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La genesi della biblioteca di Fozio
Nella trimillenaría
storia della nostra civiltà, che ripete sua « αρχη » dall'Ellade antica,
uno dei piú notevoli movimenti di rinnovamento della cultura che corre
parallelo con un ritorno umanistico, cioè a dire con una ripresa dello
studio e dell'imitazione delle opere letterarie antiche, ebbe luogo a
Bizanzio nel nono secolo, dando inizio a una età tra le più splendide
della storia bizantina.
Quest'età seguiva, quasi per singolare contrasto, al periodo piú
oscuro (« dark Ages ») della vita dell'impero, se non di tutta la
civiltà del Mediterraneo. I secoli VII e VIII, infatti, costituiscono
l'« età di ferro » di Bizanzio: in essi la travolgente avanzata
dell'Islam mise fine all'unità politica e culturale greco-romana delle
terre bagnate dal « mare nostrum », immettendovi un elemento che
doveva avere nei secoli successivi un ruolo storico protagonistico.
Dalla conquita araba venivano rapidamente sottratte al dominio
imperiale bizantino, nel giro di pochi anni (nel decennio tra il 635 e
il 645), la Palestina, la Siria, l'Egitto e l'Africa settentrionale:
le regioni dell'impero economicamente e culturalmente più attive. Più
tardi, per ben due volte, nel 674-78 e nel 717-18, la capitale stessa
subiva direttamente gli attacchi delle forze arabe, in una lotta
decisiva per la sopravvivenza stessa dell'impero.
Né gli Arabi furono gli unici nemici di Bizanzio in questo periodo:
Slavi e Bulgari premevano tra il Danubio e la catena dei Balcani, e
costituirono un impero indipendente e temibile nel territorio stesso
bizantino, nella parte nord-orientale della penisola balcanica; i
Longobardi avevano invaso la penisola italiana, vanificando in breve
tempo il grande e prolungato sforzo militare ed economico compiuto da
Giustiniano e ponendo sotto il loro controllo tutto il territorio
settentrionale e centrale dell'Italia, che prima era stato sotto il
dominio imperiale, compreso l'esarcato di Ravenna (751). Ancora, nel
corso del nono secolo stesso, la forza espansiva dell'islam sí
estendeva a Creta (intorno all'826) e conquistava, in una lotta durata
quasi tre quarti di secolo, tutta la Sicilia, rendendo precario il
possesso dell'Italia meridionale e persino dell'Adriatico. A questi
mali esterni, contro cui l'impero condusse una strenua lotta con tutta
la possibile energia, trasformando persino la sua organizzazione
civile e militare, si aggiunse la discordia interna determinata dalla
crisi iconoclastica, che per piú dí un secolo (726-843) provocò una
scissione deleteria nella vita politica e religiosa bizantina e lasciò
ancora per lungo tempo gravi strascichi di dilanianti contrasti.
Anche la lotta per le immagini può considerarsi una conseguenza
dell'avanzata araba: essa si svolse, come sempre avveniva a Bisanzio,
sotto l'insegna della religione, ma copriva piú profondi moventi
politici: fu l'espressione manifesta dello scontro della civiltà
ellenistico-cristiana con l'islam, la prima civiltà che si opponeva a
Bizanzio e alla cristianità tutta unendo alla forza di espansione
materiale un elevato livello culturale e speculativo, e quindi si
poneva non piú sul piano della soggezione spirituale, come era
avvenuto e avveniva per le popolazioni « barbariche » che venivano a
contatto con l'impero, ma su quello della competitività, della
rivalità, dell'emulazione. La lunga lotta iconoclastica mise di
fronte, nei confini imperiali ormai ristretti, due opposte forze: da
una parte le tendenze ostili alle immagini, rappresentate dai militari
dai « temi » asiatici, e dall'altra le grandi masse di monaci fuggite
dinanzi alla rapida avanzata dell'islam e confluite nel territorio
vicino alla capitale, le quali erano legate in maniera superstiziosa e
fanatica al culto delle icone, e inoltre si sottraevano al servizio
militare e possedevano vasti latifondi esenti da tasse.
