La storia dell’Inghilterra ha inizio, nel 449, con l’invasione della Britannia da parte degli anglosassoni. Questi giunsero sulle coste occidentali dell’isola pochi anni dopo la fine della colonizzazione romana (409), spingendo i celti verso il Galles e la Cornovaglia. Gli anglosassoni diedero alle terre occupate il nome di Angle-land (“Terra degli angli”), divenuto successivamente England.

1. La “Terra degli angli”

Frammentarie informazioni sulla storia inglese tra il V e VI secolo si possono trarre dal De excidio et conquestu Britanniae, scritto nel VI secolo dal cronista Gildas, dalle vite dei santi, dai ritrovamenti archeologici, dallo studio dei toponimi e di opere poetiche. Verso la metà del V secolo, a imitazione dei romani, i capi militari britannici assoldarono mercenari germanici per difendere il paese dalle bellicose tribù del Nord. In seguito, i mercenari sassoni si ribellarono contro i britannici, dando avvio a un processo d’invasione e insediamento che nel VII secolo culminò con l’eliminazione della classe dominante locale e l’instaurazione di regni germanici in tutta l’isola. Gli invasori erano angli, sassoni, frisoni, iuti e franchi, popolazioni vincolate da tradizioni simili che assunsero nel tempo un’identità comune, prendendo il nome di anglosassoni.

Nel VII secolo i regni germanici comprendevano Northumbria, Bernicia, Deira, Lindsey, Mercia, Anglia Orientale, Essex, Wessex, Sussex e Kent. Erano regni turbolenti, ma tutte le società anglosassoni erano caratterizzate da forti monarchie, feudi, leggi basate sulle consuetudini e una forma di compensazione in denaro (guidrigildo) per la morte, il ferimento o il furto ai danni di un uomo libero. Gli anglosassoni professavano culti politeistici, non possedevano una cultura scritta e vivevano di agricoltura, caccia e allevamento.

2. L’affermazione del cristianesimo

Gli avvenimenti principali dei due secoli seguenti furono la diffusione del cristianesimo e l’unificazione politica. Nel 596 il papa Gregorio Magno inviò nel Kent un gruppo di missionari guidati dal monaco Agostino, accolto favorevolmente dal re Etelberto, che si convertì. Agostino divenne il primo vescovo di Canterbury e i regni meridionali divennero cristiani. In questo periodo il cristianesimo romano incontrò quello di matrice celtico-irlandese, diffusosi prima in Scozia, tramite san Colombano, quindi in Northumbria tramite sant’Aidano, che nel 635 fondò il monastero di Lindisfarne. Al sinodo di Whitby, Owsy, re di Northumbria, scelse il cristianesimo di Roma; Teodoro di Tarso, divenuto arcivescovo di Canterbury nel 668, istituì numerose diocesi e dotò la Chiesa inglese di una struttura di base. L’incontro fra la cultura celtica e quella latina diede avvio a una notevole fioritura letteraria, in particolare in Northumbria, terra natale di grandi pensatori come Beda il Venerabile e Alcuino di York.

3. Il processo di unificazione

Le frequenti guerre innescarono un processo di unificazione dei regni germanici. Già durante il regno di Etelberto del Kent (560-616) un re poteva essere dichiarato Bretwalda, ossia sovrano della Britannia; nel VII secolo il titolo fu appannaggio dei re di Northumbria, nell’VIII passò a quelli di Mercia e nel IX fu adottato da Egberto di Wessex, che nell’825 sconfisse il re di Mercia a Ellendun. Nel secolo seguente la sua famiglia giunse a regnare su tutta l’Inghilterra. Il nipote di Egberto, Alfredo, divenne re del Wessex (871) in uno dei momenti più difficili per il paese. Durante il suo regno i danesi, una popolazione vichinga che aveva già compiuto numerose incursioni sulle coste inglesi, decisero di conquistare l’isola. Dopo aver sottomesso una parte del paese, essi furono tuttavia sconfitti da Alfredo a Edington (878); l’Inghilterra fu allora divisa nel Wessex e nella regione poi chiamata Danelaw (comprendente Essex, East Anglia e Northumbria), che rimase agli invasori fino al 937, quando fu riconquistata dal nipote di Alfredo, Etelstano, che conseguì una grande vittoria a Brunanburh nel 937. La conquista del Danelaw rese possibile la creazione di un governo unificato per tutta l’Inghilterra. Il sovrano regnava con l’assistenza del Witenagemot, un consiglio che contribuiva all’emanazione delle leggi e alla nomina dei sovrani. Furono creati circa quaranta shires (contee), ognuno dei quali aveva una shiremoot, o assemblea, costituita da uomini liberi che si riunivano due volte l’anno e presieduta da uno sceriffo.

