L'UMANESIMO BIZANTINO DEL IX SECOLO

 

La genesi della biblioteca di Fozio

Nella trimillenaría storia della nostra civiltà, che ripete sua « αρχη » dall'Ellade antica, uno dei piú notevoli movimenti di rinnovamento della cultura che corre parallelo con un ritorno umanistico, cioè a dire con una ripresa dello studio e dell'imitazione delle opere letterarie antiche, ebbe luogo a Bizanzio nel nono secolo, dando inizio a una età tra le più splendide della storia bizantina.

Quest'età seguiva, quasi per singolare contrasto, al periodo piú oscuro (« dark Ages ») della vita dell'impero, se non di tutta la civiltà del Mediterraneo. I secoli VII e VIII, infatti, costituiscono l'« età di ferro » di Bizanzio: in essi la travolgente avanzata dell'Islam mise fine all'unità politica e culturale greco-romana delle terre bagnate dal « mare nostrum », immettendovi un elemento che doveva avere nei secoli successivi un ruolo storico protagonistico. Dalla conquita araba venivano rapidamente sottratte al dominio imperiale bizantino, nel giro di pochi anni (nel decennio tra il 635 e il 645), la Palestina, la Siria, l'Egitto e l'Africa settentrionale: le regioni dell'impero economicamente e culturalmente più attive. Più tardi, per ben due volte, nel 674-78 e nel 717-18, la capitale stessa subiva direttamente gli attacchi delle forze arabe, in una lotta decisiva per la sopravvivenza stessa dell'impero.
Né gli Arabi furono gli unici nemici di Bizanzio in questo periodo: Slavi e Bulgari premevano tra il Danubio e la catena dei Balcani, e costituirono un impero indipendente e temibile nel territorio stesso bizantino, nella parte nord-orientale della penisola balcanica; i Longobardi avevano invaso la penisola italiana, vanificando in breve tempo il grande e prolungato sforzo militare ed economico compiuto da Giustiniano e ponendo sotto il loro controllo tutto il territorio settentrionale e centrale dell'Italia, che prima era stato sotto il dominio imperiale, compreso l'esarcato di Ravenna (751). Ancora, nel corso del nono secolo stesso, la forza espansiva dell'islam sí estendeva a Creta (intorno all'826) e conquistava, in una lotta durata quasi tre quarti di secolo, tutta la Sicilia, rendendo precario il possesso dell'Italia meridionale e persino dell'Adriatico. A questi mali esterni, contro cui l'impero condusse una strenua lotta con tutta la possibile energia, trasformando persino la sua organizzazione civile e militare, si aggiunse la discordia interna determinata dalla crisi iconoclastica, che per piú dí un secolo (726-843) provocò una scissione deleteria nella vita politica e religiosa bizantina e lasciò ancora per lungo tempo gravi strascichi di dilanianti contrasti.
Anche la lotta per le immagini può considerarsi una conseguenza dell'avanzata araba: essa si svolse, come sempre avveniva a Bisanzio, sotto l'insegna della religione, ma copriva piú profondi moventi politici: fu l'espressione manifesta dello scontro della civiltà ellenistico-cristiana con l'islam, la prima civiltà che si opponeva a Bizanzio e alla cristianità tutta unendo alla forza di espansione materiale un elevato livello culturale e speculativo, e quindi si poneva non piú sul piano della soggezione spirituale, come era avvenuto e avveniva per le popolazioni « barbariche » che venivano a contatto con l'impero, ma su quello della competitività, della rivalità, dell'emulazione. La lunga lotta iconoclastica mise di fronte, nei confini imperiali ormai ristretti, due opposte forze: da una parte le tendenze ostili alle immagini, rappresentate dai militari dai « temi » asiatici, e dall'altra le grandi masse di monaci fuggite dinanzi alla rapida avanzata dell'islam e confluite nel territorio vicino alla capitale, le quali erano legate in maniera superstiziosa e fanatica al culto delle icone, e inoltre si sottraevano al servizio militare e possedevano vasti latifondi esenti da tasse.
Guerre esterne e lotte interne portarono, nel primo periodo iconoclastico, a un generale abbassamento della cultura: scarse sono le opere di letteratura o di arte sopravvissute a questa età; scade il tenore di vita economico e sociale e scema la circolazione monetaria; rare sono le costruzioni, tranne qua e là qualche fortezza. Gli imperatori, duramente impegnati nella difesa dei confini dell'impero, trascurano l'insegnamento universitario, che diede sempre a Bizanzio burocrati ben preparati, ma anche storici e letterati di notevole livello, su cui si fondava la continuità della tradizione culturale tardoantica, « laica ». Acquista invece il predominio quasi esclusivo la cultura monastica, tradizionalmente avversa alla cultura profana, « ellenica », considerata pagana e diabolica.

