denunziare. Vista l'impunità degli Azzurri, appoggiati
dalla coppia imperiale, anche molti Verdi avevano cambiato bandiera.
Intanto tra le due fazioni gli omicidi si moltiplicavano, soprattutto
a danno dei Verdi.
Evento occasionale dello scoppio della rivolta
La volontà di imporsi dell'imperatore mosse il prefetto Eudemone ad
arrestare alcuni ultras. Sette di essi erano colpevoli di omicidio, ed
Eudemone li faceva impiccare sul Corno d'Oro, nel sobborgo di Sika il
giorno del sabato 10 gennaio 532. Due di essi si erano miracolosamente
salvati per la rottura del patibolo, erano uno per ognuna delle due
fazioni, che erano riusciti a fuggire e, appoggiati dai monaci di San
Conone avevano preso asilo in San Lorenzo.
I soldati del prefetto li attendevano fuori dalla chiesa, e le fazioni
rivali fecero a Giustiniano una congiunta richiesta di clemenza.
Giustiniano ignorò tutti gli appelli dei Verdi e degli Azzurri, questo
sino alla penultima delle ventiquattro gare dell'ippodromo. Alla
vigilia della quale scoppiò la rivolta.
Le due fazioni, tradizionalmente rivali, si coalizzarono contro il
fiscalismo e l'autocrazia giustinianei e, per cause occasionali,
diedero l'avvio a una rivolta durata sei giorni che causò incendi e
saccheggi.
Motivazioni più estese della rivolta
La rivolta allargava le sue motivazioni in vari campi. Attaccò anche
due funzionari imperiali, Triboniano e Giovanni di Cappadocia,
quest'ultimo prefetto del pretorio per l'Oriente (praefectus praetorio
per Orientem), che si occupavano di imporre le tassazioni necessarie
al mantenimento della corte imperiale con la magnificenza voluta da
Giustiniano I e che venivano inoltre attribuite ai capricci
dell'imperatrice Teodora.
Erano in realtà figure chiave del governo dovendosi in parte anche a
loro la redazione del Codice Giustinianeo; ma erano accusati di fare
mercato della giustizia, modificando le leggi a pagamento e distraendo
nelle proprie tasche i fondi delle finanze pubbliche. Si riteneva che
non vi fosse più nulla di pubblico che non si pagasse due volte: allo
stato la tassa e all'esattore "la mancia", per evitare tassazioni
maggiori o la minaccia di controlli rigorosi.
Il malcontento di entrambe le fazioni ora riunite prese allora a
bersaglio questi ministri dell'imperatore, e congiuntamente pose la
richiesta di rimuovere i tre autorevoli personaggi: Giovanni di
Cappadocia, prefetto pretoriano d'Oriente, Triboniano, questore del
Palazzo, Eudemone, il prefetto della capitale direttamente attaccato
dai rivoltosi. Subentra qui un terzo elemento, la relativa debolezza
mostrata dall'imperatore. Giustiniano infatti subito li depose, e
questo sembrò forse alle parti in rivolta un segno di debolezza.
Giustiniano ebbe di fatto delle responsabilità precise nell'accendere
la rivolta, come riferisce Procopio nella sua opera dove ci pone il
risvolto negativo della coppi aimperiale, nella Historia Arcana. Ci
dice infatti come Giustiniano appoggiasse degli Azzurri i più
estremisti spingendolo con la concessione dell'impunità ad effettuare
vari delitti, per poi riportarli improvvisamente all'ordine.
A questo punto, dopo l'impunità e l'azione di forza, la rimozione dei
tre funzionari rappresentava un atto di debolezza. Le parti pertanto
anziché calmarsi credettero giunto il momento di approfittarne ed
andare oltre. Sarebbe stata invece la fermezza di Teodora in questo
frangente a riprendere in pugno la situazione spingendo il consorte ad
imporsi.
Cronologia della rivolta
La sommossa iniziò al circo la mattina dell'11 gennaio,
all'inaugurazione dei giochi: all'entrata dell'imperatore,
accompagnato dalla sua "onoratissima sposa che Dio gli aveva dato", si
levarono fischi, proteste, slogan di ribellione, ed infine il grido
divenne solo uno: "Nika". La rivolta dall'ippodromo si estese nelle
vie e nelle piazze. Scontri, barricate, incendi e saccheggi durati per
sei giorni, distrussero diversi quartieri della città.
