Storia della peste



Pestis: sciagura, calamità. Così l'uomo ha da sempre definito ab antiquo le più spaventose epidemie che lo hanno afflitto, a prescindere dalla natura della malattia (tifo, malaria, colera,

Lucrezio: La peste ad Atene

 Il poema di Lucrezio De rerum natura, scritto in esametri e dedicato a Gaio Memmio, è un omaggio al filosofo greco Epicuro: con l'opera, infatti, Lucrezio intendeva diffondere le dottrine del filosofo greco a Roma. È suddiviso in tre gruppi di due libri ciascuno: nei libri I e II viene esposta la teoria fisica epicurea; i libri III e IV sono dedicati all'antropologia epicurea e alla teoria della sensazione; i libri V e VI si occupano della cosmologia epicurea. In particolare, nel VI libro Lucrezio dà spiegazioni naturali di fenomeni fisici come i fulmini e i terremoti, e infine descrive, con occhio scientifico, la peste ad Atene. I versi qui riprodotti sono tratti dalla descrizione del contagio:


 "Da principio avevano il capo in fiamme per la febbre e gli occhi accesi di una luce rossastra. La gola inoltre, nera all'interno, sudava sangue, e occluso dalle ulcere il passaggio della voce si serrava, e l'interprete dell'animo, la lingua, stillava gocce di sangue, infiacchita dal male, pesante nei movimenti, ruvida al tatto. Poi, quando la forza della malattia aveva invaso il petto passando dalla gola ed era affluita fin nel cuore oppresso dei malati, allora davvero vacillavano tutte le barriere della vita. Il fiato che usciva dalla bocca spargeva un puzzo ributtante, simile al fetore emanato dai cadaveri abbandonati e in putrefazione. Poi le forze dell'animo intero e tutto il corpo languivano, già sul limitare stesso della morte."

peste bubbonica o altro). È difficile pertanto capire esattamente cosa siano state quelle catastrofi che colpirono l'Europa in età precristiana e di cui si parla già nell'lliade (canto I: Apollo che scaglia i dardi della peste sui Greci all'assedio di Troia) e nella Bibbia (II Libro dei Re, XXIV, 15-25: Dio punisce la superbia di Davide con tre giorni di pestilenza). Non abbiamo una cognizione esatta neppure di un evento storico quale fu la "peste d'Atene" del V secolo, il morbo di cui racconta Tucidide e che uccise, tra gli altri, Pericle.

La prima pandemia di vera e propria peste bubbonica di cui si abbiano precise notizie colpisce l'Occidente a partire dal 541 (peste di Giustiniano) e da allora il morbo è presente con alti e bassi fino a tutto l'VIII secolo.

Nel 1347, nella lontana Crimea, i Genovesi difendono la cittadella commerciale di Kaffa dall'attacco del Gran Khan mongolo Djonisberg: i soldati orientali, stremati dalla peste che conducono con sé dal loro remoto Paese, abbandonano l'impresa, ma prima di ripartire applicano l'orripilante stratagemma di catapultare i cadaveri appestati entro le mura della cittadella.

Quando i Genovesi lasciano a loro volta la roccaforte e fanno ritorno in patria, la peste viaggia sulle loro navi: dopo seicento anni la Morte Nera riappare in Europa decimando le popolazioni in una prima grande epidemia nel 1348-1351, rimanendo poi annidata nel continente sino alla fine del Seicento quando, gradualmente e non senza ricadute gravi (peste di Marsiglia del 1720), scompare.

Nel corso del Seicento, in un'ultima violentissima fiammata, il morbo percorre dunque l'Europa intera, facendo stragi a Lione (1628) e Montpellier (1629) per scendere poi in Italia al seguito delle truppe imperiali e devastare Milano con la peste di manzoniana memoria del 1 630.Tra 1630 e 1632 colpisce Venezia, Bergamo, Brescia, Mantova, Pavia, Bologna, Verona, Torino e buona parte della Toscana; frattanto dalla Languedoc (Agen, 1631) risale sino in Olanda (peste di Nimega nel 1635), mentre nella seconda metà del secolo si ricordano la peste di Mosca del 1654, di Roma del 1657 e soprattutto le tre grandi pesti di Napoli (1656), di Londra (1665) e di Vienna (1679).