Ma al principio del nono secolo cominciano a delinearsi gli albori dí una ripresa che, se appare dapprima incerta e misteriosa, va poi acquistando a poco a poco contorni sempre piú chiari ed evidenti, cori figure di primo piano, nel campo culturale, come Leone il Filosofo, Fozio e Costantino, il fratello di Metodio, l'apostolo degli Slavi, verso la metà del secolo; raggiunge ií suo culmine nell'età della dinastia macedonica. È una ripresa che si esprime, nel campo economico, con un aumento della circolazione monetaria aurea; nel campo artistico, con un esteso programma di costruzioni pubbliche; nell'attività politica, con stabili relazioni col mondo arabo; sul terreno culturale, infine, con un'appassionata attività di recupero della cultura tardo-antica, attraverso l'accentramento di codici nella capitale e la copiatura e lo studio di testi sia teologici sia scientifici sia letterari. Da allora, appunto, e per vari secoli, fino almeno alla conquista latina del 1204, Costantinopoi; detiene il monopolio culturale dell'impero, costituisce l'unico centro intorno a cui gravita tutto il mondo bizantino: ín essa si trascrive « la stragrande maggioranza dei codici ».
Caduti in potere dei musulmani i principali centri della cultura ellenistica e tardo-antica (Alessandria, Antiochia, Ce sarea, Gaza, Edessa ecc.), Costantinopoli si assume e assolve il compito di unica continuatrice di quella cultura: da questo momento in poi ben a ragione, e a miglior diritto che prima, questa cultura può essere detta « bizantina », trae, cioè, il suo appellativo non, come si suole, da un popolo o da una nazione, ma dalla città che ne è l'unico centro. Ciò nella storia è avvenuto solo per un'altra civiltà, quella romana: l'una e l'altra sono civiltà di capitali.

Gl'inizi di tale « rinascenza » sarebbero stati determinati da una grande concentrazione di libri antichi, che sarebbe avvenuta a partire dalla Pentecoste dell'814, per ordine di Leone V e per iniziativa e opera del dotto Giovanni Morocharziamos, detto il Grammatico, che fu piú tardi patriarca iconoclasta di Costantinopoli, dal 21 gennaio 837 al 4 maggio 843. Scopo di tale raccolta di libri sarebbe stata la ricerca ín essi di passi patristici e teologici che potessero servire di appoggio all'iconoclastia, dal punto di vista dottrinale, per la preparazione del concilio dell'815. Conferma questo evento una lettera falsamente attribuita a Giovanni Damasceno, ma che è invece diretta dai patriarchi deII'Oriente all'imperatore Teofilo (839), nella quale si riferisce che Giovanni, « per ordine imperiale, aveva fatto una raccolta di tutti i libri dei monasteri.

