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Umanesimo

(Archivio - personaggi in ordine cronologico.)

Umanesimo (raro umanismo): sostantivo maschile [derivato di umano, in parallelismo con umanista, probabilmente per influenza del tedesco Humanismus].

Periodo storico le cui origini, secondo una prospettiva più ampia e prevalente, sono rintracciate dopo la metà del secolo XIV, e culminato nel XV: tale periodo si caratterizza per un più ricco e più consapevole fiorire degli studi sulle lingue e letterature classiche, considerate come strumento di elevazione spirituale per l'uomo e perciò chiamati, secondo un'espressione ciceroniana, studia humanitatis.

Con significato più ristretto, il termine è usato, con opportune qualificazioni, per indicare determinati aspetti e manifestazioni di quel periodo letterario; così, si parla di "umanesimo filologico" per distinguere, nei secoli XIV-XV, l'attività degli umanisti intesa al recupero, allo studio, alla pubblicazione dei testi classici, dall'attività di quegli stessi umanisti e di altri letterati tesa più generalmente alla creazione letteraria e filosofica, all'elaborazione d'una nuova civiltà. Si parla poi di "umanesimo volgare" in relazione allo sbocco storico dell'umanesimo, quando, nella seconda metà del secolo XV, gli ideali letterari di scrittura armoniosa e ornata, inserita rigorosamente nella tradizione, sono trasferiti in Italia alle opere letterarie in volgare. Per analogia, si parla talvolta di "umanesimo carolingio", per indicare il rinnovamento degli studi detto anche "rinascita carolina"; e di "umanesimo bizantino" con riferimento al quarto periodo (secoli XII-XV) della letteratura bizantina, caratterizzato da un rifiorire del classicismo (massimo rappresentante di questo periodo fu Niceforo Gregora).

Il termine è usato per caratterizzare ogni orientamento che riprenda il senso e i valori affermatisi nella cultura umanistica: dall'amore per gli studi classici e per le humanae litterae alla concezione dell'uomo e della sua "dignità" quale autore della propria storia, punto di riferimento costante e centrale della riflessione filosofica. Si può quindi parlare di "umanesimo del Settecento", "umanesimo di Pascoli", "umanesimo politico" ecc. Concepito l'umanesimo nella sua più ampia accezione, fuori da un diretto rapporto con l'età storica per la quale il termine è stato primariamente usato, si può parlare di umanesimo anche per autori e orientamenti culturali dell'antichità classica sia per il nesso in essa posto tra humanitas, humanae litterae e paideia (educazione dell'uomo), sia per l'impostazione antropocentrica della riflessione filosofica: quindi si usa dire "umanesimo di Socrate", "umanesimo di Cicerone" ecc. Si è anche insistito su un "umanesimo scientifico", per sottolineare l'importanza essenziale delle scienze nella formazione della cultura e dei modi di vita dell'uomo moderno.

- L'Umanesimo rinascimentale

Il termine italiano Umanesimo pare ricalcato sul tedesco Humanismus, nell'accezione di privilegio riconosciuto agli studi classici (studia humanitatis) per l'educazione dell'uomo. In Germania la parola fu introdotta in questo senso, sembra, nel 1808, da Niethammer, grande amico di Hegel e riformatore dell'istruzione in Baviera, nel suo piano di studi intitolato Der Streit des Philanthropinismus und Humanismus in der Theorie des Erziehungs unterrichts unserer Zeit. Niethammer contrapponeva nel suo scritto la formazione classica come Philanthropinismus e Humanismus alla barbarie come Animalismus e Vandalismus. Con valore periodizzante, per indicare, nel Rinascimento, l'epoca specifica della ricerca e della scoperta del mondo antico e più in particolare il ritrovamento e l'imitazione degli antichi soprattutto in sede letteraria, il termine fu ripreso qualche decennio più tardi, nel 1859, già nella prima stesura del libro di Georg Voigt, Die Wiederbelebung des classischen Alterthums, oder das erste Jahrhundert des Humanismus, la cui seconda edizione ampliata (1880-81), tradotta in italiano da Valbusa (Il Risorgimento dell'antichità classica ovvero il primo secolo dell'umanismo, 1888-90), rese familiare non solo la parola, ma il concetto che l'Umanesimo come fatto letterario ed erudito, ossia come scoperta degli scrittori greco-romani, dovesse considerarsi il momento iniziale, e la causa, del Rinascimento (inteso con Michelet e Burckhardt come scoperta del mondo e dell'uomo).

