Theodor Herzl è il padre del Sionismo politico (da Sion uno dei nomi
biblici di Gerusalemme) che alla fine dell'800, sulla scia di nuove ondate
antisemite, si proponeva di "creare una dimora legalmente garantita per il
popolo ebraico in Palestina". Famoso il suo motto "se lo vuoi, non è un
sogno".
Nato a Budapest nel 1860, Herzl fu scrittore, drammaturgo e giornalista.
Da intellettuale ebreo assimilato che non conosceva l'ebraico, visse la
sua svolta personale durante l'affare Dreyfus che seguì in qualità di
corrispondente da Parigi del famoso quotidiano austriaco "Neue Freie
Presse". Nel 1897 con il primo congresso mondiale sionista a Basilea mise
in moto un movimento che fino ad oggi non ha perso la sua importanza. Dopo
il congresso annotava nel suo diario ".. a Basilea ho fondato lo stato
ebraico . forse entro cinque anni, senza dubbio entro cinquanta, questo
fatto sarà evidente a chiunque." Lo Stato d'Israele nascerà nel 1948,
cinquantuno anni dopo la profetica affermazione. Morto nelle vicinanze di
Vienna nel 1904, le sue spoglie furono trasferite nel 1949 a Gerusalemme.
"Lo
stato ebraico" di Theodor Herzl, edito nel 1896 a Vienna, è il
manifesto programmatico del movimento sionista.
Scritto come risposta
all'antisemitismo crescente della seconda metà del secolo scorso, ha
rappresentato il "testo sacro" a cui si sono richiamati gli ebrei di
tutto il mondo che, rispondendo all'appello di Herzl, hanno cercato di
costruire nella terra dei padri una patria per loro e per i propri
figli.
Sionismo
Movimento per la riunificazione degli ebrei della diaspora in uno stato
ebraico in Palestina. Sorto nel XIX secolo culminò nel 1948 con la nascita
dello stato di Israele. Il nome del movimento deriva da Sion, la collina
su cui era edificato il tempio di Gerusalemme, e fu usato per la prima
volta nel 1890 dal filosofo ebreo austriaco Nathan Birnbaum.
La nascita del sionismo
Nella seconda metà del XIX secolo emersero in Germania e in
Austria-Ungheria partiti che facevano dell'antisemitismo una componente
essenziale del proprio programma. In Russia l'assassinio dello zar
Alessandro II scatenò una reazione nazionalistica che portò a un'ondata di
massacri contro gli ebrei (POGROM
- Violente sommosse popolari antiebraiche che si verificarono a partire
dal 1881 nella Russia sudoccidentale. Scarsamente prevenute e, talvolta,
perfino incoraggiate dalle autorità locali, causarono la morte di molti
ebrei e la distruzione di loro proprietà.).
Negli anni Ottanta, molti ebrei russi emigrarono in Occidente e, in
particolare, negli Stati Uniti d'America. Un piccolo gruppo di ebrei,
nella convinzione che la storia avrebbe riservato loro l'eterno ruolo del
capro espiatorio, si insediò in Palestina, allora sotto il governo
ottomano, grazie anche all'aiuto finanziario di facoltose personalità
della diaspora ebraica, tra cui il barone Edmond Rothschild.
Verso la metà del XIX secolo due rabbini ortodossi, Jehuda Alkalai e Zevi
Hirsch Kalisher, affermarono che toccava agli ebrei stessi creare le basi
per la venuta del Messia. Nel 1862 il socialista ebreo tedesco Moses Hess
pubblicò Rom und Jerusalem (Roma e Gerusalemme), in cui l'idea
dell'assimilazione veniva rifiutata in nome dell'imprescindibile necessità
di uno stato nazionale ebraico.