Giovanni fu una personalità di prim'ordine nella cultura e nella vita ecclesiastica del suo tempo. Del rilancio iconoclastico della prima metà del nono secolo fu indubbiamente l'animatore e il teorico.
Purtroppo è estremamente difficile ricostruire adeguatamente e obiettivamente la sua figura e valutarne la portata in questo periodo piuttosto oscuro della storia culturale bizantina, per la tendenziosità delle fonti (sia cronachistiche sia agiografiche) che a lui sí riferiscono, quasi tutte di parte iconofila e quindi piene di « odium theologicum » verso colui che veniva considerato la fonte stessa dell'eresia. Da esse vien fuori un'.ambigua figura di mago, di indovino, di stregone, di negromante, di astrologo, e gli vengon dati gli appellativi di Lekanomantis, Goes, Iannis (l'indovino egizio della Scrittura dei tempi di Mose), Hylilàs (precursore del diavolo), Simone (il mago). Ma gli viene attribuito anche il titolo di Grammatico e quello di « αναγνωστης » (lettore), che certamente sono da metere in relazione con una sua attività didattica, che non è tacile meglio determinare. Ma sappiamo da una concordanza unanime delle fonti che Michele II (820-29), l'iniziatore della dinastia di Amorium, gli affidò l'educazione del figlio, l'erede al trono Teofilo, quando già da tempo era « higumenos » del famoso monastero dei Santi Sergio e Bacco, presso II Palazzo imperiale. Era stato designato a quest'ufficio, intorno all'816, da Leone V, che volle compensarlo della mancata elezione a patriarca.
Quando il suo allievo, Teofilo, ascese sul soglio imperiale Giovanni raggiunse il culmine degli onori e del prestigio. Ebbe l'importante dignità di « sincello » del patriarca Antonio I Cassimatas (821-37) e, in tale qualità, fu scelto dall'imperatore per una missione diplomatica di grande importanza, così come avverrà più tardi per Fozio, un'ambasceria presso Ma'mùn, in cui egli stupí il califfo per la sua scienza e per la nobiltà del suo animo, e suscitò ammirazione verso l'impero bizantino.
Neil'837 fu elevato al trono patriarcale e vi rimase fino a quando la restaurazione del culto delle immagini, ad opera di Teodora, non rese incompatibile il suo ufficio col nuovo corso della politica ecclesiastica imperiale. Nessuna traccia purtroppo è rimasta della sua attività patriarcale.
Convinto assertore dell'iconoclastia, si rifiutò di collaborare con il nuovo patriarca Metodio (843-47), quantunque questi fosse uomo assai moderato e conciliante e già nelle grazie dell'imperatore Teofilo per la sua scienza, pur essendo iconofilo; e per le sue attività illegali di irriducibile nemico delle immagini subí persino pene corporali per ordine dell'imperatrice Teodora. Si ignora la data della sua morte, ma, poiché un sinodo dell'863 condannò la sua memoria, certamente sarà morto prima di quell'anno.

Non senza relazione con questo accentramento librario nella capitale dovette essere l'inizio di quella operazione di copiatura dei codici che va sotto il nome di « μεταχαρακτηρισμος », l'adozione, cioè, per gli usi editoriali della minuscola, invece dell'antica scrittura, detta « onciale ». I « παλαια βιβλια » accentrati a Costantinopoli da Giovanni il Grammatico erano certamente ingombranti codici (di pergamena o di papiro) scritti nella vecchia, massiccia scrittura onciale, una maiuscola originariamente legata alla scrittura lapidaria. Tale scrittura comportava una « scriptio continuata », le parole, cioè, non venivano staccate l'una dall'altra, non venivano usati generalmente spiriti e accenti, non si adoperavano segni di punteggiatura: era quindi di difficile lettura e antieconomica sia per la quantità di pergamena che richiedeva sia per il tempo che esigeva il suo tratteggio legato a un sistema bílineare, che i prestava poco a una scrittura corrente. Era perciò riservata particolarmente all'uso editoriale per i libri di lusso e liturgici e a quello burocratico per i documenti della cancelleria imperiale.
Ancora nel IX secolo questa scrittura viene adoperata per trascrivere testi patristici e grandi opere scientifiche, il cui numero e la cui varietà appaion molto maggiori che precedentemente. Son da segnalare tra i manoscritti in onciale di questo secolo: il Vaticanus graec. 1291 (Tavole astronomiche di Tolemeo), che sembra il più antico, essendo stato scritto tra l'813 e l'820, e due altri splendidi manoscritti di opere «cientifiche non piú precisamente databili: il Parisinus graec. 2389 (Sintassi matematica di Tolemeo) e il Parisinus graec. 2179 (Dioscoride) I. È audace pensare che questi manoscritti siano da collegare con la « rinascita iconoclastica » e che possano essere copie di vecchi libri della raccolta di Giovanni il Grammatico?
Ma il fatto piú importante e rivoluzionario del nono secolo è l'adozione e la propagazione nell'uso librario della « minuscola », una scrittura derivata dalla stilizzazione della
« corsiva ». Era, questa, una scrittura, che secondo studi recenti, si sarebbe andata affermando nell'uso burocratico fin dal V secolo, per influsso della corsiva latina (« litterae communes ») adoperata nelle cancellerie provinciali. L'introduzione della minuscola per gli usi librari è di importanza determinante nella storia della tradizione dei testi greci: ha all'incirca la stessa importanza della quasi contemporanea adozione minuscola carolina per la trasmissione dei testi latini. E, come l'uso della minuscola carolina fu un fattore determinante della « rinascita carolingia », parimenti nella cultura bizantina l'adozione della minuscola contribui validamente alla rinascenza del IX secolo.

