| Thomas More |
Raffinato umanista e uomo politico affermato, cancelliere di Enrico VIII nel
1529, costretto in seguito alle dimissioni in quanto contrario al divorzio del
re, infine condannato a morte nel 1535 per essersi rifiutato di accettare il
riconoscimento del sovrano come capo della chiesa anglicana, Moore pubblica nel
1516 il testo che darà origine al genere utopico. L'opera è articolata sotto
forma di dialogo, secondo il modello platonico, tra lo stesso Moore e un
viaggiatore immaginario, Raffaele Itlodeo, che racconta ciò che ha visto
sbarcando sull'isola di Utopia. Il brano che presentiamo è tratto dalla prima
parte dell'opera, dove Moore descrive con sguardo impietoso i mali dell'isola
d'Inghilterra: proprietari terrieri oziosi e sfruttatori del lavoro altrui,
uomini di chiesa corrotti, contadini ridotti alla miseria e costretti a
delinquere, reduci di guerra mutilati e allo sbando, la forca come unico rimedio
ai mali prodotti dalla bramosia di pochi. Nella seconda parte del libro viene
invece descritta la vita degli utopiani: abolita la proprietà privata, tutti
lavorano un numero di ore giusto, sei al giorno, per potersi anche dedicare allo
studio che deve continuare tutta la vita. Non più oppressi dall'avidità e dalla
smania di potere gli utopiani non conoscono il lusso, ma neppure l'indigenza o
l'invidia, ognuno riceve ciò che gli è necessario per vivere. La guerra di
conquista non ha ragion d'essere e per quella di difesa si mobilita tutto il
popolo, senza bisogno di soldati di professione. In Utopia Dio ama essere
venerato in modi diversi e la tolleranza religiosa è la più ampia, tranne per
coloro che non credono nell’immortalità dell’anima e nella provvidenza divina.
Utopia è lo specchio rovesciato dell'Inghilterra del Cinquecento, è
l'Inghilterra senza le cause dei suoi mali.
L'Utopia
Or avvenne che un giorno, a caso trovandomi io a tavola da lui, vi si trovasse
anche un laico, perito nelle leggi del vostro paese, il quale, cogliendo non so
quale occasione, prese a lodare con grande zelo la rigida giustizia allora
esercitata contr'ai ladri. Costoro, andava ripetendo, vengono impiccati, a volte,
sino a venti a uno stesso patibolo; e perciò, pur sfuggendo ben pochi
all'estremo supplizio, tanto più si maravigliava, aggiungeva, per qual tristo
destino tanti ladri andavano in giro dovunque. «Niente da maravigliarsi:»
intervenni io allora osando parlar liberamente innanzi al cardinale «una tal
punizione da una parte è ingiusta, dall'altra non è di alcun vantaggio pubblico:
per punire il furto è troppo crudele, ma è insufficiente a porvi freno. Né poi
un semplice furto è sì gran delitto, che si debba colpir nel capo, né esiste
pena tanto grande che impedisca di rubare chi non ha altro mezzo per cercarsi da
mangiare. In questa faccenda mi pare che non solo noi, ma buona parte del mondo
facciamo come quei cattivi maestri, che preferiscono picchiare i ragazzi anziché
istruirli. Si stabiliscono infatti, per chi ruba, pene gravi, pene terribili,
mentre meglio era provvedere a qualche mezzo di sussistenza, acciocché nessuno
si trovasse nella spietata necessità, prima, di rubare, e poi di andare a morte.»
«A ciò», egli soggiunse, «si è provveduto abbastanza: ci sono infatti arti
manuali, c'è la lavorazione dei campi, con cui ben potrebbero procacciarsi da
vivere, se non preferissero esser delinquenti, così per proprio impulso.»
«Piano, piano!» diss'io. «Mettiamo da parte, anzitutto, quelli che tornano a
casa dalle guerre esterne o civili, mutilati; come poco fa, presso voi altri,
dalla battaglia di Cornovaglia e, non molto prima, dalla guerra di Francia.