Guerre esterne e lotte interne portarono, nel primo periodo
iconoclastico, a un generale abbassamento della cultura: scarse sono
le opere di letteratura o di arte sopravvissute a questa età; scade il
tenore di vita economico e sociale e scema la circolazione monetaria;
rare sono le costruzioni, tranne qua e là qualche fortezza. Gli
imperatori, duramente impegnati nella difesa dei confini dell'impero,
trascurano l'insegnamento universitario, che diede sempre a Bizanzio
burocrati ben preparati, ma anche storici e letterati di notevole
livello, su cui si fondava la continuità della tradizione culturale
tardoantica, « laica ». Acquista invece il predominio quasi esclusivo
la cultura monastica, tradizionalmente avversa alla cultura profana, «
ellenica », considerata pagana e diabolica.
Ma al principio del nono secolo cominciano a delinearsi gli albori dí
una ripresa che, se appare dapprima incerta e misteriosa, va poi
acquistando a poco a poco contorni sempre piú chiari ed evidenti, cori
figure di primo piano, nel campo culturale, come Leone il Filosofo,
Fozio e Costantino, il fratello di Metodio,
l'apostolo degli Slavi, verso la metà del secolo;
raggiunge ií suo culmine nell'età della dinastia macedonica. È una
ripresa che si esprime, nel campo economico, con un aumento della
circolazione monetaria aurea; nel campo artistico, con un esteso
programma di costruzioni pubbliche; nell'attività politica, con
stabili relazioni col mondo arabo; sul terreno culturale, infine, con
un'appassionata attività di recupero della cultura tardo-antica,
attraverso l'accentramento di codici nella capitale e la copiatura e
lo studio di testi sia teologici sia scientifici sia letterari. Da
allora, appunto, e per vari secoli, fino almeno alla conquista latina
del 1204, Costantinopoi; detiene il monopolio culturale dell'impero,
costituisce l'unico centro intorno a cui gravita tutto il mondo
bizantino: ín essa si trascrive « la stragrande maggioranza dei codici
».
Caduti in potere dei musulmani i principali centri della cultura
ellenistica e tardo-antica (Alessandria, Antiochia, Ce sarea, Gaza,
Edessa ecc.), Costantinopoli si assume e assolve il compito di unica
continuatrice di quella cultura: da questo momento in poi ben a
ragione, e a miglior diritto che prima, questa cultura può essere
detta « bizantina », trae, cioè, il suo appellativo non, come si
suole, da un popolo o da una nazione, ma dalla città che ne è l'unico
centro. Ciò nella storia è avvenuto solo per un'altra civiltà, quella
romana: l'una e l'altra sono civiltà di capitali.
Gl'inizi di tale « rinascenza » sarebbero stati determinati da una
grande concentrazione di libri antichi, che sarebbe avvenuta a partire
dalla Pentecoste dell'814, per ordine di Leone V e per iniziativa e
opera del dotto Giovanni Morocharziamos, detto il Grammatico, che fu
piú tardi patriarca iconoclasta di Costantinopoli, dal 21 gennaio 837
al 4 maggio 843. Scopo di tale raccolta di libri sarebbe stata la
ricerca ín essi di passi patristici e teologici che potessero servire
di appoggio all'iconoclastia, dal punto di vista dottrinale, per la
preparazione del concilio dell'815.
Conferma questo evento una lettera falsamente attribuita a
Giovanni
Damasceno, ma che è invece diretta dai patriarchi deII'Oriente
all'imperatore Teofilo (839), nella quale si riferisce che Giovanni, «
per ordine imperiale, aveva fatto una raccolta di tutti i libri dei
monasteri.
Giovanni fu una personalità di prim'ordine nella cultura e nella vita
ecclesiastica del suo tempo. Del rilancio iconoclastico della prima
metà del nono secolo fu indubbiamente l'animatore e il teorico.
Purtroppo è estremamente difficile ricostruire adeguatamente e
obiettivamente la sua figura e valutarne la portata in questo periodo
piuttosto oscuro della storia culturale bizantina, per la
tendenziosità delle fonti (sia cronachistiche sia agiografiche) che a
lui sí riferiscono, quasi tutte di parte iconofila e quindi piene di «
odium theologicum » verso colui che veniva considerato la fonte stessa
dell'eresia. Da esse vien fuori un'.ambigua figura di mago, di
indovino, di stregone, di negromante, di astrologo, e gli vengon dati
gli appellativi di Lekanomantis, Goes, Iannis (l'indovino egizio della
Scrittura dei tempi di Mose), Hylilàs (precursore del diavolo), Simone
(il mago). Ma gli viene attribuito anche il titolo di Grammatico e
quello di « αναγνωστης » (lettore), che certamente sono da metere in
relazione con una sua attività didattica, che non è tacile meglio
determinare. Ma sappiamo da una concordanza unanime delle fonti che
Michele II (820-29), l'iniziatore della dinastia di Amorium, gli
affidò l'educazione del figlio, l'erede al trono Teofilo, quando già
da tempo era « higumenos » del famoso monastero dei Santi Sergio e
Bacco, presso II Palazzo imperiale. Era stato designato a
quest'ufficio, intorno all'816, da Leone V, che volle compensarlo
della mancata elezione a patriarca.
