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Alla foce dell'Hudson, coloni olandesi fondarono Nieuw Amsterdam (1624),
conquistata dagli inglesi nel 1664 e ribattezzata New York. I francesi avevano
nel frattempo installato alla foce e lungo il corso del Mississippi una serie di
empori commerciali e stabilito fiorenti rapporti commerciali con gli indigeni
senza stabilire una effettiva colonizzazione. Il territorio, dal 1682 colonia
della Louisiana, sotto la loro influenza si collegava, attraverso la regione dei
Grandi Laghi, alle colonie del Canada. Coloni quaccheri occuparono poi la
Pennsylvania, mentre nel 1732 venne completata la conquista della fascia
costiera meridionale, per fronteggiare gli spagnoli insediati in Florida, con
l'occupazione della Georgia. La situazione giuridica delle colonie britanniche
era molto differenziata: alcune erano proprietà diretta della corona, altre
proprietà private, altre ancora avevano ordinamenti autonomi garantiti dal re.
In ogni caso alla metà del sec. XVIII erano stanziati stabilmente nell'area ca
1,5 milioni di coloni che affiancarono l'esercito britannico nella guerra dei
Sette anni (1756-63) per arrestare la penetrazione commerciale e politica della
Francia.
Nel 1765 le colonie, nel frattempo salite a 13 (con l'aggiunta di New
Hampshire, Connecticut, New Jersey, New York, Delaware), entrarono in conflitto
con la madrepatria, che ne impediva lo sviluppo autonomo. Alle imposizioni
fiscali risposero rivendicando l'autonomia: nel 1775 il secondo congresso dei
rappresentanti delle colonie decise di formare un proprio esercito, il cui
comando fu affidato al virginiano G. Washington, aprendo così la guerra
d'indipendenza americana. Il 4.7.1776 il congresso votò la Dichiarazione di
indipendenza e le 13 colonie costituirono formalmente gli Stati Uniti d'America.
Con l'aiuto determinante della Francia la guerra, che si protrasse per otto anni,
si risolse con il riconoscimento del nuovo stato indipendente (1783). Nel 1787
la convenzione di Filadelfia approvò la costituzione che, con vari emendamenti,
è ancora in vigore: essa prevedeva la formazione di un governo federale,
competente sulle questioni di interesse comune, e di governi dei singoli stati
per la gestione degli interessi locali. G. Washington fu nominato presidente,
mentre si formarono due partiti: federalista e repubblicano (Partito democratico
e Partito repubblicano statunitense). Nel 1791 venne approvato il Bill of
Rights, dieci emendamenti costituzionali che sancivano i diritti e le libertà
dell'individuo; venne però mantenuta la schiavitù dei neri (ca 700000), mentre
gli indiani, considerati stranieri, furono esclusi dalla nazione americana.
Nel
1801 il terzo presidente degli USA, T. Jefferson, inaugurò la nuova capitale
federale, a cui fu dato il nome del generale Washington, artefice del processo
indipendentistico. Nel frattempo si era verificata l'adesione di nuovi stati:
Vermont nel 1791, Kentucky nel 1792, Tennessee nel 1796, Ohio nel 1803, anno in
cui fu anche acquistata dalla Francia la Louisiana, che divenne stato federale
nel 1812. Dopo una nuova guerra con la Gran Bretagna (1812-16), il processo
espansionistico degli USA riprese, prima con l'acquisto della Florida (1819),
approfittando della crisi spagnola, poi con la formulazione del principio `l'America
agli americani' (o dottrina Monroe, dal nome del presidente che la enunciò), in
virtù del quale le potenze europee vennero diffidate dall'intervenire nelle
questioni del continente americano. Sotto la presidenza di Monroe cominciò anche
il processo di espansione verso O, ai danni delle tribù indiane,
progressivamente respinte. Furono costituiti e aderirono all'Unione in quegli
anni Indiana (1816), Mississippi (1817), Illinois (1818), Alabama (1819),
Missouri (1821), Arkansas (1836), Michigan (1837) e Texas (1845). Al termine
della guerra col Messico (1846-48) il trattato di Guadalupe Hidalgo assegnò agli
USA le regioni del SO, che più tardi entrarono a far parte dell'Unione. Anche
Iowa (1846), Wisconsin (1848), Minnesota (1858), California (1850), Oregon
(1859) e Kansas (1861) confluirono nell'Unione.