Costoro sacrificano le loro membra per il re o per lo Stato; ma poi la debolezza
impedisce loro di riprendere il mestiere di prima, come l'età di impararne un
altro. Lasciamo stare costoro, dico, dacché le guerre vanno e vengono a
intervalli disuguali. E consideriamo invece ciò che non passa giorno che non
accada. C'è dunque un sì gran numero di nobili, che non solo vivono in ozio essi,
a mo' di fuchi, delle fatiche altrui, degli affittuari per esempio, e li
scorticano a sangue per accrescere le proprie rendite (questa è l'unica economia
che conoscono, ma prodighi poi sino a cadere in miseria), ma anche si trascinano
attorno un codazzo interminabile di sfaccendati, che non appresero mai l'arte di
guadagnarsi il pane. Senonché, se avviene che il padrone se ne va da questo
mondo, ovvero se si ammalano essi, vengono immediatamente messi alla porta, ché
li mantengono più volentieri a non far nulla anziché malati; senza dire che
spesso l'erede di chi è morto non è più capace lì per lì di mantenere ancora la
servitù del padre. Ma quelli intanto son presi da una fiera fame, se non si
danno fieramente a rubare. E che altro potrebbero fare? Quando hanno sciupato,
ad andare a zonzo, il vestito e la salute, non osano i nobili tenerli seco, così
emaciati dalle malattie e coperti di cenci. Molti nemmeno potrebbero prenderseli
i contadini, ben sapendo che chi è stato allevato mollemente nell'ozio e nelle
delicature, avvezzo, con una scimitarra a fianco e con uno scudo, a guardare i
vicini con faccia da scioperato e disprezzar tutti a paragone di se stesso non è
per nulla adatto a servir fedelmente a un povero, con uno zappone in mano o una
marra, per una scarsa mercede e un misero vitto.» «Al contrario,» replicò lui
«son questi gli uomini che dobbiamo proteggere. In essi infatti consistono le
forze e il nerbo degli eserciti, poiché costoro, molto più degli operai e dei
contadini, hanno animo elevato e generoso, se bisogna far guerra e combattere.»
«Sicuramente», diss'io «potete dire d'un sol tratto che per la guerra bisogna
proteggere i ladri. Non ne soffrirete mai mancanza, senza dubbio, finché avrete
costoro... Anzi, i briganti pure sono soldati, non privi di valore, come i
soldati non sono i briganti meno attivi, tanto queste due professioni van
d'accordo tra loro. Codesta plaga però, se è frequente tra di voi, non è di voi
soli, anzi appartiene a tutti i popoli. La Francia poi è infestata da un'altra
peste più pestifera: infatti tutto il paese è ripieno di uomini assoldati per la
guerra, assediato da uomini pagati anche in pace (se è pace quella), presi con
lo stesso criterio con cui voi altri qui avete pensato di mantenere a vostro
sostegno dei fanulloni. In ciò è riposta la salvezza dello stato, come è parso a
questi maestri di pazzia: se cioè si tien sempre apparecchiata una difesa
robusta e salda, di veterani inspecie, ché non si fidano affatto di coscritti
senza pratica; con la conseguenza che devono andar in cerca sempre di nuove
guerre, per non aver soldati non pratici, o devono ammazzar gratis la gente,
perché (come dice argutamente Sallustio) durante la pace le mani e l'animo non
facciano la ruggine. Quanto però sia dannoso allevare siffatte belve, non solo
l'ha appreso, con danno suo, la Francia, ma lo dimostra l'esempio dei romani,
dei cartaginesi, degli assiri e di molti altri popoli, a cui gli eserciti sempre
apparecchiati han distrutto, secondo che si offrivano le occasioni, non solo gli
imperi, ma anche le campagne e sino alle stesse città. Ma che tutto ciò non sia
assolutamente inevitabile, è evidente anche dal fatto che nemmeno gli stessi
soldati francesi, esercitatissimi nelle armi sin dalla prima età, si vantano
troppo spesso, messi a paragone coi vostri coscritti, di esserne usciti
vincitori, per non dir di più e aver l'aria di volervi adulare. Però neppure i
vostri, che siano operai di città o rozzi contadini, hanno, pare, gran paura di
sfaccendate guardie nobilesche, a meno che alle loro forze e al loro coraggio
non corrisponda il fisico, o che il loro ardire sia spezzato dalla miseria.