Quando il suo allievo, Teofilo, ascese sul soglio imperiale Giovanni
raggiunse il culmine degli onori e del prestigio. Ebbe l'importante
dignità di « sincello » del patriarca Antonio I Cassimatas (821-37) e,
in tale qualità, fu scelto dall'imperatore per una missione
diplomatica di grande importanza, così come avverrà più tardi per
Fozio, un'ambasceria presso Ma'mùn, in cui egli stupí il califfo per
la sua scienza e per la nobiltà del suo animo, e suscitò ammirazione
verso l'impero bizantino.
Neil'837 fu elevato al trono patriarcale e vi rimase fino a quando la
restaurazione del culto delle immagini, ad opera di Teodora, non rese
incompatibile il suo ufficio col nuovo corso della politica
ecclesiastica imperiale. Nessuna traccia purtroppo è rimasta della sua
attività patriarcale.
Convinto assertore dell'iconoclastia, si rifiutò di collaborare con il
nuovo patriarca Metodio (843-47), quantunque questi fosse uomo assai
moderato e conciliante e già nelle grazie dell'imperatore Teofilo per
la sua scienza, pur essendo iconofilo; e per le sue attività illegali
di irriducibile nemico delle immagini subí persino pene corporali per
ordine dell'imperatrice Teodora. Si ignora la data della sua morte,
ma, poiché un sinodo dell'863 condannò la sua memoria, certamente sarà
morto prima di quell'anno.
Non senza relazione con questo accentramento librario nella capitale
dovette essere l'inizio di quella operazione di copiatura dei codici
che va sotto il nome di « μεταχαρακτηρισμος », l'adozione, cioè, per
gli usi editoriali della minuscola, invece dell'antica scrittura,
detta « onciale ». I « παλαια βιβλια » accentrati a Costantinopoli da
Giovanni il Grammatico erano certamente ingombranti codici (di
pergamena o di papiro) scritti nella vecchia, massiccia scrittura
onciale, una maiuscola originariamente legata alla scrittura
lapidaria. Tale scrittura comportava una « scriptio continuata », le
parole, cioè, non venivano staccate l'una dall'altra, non venivano
usati generalmente spiriti e accenti, non si adoperavano segni di
punteggiatura: era quindi di difficile lettura e antieconomica sia per
la quantità di pergamena che richiedeva sia per il tempo che esigeva
il suo tratteggio legato a un sistema bílineare, che i prestava poco a
una scrittura corrente. Era perciò riservata particolarmente all'uso
editoriale per i libri di lusso e liturgici e a quello burocratico per
i documenti della cancelleria imperiale.
Ancora nel IX secolo questa scrittura viene adoperata per trascrivere
testi patristici e grandi opere scientifiche, il cui numero e la cui
varietà appaion molto maggiori che precedentemente. Son da segnalare
tra i manoscritti in onciale di questo secolo: il Vaticanus graec.
1291 (Tavole astronomiche di Tolemeo), che sembra il più antico,
essendo stato scritto tra l'813 e l'820, e due altri splendidi
manoscritti di opere «cientifiche non piú precisamente databili: il
Parisinus graec. 2389 (Sintassi matematica di Tolemeo) e il Parisinus
graec. 2179 (Dioscoride) I. È audace pensare che questi manoscritti
siano da collegare con la « rinascita iconoclastica » e che possano
essere copie di vecchi libri della raccolta di Giovanni il Grammatico?