Giustiniano si barricò nel palazzo per tre giorni, poi promise la
riduzione delle tasse e minacciò di sanzioni i capi di entrambe le
fazioni. Cedette ai rivoltosi, che chiedevano a gran voce
l'allontanamento dei due odiati funzionari, ma la concessione arrivò
tardi e ora si richiedeva la sua destituzione, proclamando imperatore
il nipote Ipazio. Dopo cinque giorni di rivolta furono abbattuti i
cancelli del palazzo imperiale e l'imperatore progettò di abbandonare
la capitale: in gran segreto fece caricare tutto il tesoro imperiale
su una nave pronta a salpare per la fuga.
Intervento dell'imperatrice Teodora
L'imperatrice Teodora, prendendo la parola in seno al consiglio,
affermò che sarebbe rimasta al suo posto, pronta anche a morire. Da
alcune fonti è stato ricostruito un suo verosimile intervento: "Anche
se con la fuga mi dovessi salvare, non vorrò vivere senza essere
salutata da imperatrice, tanto vale morire qui; se vuoi, hai il denaro
e la nave è pronta, vai pure; quanto a me, sapevo già che la mia
porpora sarebbe stato il mio sudario, quindi non fuggirò con te, io
resto!".
Le ipotesi di fuga furono quindi abbandonate e Giustiniano ordinò di
prelevare il tesoro, portarlo all'ippodromo e distribuirlo ai capi
rivoltosi, al popolo, a tutti quelli che erano ancora nelle strade.
Ruolo di Narsete e Belisario
Al comando della difesa del palazzo reale vi era il generale Narsete,
che si trovava in situazione di grave difficoltà, in mancanza
dell'arrivo dei rinforzi. Narsete distribuì ai ribelli della fazione
degli Azzurri una parte del tesoro di Giustiniano, ottenendo di
riconciliarsi personalmente con alcuni membri degli Azzurri e di far
convergere sull'ippodromo tutti i rivoltosi.
Dopo tre giorni di rivolta, il generale Belisario al comando
dell'esercito imperiale era giunto alle porte della città, reduce
dalla guerra persiana seguito da molti mercenari.
Gli uomini di Narsete e Belisario entrarano dalle diverse entrate
dell'ippodromo e fecero strage dei rivoltosi, arrestando Ipazio,
nipote di Anastasio I, che era stato proclamato imperatore, e il
cugino di costui Pompeo, che furono incarcerati e messi a morte da
Giustiniano. Secondo le fonti furono uccise nell'Ippodromo 35.000
persone.
Belisario, venne ricompensato dall'Imperatore con la carica di
magister militum, che lo poneva a capo dell'esercito bizantino.
Avvenimenti successivi
Giustiniano concluse una "pace perpetua" con i Persiani di Cosroe,
mediante il versamento annuo di 110.000 libbre d'oro, e avendo in tal
modo eliminato il pericolo ad est, si era assicurato libertà di
movimento in Occidente.
La ricostruzione della Basilica di Santa Sofia
Per volere di Teodora, la basilica di Santa Sofia, incendiata e
distrutta durante la rivolta, venne ricostruita in maggiori dimensioni,
occupando anche parte dello spazio dell'Ippodromo, nel quale aveva
avuto luogo la rivolta. I lavori, iniziati nello stesso anno della
rivolta, terminarono nel 537.
Nell'edificio si conserva ancora oggi la cosiddetta "colonna piangente",
una colonna di marmo da cui si dice che stillino le lacrime dei
rivoltosi uccisi proprio dove sorse la basilica, le quali
risalirebbero da quella colonna che affonda nel terreno. Queste "lacrime"
venivano ritenute miracolose ed efficaci in particolare contro le
malattie della vista. La pietra porosa della colonna, assorbe in
realtà per capillarità l'acqua probabilmente presente in una falda
acquifera sotterranea.
|
|