La peste viaggia sempre al fianco dell'uomo; spazi immensi che i normali spostamenti delle popolazioni non potrebbero mai coprire sono bruciati dal viaggio delle carovane, delle navi, degli eserciti. Le epidemie sono tra le conseguenze disastrose delle campagne militari e degli assedi che si susseguono per tutto il XVII secolo. L'ignoranza sulle cause della sciagura fa sì che gli uomini atterriti cadano facilmente nelle peggiori tentazioni dell'irrazionale: nel Trecento erano stati massacrati gli ebrei come apportatori di morte, nel Seicento si perseguitano "gli untori", agenti del demonio.

Le conoscenze mediche sono ancora sostanzialmente fondate sui principi stabiliti da Ippocrate, il quale aveva ritenuto che una malattia che colpisce contemporaneamente così tanti uomini, diversi tra loro per abitudini e modi di vita, debba imputarsi alla cosa più semplice che li accomuna tutti: l'aria che respirano. Sono le basi della cosiddetta "teoria miasmatica" che, con aggiustamenti e revisioni, tiene campo fino al secolo XIX.

Le tesi ippocratiche erano state perfezionate da Galeno, che parlava di "corruzione dell'aria" prodotta dai miasmi di cadaveri in putrefazione o dalle esalazioni di stagni e paludi. Teorie queste cui si aggiunsero le considerazioni formulate da Avicenna sullo stato dell'aria in relazione alle congiunzioni astrali e agli influssi planetari.

Nelle immagini realizzate in tempo di peste, costituisce un esplicito riferimento alla teoria miasmatica il personaggio onnipresente che si copre il volto: un gesto che prima di alludere al puzzo dei cadaveri fa riferimento al terrore di un contagio attraverso l'aria. Per l'uomo seicentesco i rimedi contro la peste consistono dunque nel portare con sé sacchetti profumati di spezie, nel bruciare legna aromatica per "purificare l'aria", nel serrare quando possibile le finestre con vetro o almeno tela. Ma certo la cosa migliore rimane allontanarsi al più presto dalla zona infetta e, per chi ne ha la possibilità, risiedere in campagna in attesa di giorni migliori, come già un tempo aveva fatto la compagnia dei giovan del Decameron.

Sul piano più strettamente medico si abbonda in salassi e purghe, anche questi finalizzati a "purificare gli umori" del corpo; a ciò si aggiunge tutta una serie di intrugli abominevoli tra i quali la "triaca", un decotto a base di carne di vipera, prodotto con speciali cerimonie pubbliche a Venezia, o l'Olio contra veleno, ricercatissimo sciroppo di scorpioni bolliti realizzato dall'Officina farmaceutica granducale di Firenze.

Ben più utili si rivelano, allora i provvedimenti dell'autorità pubblica, quali il rogo obbligatorio di tutte le cose appartenute agli appestati. L'isolamento che viene imposto alle città colpite dalla malattia impedisce la circolazione di persone e merci provenienti dalle terre infette, con conseguenze economiche disastrose; ciò induce frequentemente le autorità preposte alla Sanità a dissimulare i casi di peste finché possibile. D'altro canto, essendo argomento dibattuto per tutto il Seicento se la peste sia contagiosa e in che modo si trasmetta, le misure di prevenzione sono spesso approssimative o parziali.

A favorire la diffusione del contagio intervengono, ad esempio, le innumerevoli processioni organizzate dalla Chiesa (si pensi a quella grandiosa che si tiene a Milano nel giugno 1630 per il trasporto attraverso la città del corpo di san Carlo Borromeo, fedelmente narrata nel XXXII capitolo dei Promessi Sposi).

Alcuni motivi iconografici assai cari al tardo Medioevo, quali la Danza macabra o il Trionfo della Morte (diffusi peraltro anche prima della ricomparsa della peste), insistono molto sul concetto della morte che livella gli uomini, falciando inesorabile i ricchi e i poveri; anzi, essa si accanirebbe soprattutto su chi più gode dell'esistenza mondana, schivando con malvagità studiata proprio i reietti della terra, gli unici così a malpartito da invocarla piuttosto che temerla. Nella realtà la peste non è affatto imparziale. Essendo strettamente legata alle abitudini di vita e alle condizioni igieniche delle persone, delle case e degli abiti, essa fa strage soprattutto tra la popolazione meno abbiente e per ogni don Rodrigo periscono centinaia o migliaia di poveri e poverissimi.