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| di Giulio Giorello |
La Chiesa? «Non è democratica, ma
sacramentale, dunque gerarchica», scriveva a suo tempo Joseph
Ratzinger, allora Prefetto della Fede. E oggi, con Joseph ormai
salito al Soglio di Pietro, sotto il nome di Benedetto XVI? Mi
pare notevole merito del volume di Michele Martelli Quando Dio
entra in politica il fatto che l' autore, fin dal primo capitolo,
metta a fuoco il nocciolo della questione. «La fallibilità, l'
incertezza, l' errore, l' umile e incessante ricerca della
verità, il dialogo, il dubbio socratico e scettico, l'
autocorrezione e l' autocritica», si chiede Martelli, sarebbero
dunque «estranei a chi la verità definitiva la possiede in
Cristo, di cui è sostituto terreno»? Attenzione a rispondere Sì
o No immediatamente. Una notevole tradizione di pensiero - da
Charles Sanders Peirce a Ernst Mach, per non dire di Karl Popper
e Willard Van Orman Quine, pur con le più diverse sfumature - ha
messo in luce come quei tratti di «fallibilismo» (il termine è
di Peirce), ovvero quell' impasto di «conoscenze ed errore» (l'
endiade è di Mach), scandiscono tanto la crescita della scienza
moderna quanto l' articolarsi della democrazia. La tensione
principale non si situa allora tra fede e ragione, tra scienza e
religione, tra credenti e non credenti, ma tra chi fa ricerca -
non solo circa «la natura delle cose», poniamo in fisica o in
biologia, ma persino circa la propria «salute spirituale» - con
un atteggiamento che insiste sul carattere fallibile e
provvisorio delle proprie conquiste e chi invece non esita a
presentarle come dogmi irrinunciabili, ormai immuni a qualsiasi
spirito critico. So bene che, se ci si esprime così, si rischia
- al solito - di essere tacciati di «relativismo», il genio
maligno dell' Occidente, la cui «dittatura» è stata
autorevolmente denunciata dallo stesso Ratzinger poco prima di
essere eletto Papa. Ma anche qui, cautela: la posta in gioco non
è epistemologica (o lo è solo in parte), ma (soprattutto)
politica. Lo avevano intuito, ai tempi della contrapposizione di
Riforma e Controriforma, ancor prima dei «filosofi naturali» (noi
oggi diremmo «scienziati») quei teologi insofferenti alla
costellazione dei pregiudizi stabiliti, che avevano rivendicato
diritto all' amore e alla tolleranza per le forme di vita (religiosa,
ma non solo) più diverse. Figure come - a metà del Seicento -
John Milton, che aveva dichiarato che «la verità ha più di una
faccia», o come John Goodwin, che aveva sostenuto che reprimere
le differenze può rivelarsi la forma più perversa di «lotta
contro Dio». Particolare non trascurabile: si trattava di
protestanti (anche se, assai spesso, devianti rispetto al
mainstream del protestantesimo: eretici nell' eresia, agli occhi
di quei cattolici che avevano dimenticato che eresia vuol dire
solamente scelta e che a sua volta ragionare non è che un
sinonimo di scegliere). Karl Popper, in un bellissimo intervento
del lontano 1958, riconosceva quanto debbano le attuali società
aperte e democratiche a questo tipo di protestantesimo. Ma non
stiamo cercando qui delle più o meno fondate «radici»! Il gusto
per la disputa, la pregnanza dell' argomentazione, il valore
della competenza tecnica, il considerare una differenza di
opinioni o di stile di vita non un disastro ma un' occasione
sono elementi che possiamo ritrovare nelle più svariate civiltà,
dalla grande cultura sumerica e accadica della Mesopotamia alla
Grecia dei Sofisti e di Socrate, dall' India capace di logiche
(al plurale) di estrema raffinatezza al mondo «arabo-islamico»
così attento, prima dell' epoca della sua chiusura che coincide
con la sua decadenza, alla valorizzazione degli esperimenti
intellettuali e morali più disparati Siamo disposti a
sacrificare tutto questo per la «verità dell' Uno» di cui la
Chiesa Cattolica Romana pretende di avere il monopolio? Michele
Martelli ci ripropone un interrogativo che in passato è più
volte emerso nelle tormentate vicende dell' Occidente. Il «ritorno
di Dio nella politica» vuol dire proprio questo. Di mio, non
sono così drastico come alcuni che ritengono di poter liquidare
la stessa esperienza del cattolicesimo come antiscientifica e
antidemocratica. Il fatto è che non penso che le varie
tradizioni religiose - e in particolare le diverse denominations
cristiane, e dunque la stessa confessione cattolica -
costituiscano delle «essenze» date una volta per tutte come idee
immutabili dell' iperuranio di Platone. Piuttosto, mi paiono
simili a organismi viventi, in continuo mutamento, soggette
quindi sia alla pressione dell' ambiente sia alle decisioni
degli individui che in tali tradizioni si riconoscono. Così,
sono disposto a riconoscere che persino una Chiesa «non
democratica, ma sacramentale» possa evolvere, dando prova nella
pratica di quel relativismo di cui in teoria si vergogna.
Dopotutto, il «relativismo» è il contrario dell' «assolutismo» -
e tutto possono essere i dittatori, tranne che dei relativisti!
Pensiero debole - come ci ripetono teocon, teodem e atei devoti,
così nostalgici della «forza del fondamento»? Niente affatto: il
relativismo non è una dottrina, ma una scelta personale e
politica per un tipo di struttura in cui ogni idea o forma di
vita abbia il diritto a una difesa pubblica - in questo sta
tutto il suo coraggio! Michele Martelli non risparmia i suoi
strali polemici a pretese teoriche e morali avanzate in nome
delle più diverse religioni, pur concentrandosi soprattutto su
quelle che ci vengono dal cattolicesimo romano. Non possiamo che
augurarci che coloro che si sentono colpiti dalla sua vis
polemica sappiano rispondergli con altrettanta decisione sul
piano dell' argomentazione. Di nuovo, questo tipo di conflitto è
un' occasione di crescere per tutti «i litiganti». Una cosa,
però, dev' essere chiara. Mai mai mai saremo disposti a cedere -
in cambio delle nebbiose consolazioni di questa o quella
religione - il libero cielo dell' Illuminismo, quello della
tolleranza comprensiva e simpatetica di John Toland, o dell'
appassionata mitezza di Voltaire, o dello «scetticismo
spensierato» di David Hume, o dell' elogio di Immanuel Kant
dell' autogoverno di cui è capace la persona «uscita dallo stato
di minorità» in cui i dogmatici di ogni risma vorrebbero
ricacciarla. A scanso di equivoci: questi non sono vincoli che
ci legano al passato, sono premesse che ci indirizzano al futuro.
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