Ma il fatto piú importante e rivoluzionario del nono secolo è
l'adozione e la propagazione nell'uso librario della « minuscola »,
una scrittura derivata dalla stilizzazione della
« corsiva ». Era, questa, una scrittura, che secondo studi recenti, si
sarebbe andata affermando nell'uso burocratico fin dal V secolo, per
influsso della corsiva latina (« litterae communes ») adoperata nelle
cancellerie provinciali. L'introduzione della minuscola per gli usi
librari è di importanza determinante nella storia della tradizione dei
testi greci: ha all'incirca la stessa importanza della quasi
contemporanea adozione minuscola
carolina per la trasmissione dei testi latini. E, come l'uso della
minuscola carolina fu un fattore determinante della « rinascita
carolingia », parimenti nella cultura bizantina l'adozione della
minuscola contribui validamente alla rinascenza del IX secolo.
I vantaggi di tale adozione erano enormi: si risparmiava dalla metà ai
due terzi di pergamena, si scriveva molto più correntemente, con
notevole economia di tempo. Il recupero ed il salvataggio della
tradizione tardo-antica, delle opere, cioè, che rappresentano la
continuità tra età classica, ellenismo e cristianesimo sino all'inizio
dei « secoli bui », sono legati quasi del tutto al « μεταχαρακτηρισμος
» cioè a dire alla traslitterazione dalla vecchia alla nuova scrittura
libraria. A questa fondamentale tappa della storia della tradizione
dei testi noi dobbiamo la massima parte delle opere dell'antichità che
ancor oggi leggiamo: rarissimi sono i manoscritti in onciale giunti
sino a noi, e tra essi addirittura trascurabile è la presenza di testi
profani; e non è stato certo determinante per la conoscenza del mondo
antico l'apporto del papiri restituitici dagli aridi deserti d'Egitto,
anche se di là provengono testi letterari importantissimi. Questa
operazione di trascrizione si prolungò per lungo tempo, per circa un
paio di secoli: i testi venivano traslitterati a mano a mano che i
vecchi libri affluivano nelle biblioteche e quindi negli « scriptoria
» della capitale. Le riconquiste militari nell'Asia Minore compiute
nel X secolo avranno certamente contribuito al recupero di altri
codici là conservati nei centri della cultura ellenistica e
tardo-antica che allora tornarono sotto la giurisdizione dell'impero.
Gli antichi esemplari, una volta copiati, perdevano di interesse e
andarono perduti. A ciò è dovuto il fatto che pochissimi sono i
manoscritti in onciale pervenuti sino a noi.
LEONE IL FILOSOFO
Il nome di Leone il Filosofo, che abbiamo or ora incontrato, ci induce
a considerare brevemente un altro importane, aspetto della rinascita
del IX secolo: la riorganizzazione delle istituzioni di insegnamento
superiore ín Costantinopoli, che le fonti collegano a lui.
Leone il Filosofo (ma per l'estensione della sua scienza enciclopedica
ebbe anche gli appellativi di matematico, geometra, astronomo, «
pagano » o, meglio, « cultore delle scienze profane » è la prima
figura che esce dalla foschia degli albori della rinascita
iconoclastica.
Nato probabilmente nella capitale, intorno all'800, aveva compiuto i
suoi primi studi di grammatica e di metrica a Costantinopoli; poi era
andato a farsi iniziare agli studi superiori di retorica, di filosofia
e di matematica da un dotto nell'isola di Andros. Ma ben presto
l'insegnamento del maestro non lo soddisfece piú; allora andò vagando
per monasteri, ricercando e acquistando i libri che vi si trovavano, e
si rifugiava sulle cime dei monti per poterli studiare più
intensamente. Raggiunto il vertice del sapere, tornò nella capitale e
viveva oscuramente « gettando i semi delle scienze negli intelletti di
coloro che avevan voglia di apprendere »: teneva, cioè, un
insegnamento privato. Fino a quando una singolare ventura non rivelò
la sua presenza nella capitale all'imperatore Teofilo: uno dei suoi
allievi, catturato dagli Arabi, giunse al cospetto del califfo Ma'mùn,
che allora si dedicava « alle scienze elleniche, e particolarmente
alla geometria », e gli diede prova delle sue profonde conoscenze dei
« canoni euclidei ». Avendo Ma'mùn saputo che quella scienza egli
aveva appresa da Leone, il quale viveva, ignoto, una vita grama a
Costantinopoli, per il tramite del discepolo, inviò una lettera al
maestro, invitandolo a venire a insegnare presso gli Arabi e
promettendogli grandi onori e ricchezze. Ma Leone non osò passare al
nemico: informò dell'offerta il logoteta Teoctisto, il quale a sua
volta attirò l'attenzione dell'imperatore Teofilo sullo scienziato.