Nel 1896 Theodor Herzl pubblicò un libro dal titolo significativo, Der
Judenstaat (Lo stato ebraico), in cui analizzava le cause
dell'antisemitismo e proponeva, come rimedio, la creazione di uno stato
ebraico. Egli nel 1897 convocò a Basilea il primo congresso sionista, in
cui 200 delegati approvarono la piattaforma del movimento, il Programma di
Basilea, e fondarono l'Organizzazione sionista mondiale. Al VII congresso
sionista (1905), Israel Zangwill creò l'Organizzazione ebraica
territoriale, con il compito di cercare una terra per la colonizzazione
ebraica.
In un primo momento la proposta del movimento sionista suscitò scarse
attenzioni nella diaspora ebraica, sia nella parte più riformista,
favorevole all'integrazione degli ebrei nei paesi di appartenenza, sia in
quella religiosa (che trovava blasfema la proposta), sia, infine, in
quegli ebrei, che pur convenendo sulla necessità di uno stato ebraico, ne
individuavano la sede in altri luoghi (Stati Uniti, Sudamerica, Africa).
Nei primi anni del Novecento, il flusso verso la Palestina, alimentato
soprattutto dagli ebrei dell'Europa orientale (esposti a frequenti episodi
di intolleranza), fu costante.
Il 'focolare nazionale'
Nel 1917 il movimento sionista ottenne il primo significativo risultato
con la dichiarazione di Balfour, con la quale il ministro degli Esteri
inglese Arthur James Balfour impegnava il suo governo a sostenere gli
ebrei nella costituzione di un 'focolare nazionale ebraico in Palestina'.
Nel primo dopoguerra il flusso migratorio dalla Russia fu bloccato dal
nuovo stato sovietico. Inoltre si aprì un contrasto tra il principale
esponente del sionismo americano, Louis Brandeis, e Chaim Weizmann; mentre
questi legava strettamente lotta politica e colonizzazione, Brandeis, più
pragmatico, poneva l'accento sulla colonizzazione, lasciando
impregiudicata la questione nazionale. L'impostazione di Weizmann ebbe il
sopravvento.
Durante l'amministrazione mandataria britannica sulla Palestina
(1920-1948) l'insediamento ebraico (l'yishuv) crebbe da 50.000 a 600.000
coloni. La maggior parte dei nuovi immigrati fuggiva le persecuzioni del
nazionalsocialismo. La coesistenza tra immigrati ebrei e arabi palestinesi
divenne nel frattempo sempre più problematica. All'interno del movimento
sionista emersero posizioni diverse, da Judah Magnes, che auspicava la
fondazione di uno stato arabo-ebraico, a David Ben Gurion, futuro primo
ministro di Israele, contrario a ricercare accordi con gli arabi se non da
posizioni di forza, ossia quando gli ebrei fossero diventati maggioranza.
Alla vigilia della seconda guerra mondiale il governo inglese mutò
politica nei confronti della Palestina per non alienarsi la simpatia del
mondo arabo. Il Libro bianco del 1939 prevedeva la creazione entro dieci
anni di uno stato palestinese a maggioranza araba e fissava limiti
all'immigrazione ebraica. Nel 1942 i capi del sionismo proposero che uno
stato democratico ebraico in Palestina diventasse parte integrante
dell'ordine internazionale postbellico. Ma fu la Shoah, lo sterminio degli
ebrei da parte dei nazisti, a convincere l'intera comunità ebraica
occidentale della necessità di creare un forte stato ebraico. Nel 1944
un'organizzazione terroristica, l'Irgun Zvai Leumi, comandata da Menahem
Begin, futuro premier israeliano, iniziò a portare a segno attentati
contro obiettivi inglesi e arabi.
Lo stato di Israele
Allo scadere del mandato britannico (1948), gli ebrei in Palestina
proclamarono l'indipendenza del nuovo stato d'Israele, forti della
simpatia del mondo occidentale per lo sterminio patito sotto il nazismo e
dell'appoggio degli Stati Uniti, garantito dall'influenza della comunità
ebraica americana sulla vita politica del paese. Nei primi anni di
esistenza di Israele il movimento sionista dedicò la sua attività al
consolidamento del nuovo stato e alla giustificazione della sua esistenza.