Ben presto, tuttavia, con l'approfondimento e la critica delle impostazioni storiografiche dell'Ottocento, il termine Umanesimo è divenuto sempre più elastico ed equivoco. Inteso genericamente come presenza dei classici e metodo educativo ispirato alla paideia antica (Aulo Gellio, Noctes Atticae XIII, 17, aveva mostrato la corrispondenza di humanitas con paideia), non fu difficile ritrovare più di un Umanesimo medievale, dall'ordinamento delle scuole di Alcuino nell'età carolingia, al fiorire di interessi umanistici nel secolo XII, specialmente con la scuola di Chartres e con Giovanni di Salisbury. Anche nei cosiddetti secoli bui e barbari, infatti, si leggevano Virgilio, Ovidio, Cicerone e Seneca; l'antichità fu sempre presente nel Medioevo, compresi gli dèi pagani, la mitologia e tutte le favole antiche, sia pure in varie metamorfosi e travestimenti (Seznec, La survivance des dieux antiques, Londra 1940, e, rinnovato, in inglese, 1953). Né è mancato chi, come Gilson (Humanisme médiéval et Renaissance, in Les idées et les lettres, Parigi 1932, pp. 171-196), ha rifiutato la riduzione dell'Umanesimo a puro fatto letterario. In tal modo l'Umanesimo, in quanto concezione filosofica volta a rivendicare il valore dell'uomo sulla base delle posizioni metafisiche ed etico-politiche della Grecia classica, trova il suo coronamento proprio nel cristianesimo, pervade la patristica e viene a trionfare nel secolo XIII con la ripresa di Aristotele e le nuove traduzioni dal greco. Perciò umanisti sarebbero stati Tommaso d'Aquino (Jaeger, Humanism and Theology, 1943), Dante (Renaudet, Dante humaniste, 1952), umanesimo la scolastica.