Cosi Leone venne invitato a entrare nell'insegnamento pubblico che si
svolgeva allora nella chiesa dei Santi Quaranta Martiri. E' questa la
prima notizia che abbiamo di una ripresa dell'insegnamento superiore a
Costantinopoli, dopo la crisi del primo periodo iconoclastico, e da
essa si potrebbe dedurre che l'imperatore Teofilo, sotto l'influsso
della contemporanea cultura araba ellenizzante, e per suggerimento del
fedele logoteta Teoctisto, che in tutto questo periodo svolge il
compito di un illuminato mecenate, abbia voluto dare all'Università
della capitale, da tempo languente, un nuovo riassetto che la rendesse
idonea ai nuovi compiti, che imponeva il rinovamento culturale già in
atto fin dal principio del secolo, e anche la polemica iconoclastica,
che si svolgeva ad alto livello speculativo sotto la spinta degli
studiti. L'accentramento di libri nella capitale, la traslitterazione,
il prestigio stesso del impero di fronte alla scienza araba, la
necessità di opporre una cultura laica a quella monastica richiedevano
la formazione di studiosi all'altezza dei nuovi compiti: soltanto un
insegnamento ufficiale organizzato nell'Università imperiale poteva
far fronte a queste esigenze.
La « chiamata » di Leone all'Università dei Santi Quaranta Martiri
dovette avvenire intorno agli anni 829-33, dopo, cioè, l'ascesa al
trono di Teofilo (829) e prima della morte di Ma'mùn (7 agosto 833),
forse, più precisamente, dopo la sconfitta inflitta a Teofilo dagli
Arabi al castello di Lu'lu'a (832), nei pressi di Tarso, in Cilicia.
Leone continuò il suo insegnamento fino a quando non fu elevato al
soglio arcivescovile di Tessalonica, nell'840, molto probabilmente per
volontà dello zio Giovanni il Grammatico, allora patriarca.
Ma nell'842 moriva Teofilo e con la stia morte si chiudeva il secondo
periodo íconoclastico.
L'anno dopo, la restaurazione delle immagini portava alla deposizione
sia del patriarca Giovanni, sia dell'arcivescovo Leone. Teoctisto
persegui abilmente una politica di pacificazione religiosa, scegliendo
come patriarca un amico di Teofilo e della dinastia, il siciliano
Metodio (843-47), di spiriti concilianti. Nella politica culturale non
vi fu cesura. Leone riprese il suo insegnamento universitario nella
capitale, probabilmente in posizione di preminenza su più giovani
colleghi, tra cui Fozio, che furono assunti dopo la fine della lotta
iconoclastica. E par certo che proprio Teoctisto abbia provveduto
ancora una volta alla riorganizzazione dell'insegnamento superiore,
secondo il nuovo corso politico-religioso, che non fu certo
intollerante. Leone e Fozio dovettero essere colleghi negli anni
dall'843 sino all'850-51, allorquando Teoctisto pensò che l'opera di
Fozio potesse essere più utile alla politica che alla cultura, e lo
nominò capo della cancelleria imperiale.
Sull'insegnamento di Leone e di Fozio nell'Università di
Costantinopoli in questi anni, abbiamo una preziosa testimonianza
nella Vita Constantini Philosophi, in paleoslavo, in cui si dice che
il futuro apostolo degli Slavi, per interessamento di Teoctisto,
frequentò l'Università della capitale e « studiò Omero e la geometria
e anche, presso Leone e Fozio, la dialettica e le altre discipline
filosofiche. Inoltre imparò retorica, aritmetica, astronomia, musica e
le altre arti elleniche ».
La nomina di Fozio a capo della cancelleria imperiale portò in sua
sostituzione, accanto a Leone, nell'insegnamento, il loro comune
allievo Costantino, che, oltre alla preparazione retorica, scientifica
e filosofica, datagli dai maestri, doveva poi mostrare eccezionali
doti di linguista creando l'alfabeto degli Slavi. L'assassinio di
Teoctisto (856) e la successione di Bardas non dovettero portare
nessun cambiamento di rilievo nella vita accademica di Leone e, in
generale, nella politica culturale.