Dopo la nascita dello stato ebraico, il movimento dedicò tutte le sue
forze all'aliya (letteralmente 'salita', 'ascesa', cioè l'immigrazione
degli ebrei della diaspora in Palestina). Negli anni Settanta e Ottanta
l'attività sionista si concentrò sull'assistenza agli ebrei dell'Unione
Sovietica, cui fu infine concesso di emigrare, e sul trasferimento in
Israele dei falascià etiopici.
Il sionismo è stato ripetutamente denunciato dai paesi arabi come uno
strumento dell'imperialismo. Nel 1975 l'Assemblea generale delle Nazioni
Unite adottò una risoluzione, revocata nel 1991, che equiparava il
sionismo al razzismo. Oggi il sionismo si basa su due principi: la
sicurezza dello stato d'Israele e il diritto di ogni ebreo a stabilirvisi
(la 'legge del ritorno').
Antisemitismo:
Avversione nei confronti degli ebrei che si traduce in forme di
discriminazione e di persecuzione, spesso cruenta e culminata nel
corso della seconda guerra mondiale nello sterminio di milioni di
persone. Il termine fu coniato intorno al 1879 per designare
l'ideologia e l'atteggiamento persecutorio nei confronti degli
ebrei.
L'ideologia antisemita si basa su una teoria razzista,
inizialmente formulata in Francia e in Germania alla metà del XIX
secolo, secondo la quale le persone della cosiddetta 'razza
ariana' sarebbero per fisico e temperamento superiori agli ebrei.
Questa teoria, sebbene duramente criticata per la sua
inconsistenza scientifica, si diffuse ugualmente in particolare
attraverso le opere del diplomatico francese
Joseph
Arthur de Gobineau e quelle del filosofo tedesco Karl
Dühring e fu utilizzata per giustificare la persecuzione civile e
religiosa che gli ebrei avevano subito attraverso i secoli.
Radici storiche delle persecuzioni antisemite nell'Europa
occidentale
Pur essendo attestato già nel mondo greco e romano,
l'antisemitismo si diffuse con il cristianesimo e fino alla
rivoluzione industriale fu un fenomeno essenzialmente di natura
religiosa. Il trionfo del cristianesimo nel IV secolo segnò
l'inizio di una lunga persecuzione nei confronti degli ebrei, che
vennero segregati in ghetti, obbligati a portare segni di
riconoscimento, ostacolati nelle loro attività. Vennero inoltre
scacciati da molti paesi: dall'Inghilterra nel 1290, dalla Francia
nel 1394, dalla Spagna nel 1492.
Dai cristiani gli ebrei vennero incolpati della morte di Cristo e,
ricorrentemente nell'Europa medievale, di assassinio rituale di
bambini, di profanazione di ostie sacre, di diffusione della
peste, di avvelenare le sorgenti d'acqua ecc. Nel XVII e XVIII
secolo, in seguito alla diffusione dell'illuminismo e della
Rivoluzione francese, la persecuzione religiosa diminuì
sensibilmente.
L'antisemitismo politico e razziale
Verso la fine del XIX secolo in Europa si verificò un ritorno del
pregiudizio antisemita, ma stavolta su fondamenti diversi; ai
motivi religiosi si sostituirono quelli politici ed economici.
Questo cambiamento era in qualche misura legato alla diffusione
del nazionalismo e alla rivoluzione industriale; infatti, sia per
la loro particolarità linguistica (l'uso dello yiddish in Europa
centrale) e religiosa (la religione ebraica era praticata da una
comunità che ignorava le frontiere; Ebraismo), sia per la supposta
preferenza per il liberalismo economico, gli ebrei furono accusati
di indebolire l'unità nazionale. Anche lo sviluppo del
capitalismo, in cui gli ebrei ebbero un importante ruolo
finanziario, contribuì alla diffusione di stereotipi che
alimentarono il pregiudizio antisemita. In Francia, Germania e
Russia, contemporaneamente alla diffusione di ideologie
nazionalistiche e anticapitalistiche, si diffuse, in misura molto
maggiore che negli altri stati europei, un forte risentimento nei
confronti degli ebrei.
