TEODOSIO I (347-395)

Bisanzio


L’ultimo imperatore romano a governare sia sulla parte orientale che su quella occidentale dell’impero.

Divenuto imperatore subito dopo la sconfitta di Adrianopoli (378), Teodosio riuscì ad arginare la pressione dei Goti grazie a vittorie militari e accordi diplomatici, ma soprattutto favorendo l’assimilazione dei barbari all’impero tramite l’arruolamento nell’esercito romano. Con l’editto del 380 decretò la supremazia del cattolicesimo sull’eresia ariana e negli anni successivi contrastò i culti pagani, ponendo così le basi affinché il cristianesimo diventasse religione di stato dell’impero.

«È nostra volontà che tutti i popoli sui quali regna la nostra benevolenza vivano nella religione che l’apostolo Pietro ha insegnato ai Romani. Questo vuol dire che, seguendo l’insegnamento evangelico, crediamo alla divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, in pari maestà e pia trinità. Ordiniamo che quanti seguono questa legge possono prendere il nome di cristiani cattolici, ma che gli altri, che giudichiamo pazzi e dementi, debbano patire l’infamia di una dottrina eretica, e che i loro luoghi di assemblea non possano chiamarsi “chiese”».
Varando il 28 febbraio del 380 l’ordinanza che sancisce la supremazia del credo cattolico sull’eresia dei seguaci di Ario, Teodosio I pone le basi per l’elevazione del cristianesimo a religione di stato, e conquista, almeno agli occhi di una Chiesa riconoscente, l’appellativo di “grande”. Nei quindici anni che gli restano prima di una morte precoce (era nato nel 347 in Galizia), una serie di provvedimenti completa il tramonto del paganesimo, almeno a livello ufficiale. Si spegne la fiamma che da secoli veniva custodita all’interno del Tempio di Vesta nel foro romano, si espande per tutto l’impero il cristianesimo nella forma sancita dal Concilio di Nicea, che proclama la consustanzialità del Figlio col Padre. Anche se le fonti antiche preferiscono interpretare la decisione di Teodosio come frutto di religiosità profonda, le sue motivazioni sono in buona parte ispirate alla Realpolitik, indispensabile in uno scacchiere internazionale dove la divisione tra province orientali e occidentali dell’impero mette continuamente a rischio il ruolo stesso del sovrano. Assecondare i niceni orientali rafforza la posizione di Teodosio, impedendo se non altro che questi, delusi, invochino la protezione del co-imperatore Graziano. Forse anche per il relativo distacco dalla dimensione propriamente religiosa del problema, Teodosio non dimostra in fondo grande fervore nel perseguire gli eretici, o favorire i cristiani con misure concrete, per esempio esenzioni fiscali, che potrebbero intaccare la sostanza del suo potere.
Quando Teodosio schiera l’autorità del trono in una delicata disputa teologica, è vivissima nella memoria (lo rimarrà per molto tempo) una delle sconfitte più atroci mai subite dall’impero. Dopo Canne e Teutoburgo la disfatta di Adrianopoli completa la breve serie dei disastri epocali che ricordano ai romani la vulnerabilità del potere, un controcanto luttuoso alla retorica celebrativa dell’«impero senza fine» garantito ab initio dagli dei. Ad Adrianopoli, il 9 agosto del 378 [...], molte migliaia di soldati alla guida dell’imperatore Valente soccombono, più che altro per imperizia, di fronte alle schiere dei Goti. Muore Valente, abbandonato dai suoi, muoiono generali e funzionari, ma soprattutto si disgrega il mito dell’impero invincibile: «questa battaglia – commenta uno scrittore dell’epoca – fu l’inizio del terrore che da allora si impadronì dell’impero romano». Terrore, ma non ancora la fine. Se il crollo dell’impero occidentale dovrà attendere altri decenni, quasi un secolo, un ruolo essenziale lo svolge proprio Teodosio, chiamato al trono d’Oriente all’indomani della sconfitta, lui che, figlio di un generale caduto in disgrazia, non poteva accampare alcuna pretesa dinastica, ma aveva già dimostrato una perizia militare fuori dal comune. È infatti Teodosio ad arginare la pressione dei Goti sui confini dell’impero alternando concessioni e vittorie, diplomazia e battaglie, non tutte vittoriose. Soprattutto, Teodosio apre all’assimilazione dei Goti nelle file dell’esercito, e dell’impero. Ne attenua così nell’immediato la carica dirompente, e può anzi presentarne la cooptazione sotto i colori di Roma come una vittoria, o almeno un nuovo aspetto della sua filantropia, la clemenza di cui va orgoglioso. [...] E infatti è solo dopo la morte dell’imperatore che l’ondata gotica dilaga senza ormai quasi più freni, e spostandosi verso occidente travolge Roma nel 410.
Argine almeno temporaneo alla disgregazione dell’impero d’occidente, Teodosio dà un impulso decisivo alla crescita di Costantinopoli capitale, da lui arricchita con sfarzo: l’enorme obelisco eretto al centro dell’ippodromo e un nuovo foro modellano l’immagine dell’imperatore su quella di predecessori illustri, Augusto, Nerone, Traiano. A lui, per pochi anni, tocca ancora in sorte di regnare su entrambe le parti dell’impero: sarà l’ultimo a farlo. [...]