I vantaggi di tale adozione erano enormi: si risparmiava dalla metà ai due terzi di pergamena, si scriveva molto più correntemente, con notevole economia di tempo. Il recupero ed il salvataggio della tradizione tardo-antica, delle opere, cioè, che rappresentano la continuità tra età classica, ellenismo e cristianesimo sino all'inizio dei « secoli bui », sono legati quasi del tutto al « μεταχαρακτηρισμος » cioè a dire alla traslitterazione dalla vecchia alla nuova scrittura libraria. A questa fondamentale tappa della storia della tradizione dei testi noi dobbiamo la massima parte delle opere dell'antichità che ancor oggi leggiamo: rarissimi sono i manoscritti in onciale giunti sino a noi, e tra essi addirittura trascurabile è la presenza di testi profani; e non è stato certo determinante per la conoscenza del mondo antico l'apporto del papiri restituitici dagli aridi deserti d'Egitto, anche se di là provengono testi letterari importantissimi. Questa operazione di trascrizione si prolungò per lungo tempo, per circa un paio di secoli: i testi venivano traslitterati a mano a mano che i vecchi libri affluivano nelle biblioteche e quindi negli « scriptoria » della capitale. Le riconquiste militari nell'Asia Minore compiute nel X secolo avranno certamente contribuito al recupero di altri codici là conservati nei centri della cultura ellenistica e tardo-antica che allora tornarono sotto la giurisdizione dell'impero. Gli antichi esemplari, una volta copiati, perdevano di interesse e andarono perduti. A ciò è dovuto il fatto che pochissimi sono i manoscritti in onciale pervenuti sino a noi.

LEONE IL FILOSOFO

Il nome di Leone il Filosofo, che abbiamo or ora incontrato, ci induce a considerare brevemente un altro importane, aspetto della rinascita del IX secolo: la riorganizzazione delle istituzioni di insegnamento superiore ín Costantinopoli, che le fonti collegano a lui.