Fu soprattutto in Germania e in Austria che si sviluppò
l'antisemitismo moderno. Una prima campagna antisemita fu lanciata
in seguito alla grave crisi economica che colpì i due paesi negli
anni Settanta e nel 1880 Eugène Dühring pubblicò un saggio
violentemente antisemita (La questione ebrea). In Austria il
Partito cristiano-sociale vinse le elezioni per il borgomastro
della città di Vienna con un programma dichiaratamente antisemita.
Gli argomenti utilizzati dall'antisemitismo tedesco erano
fondamentalmente due: il primo, che riprendeva le tesi sviluppate
in Francia da Gobineau, affermava la superiorità della 'razza
ariana' e metteva in guardia dal pericolo di una sua corruzione
rappresentato dai matrimoni con individui di razza ebraica; il
secondo sosteneva la pericolosità del liberalismo, considerato da
una parte dell'élite tedesca come una dottrina squisitamente
ebraica. La diffusione dei sentimenti antisemititi fu utilizzata
spregiudicatamente da Bismarck contro le opposizioni democratiche
e marxiste: indicando gli ebrei come i fomentatori delle lotte
sociali, egli pensava di contrastare l'affermazione del movimento
socialista.
Da allora sulla scena politica tedesca vi fu sempre almeno un
partito apertamente antisemita fino al 1933, anno in cui
l'antisemitismo divenne addirittura politica ufficiale del governo
nazionalsocialista.
In Francia l'antisemitismo ebbe uno sviluppo analogo: scoppiato in
seguito al fallimento di una banca (attribuito al complotto di una
supposta 'banca ebraica'), si alimentò di sentimenti nazionalisti,
anticapitalisti e teorie pseudo-scientifiche sulla razza e culminò
nel 1894 nell'affare Dreyfus, l'ufficiale ebreo dell'esercito
francese imprigionato con l'accusa di tradimento. Tuttavia in
Francia, la forte mobilitazione in difesa di Dreyfuss (nel 1898
Emile Zola
pubblicò il famoso
J'accuse) e la successiva
liberazione, segnarono, dopo anni di drammatica tensione fra i
democratici e la destra nazionalista, la fine dell'antisemitismo
come argomento di propaganda politica.
La persecuzione nell'Europa orientale: i pogrom
A differenza di quanto avvenne nell'Europa occidentale, in quella
orientale il processo di emancipazione degli ebrei non ebbe mai
luogo. In Russia, ad esempio, ancora nel XIX secolo venivano
adottate misure restrittive volte a impedire agli ebrei
l'acquisizione di proprietà terriere e a limitare il loro accesso
all'istruzione superiore. La persecuzione culminò in una serie di
massacri collettivi, noti come pogrom, che iniziarono nel 1881
dopo l'attentato che costò la vita allo zar Alessandro II e
coinvolsero centinaia di villaggi e città. Uno dei massacri più
feroci si verificò nel 1906, all'indomani del fallimento della
prima Rivoluzione russa.
Gli storici convengono sul fatto che i pogrom furono il risultato
di una deliberata politica del governo, che preferì volgere al
fanatismo religioso il malcontento delle masse russe. A tal fine
si ricorse persino a un nuovo tipo di propaganda, che consisteva
nella fabbricazione e nella pubblicazione di documenti falsi:
i
Protocolli dei savi di Sion, ad esempio, avevano la
pretesa di rivelare i particolari di una presunta cospirazione
internazionale degli ebrei per dominare il mondo. Queste
pubblicazioni, che risalgono al 1905 e che contenevano
informazioni del tutto false e fantasiose, furono usate anche
durante i pogrom successivi alla Rivoluzione del 1917, in cui vi
furono centinaia di migliaia di vittime.