La cosiddetta "rivolta dei medievalisti" (Ferguson, The Renaissance in historical thought, 1948, pp. 329-385), più ancora che la continuità, ha sottolineato una specie di Umanesimo eterno, variamente scandito secondo i rapporti stabiliti con la tradizione classica. L'antitesi con la scolastica non sussisterebbe in alcun modo: i temi tradizionalmente attribuiti all'Umanesimo (scoperta dell'uomo e della natura, dignità dell'uomo) si troverebbero già tutti nel Medioevo; la scienza e il pensiero moderno si ricollegherebbero solo al Medioevo saltando l'Umanesimo e il Rinascimento, inconsistenti sul piano teoretico, mentre, viceversa, sotto il profilo filosofico, l'Umanesimo sarebbe pervaso da elementi della scolastica (Kristeller) di cui proseguirebbe non solo l'aristotelismo, ma anche la tradizione platonica (Klibansky, The continuity of the platonic tradition during the Middle Ages, 1939). Contemporaneamente allo spostamento dell'Umanesimo dal piano letterario a quello filosofico, e alla sua conseguente dilatazione, da più parti si è insistito sul carattere meramente retorico dell'Umanesimo, anche se di una retorica ricca di temi e variamente interpretata, dalle opere di Toffanin fino a Rhetoric and philosophy in Renaissance Humanism (1968) di Jerrold E. Seigel. Altri, invece, come Kristeller, hanno sottolineato come gli studia humanitatis indicassero le arti sermocinali, ossia lo studio linguistico e l'esegesi letteraria dei testi antichi, cosa ben diversa, anche sul piano dell'ordinamento degli studi, dalla filosofia naturale e dalla teologia. Proprio di qui, anzi, l'esigenza di dissipare sul piano storiografico gli equivoci provocati da posizioni filosofiche contemporanee, umanistiche perché rigorosamente immanentistiche, ricollocando in più esatta prospettiva la problematica dell'Umanesimo rinascimentale, facendo giustizia della stessa tendenza, già ottocentesca, a sopravvalutare spinte eretiche o, in genere, di critica religiosa (l'Umanesimo pagano di von Pastor; l'Umanesimo antiscolastico e antichiesastico della storiografia italiana di matrice risorgimentale e di orientamento idealistico, da Gentile a Saitta). Non è mancato peraltro chi, riconoscendo la necessità di un uso preciso e differenziato del termine in sede storica, ha insistito altresì sulla complessità dei caratteri distintivi dell'Umanesimo rinascimentale. Lungo il Trecento, e già con Petrarca, non varia solo il numero dei classici noti (opere oltre che latine, greche, e poi ebraiche e orientali in genere), né l'estensione dei campi (arti figurative, architettura, urbanistica, tecniche e scienze); varia il tipo del rapporto in cui ci si pone con l'antico, con i classici (che possono essere anche Dante o Petrarca); varia la funzione che si assegna al recupero e alla lettura; varia il modo di intendere l'imitazione. Questo Umanesimo, insomma, non è da intendersi come il momento iniziale che determina il Rinascimento; esso, piuttosto, si colloca in una globale "metamorfosi" (Panofsky) che è assai più di un cambiamento di stati d'animo. Il fatto stesso che questo Umanesimo investa sempre più a fondo le arti, le scienze e il costume dimostra che trascende di molto i confini di una riforma dell'ars dictandi, a cui qualcuno ha cercato di ricondurlo, almeno agli inizi, per presentarsi come una concezione generale, e originale, della realtà e della vita, anche se, nelle sue radici, resta collegato alla trasformazione, e alla crisi, delle città italiane, che negli ideali della polis credono di trovare un modello (onde il concetto dell'Umanesimo civile svolto da Baron specialmente in The crisis of the Early Italian Renaissance, 1955; ma non si dovranno dimenticare certi spunti sociologici di Alfred von Martin, nella sua Soziologie der Renaissance del 1932).

Proprio per questo l'Umanesimo rinascimentale non può ridursi a un fatto grammaticale e retorico, o all'esegesi dei testi latini e greci, o a una tentata restaurazione del latino ciceroniano contro il volgare (il che, fra l'altro, non è confermato dalla documentazione). Sarà invece lecito parlare di un Umanesimo volgare, quale l'Umanesimo attivo di Machiavelli, di cui parlava Olschki nel suo Machiavelli the scientist del 1943; e così pure di un Umanesimo pittorico, architettonico, filosofico: manifestazioni, tutte, del rinnovamento della cultura rinascimentale. Del resto, che l'Umanesimo rinascimentale non possa ridursi ai concetti generici di senso dei valori umani, di individualismo e laicismo, e neppure confondersi con i preumanismi o i protoumanismi, ma consapevolmente si configuri assai presto "come uno specifico ideale culturale ed educativo" (Panofsky, Renaissance and Renascences in western art, 1960) risulta già a proposito del termine che lo designa, e per il quale, non a caso, conviene qui osservare qualcosa di analogo a quanto è stato rilevato a proposito di Rinascimento e Rinascita. Se è vero che la parola, infatti, non compare fino al secolo XV nella forma attuale, molto presto si incontrano espressioni che attestano la consapevolezza di programmi e di ideali precisi. Non è vero, cioè, quello che ebbe a dire ancora nel 1943 Jaeger, che si tratta di "un nome foggiato dagli storici ottocenteschi che studiarono gli umanisti del XV e XVI secolo". Campana nel 1946, Kristeller nel 1950, e altri variamente, hanno documentato l'origine, l'uso e la diffusione del termine humanista già fra Quattrocento e Cinquecento. I maestri di "umanità" si danno un nome parallelo ai maestri di diritto, delle arti, e così via, dimostrando una presa di coscienza della dignità propria e delle discipline che insegnano. Le dispute sulla dignità delle arti, fitte nella produzione "umanistica" soprattutto dei primi tempi, e impegnate in genere a rivendicare l'importanza delle arti del discorso, e più in generale di quelle che diremmo le scienze morali, mirano a sottolineare il significato, non solo della retorica e della dialettica, ma della morale e della politica, nonché della poesia. Significativamente insistono su un argomento che Galileo farà suo: la dignità di una disciplina non deriva dalla nobiltà del suo oggetto (la teologia da Dio), bensì dal rigore dei suoi procedimenti e dal grado di certezza che raggiunge. È chiaro che si delinea così un nuovo modo di concepire il sapere, che porterà, alla fine, a collocare non solo la matematica e la logica, ma anche la poesia e le arti, ben al di sopra della metafisica e della teologia. Ed è per questo che, già alla fine del secolo XV, troviamo l'orgogliosa affermazione secondo la quale l'umanista è homo universale più del filosofo.