Leone il Filosofo (ma per l'estensione della sua scienza enciclopedica ebbe anche gli appellativi di matematico, geometra, astronomo, « pagano » o, meglio, « cultore delle scienze profane » è la prima figura che esce dalla foschia degli albori della rinascita iconoclastica.
Nato probabilmente nella capitale, intorno all'800, aveva compiuto i suoi primi studi di grammatica e di metrica a Costantinopoli; poi era andato a farsi iniziare agli studi superiori di retorica, di filosofia e di matematica da un dotto nell'isola di Andros. Ma ben presto l'insegnamento del maestro non lo soddisfece piú; allora andò vagando per monasteri, ricercando e acquistando i libri che vi si trovavano, e si rifugiava sulle cime dei monti per poterli studiare più intensamente. Raggiunto il vertice del sapere, tornò nella capitale e viveva oscuramente « gettando i semi delle scienze negli intelletti di coloro che avevan voglia di apprendere »: teneva, cioè, un insegnamento privato. Fino a quando una singolare ventura non rivelò la sua presenza nella capitale all'imperatore Teofilo: uno dei suoi allievi, catturato dagli Arabi, giunse al cospetto del califfo Ma'mùn, che allora si dedicava « alle scienze elleniche, e particolarmente alla geometria », e gli diede prova delle sue profonde conoscenze dei « canoni euclidei ». Avendo Ma'mùn saputo che quella scienza egli aveva appresa da Leone, il quale viveva, ignoto, una vita grama a Costantinopoli, per il tramite del discepolo, inviò una lettera al maestro, invitandolo a venire a insegnare presso gli Arabi e promettendogli grandi onori e ricchezze. Ma Leone non osò passare al nemico: informò dell'offerta il logoteta Teoctisto, il quale a sua volta attirò l'attenzione dell'imperatore Teofilo sullo scienziato. Cosi Leone venne invitato a entrare nell'insegnamento pubblico che si svolgeva allora nella chiesa dei Santi Quaranta Martiri. E' questa la prima notizia che abbiamo di una ripresa dell'insegnamento superiore a Costantinopoli, dopo la crisi del primo periodo iconoclastico, e da essa si potrebbe dedurre che l'imperatore Teofilo, sotto l'influsso della contemporanea cultura araba ellenizzante, e per suggerimento del fedele logoteta Teoctisto, che in tutto questo periodo svolge il compito di un illuminato mecenate, abbia voluto dare all'Università della capitale, da tempo languente, un nuovo riassetto che la rendesse idonea ai nuovi compiti, che imponeva il rinovamento culturale già in atto fin dal principio del secolo, e anche la polemica iconoclastica, che si svolgeva ad alto livello speculativo sotto la spinta degli studiti. L'accentramento di libri nella capitale, la traslitterazione, il prestigio stesso del impero di fronte alla scienza araba, la necessità di opporre una cultura laica a quella monastica richiedevano la formazione di studiosi all'altezza dei nuovi compiti: soltanto un insegnamento ufficiale organizzato nell'Università imperiale poteva far fronte a queste esigenze.
La « chiamata » di Leone all'Università dei Santi Quaranta Martiri dovette avvenire intorno agli anni 829-33, dopo, cioè, l'ascesa al trono di Teofilo (829) e prima della morte di Ma'mùn (7 agosto 833), forse, più precisamente, dopo la sconfitta inflitta a Teofilo dagli Arabi al castello di Lu'lu'a (832), nei pressi di Tarso, in Cilicia. Leone continuò il suo insegnamento fino a quando non fu elevato al soglio arcivescovile di Tessalonica, nell'840, molto probabilmente per volontà dello zio Giovanni il Grammatico, allora patriarca.

Ma nell'842 moriva Teofilo e con la stia morte si chiudeva il secondo periodo íconoclastico.

L'anno dopo, la restaurazione delle immagini portava alla deposizione sia del patriarca Giovanni, sia dell'arcivescovo Leone. Teoctisto persegui abilmente una politica di pacificazione religiosa, scegliendo come patriarca un amico di Teofilo e della dinastia, il siciliano Metodio (843-47), di spiriti concilianti. Nella politica culturale non vi fu cesura. Leone riprese il suo insegnamento universitario nella capitale, probabilmente in posizione di preminenza su più giovani colleghi, tra cui Fozio, che furono assunti dopo la fine della lotta iconoclastica. E par certo che proprio Teoctisto abbia provveduto ancora una volta alla riorganizzazione dell'insegnamento superiore, secondo il nuovo corso politico-religioso, che non fu certo intollerante. Leone e Fozio dovettero essere colleghi negli anni dall'843 sino all'850-51, allorquando Teoctisto pensò che l'opera di Fozio potesse essere più utile alla politica che alla cultura, e lo nominò capo della cancelleria imperiale.

Sull'insegnamento di Leone e di Fozio nell'Università di Costantinopoli in questi anni, abbiamo una preziosa testimonianza nella Vita Constantini Philosophi, in paleoslavo, in cui si dice che il futuro apostolo degli Slavi, per interessamento di Teoctisto, frequentò l'Università della capitale e « studiò Omero e la geometria e anche, presso Leone e Fozio, la dialettica e le altre discipline filosofiche. Inoltre imparò retorica, aritmetica, astronomia, musica e le altre arti elleniche ».

La nomina di Fozio a capo della cancelleria imperiale portò in sua sostituzione, accanto a Leone, nell'insegnamento, il loro comune allievo Costantino, che, oltre alla preparazione retorica, scientifica e filosofica, datagli dai maestri, doveva poi mostrare eccezionali doti di linguista creando l'alfabeto degli Slavi. L'assassinio di Teoctisto (856) e la successione di Bardas non dovettero portare nessun cambiamento di rilievo nella vita accademica di Leone e, in generale, nella politica culturale.