L'antisemitismo e il genocidio
L'antisemitismo, che nel periodo fra la prima e la seconda guerra
mondiale aveva continuato a essere in Europa un sentimento
diffuso, ancorché non organizzato, esplose nella Germania degli
anni Trenta sotto il regime nazista guidato da Adolf Hitler. Con
il nazismo la discriminazione e la persecuzione degli ebrei
divennero un vero e proprio obiettivo politico, scientificamente
perseguito. Iniziata già nel 1933 con il boicottaggio dei negozi,
la persecuzione contro gli ebrei continuò prima con la
promulgazione delle leggi di Norimberga del 1935 e con la
drammatica notte dei cristalli del 1938, per culminare poi nella
'soluzione finale', lo sterminio scientifico di tutti gli ebrei
dei territori occupati dai tedeschi tra il 1939 e il 1945 (vedi
Shoah). Alla fine della guerra circa sei milioni di ebrei (due
terzi dell'intera popolazione ebraica residente in Europa) erano
stati uccisi nei campi di sterminio.
Anche in Italia, nel 1938, vennero promulgate delle leggi
razziali, sul modello di quelle tedesche, che privarono i 40.000
ebrei italiani dei diritti civili e politici e ne condannarono
molti alla deportazione nei campi di concentramento tedeschi, di
cui scrisse una drammatica testimonianza
Primo Levi
nell'opera Se
questo è un uomo.
L'orrore della comunità internazionale contro i crimini nazisti fu
unanime: i campi della morte furono infatti menzionati nella
Dichiarazione universale dei diritti umani, adottata nel 1948
dall'Assemblea generale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite.
Nel 1945 al primo processo internazionale per i crimini di guerra
che si tenne a Norimberga contro alti dirigenti del regime
nazista, le persecuzioni compiute contro gli ebrei vennero
giudicate come crimini contro l'umanità. I beni e le proprietà
sottratti agli ebrei dai nazisti furono tuttavia restituiti
soltanto in parte e ancora oggi emergono nuovi elementi sulla
responsabilità di nazioni, anche neutrali nella seconda guerra
mondiale (come la Svizzera), sulla spoliazione del popolo ebreo.
L'antisemitismo nel dopoguerra
La Chiesa cattolica ha condannato l'antisemitismo e ha cercato di
rimuoverne le basi religiose: nel concilio vaticano II (1962-1965)
infatti fu ufficialmente negata la responsabilità degli ebrei
nella morte di Cristo e fu duramente condannato il regime nazista.
Recentemente la Chiesa cattolica ha compiuto anche altri passi nel
riconoscimento delle proprie responsabilità nella diffusione del
pregiudizio antisemita.
Nonostante l'universale sdegno suscitato nell'opinione pubblica
dai crimini nazisti, dal dopoguerra a oggi si sono verificati
ancora in diversi paesi europei atti di violenza e di ostilità nei
confronti degli ebrei, fra cui tristemente comune è la
profanazione dei cimiteri ebraici. Dalla fine degli anni Sessanta
in poi, gruppi neonazisti hanno continuato a fare propaganda
antisemita in Europa e negli Stati Uniti d'America. Anche in
America latina, rifugio di molti nazisti fuggiti alla fine della
guerra, si sono verificati episodi antisemiti, ad esempio dopo la
cattura del criminale nazista Adolf Eichmann, avvenuta in
Argentina nel 1960 da parte dei servizi segreti israeliani.
A dispetto dell'enorme patrimonio storiografico, letterario e di
testimonianze sul dramma provocato dall'antisemitismo, questo è
ancora lontano dall'essere debellato. Nell'Europa occidentale, in
quella orientale seguita alla dissoluzione del sistema comunista,
negli Stati Uniti, durante gli anni Novanta c'è stato un forte
ritorno del pregiudizio antisemita, testimoniato dalla rinascita e
dal successo elettorale di partiti dichiaratamente o velatamente
neonazisti e razzisti e dalla diffusione e, sfortunatamente, dal
successo, di opere di revisionismo storiografico tendenti a negare
la realtà stessa della Shoah.