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L’ultimo imperatore romano a governare sia sulla
parte orientale che su quella occidentale dell’impero.
Divenuto imperatore subito dopo la sconfitta di
Adrianopoli (378), Teodosio riuscì ad arginare la pressione dei Goti
grazie a vittorie militari e accordi diplomatici, ma soprattutto
favorendo l’assimilazione dei barbari all’impero tramite
l’arruolamento nell’esercito romano. Con l’editto del 380 decretò la
supremazia del cattolicesimo sull’eresia ariana e negli anni
successivi contrastò i culti pagani, ponendo così le basi affinché il
cristianesimo diventasse religione di stato dell’impero.
«È nostra volontà che tutti i popoli sui quali regna la nostra
benevolenza vivano nella religione che l’apostolo Pietro ha insegnato
ai Romani. Questo vuol dire che, seguendo l’insegnamento evangelico,
crediamo alla divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, in
pari maestà e pia trinità. Ordiniamo che quanti seguono questa legge
possono prendere il nome di cristiani cattolici, ma che gli altri, che
giudichiamo pazzi e dementi, debbano patire l’infamia di una dottrina
eretica, e che i loro luoghi di assemblea non possano chiamarsi
“chiese”».
Varando il 28 febbraio del 380 l’ordinanza che sancisce la supremazia
del credo cattolico sull’eresia dei seguaci di Ario, Teodosio I pone
le basi per l’elevazione del cristianesimo a religione di stato, e
conquista, almeno agli occhi di una Chiesa riconoscente, l’appellativo
di “grande”. Nei quindici anni che gli restano prima di una morte
precoce (era nato nel 347 in Galizia), una serie di provvedimenti
completa il tramonto del paganesimo, almeno a livello ufficiale. Si
spegne la fiamma che da secoli veniva custodita all’interno del Tempio
di Vesta nel foro romano, si espande per tutto l’impero il
cristianesimo nella forma sancita dal Concilio di Nicea, che proclama
la consustanzialità del Figlio col Padre. Anche se le fonti antiche
preferiscono interpretare la decisione di Teodosio come frutto di
religiosità profonda, le sue motivazioni sono in buona parte ispirate
alla Realpolitik, indispensabile in uno scacchiere internazionale dove
la divisione tra province orientali e occidentali dell’impero mette
continuamente a rischio il ruolo stesso del sovrano. Assecondare i
niceni orientali rafforza la posizione di Teodosio, impedendo se non
altro che questi, delusi, invochino la protezione del co-imperatore
Graziano. Forse anche per il relativo distacco dalla dimensione
propriamente religiosa del problema, Teodosio non dimostra in fondo
grande fervore nel perseguire gli eretici, o favorire i cristiani con
misure concrete, per esempio esenzioni fiscali, che potrebbero
intaccare la sostanza del suo potere.
Quando Teodosio schiera l’autorità del trono in una delicata disputa
teologica, è vivissima nella memoria (lo rimarrà per molto tempo) una
delle sconfitte più atroci mai subite dall’impero. Dopo Canne e
Teutoburgo la disfatta di Adrianopoli completa la breve serie dei
disastri epocali che ricordano ai romani la vulnerabilità del potere,
un controcanto luttuoso alla retorica celebrativa dell’«impero senza
fine» garantito ab initio dagli dei. Ad Adrianopoli, il 9 agosto del
378 [...], molte migliaia di soldati alla guida dell’imperatore
Valente soccombono, più che altro per imperizia, di fronte alle
schiere dei Goti. Muore Valente, abbandonato dai suoi, muoiono
generali e funzionari, ma soprattutto si disgrega il mito dell’impero
invincibile: «questa battaglia – commenta uno scrittore dell’epoca –
fu l’inizio del terrore che da allora si impadronì dell’impero
romano». Terrore, ma non ancora la fine. Se il crollo dell’impero
occidentale dovrà attendere altri decenni, quasi un secolo, un ruolo
essenziale lo svolge proprio Teodosio, chiamato al trono d’Oriente
all’indomani della sconfitta, lui che, figlio di un generale caduto in
disgrazia, non poteva accampare alcuna pretesa dinastica, ma aveva già
dimostrato una perizia militare fuori dal comune. È infatti Teodosio
ad arginare la pressione dei Goti sui confini dell’impero alternando
concessioni e vittorie, diplomazia e battaglie, non tutte vittoriose.
Soprattutto, Teodosio apre all’assimilazione dei Goti nelle file
dell’esercito, e dell’impero. Ne attenua così nell’immediato la carica
dirompente, e può anzi presentarne la cooptazione sotto i colori di
Roma come una vittoria, o almeno un nuovo aspetto della sua
filantropia, la clemenza di cui va orgoglioso. [...] E infatti è solo
dopo la morte dell’imperatore che l’ondata gotica dilaga senza ormai
quasi più freni, e spostandosi verso occidente travolge Roma nel 410.
Argine almeno temporaneo alla disgregazione dell’impero d’occidente,
Teodosio dà un impulso decisivo alla crescita di Costantinopoli
capitale, da lui arricchita con sfarzo: l’enorme obelisco eretto al
centro dell’ippodromo e un nuovo foro modellano l’immagine
dell’imperatore su quella di predecessori illustri, Augusto, Nerone,
Traiano. A lui, per pochi anni, tocca ancora in sorte di regnare su
entrambe le parti dell’impero: sarà l’ultimo a farlo. [...]
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