Come si vede, anche sotto questo profilo, l'Umanesimo, lungi dall'esserne l'avvio filologico, si innesta sul moto della Rinascita, di cui alimenta e caratterizza i valori ideali. La polemica, la prima di molte, di Albertino Mussato con fra Giovannino da Mantova, che nel primo Trecento pone a confronto poesia e teologia, di pagani e di cristiani, indica in realtà significativamente la priorità di orientamenti generali e di ideologie rispetto al recupero e allo studio dei testi, ossia all'Umanesimo filologico in senso proprio. Il quale, germinato nel secolo XIV nel Nord, fra Padova, Verona e Vicenza, e in Toscana fra Arezzo e Firenze, esprimerà in Petrarca, esemplarmente, il suo nucleo ispiratore centrale: e cioè la consapevolezza che il nostro rapporto col mondo, uomini, cose, eventi, idee, passa attraverso una somma di esperienze umane che ci sostanzia, è mediato da altri. L'Umanesimo rinascimentale è in questa scoperta: che la natura dell'uomo è cultura. Scoperta non di un giorno, ma lenta e progressiva: attraverso la storicizzazione degli antichi (la scoperta dei codici, lo studio dei monumenti, l'analisi della lingua), la loro imitazione, il confronto con i moderni, la difesa dei moderni, il ritorno alla natura e alla realtà. È l'Umanesimo dai forti umori letterari che insegue i codici latini nei monasteri del Nord, fra i concili di Costanza e Basilea (dopo Petrarca, Boccaccio e Salutati, Bracciolini, Niccoli, Bruni, Traversari e molti altri); è l'Umanesimo filologico che si alimenta del pensiero greco e della cognizione del greco, e che rigorizza la conoscenza critica dell'antico, mentre la filologia tende a una posizione egemonica fra le discipline umane, quasi assorbendole in sé (da Lorenzo Valla a Agnolo Poliziano, a Erasmo da Rotterdam). È l'Umanesimo civile dei cancellieri, ed è l'Umanesimo pedagogico dei fondatori di scuole (i Barzizza, Vittorino da Feltre, i Guarini) e dei trattatisti (da Vergerio, Barbaro, Vegio a Erasmo, a Montaigne), che vogliono spiegare come le humanae litterae costruiscano l'uomo, e le arti liberali lo facciano libero: come l'imitazione del modello "umano" (Bruni) determini una elaborazione originale e autonoma di sé a sé. È l'Umanesimo di Brunelleschi, e poi da Alberti a Palladio (Wittkower, Architectural principles in the age of Humanism, 1962); è l'Umanesimo dei pittori e degli scultori i quali, dallo studio delle "anticaglie" e dei trattati classici, cercano di esprimere meglio se stessi, la realtà e la natura. È l'Umanesimo filosofico che è costretto a elaborare una teoria dell'uomo, e non solo della dignitas hominis (da Manetti a Giovanni Pico della Mirandola, a Charles Bouillé), ma della sua costituzione, del suo posto nel cosmo, del suo rapporto con Dio (Cusano, Ficino, Vives), del suo destino e della sua funzione nella società. È l'Umanesimo di Montaigne che si fruga dentro ("je suis moy-mesme la matière de mon livre") e trova sempre gli altri e le voci degli antichi, che gli danno il senso della storia e della vanità della storia, della cultura e della sua varietà e fragilità, finché impara a vedere e ad apprezzare anche i cannibali, con i loro riti e la loro virtù, la loro natura che è anch'essa una cultura (Essais I, 31). Con questo non si è affatto dilatato di nuovo l'Umanesimo rinascimentale fino a svuotarlo di senso; si è, invece, mostrata una cosa tutta diversa, e cioè che l'Umanesimo, ossia il senso della umanità della cultura e della storia conquistato dal confronto con le opere del passato, in tutta la loro varietà e i loro contrasti, in tutte le loro lacerazioni e i loro drammi, è un punto di partenza universale per un accesso razionalmente critico alla realtà intera. La dialettica natura-cultura che emerge dall'analisi del rapporto fra individuo e cosmo, fra macrocosmo e microcosmo, mostra nell'Umanesimo la inscindibilità dei due termini, rivelandone insieme la tensione e il rischio ricorrente di privilegiare l'uno a danno dell'altro.