Nell'863, probabilmente per suggestione di Leone e di Fozio, Bardas,
assunto il titolo di Cesare e avendo in mano tutta la politica
dell'impero, mentre era ufficialmente sul trono il depravato nipote
Michele III, compiva una nuova riorganizzazione dell'Università
imperiale, concentrando tutti gli insegnamenti nel palazzo della
Magnaura. A capo dell'Università rinnovata fu, appunto, posto « il
grande Leone il Filosofo », cui fu anche affidato l'insegnamento della
filosofia. Altri insegnamenti furono affidati a suoi allievi: a
Teodoro fu assegnata la cattedra di geometria, a Teodegio, quella di
astronomia, a Cometa, quella di grammatica della lingua greca. Leone
continuò la sua carriera universitaria anche dopo gli assassini
di Bardas (865) e di Michele III (867). Uno deI tanti aneddoti
riferiti intorno a lui dalle fonti narra come nel terzo anno del regno
dí Basilio (869), durante un terremoto durato quaranta giorni e
quaranta notti, Leone consigliasse i fedeli riuniti nella chiesa della
Theotokos, detta Sigma, di uscire, prevedendone il crollo. Essi non
gli diedero ascolto e tutti perirono sotto le macerie cantando le lodi
del Signore. Il filosofo si salvò appoggiandosi alla colonna che
sosteneva un arco. Questo, come altri aneddoti pittoreschi riportati
dalle fonti, testimonia la grande ammirazione dei contemporanei per
Leone e, inoltre, la sua capacità di applicazione pratica della
scienza.
FOZIO
Fozio, nella sua qualità di patriarca, pose le fondamenta politiche e
dottrinali dello scisma tra cattolicesimo romano e ortodossia, che
diverrà definitivo nel 1054; e fu l'iniziatore della espansione
religiosa e culturale (e quindi anche politica) di Bizanzio tra i
Bulgari e gli Slavi, i quali dell'eredità di Bizanzio ancor vivono.
Ma anche tra i suoi contemporanei Fozio destò stupore e ammirazione
proprio come erudito e umanista, persino nei suoi avversari. Se
scarsissime sono le notizie su di lui, tranne, che per i periodi del
suo patriarcato (858-67, 878-86), un suo ritratto ci è giunto
tracciato da un contemporaneo, suo avversario, partigiano di Ignazio,
Niceta David, cui si deve una Vita di Ignazio, che è una delle
principali fonti antifoziane e perciò appunto, in questo caso, più
degna di fede: essa, crediamo, rispecchia, nel ritratto cli Fozio,
l'eco fedele di ciò
che i contemporanei pensavano di lui. Ci pare dunque opportuno darne
qui il testo:
« Fozio non era di bassa e oscura estrazione, bensí di nobile e
illustre famiglia ed era ritenuto tra tutti quelli che si dedicavano
alla vita pubblica il piú degno di considerazione per scienza e per
intelligenza delle cose del mondo. In grammatica e in poesia, in
retorica e in filosofia, e persino in medicina, e direi quasi in ogni
scienza profana, tale era la sua competenza che non soltanto appariva
emergere su tutti i suoi contemporanei, ma anche competere con gli
antichi. Tutto infatti si riuniva in lui: le qualità naturali, il suo
impegno, la sua ricchezza, mediante la quale tutti i libri affluivano
a lui, e soprattutto il desiderio di gloria, per cui dedicava
regolarmente alla lettura le sue notti insonni. E poiché,
sfortunatamente, egli doveva accedere anche alla Chiesa, si dedicò non
superficialmente alla lettura dei libri appropriati »
Col ritratto di Niceta nettamente contrasta quello che di Fozio dà lo
Ps. Symeon Mag. che lo presenta come una creatura diabolica e
malvagia, dedita alle scienze « elleniche » piú che a quelle «
ecclesiastiche ». Egli avrebbe venduto l'anima a un mago ebreo per
averne in cambio tanto sapere, precorrendo cosi il Faust della
leggenda. Il cronista è evidentemente un « ignaziano » limitato e
malevolo verso Fozio.