Nell'863, probabilmente per suggestione di Leone e di Fozio, Bardas, assunto il titolo di Cesare e avendo in mano tutta la politica dell'impero, mentre era ufficialmente sul trono il depravato nipote Michele III, compiva una nuova riorganizzazione dell'Università imperiale, concentrando tutti gli insegnamenti nel palazzo della Magnaura. A capo dell'Università rinnovata fu, appunto, posto « il grande Leone il Filosofo », cui fu anche affidato l'insegnamento della filosofia. Altri insegnamenti furono affidati a suoi allievi: a Teodoro fu assegnata la cattedra di geometria, a Teodegio, quella di astronomia, a Cometa, quella di grammatica della lingua greca. Leone continuò la sua carriera universitaria anche dopo gli assassini di Bardas (865) e di Michele III (867). Uno deI tanti aneddoti riferiti intorno a lui dalle fonti narra come nel terzo anno del regno dí Basilio (869), durante un terremoto durato quaranta giorni e quaranta notti, Leone consigliasse i fedeli riuniti nella chiesa della Theotokos, detta Sigma, di uscire, prevedendone il crollo. Essi non gli diedero ascolto e tutti perirono sotto le macerie cantando le lodi del Signore. Il filosofo si salvò appoggiandosi alla colonna che sosteneva un arco. Questo, come altri aneddoti pittoreschi riportati dalle fonti, testimonia la grande ammirazione dei contemporanei per Leone e, inoltre, la sua capacità di applicazione pratica della scienza.

FOZIO

Fozio, nella sua qualità di patriarca, pose le fondamenta politiche e dottrinali dello scisma tra cattolicesimo romano e ortodossia, che diverrà definitivo nel 1054; e fu l'iniziatore della espansione religiosa e culturale (e quindi anche politica) di Bizanzio tra i Bulgari e gli Slavi, i quali dell'eredità di Bizanzio ancor vivono.
Ma anche tra i suoi contemporanei Fozio destò stupore e ammirazione proprio come erudito e umanista, persino nei suoi avversari. Se scarsissime sono le notizie su di lui, tranne, che per i periodi del suo patriarcato (858-67, 878-86), un suo ritratto ci è giunto tracciato da un contemporaneo, suo avversario, partigiano di Ignazio, Niceta David, cui si deve una Vita di Ignazio, che è una delle principali fonti antifoziane e perciò appunto, in questo caso, più degna di fede: essa, crediamo, rispecchia, nel ritratto cli Fozio, l'eco fedele di ciò
che i contemporanei pensavano di lui. Ci pare dunque opportuno darne qui il testo:

« Fozio non era di bassa e oscura estrazione, bensí di nobile e illustre famiglia ed era ritenuto tra tutti quelli che si dedicavano alla vita pubblica il piú degno di considerazione per scienza e per intelligenza delle cose del mondo. In grammatica e in poesia, in retorica e in filosofia, e persino in medicina, e direi quasi in ogni scienza profana, tale era la sua competenza che non soltanto appariva emergere su tutti i suoi contemporanei, ma anche competere con gli antichi. Tutto infatti si riuniva in lui: le qualità naturali, il suo impegno, la sua ricchezza, mediante la quale tutti i libri affluivano a lui, e soprattutto il desiderio di gloria, per cui dedicava regolarmente alla lettura le sue notti insonni. E poiché, sfortunatamente, egli doveva accedere anche alla Chiesa, si dedicò non superficialmente alla lettura dei libri appropriati »

Col ritratto di Niceta nettamente contrasta quello che di Fozio dà lo Ps. Symeon Mag. che lo presenta come una creatura diabolica e malvagia, dedita alle scienze « elleniche » piú che a quelle « ecclesiastiche ». Egli avrebbe venduto l'anima a un mago ebreo per averne in cambio tanto sapere, precorrendo cosi il Faust della leggenda. Il cronista è evidentemente un « ignaziano » limitato e malevolo verso Fozio.