Questo è stato il destino dell'idealismo, che dall'Umanesimo rinascimentale ha tratto origine, e delle conseguenti interpretazioni idealistiche di tanta moderna storiografia; così come è stato anche il destino del naturalismo, che pure ne è scaturito, e che ne ha alimentato altrettante visioni storiche. Lungo l'arco del suo sviluppo, e nei toni che assunse nei vari luoghi e tempi, l'Umanesimo rinascimentale si tinse di colori diversi. Già in Italia, alle origini, dove a Firenze e in Toscana fu diverso dal Veneto, da Bologna, dalla Lombardia, da Napoli. E fu diverso negli accenti in Erasmo, in Moro, in Montaigne, nella Germania agitata dalla Riforma. Così come si ridusse tanto spesso a Umanesimo retorico fra il cadere del Cinquecento e il Seicento, pur conservando ancora tanta forza nelle istituzioni scolastiche e nelle discussioni retoriche, e non solo retoriche, dell'Europa moderna. La sua ispirazione, la sua influenza culturale, i suoi temi, avrebbero raggiunto in più campi, secondo la tesi di Cantimori e di Denis Hay, il secolo XVIII.

- L'Umanesimo filologico

Intorno alla metà del secolo XIV, e per impulso soprattutto di Petrarca, gli studi classici assumono un carattere nuovo, il cui aspetto più appariscente, ma non certo unico, è la ricerca, nelle biblioteche chiesastiche e poi monastiche, dei codici antichi: cioè l'esigenza di non accontentarsi di quella parte della letteratura latina che era giunta sino ad allora per tradizione scolastica e culturale ininterrotta, ma di recuperare anche la parte di essa che era caduta nell'oblio. Insieme, si cercherà di restituire anche le testimonianze della grecità che, fatta eccezione per l'Italia meridionale, erano state sino allora dovunque trascurate. Si accompagna a questa ricerca lo sforzo di sostituire alla lingua latina, più o meno profondamente corrotta durante il Medioevo, la lingua dei classici, cioè il recupero della latinità (in particolare quella virgiliana e ciceroniana) anche come strumento linguistico: il latino così diventa, proprio quando i vari volgari avevano prodotto capolavori, la lingua letteraria per eccellenza. Nel costituire la sua ricca biblioteca, soprattutto durante la permanenza ad Avignone, punto d'incontro di varie correnti culturali, Petrarca esercitò un'azione decisiva nella storia testuale dei classici, sia scoprendo nuovi testi, sia (è il caso dell'opera di Livio) riunendo in un unico corpo le sparse membra della tradizione manoscritta. Risale al 1333 la scoperta di due orazioni ciceroniane. A lui stesso e al suo amico Boccaccio si deve poi il recupero di altre opere, sia attraverso una vera e propria scoperta, sia attraverso un'immissione nel circuito generale della cultura di opere sino allora conosciute da ristrette cerchie locali: così al primo dei due si deve il recupero delle epistole Ad Atticum e d'un testo mutilo delle Institutiones quintilianee; all'altro le riconquiste, integrali o parziali, o la rivalutazione critica di testi di Varrone, Marziale, Apuleio, Seneca, Ovidio, e soprattutto di Tacito. Seguì nel 1392, per opera di Salutati, la riscoperta delle epistole ciceroniane Ad familiares; poi la grande fiammata del primo Quattrocento: il solo Bracciolini scoprì opere come le Selve di Stazio, le Puniche di Silio Italico, il De rerum natura di Lucrezio, altre orazioni ciceroniane ecc. Si può dire che tutto o quasi il patrimonio attuale di autori latini è stato scoperto o rimesso in circolazione nel Quattrocento.