Quanto Fozio fosse legato a questa vita, quanto egli amasse il suo
insegnamento, lo dimostra il rimpianto che esprime nella lettera al
papa Nicolò I (858-67), che gli rimproverava la sua elezione al
patriarcato. In essa egli manifesta quale sconvolgimento abbia portato
nella sua vita tranquilla l'alta carica ecclesiastica che fu costretto
ad assumere:
Sono stato strappato ad una vita pacifica, a una dolce tranquillità;
sono stato strappato anche alla gloria [...], sono stato strappato
alla dolce quiete e a quella pura e dolcissima consuetudine con coloro
che mi stavano vicini [...]. Gli amici amavano me piú dei loro parenti
[...]. La mia fama di studioso tra quelli che mi stavan vicini traeva
anche gli sconosciuti a un amore divino e a un vincolo di amicizia
[...]. E come posso ricordare queste cose senza lacrime? Ché, pur
rimanendo in casa, mi circondava un gradito godimento, quando vedevo
il lavoro dei miei allievi, lo zelo di quelli che facevan domande, la
sollecitudine di coloro che discutevano. Cosí si formano le menti
pronte ad estendere il sapere; gli intelletti che si acuiscono agli
studi matematici; coloro che ricercano coi metodi della logica il
vero, e coloro che dirigono la mente mediante le divine scritture alla
pietà, che è il frutto supremo dí tutte le altre fatiche, Tale era il
coro della mia casa.
Solo chi era maestro nato, come Fozio, poteva scrivere queste parole.
Del suo amore allo studio, della sua passione per i libri e per
l'insegnamento, insomma della sua attività « umanistica » anteriore
all'ascesa al patriarcato sono importantissimi monumenti il Lessico e
la cosiddetta Biblioteca.
Del primo diremo soltanto che è un'opera dí consultazione, compilata
dall'autore forse per gli usi della scuola, nei primi tempi del suo
insegnamento: è un'opera lessicale ordinata alfabeticamente e
destinata a facilitare la lettuta degli autori antichi, dando la
spiegazione delle parole e delle locuzioni che non erano più comprese
ai tempi di Fozio. La spiegazione è basata sulle fonti che l'autore
adoperò, fonti che in genere non erano gli autori stessi, ma
probabilmente lessici e glossari atticistici più antichi. Del resto,
della sua conoscenza di più antichi lessicografi, Fozio dà
testimonianza nei codici 145-158 della Biblioteca, in cui esamina un
folto gruppo di opere di tal genere, ora per la maggior parte perdute.
A quanto trae dalle fonti lessicali egli aggiunge i frutti delle sue
personali letture, specialmente di oratori e di altri prosatori, tra
cui un posto d'onore hanno gli storici. Il Lessico è quindi opera di
grande importanza non soltanto in sé e per sé, ma perché ci dà i
frutti dell'attività filologica ed esegetica di più antichi
grammatici: riprende una tradizione ellenistica e tardo-antica.
Ma l'opera a cui è particolarmente legato il nome di Fozio come «
umanista » è la cosiddetta Biblioteca o Myriobiblos. Più che una
storia letteraria, la Biblioteca è una lunga serie di capitoli
indipendenti, contenenti notizie ed estratti di opere lette
dall'autore, messi insieme senza nessun apparente ordine prestabilito:
una specie di catalogo di codici o di notiziario bibliografico
ragionato. I capitoli, che raggiungono il numero di 279 e vengono
tradizionalmente chiamati « codices », sono ciascuno a sé stante e
riguardano opere religiose e profane appartenenti a tutti i generi in
prosa dall'età di Erodoto (cod. 60) a quella di Niceforo,
patriarca di Costantinopolí dall'806 all'815 (cod. 66). L'estensione
di ciascun « codice » è varia: talvolta vien dato poco piú dei nome
dell'autore e del titolo dell'opera; talvolta invece viene fatta
un'ampia analisi con un preciso sommario del contenuto e con un
notevole numero di estratti; tal altra ancora, si danno anche dati
biografici dell'autore e giudizi sul valore dell'opera, generalmente,
dal punto di vista formale; alcuni codici, infine, sono costituiti da
una lunga serie d'estratti raccordati da un riassunto.
Per farsi un'idea dell'estrema varierà di ampiezza che hanno i codici,
basti dire che in quasi egual numero di pagine il primo volume
dell'edizione Henry comprende i codici 1-83; il secondo, i codici
84-185; il terzo, i codici 186-222; il quarto i codici 223-229 (sette
in tutto! ): il quinto, i codici 230-241; il sesto, i codici 241-245
(solo quattro!); il settimo, i cod.. 246-256.