Quanto Fozio fosse legato a questa vita, quanto egli amasse il suo insegnamento, lo dimostra il rimpianto che esprime nella lettera al papa Nicolò I (858-67), che gli rimproverava la sua elezione al patriarcato. In essa egli manifesta quale sconvolgimento abbia portato nella sua vita tranquilla l'alta carica ecclesiastica che fu costretto ad assumere:

Sono stato strappato ad una vita pacifica, a una dolce tranquillità; sono stato strappato anche alla gloria [...], sono stato strappato alla dolce quiete e a quella pura e dolcissima consuetudine con coloro che mi stavano vicini [...]. Gli amici amavano me piú dei loro parenti [...]. La mia fama di studioso tra quelli che mi stavan vicini traeva anche gli sconosciuti a un amore divino e a un vincolo di amicizia [...]. E come posso ricordare queste cose senza lacrime? Ché, pur rimanendo in casa, mi circondava un gradito godimento, quando vedevo il lavoro dei miei allievi, lo zelo di quelli che facevan domande, la sollecitudine di coloro che discutevano. Cosí si formano le menti pronte ad estendere il sapere; gli intelletti che si acuiscono agli studi matematici; coloro che ricercano coi metodi della logica il vero, e coloro che dirigono la mente mediante le divine scritture alla pietà, che è il frutto supremo dí tutte le altre fatiche, Tale era il coro della mia casa.

Solo chi era maestro nato, come Fozio, poteva scrivere queste parole.

Del suo amore allo studio, della sua passione per i libri e per l'insegnamento, insomma della sua attività « umanistica » anteriore all'ascesa al patriarcato sono importantissimi monumenti il Lessico e la cosiddetta Biblioteca.

Del primo diremo soltanto che è un'opera dí consultazione, compilata dall'autore forse per gli usi della scuola, nei primi tempi del suo insegnamento: è un'opera lessicale ordinata alfabeticamente e destinata a facilitare la lettuta degli autori antichi, dando la spiegazione delle parole e delle locuzioni che non erano più comprese ai tempi di Fozio. La spiegazione è basata sulle fonti che l'autore adoperò, fonti che in genere non erano gli autori stessi, ma probabilmente lessici e glossari atticistici più antichi. Del resto, della sua conoscenza di più antichi lessicografi, Fozio dà testimonianza nei codici 145-158 della Biblioteca, in cui esamina un folto gruppo di opere di tal genere, ora per la maggior parte perdute. A quanto trae dalle fonti lessicali egli aggiunge i frutti delle sue personali letture, specialmente di oratori e di altri prosatori, tra cui un posto d'onore hanno gli storici. Il Lessico è quindi opera di grande importanza non soltanto in sé e per sé, ma perché ci dà i frutti dell'attività filologica ed esegetica di più antichi grammatici: riprende una tradizione ellenistica e tardo-antica.