L'avanzata dei pionieri verso gli stati dell'ovest (Far West) fu incentivata
anche da provvedimenti governativi quali l'Homestead Act, disposizione che
assegnava a ogni capofamiglia 160 acri di terra da coltivare: tale
colonizzazione determinò frequenti conflitti con le popolazioni indigene (guerre
indiane).
Fra il 1843 e il 1860 più di 50.000 persone percorsero, a piedi e con i carri
tirati da buoi, le 2.000 miglia (3.200 km) dell'Oregon trail, la pista lungo la
quale si sviluppò la conquista del West.
Un tratto, oggi conservato e meta turistica, dell'Oregon trail lungo il quale si
sviluppò la colonizzazione e conquista dell'estremo west, mito fondante
l'identità americana.
Fra i cespugli di salvia selvatica sono ancora visibili, più di un secolo e
mezzo dopo, le tracce lasciate da migliaia di carri che hanno attraversato la
prateria in marcia vero Ovest.
Nel frattempo, con la definizione del confine tra Canada e USA al 49°
parallelo (1846) e l'acquisto dell'Alaska dalla Russia (1867), gli USA assunsero
le dimensioni attuali. Il differente modello di sviluppo perseguito dagli stati
del nord, industriali, e degli stati del sud, fondati sull'agricoltura di
piantagione che richiedeva abbondante manodopera di schiavi, fece maturare le
condizioni per una grave crisi che sfociò, dopo l'elezione di A. Lincoln alla
presidenza (1860) in una violenta guerra civile (guerra di secessione). La
vittoria degli stati del nord comportò anche l'approvazione di emendamenti
costituzionali che liberarono i neri dalla schiavitù e garantirono loro il
diritto di voto. Ma l'esito del conflitto incentivò soprattutto le tendenze
industrialiste proprie degli stati del nord e relegò per alcuni anni l'economia
meridionale in condizioni di marginalità. Gli stati del sud risposero alle
innovazioni sociali applicando la segregazione nei confronti dei neri.
Dopo la
guerra di secessione, lo sviluppo dell'industria estrattiva, metallurgica,
meccanica, tessile e alimentare negli stati del NE fu impetuoso, favorito dalla
disponibilità di ingenti capitali, dalla politica governativa, dall'abbondanza
di materie prime, dall'assenza di un'apprezzabile concorrenza straniera e
dall'abbondanza di manodopera, proveniente dall'Europa. L'enorme afflusso di
immigrati (a cavallo del secolo raggiunse il milione di unità annue) generò
fenomeni di rifiuto che indussero il congresso ad approvare misure restrittive,
volte a limitare l'immigrazione solo ai cosiddetti wasp (bianchi, anglosassoni,
protestanti).
La crescita economica determinò una tendenza espansionista e
imperialista che si manifestò nei confronti degli altri stati americani: in
occasione della guerra con la Spagna (1898) gli USA occuparono Puerto Rico,
Cuba, Guam e le Filippine, dove vennero installati governi asserviti agli
interessi statunitensi. Frequenti furono gli interventi militari nell'America
centrale (Messico, 1914) per favorire gli interessi delle grandi compagnie
statunitensi e fu sostenuta la secessione di Panamá (1903) dalla Colombia per
promuovere il taglio del canale.
Lo scoppio della 1a guerra mondiale fu
l'occasione per gli USA di assumere un ruolo da protagonista sulla scena
politica internazionale: entrati in guerra a fianco dell'intesa nel 1917, ebbero
un peso decisivo sulla sua rapida conclusione. Il presidente W. Wilson presentò
un piano (i quattordici punti, 1919), come fondamento di una pace stabile: esso
prevedeva la riduzione degli armamenti, il diritto di autodeterminazione dei
popoli e la creazione della Società delle nazioni. La conferenza di Parigi
costituì tale organismo, ma il congresso statunitense rifiutò di aderirvi,
segnando così un ritorno all'isolazionismo.
Il crollo della borsa di New York
(24.10.1929) segnò l'inizio della grande crisi economica e finanziaria, che
travagliò il paese per tre anni, estendendosi al resto del mondo. Il presidente
democratico F.D. Roosevelt ne realizzò il superamento attraverso una politica di
profonde e coraggiose riforme economiche e sociali (New Deal).