4. La fine del dominio anglosassone

Sotto il regno di Etelredo II (978-1016 ca.) ripresero le invasioni danesi. Nel 1014 Etelredo fu deposto da Svend I, re di Danimarca, ma ritornò sul trono pochi mesi dopo, alla morte di Svend. Morto Etelredo, nel 1016, Canuto II, figlio di Svend, sconfisse Edmondo II, figlio di Etelredo. Sotto Canuto II, l’Inghilterra fece parte di un regno che comprendeva anche la Danimarca e la Norvegia. Dopo i brevi e impopolari regni di Aroldo I e Hardeknute, figli di Canuto, la corona passò a Edoardo il Confessore, figlio di Etelredo, richiamato dalla Normandia dove viveva in esilio. Nel 1066, quando Edoardo morì senza lasciare eredi, il Witenagemot scelse in qualità di successore Aroldo, conte di Wessex. Ciò provocò la reazione degli altri aspiranti al trono: Aroldo III di Norvegia e il duca Guglielmo di Normandia. Aroldo II sconfisse il primo a Stamford Bridge il 25 settembre 1066, ma fu battuto da Guglielmo nella battaglia di Hastings, il 14 ottobre. Guglielmo fu allora incoronato re.

5. I re normanni e i Plantageneti

L’anno 1066 fu cruciale nella storia inglese. Guglielmo I il Conquistatore e i suoi figli regnarono con fermezza. I normanni introdussero il feudalesimo nel paese, ridistribuendo la terra fra i conquistatori, dando vita a una nuova classe aristocratica di origine francese e a una nuova struttura sociale e politica. Alla morte di Guglielmo (1087), ascese al trono inglese il suo secondogenito Guglielmo II il Rosso, mentre sul trono normanno si insediò il primogenito Roberto. In seguito, il terzogenito Enrico ereditò il trono inglese alla morte del fratello (1100) e conquistò il trono normanno (1106). Enrico designò a succedergli la figlia Matilde, ma nel 1135 il nipote, Stefano di Blois, prese il potere. Gli anni del suo regno (1135-1154) furono contrassegnati dalla guerra civile.

Il figlio di Matilde, Enrico Plantageneto, conte di Angiò, salì al trono con il nome di Enrico II (1154). I Plantageneti, in particolare Enrico II e i figli Riccardo e Giovanni, tentarono di rafforzare l’autorità della corona. Enrico pose fine all’anarchia del regno di Stefano, bandendo i mercenari e distruggendo i castelli dei baroni che si erano dichiarati indipendenti. Rafforzò la struttura governativa, elaborò una legislazione comune, applicabile a tutta l’Inghilterra, che fu amministrata dai tribunali reali e contrastò l’autorità della Chiesa privandola di parte dei privilegi acquisiti. L’autorità di Enrico si estese inoltre su più di metà della Francia, sull’Irlanda e sulla Scozia. Per quanto abile nel governare, egli non seppe però tenere a freno le ambizioni dei figli, che gli si ribellarono più volte, sostenuti sia dalla loro madre, Eleonora d’Aquitania, sia dai re francesi.

Alla morte di Enrico II (1189), la prematura creazione di uno Stato moderno si dissolse rapidamente. Nell’arco dei dieci anni del suo regno (1189-1199), Riccardo I Cuor di Leone trascorse in Inghilterra meno di un anno, impegnandosi dapprima nelle crociate, poi nella riconquista dei territori perduti in Francia durante la sua assenza. Il fratello Giovanni Senzaterra non seppe fronteggiare l’opposizione dei baroni che raggiunse il culmine dopo la sconfitta subita nel 1214 a Bouvines e la conseguente perdita di gran parte dei possedimenti inglesi sul suolo francese.