Tanto è lontano il pericolo che quelli, il cui fisico forte e robusto (i nobili
non si degnano di guastare se' non uomini scelti) langue ora nell'ozio o
s'infiacchisce in faccenduole quasi da femmine, si ammolliscano quando, per
vivere, abbiano appreso una onesta arte e si esercitino in lavori da uomini.
Comunque sia, mi pare che non giovi affatto allo Stato, in vista di guerre che
non avreste mai, se non quando le vorrete, mantenere una turba senza fine di tal
razza, che è una minaccia per la pace; cosa, questa, di cui si dovrebbe far
tanto maggior conto che della guerra. Ma non è questa la sola cosa che costringe
a rubare: ce n'è un'altra, che è, credo, particolare a voi soli. «E qual è mai?»
intervenne il cardinale. «Le vostre pecore» diss'io «che di solito son così
dolci e si nutrono di così poco, mentre ora, a quanto si riferisce, cominciano a
essere così voraci e indomabili da mangiarsi financo gli uomini, da devastare,
facendone strage, campi, case e città. In quelle parti infatti del reame dove
nasce una lana più fine e perciò più preziosa, i nobili e signori e perfino
alcuni abati, che pur son uomini santi, non paghi delle rendite e dei prodotti
annuali che ai loro antenati e predecessori solevano provenire dai loro poderi,
e non soddisfatti di vivere fra ozio e splendori senz'essere di alcun vantaggio
al pubblico, quando non siano di danno, cingono ogni terra di stecconate ad uso
di pascolo, senza nulla lasciare alla coltivazione, e così diroccano case e
abbattono borghi, risparmiando le chiese solo perché vi abbiano stalla i maiali;
infine, come se non bastasse il terreno da essi rovinato a uso di foreste e
parchi, codesti galantuomini mutano in deserto tutti i luoghi abitati e quanto
c'è di coltivato sulla terra. Quando dunque si dà il caso che un solo
insaziabile divoratore, peste spietata del proprio paese, aggiungendo campi a
campi, chiuda con un solo recinto varie migliaia di iugeri, i coltivatori
vengono cacciati via e, irretiti da inganni o sopraffatti dalla violenza, son
anche spogliati del proprio, ovvero, sotto l'aculeo di ingiuste vessazioni, son
costretti a venderlo. Insomma, in un modo o nell'altro, vanno via quei
disgraziati, uomini, donne, mariti, mogli, orfani, vedove, genitori con bambini
e con una famiglia più numerosa che ricca, ché l'agricoltura richiede molte mani;
vanno via, dico, dai loro noti lari abituali, senza trovar dove ricovrarsi,
gettando via a vil prezzo, una volta che cacciati bisogna essere, la loro povera
roba che, anche a poter aspettare chi la comprasse, non si venderebbe per molto.
E una volta che in breve, con l'andar di qua e di là, hanno speso tutto, che
altro resta loro se non rubare, per essere di santa ragione, si capisce,
impiccati, o andar in giro pitoccando? Sebbene... anche in questo secondo caso
vengono, come vagabondi, gittati in carcere, perché vanno attorno senza lavorare.
Vero è che, per quanto essi si offrano di gran cuore, non c'è nessuno che li
prenda a servizio. Dove nulla si semina, nulla c'è da fare pei lavori dei campi,
a cui erano stati abituati. Un solo pecoraio o bovaro, se pure, è sufficiente
per quella terra serbata a pascolo, mentre per coltivarla, per potervi seminare,
occorrevano molte mani.»