Roosevelt era ancora alla guida del paese allo scoppio della 2a guerra mondiale e, pur
mantenendo il paese fuori dalla guerra, dispose provvedimenti a sostegno dei
paesi in lotta contro le dittature (legge Affitti e prestiti). Dopo il
proditorio attacco aereo giapponese a Pearl Harbor (7.12.1941), il paese entrò
in guerra e l'intervento degli USA fu decisivo per le sorti del conflitto,
grazie all'enorme potenziale economico, industriale e militare che il paese mise
in campo contro le potenze dell'Asse. A Roosevelt succedette H.S. Truman (1944),
che concluse vittoriosamente la guerra.
La fine del conflitto segnò l'inizio
della cosiddetta guerra fredda tra USA e URSS: la necessità di contenere il
pericolo comunista fornì al governo statunitense la motivazione ideologica per
una serie di interventi militari in diversi paesi. A tale proposito vennero
create alleanze militari quali la NATO con i paesi europei, la SEATO nel Sud-Est
asiatico e l'ANZUS in Oceania. Dal 1950 al 1953 gli USA intervennero nella
guerra di Corea, conclusasi sotto la presidenza di D. Eisenhower, mentre
all'interno ogni aspirazione progressista venne stroncata per l'affermarsi del
maccartismo.
La presidenza di J.F. Kennedy, all'inizio degli anni '60, affrontò
con una forte carica riformista le questioni di politica interna (la `Nuova
frontiera', la battaglia per i diritti civili dei neri), e con estrema
determinazione i problemi internazionali (fallito sbarco alla Baia dei Porci e
crisi dei missili a Cuba, 1962) che portarono sull'orlo di un terzo conflitto
mondiale.
Dopo l'assassinio di Kennedy (1963) il presidente L.B. Johnson approfondì il
coinvolgimento degli USA nella guerra del Vietnam, che suscitò altre grandi
divisioni all'interno del paese e si concluse sotto la presidenza di R. Nixon,
con il ritiro delle truppe statunitensi. Prima di venir costretto a dimettersi,
nel 1974, per le conseguenze dello scandalo del Watergate, Nixon avviò relazioni
diplomatiche con la Cina, politica seguita anche dai successivi presidenti, il
repubblicano G. Ford e il democratico J. Carter. In quegli anni gli USA si
trovarono coinvolti a vario titolo nei principali avvenimenti generati
principalmente da stati di tensione in Medio Oriente (i ricorrenti conflitti tra
arabi e israeliani, con le conseguenti minacce di blocco delle esportazioni
petrolifere, la rivoluzione in Iran e l'occupazione sovietica dell'Afghanistan),
evitando però un confronto militare diretto.
Dopo l'elezione a presidente del
repubblicano R. Reagan (1981) iniziò un processo di rafforzamento militare
accompagnato da un serrato confronto con l'URSS, attraverso il sostegno alla
guerriglia islamica in Afghanistan, ai controrivoluzionari in Nicaragua,
l'abbattimento del regime filosocialista con l'invasione militare di Grenada
(1983), l'attacco aereo alla Libia (1986). In politica interna, Reagan promosse
una svolta economica in senso liberista che, se diede un vigoroso sviluppo
all'economia statunitense, peggiorò le condizioni di vita delle fasce più deboli
della popolazione.
Dopo l'avvio del processo di riforme in URSS promosso da M.
Gorbaciov si sviluppò un intenso dialogo tra i due paesi, che portò a
significativi accordi per la riduzione degli armamenti. G. Bush, subentrato alla
presidenza nel 1988, ha proseguito il dialogo con l'URSS, senza rinunciare a
prove di forza (invasione di Panamá, 1989; intervento a sostegno del Kuwait, sia
pure sotto l'egida dell'ONU, 1991). Sul piano economico la situazione del paese
è però andata peggiorando: la stessa politica liberista ha mostrato i suoi
limiti e non è riuscita ad attrezzare l'economia statunitense a rispondere alla
sfida commerciale della concorrenza internazionale (Europa e spec. il Giappone).
Le condizioni economiche di larghi strati della popolazione sono andate
peggiorando, sfociando anche in aperte ribellioni (Los Angeles, 1992).
L'elezione alla presidenza del democratico B. Clinton (1992) ha aperto una nuova
fase politica, orientata verso una maggiore attenzione agli effetti sociali
delle scelte economiche; il successo elettorale dei repubblicani, che
nell'autunno 1994 hanno conquistato la maggioranza alla camera e al senato, ha
ridimensionato la svolta politica.