Ma l'opera a cui è particolarmente legato il nome di Fozio come « umanista » è la cosiddetta Biblioteca o Myriobiblos. Più che una storia letteraria, la Biblioteca è una lunga serie di capitoli indipendenti, contenenti notizie ed estratti di opere lette dall'autore, messi insieme senza nessun apparente ordine prestabilito: una specie di catalogo di codici o di notiziario bibliografico ragionato. I capitoli, che raggiungono il numero di 279 e vengono tradizionalmente chiamati « codices », sono ciascuno a sé stante e riguardano opere religiose e profane appartenenti a tutti i generi in prosa dall'età di Erodoto (cod. 60) a quella di Niceforo, patriarca di Costantinopolí dall'806 all'815 (cod. 66). L'estensione di ciascun « codice » è varia: talvolta vien dato poco piú dei nome dell'autore e del titolo dell'opera; talvolta invece viene fatta un'ampia analisi con un preciso sommario del contenuto e con un notevole numero di estratti; tal altra ancora, si danno anche dati biografici dell'autore e giudizi sul valore dell'opera, generalmente, dal punto di vista formale; alcuni codici, infine, sono costituiti da una lunga serie d'estratti raccordati da un riassunto.
Per farsi un'idea dell'estrema varierà di ampiezza che hanno i codici, basti dire che in quasi egual numero di pagine il primo volume dell'edizione Henry comprende i codici 1-83; il secondo, i codici 84-185; il terzo, i codici 186-222; il quarto i codici 223-229 (sette in tutto! ): il quinto, i codici 230-241; il sesto, i codici 241-245 (solo quattro!); il settimo, i cod.. 246-256.
Nella successione dei codici non esiste nessun preordinato sistema: scrittori profani e cristiani stanno l'uno accanto all'altro e non v'è alcun rispetto per la cronologia; un gran numero di autori appaiono in codici diversi e distanti: qualche esempio: l'oratore Eschine trova posto nei codici 61 e 264; Isocrate occupa i codici 159, 260; Eilostrato, i codici 44 e 241, e cosi via; mentre tra i cristiani, Teodoro di Mopsuestia è diviso nei codici 4, 38, 81, 177; Giovanni Filopono trova posto nei codici 21, 55, 75, 215; e la stessa opera di lui (Sull'Hexahemeron) è trattata due volte, nel codice 43 (sette righe e mezza) e nel 240 (4 pagine); Ippolito è esaminato nei codici 121 e 202. Ma vi sono anche codici che sono raggruppati per affinità di argomento; per esempio: i codici 15-20 e 52-54 riguardano atti di concili; i codici 27-31 e 40-42, storie ecclesiastiche; i codici 33-35. 57-58, 62-72, 76-80, 82-84, 91-93, 97-99, storici; i codici 120-123, scritti antiereticali; i codici 145-158, lessici; i codici 186-190, mitografi e paradossografi; i codici 216-221, medici; i codici 259-268, le vite dei dieci oratori del canone alessandrino, ecc. Quanto poi alla proporzione tra testi ecclesiastici e testi profani, è da notare che dei 279 codici, 157 riguardano autori cristiani e 122 scrittori profani; v'è quindi una preponderanza di codici dedicati a scritti religiosi.
Tra gli scritti cristiano-teologici sono rappresentati tutti i generi in prosa: eccezionalmente trovano posto opere in versi, come le metafrasi bibliche in esametri dell'imperatrice Eudocia, moglie di Teodosio II (codd. 183-184), e viene ricordato, in fondo al codice 168, il martirio, anch'esso in versi, della protomartire Tecla, di Basilio di Seleucia. Abbiamo già ricordato gli atti dei concili e le storie ecclesiastiche; queste ultime sono presentate nei gruppi di codici: 27 (Eusebio di Cesarea), 28 (Socrate), 29 (Evagrio Scolastico), 30 (Sozomeno), 31 (Teodoreto) con brevi notizie, mentre una trattazione un po' più ampia hanno l'ariano Filostorgio (40), il nestoriano Giovanni di Egea (41) e il monofisita Basilio di Cilicia (42). Raggruppati sono anche Sesto Giulio Africano (34) e Filippo di Side (35), le cui opere cominciavano dalla cosmogonia e giungevano alla loro età. È da menzionare la larga presenza di agiografia, letteratura encomiastica (tra cui l'eusebiana Vita Constantini, cod. 127), « martyria ». Tra gli scritti dottrinali dei primi secoli cristiani, sono presenti le epistole pseudo-Clementine, Giustino, Ireneo, Ippolito, Clemente di Alessandria, Origene, Panfilo ed Eusebio, Metodici d'Olimpo, Apollinario. Larghissimamente è rappresentato il periodo aureo della patristica con Eusebio, Atanasio, Basilio il Grande, Gregorio di Nissa, Cirillo di Alessandria, Giovanni Crisostomo, Sinesio di Cirene, Teodoreto di Ciro; ma anche gli eretici Eunomio, Teodoro di Mopsuestia e molti altri. Degli scrittori dei secoli VI e VII v'è anche una notevole rappresentanza: Giovanni Filopono, Ephraem di Antiochia, Massimo Confessore, Giovanni Mosco, Procopio di Caza, Sofronio patriarca di Gerusalemme ecc.

Subito dopo la storiografia, interessano prevalentemente Fozio eloquenza e retorica.

E' probabile che questo interesse, oltre che dal gusto bizantino per la retorica, fosse alimentato in Fozio da esigenze professionali. Attraverso lo studio della retorica e dell'eloquenza classica si formavano i funzionari della burocrazia imperiale, alla cui preparazione era soprattutto destinata l'Università di Costantinopoli, dove Fozio svolse per alcuni anni il suo magistero. Egli stesso poi fu chiamato a presiedere la cancelleria imperiale e più tardi le sue omelie patriarcali risentiranno dell'amoroso studio degli oratori antichi.

 



La disputa iconoclastica