Storia della peste
Pestis: sciagura, calamità. Così l'uomo ha da sempre definito ab antiquo le più
spaventose epidemie che lo hanno afflitto, a prescindere dalla natura della
malattia (tifo, malaria, colera,
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Lucrezio: La peste ad Atene |
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Il poema di Lucrezio De rerum natura, scritto in esametri e dedicato a Gaio Memmio, è un omaggio al filosofo greco Epicuro: con l'opera, infatti, Lucrezio intendeva diffondere le dottrine del filosofo greco a Roma. È suddiviso in tre gruppi di due libri ciascuno: nei libri I e II viene esposta la teoria fisica epicurea; i libri III e IV sono dedicati all'antropologia epicurea e alla teoria della sensazione; i libri V e VI si occupano della cosmologia epicurea. In particolare, nel VI libro Lucrezio dà spiegazioni naturali di fenomeni fisici come i fulmini e i terremoti, e infine descrive, con occhio scientifico, la peste ad Atene. I versi qui riprodotti sono tratti dalla descrizione del contagio: |
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peste bubbonica o altro). È difficile pertanto
capire esattamente cosa siano state quelle catastrofi che colpirono l'Europa in
età precristiana e di cui si parla già nell'lliade (canto I: Apollo che scaglia
i dardi della peste sui Greci all'assedio di Troia) e nella Bibbia (II Libro dei
Re, XXIV, 15-25: Dio punisce la superbia di Davide con tre giorni di
pestilenza). Non abbiamo una cognizione esatta neppure di un evento storico
quale fu la "peste d'Atene" del V secolo, il morbo di cui racconta Tucidide e
che uccise, tra gli altri, Pericle.
La prima pandemia di vera e propria peste bubbonica di cui si abbiano precise
notizie colpisce l'Occidente a partire dal 541 (peste di Giustiniano) e da
allora il morbo è presente con alti e bassi fino a tutto l'VIII secolo.
Nel 1347, nella lontana Crimea, i Genovesi difendono la cittadella commerciale
di Kaffa dall'attacco del Gran Khan mongolo Djonisberg: i soldati orientali,
stremati dalla peste che conducono con sé dal loro remoto Paese, abbandonano
l'impresa, ma prima di ripartire applicano l'orripilante stratagemma di
catapultare i cadaveri appestati entro le mura della cittadella.
Quando i Genovesi lasciano a loro volta la roccaforte e fanno ritorno in patria,
la peste viaggia sulle loro navi: dopo seicento anni la Morte Nera riappare in
Europa decimando le popolazioni in una prima grande epidemia nel 1348-1351,
rimanendo poi annidata nel continente sino alla fine del Seicento quando,
gradualmente e non senza ricadute gravi (peste di Marsiglia del 1720), scompare.
Nel corso del Seicento, in un'ultima violentissima fiammata, il morbo percorre
dunque l'Europa intera, facendo stragi a Lione (1628) e Montpellier (1629) per
scendere poi in Italia al seguito delle truppe imperiali e devastare Milano con
la peste di manzoniana memoria del 1 630.Tra 1630 e 1632 colpisce Venezia,
Bergamo, Brescia, Mantova, Pavia, Bologna, Verona, Torino e buona parte della
Toscana; frattanto dalla Languedoc (Agen, 1631) risale sino in Olanda (peste di
Nimega nel 1635), mentre nella seconda metà del secolo si ricordano la peste di
Mosca del 1654, di Roma del 1657 e soprattutto le tre grandi pesti di Napoli
(1656), di Londra (1665) e di Vienna (1679).
La peste viaggia sempre al fianco dell'uomo; spazi immensi che i normali
spostamenti delle popolazioni non potrebbero mai coprire sono bruciati dal
viaggio delle carovane, delle navi, degli eserciti. Le epidemie sono tra le
conseguenze disastrose delle campagne militari e degli assedi che si susseguono
per tutto il XVII secolo. L'ignoranza sulle cause della sciagura fa sì che gli
uomini atterriti cadano facilmente nelle peggiori tentazioni dell'irrazionale:
nel Trecento erano stati massacrati gli ebrei come apportatori di morte, nel
Seicento si perseguitano "gli untori", agenti del demonio.