Nel 1215 fu costretto a concedere la Magna Charta, documento solenne con il quale il sovrano rinunciava ad alcuni importanti privilegi e si impegnava a rispettare e ad applicare la legge inglese e i costumi feudali, nel rispetto dei diritti di tutti gli uomini liberi del regno.

5.1. La prosperità economica e la rivolta dei baroni

Alla morte di Giovanni Senzaterra (1216) i baroni accettarono l’ascesa al trono del figlio Enrico III, di nove anni, e assunsero il controllo del governo. Nel 1227, raggiunta la maggiore età, Enrico III confermò la Magna Charta. Nei secoli XII e XIII l’Inghilterra prosperò. Si estesero le coltivazioni, mentre l’allevamento di pecore e la vendita della lana assunsero un’enorme importanza. Londra e altre città divennero i centri vitali del commercio e della ricchezza e acquisirono, con licenza reale, il diritto di autogoverno locale. Furono fondate le università di Oxford e Cambridge. I monasteri, in particolare quelli cisterciensi, guidarono l’espansione rurale, accumulando ingenti ricchezze. Negli anni Venti del XIII secolo giunsero in Inghilterra i frati francescani e domenicani, che divennero studiosi nelle università.

Alla metà del secolo i rapporti tra la Corona e l’aristocrazia si deteriorarono nuovamente a causa dell’eccessivo peso fiscale imposto dal sovrano. I dissidi che ne seguirono portarono, nel 1264, allo scoppio di una guerra civile (guerra dei baroni). Dopo il breve governo del capo dei baroni, Simone de Montfort, conte di Leicester, il potere ritornò allora a Enrico e al figlio, Edoardo.

5.2. Le riforme e il Parlamento inglese

Edoardo I, che regnò dal 1272 al 1307, ristabilì l’autorità regia, limitando i poteri giurisdizionali dei baroni. La sua riforma più importante fu la modifica del consiglio feudale del re in base alla quale fu istituito un Parlamento dotato di un maggior numero di membri e costituito da grandi baroni, vescovi, abati e rappresentanti di contee e città. Nel 1297, per raccogliere il denaro necessario alle sue guerre, Edoardo riconobbe che le tasse dovevano avere l’approvazione comune di tutto il regno. Nel secolo seguente il Parlamento si divise in due Camere, dei Lord e dei Comuni, ed esercitò il proprio diritto di controllo sull’imposizione fiscale partecipando all’emanazione delle leggi.

Nel 1283 Edoardo I conquistò il Galles nordoccidentale e intervenne nella politica scozzese, reclamando anche il trono di quel regno. Morì nel 1307, senza essere riuscito a impadronirsi della Scozia. Il figlio, Edoardo II, dovette rinunciarvi. Nel 1314, nella battaglia di Bannockburn, il re scozzese Roberto I Bruce riuscì a difendere l’indipendenza del proprio paese, che riuscirà a mantenerla per altri tre secoli.

5.3. Il XIV secolo -  Guerra dei Cent’anni

Edoardo II fu un re debole, in parte influenzato dai suoi favoriti e in parte vincolato da una serie di ordinanze emanate dal Parlamento nel 1311, che conferivano ampi poteri di governo ai baroni. Nel 1327 fu costretto ad abdicare. Il figlio, Edoardo III, dopo aver invaso la Scozia, nel 1337 diede inizio alla guerra contro la Francia (guerra dei Cent’anni) per impossessarsi del trono francese, sul quale avanzava rivendicazioni dinastiche a seguito dell’estinzione del ramo diretto dei Capetingi. In un primo tempo gli inglesi conseguirono importanti successi nelle battaglie di Crécy (1346) e Poitiers (1356), a partire dal 1369 l’Inghilterra cominciò tuttavia a perdere terreno; Edoardo fu costretto a chiedere ripetutamente al Parlamento d’imporre nuove tasse e, per ottenerle, dovette concedere diritti e privilegi.