Nella successione dei codici non esiste nessun preordinato sistema:
scrittori profani e cristiani stanno l'uno accanto all'altro e non v'è
alcun rispetto per la cronologia; un gran numero di autori appaiono in
codici diversi e distanti: qualche esempio: l'oratore Eschine trova
posto nei codici 61 e 264; Isocrate occupa i codici 159, 260;
Eilostrato, i codici 44 e 241, e cosi via; mentre tra i cristiani,
Teodoro di Mopsuestia è diviso nei codici 4, 38, 81, 177; Giovanni
Filopono trova posto nei codici 21, 55, 75, 215; e la stessa opera di
lui (Sull'Hexahemeron) è trattata due volte, nel codice 43 (sette
righe e mezza) e nel 240 (4 pagine); Ippolito è esaminato nei codici
121 e 202. Ma vi sono anche codici che sono raggruppati per affinità
di argomento; per esempio: i codici 15-20 e 52-54 riguardano atti di
concili; i codici 27-31 e 40-42, storie ecclesiastiche; i codici
33-35. 57-58, 62-72, 76-80, 82-84, 91-93, 97-99, storici; i codici
120-123, scritti antiereticali; i codici 145-158, lessici; i codici
186-190, mitografi e paradossografi; i codici 216-221, medici; i
codici 259-268, le vite dei dieci oratori del canone alessandrino,
ecc. Quanto poi alla proporzione tra testi ecclesiastici e testi
profani, è da notare che dei 279 codici, 157 riguardano autori
cristiani e 122 scrittori profani; v'è quindi una preponderanza di
codici dedicati a scritti religiosi.
Tra gli scritti cristiano-teologici sono rappresentati tutti i generi
in prosa: eccezionalmente trovano posto opere in versi, come le
metafrasi bibliche in esametri dell'imperatrice Eudocia, moglie di
Teodosio II (codd. 183-184), e viene ricordato, in fondo al codice
168, il martirio, anch'esso in versi, della protomartire Tecla, di
Basilio di Seleucia. Abbiamo già ricordato gli atti dei concili e le
storie ecclesiastiche; queste ultime sono presentate nei gruppi di
codici: 27 (Eusebio di Cesarea), 28 (Socrate), 29 (Evagrio
Scolastico), 30 (Sozomeno), 31 (Teodoreto) con brevi notizie, mentre
una trattazione un po' più ampia hanno l'ariano Filostorgio (40), il
nestoriano Giovanni di Egea (41) e il monofisita Basilio di Cilicia
(42). Raggruppati sono anche Sesto Giulio Africano (34) e Filippo di
Side (35), le cui opere cominciavano dalla cosmogonia e giungevano
alla loro età. È da menzionare la larga presenza di agiografia,
letteratura encomiastica (tra cui l'eusebiana Vita Constantini, cod.
127), « martyria ». Tra gli scritti dottrinali dei primi secoli
cristiani, sono presenti le epistole pseudo-Clementine, Giustino,
Ireneo, Ippolito, Clemente di Alessandria, Origene, Panfilo ed
Eusebio, Metodici d'Olimpo, Apollinario. Larghissimamente è
rappresentato il periodo aureo della patristica con Eusebio, Atanasio,
Basilio il Grande, Gregorio di Nissa, Cirillo di Alessandria, Giovanni
Crisostomo, Sinesio di Cirene, Teodoreto di Ciro; ma anche gli eretici
Eunomio, Teodoro di Mopsuestia e molti altri. Degli scrittori dei
secoli VI e VII v'è anche una notevole rappresentanza: Giovanni
Filopono, Ephraem di Antiochia, Massimo Confessore, Giovanni Mosco,
Procopio di Caza, Sofronio patriarca di Gerusalemme ecc.
Subito dopo la storiografia, interessano prevalentemente Fozio
eloquenza e retorica.
E' probabile che questo interesse, oltre che dal gusto bizantino per
la retorica, fosse alimentato in Fozio da esigenze professionali.
Attraverso lo studio della retorica e dell'eloquenza classica si
formavano i funzionari della burocrazia imperiale, alla cui
preparazione era soprattutto destinata l'Università di Costantinopoli,
dove Fozio svolse per alcuni anni il suo magistero. Egli stesso poi fu
chiamato a presiedere la cancelleria imperiale e più tardi le sue
omelie patriarcali risentiranno dell'amoroso studio degli oratori
antichi.
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