Anche l'Umanesimo greco, almeno come desiderio di avvicinarsi alla grecità, se non come effettivo possesso della lingua, comincia da Petrarca e da Boccaccio, il quale ultimo ospitò a Firenze nel 1360-62 il calabrese Leonzio Pilato e lo fece nominare lettore di greco allo Studio: da lui i due amici ebbero facilmente la traduzione latina dei poemi omerici, dalla quale gli studi greci in Occidente hanno il loro effettivo inizio. Poco dopo (1397) Crisolora comincia a Firenze il suo insegnamento più tecnicamente umanistico: finché, come conseguenza anche dell'afflusso di dotti greci (Pletone, il Bessarione) in occasione del Concilio di Ferrara-Firenze (1438-39) e per effetto della caduta di Costantinopoli in mano ai Turchi (1453: Argiropulo, Calcondila, Lascaris), l'Umanesimo greco raggiunge la sua piena fioritura. Intanto, gli umanisti affinano il loro latino, creando ex novo una grammatica e una stilistica della lingua (Elegantiae latinae linguae di Valla, 1444) e sviluppano la grande filologia umanistica della quale era già stato iniziatore Petrarca. I testi da sempre conosciuti e quelli ora ritrovati sono corretti, interpretati, commentati dal punto di vista linguistico, storico, archeologico; i dati offerti dall'uno sono paragonati a quelli degli altri: s'instaura così, al posto della semplice ricezione medievale, una lettura critica ad alto livello, nella quale consiste la più importante novità dell'Umanesimo.

In Italia continua nel primo Cinquecento la ricerca erudita sull'antichità, ma con minore libertà e inventività critica, mentre si sviluppano le raccolte archeologico-antiquarie; la grande filologia riprende nel secondo Cinquecento (Vettori, Manuzio, Orsini, Panvinio, Sigonio). Alla fine del secolo, il primato filologico passa a Francesi, Olandesi, Tedeschi, Inglesi; ma ormai si tratta di attività filologica nel senso moderno, che esclude cioè quei fini di costruzione integrale dell'uomo, che furono propri dell'Umanesimo. Continuò invece, giungendo ai suoi più alti fastigi, l'Umanesimo volgare.

- L'Umanesimo volgare

Essendo l'educazione dell'uomo la meta finale dell'Umanesimo, era naturale che presto o tardi, svanita l'antistorica speranza di una resurrezione pura e semplice della lingua latina, ci si accorgesse che essa non poteva essere raggiunta se non attraverso l'adozione della lingua da tutti parlata; era naturale dunque che l'Umanesimo latino volgesse verso l'"Umanesimo volgare". Ciò avviene in Italia nella seconda metà del Quattrocento, dopo un secolo che è stato giustamente definito "senza poesia". Ma occorreva che il volgare assumesse la nobiltà del latino, entrando in gara con esso: occorreva cioè che il suo uso fosse sottratto all'arbitrio di ogni scrivente, e sottoposto a regole fisse; nobiltà significa essenzialmente regolarità. Questa gara, a cui già Dante accenna non senza contraddizioni, diventa aperta e consapevole in Petrarca e in Boccaccio, i quali intendono fare in volgare opere in tutto degne dell'antico; giunge poi a piena maturazione nel secondo Quattrocento, accompagnando o causando il risorgere della poesia (Poliziano, Boiardo, Sannazzaro); riceve infine nel primo Cinquecento da Bembo la sua sistemazione nella teoria e nel concreto campo grammaticale e stilistico.

Lorenzo de Medici