Le conoscenze mediche sono ancora sostanzialmente fondate sui principi stabiliti
da Ippocrate, il quale aveva ritenuto che una malattia che colpisce
contemporaneamente così tanti uomini, diversi tra loro per abitudini e modi di
vita, debba imputarsi alla cosa più semplice che li accomuna tutti: l'aria che
respirano. Sono le basi della cosiddetta "teoria miasmatica" che, con
aggiustamenti e revisioni, tiene campo fino al secolo XIX.
Le tesi ippocratiche erano state perfezionate da Galeno, che parlava di
"corruzione dell'aria" prodotta dai miasmi di cadaveri in putrefazione o dalle
esalazioni di stagni e paludi. Teorie queste cui si aggiunsero le considerazioni
formulate da Avicenna sullo stato dell'aria in relazione alle congiunzioni
astrali e agli influssi planetari.
Nelle immagini realizzate in tempo di peste, costituisce un esplicito
riferimento alla teoria miasmatica il personaggio onnipresente che si copre il
volto: un gesto che prima di alludere al puzzo dei cadaveri fa riferimento al
terrore di un contagio attraverso l'aria. Per l'uomo seicentesco i rimedi contro
la peste consistono dunque nel portare con sé sacchetti profumati di spezie, nel
bruciare legna aromatica per "purificare l'aria", nel serrare quando possibile
le finestre con vetro o almeno tela. Ma certo la cosa migliore rimane
allontanarsi al più presto dalla zona infetta e, per chi ne ha la possibilità,
risiedere in campagna in attesa di giorni migliori, come già un tempo aveva
fatto la compagnia dei giovan del Decameron.
Sul piano più strettamente medico si abbonda in salassi e purghe, anche questi
finalizzati a "purificare gli umori" del corpo; a ciò si aggiunge tutta una
serie di intrugli abominevoli tra i quali la "triaca", un decotto a base di
carne di vipera, prodotto con speciali cerimonie pubbliche a Venezia, o l'Olio
contra veleno, ricercatissimo sciroppo di scorpioni bolliti realizzato
dall'Officina farmaceutica granducale di Firenze.
Ben più utili si rivelano, allora i provvedimenti dell'autorità pubblica, quali
il rogo obbligatorio di tutte le cose appartenute agli appestati. L'isolamento
che viene imposto alle città colpite dalla malattia impedisce la circolazione di
persone e merci provenienti dalle terre infette, con conseguenze economiche
disastrose; ciò induce frequentemente le autorità preposte alla Sanità a
dissimulare i casi di peste finché possibile. D'altro canto, essendo argomento
dibattuto per tutto il Seicento se la peste sia contagiosa e in che modo si
trasmetta, le misure di prevenzione sono spesso approssimative o parziali.
A favorire la diffusione del contagio intervengono, ad esempio, le innumerevoli
processioni organizzate dalla Chiesa (si pensi a quella grandiosa che si tiene a
Milano nel giugno 1630 per il trasporto attraverso la città del corpo di san
Carlo Borromeo, fedelmente narrata nel XXXII capitolo dei Promessi Sposi).
Alcuni motivi iconografici assai cari al tardo Medioevo, quali la Danza macabra
o il Trionfo della Morte (diffusi peraltro anche prima della ricomparsa della
peste), insistono molto sul concetto della morte che livella gli uomini,
falciando inesorabile i ricchi e i poveri; anzi, essa si accanirebbe soprattutto
su chi più gode dell'esistenza mondana, schivando con malvagità studiata proprio
i reietti della terra, gli unici così a malpartito da invocarla piuttosto che
temerla. Nella realtà la peste non è affatto imparziale. Essendo strettamente
legata alle abitudini di vita e alle condizioni igieniche delle persone, delle
case e degli abiti, essa fa strage soprattutto tra la popolazione meno abbiente
e per ogni don Rodrigo periscono centinaia o migliaia di poveri e poverissimi.