Nel 1377 gli succedette il nipote Riccardo II, di appena dieci anni. Re moderato, fu coinvolto in una lotta con i nobili, contrari alla politica di accentramento del potere nelle mani del sovrano. Nel 1399 il cugino, Enrico di Bolingbroke, lo costrinse ad abdicare e salì al trono con il nome di Enrico IV.

Nel corso del XIV secolo il trasferimento della sede papale da Roma ad Avignone (1309-1376, Cattività avignonese) e il Grande Scisma (1378-1417), nel quale si opponevano papi rivali, causarono in Inghilterra una perdita di rispetto nei confronti del papato. Con una serie di ordinanze venne limitata l’autorità del papa nella nomina dei prelati. John Wycliffe criticò la corruzione della Chiesa, anticipando numerose istanze della Riforma, ma nel 1382 un tribunale ecclesiastico lo trasferì in una parrocchia di campagna e dichiarò eretiche le sue idee, mentre i suoi seguaci, i lollardi, furono duramente perseguitati.

6. Lancaster e York

Dal 1216 il trono era sempre passato al primogenito del re; perciò Enrico IV, figlio di Giovanni di Gaunt, duca di Lancaster, quarto figlio di Edoardo III, non aveva diritto alla corona. La questione dell’illeggittimità dell’autorità regia della casata dei Lancaster fu all’origine di molteplici concessioni al Parlamento e alla Chiesa da parte del sovrano e di alcuni conflitti contro le potenti famiglie ribelli del Galles e del Nord. Enrico V, che succedette al padre nel 1413, conseguì una brillante vittoria sui francesi nella battaglia di Azincourt (1415) e vide il suo successo confermato dal trattato di Troyes (1420). Sposò la figlia di Carlo VI di Francia e assunse il controllo del governo francese: pur non riuscendo a estendere il proprio dominio sull’intero paese, Enrico V poneva così le basi di una futura unificazione delle corone dei due regni.

Nel 1422, quando morirono sia Enrico sia Carlo, sul trono dei due paesi salì infatti il figlio del primo, Enrico VI, di soli nove mesi. Per un breve periodo i due abili zii di Enrico, John di Lancaster, duca di Bedford, e Humphrey di Gloucester si spartirono il controllo dei due regni. Nel 1429 Giovanna d’Arco cominciò tuttavia a promuovere la resistenza contro il dominio inglese; nel 1431 fu catturata, accusata di eresia e condannata al rogo, ma il dominio inglese continuò a vacillare.

6.1. La guerra delle Due Rose

Durante il regno di Enrico VI, il governo effettivo del paese passò da una fazione nobile all’altra. La guerra in Francia evidenziava l’incapacità del re di governare in patria. La perdita della Normandia (1450) e la corruzione del governo provocarono una rivolta popolare, che fu repressa nel sangue. La successiva perdita di tutti i possedimenti inglesi in Francia, a eccezione di Calais (1453), fu il preludio del conflitto dinastico chiamato guerra delle Due Rose (1455-1485), che oppose i due rami della famiglia reale, i Lancaster di Enrico VI e gli York, guidati da Riccardo Plantageneto.

La svolta decisiva avvenne nel 1460, quando Riccardo fu ucciso in battaglia. La sua eredità fu raccolta dal figlio Edoardo che sconfisse i Lancaster nel 1461, fece prigioniero Enrico e riuscì a farsi acclamare re dal Parlamento con il nome di Edoardo IV. Dopo alterne vicende, Edoardo, sostenuto anche dal cognato Carlo il Temerario di Borgogna, riuscì a consolidare il regno. Alla sua morte, avvenuta nel 1483, il trono passò al figlio dodicenne, Edoardo V, che tre mesi dopo fu deposto dallo zio Riccardo, divenuto re con il nome di Riccardo III. Due anni dopo Enrico Tudor, che rivendicava il trono ai Lancaster, sconfisse Riccardo nella battaglia di Bosworth Field e divenne re con il nome di Enrico VII.

Enrico VII ed Enrico VIII d'Inghilterra sono i grandi sovrani che hanno un ruolo di primo piano nell'afermazione dello stato moderno.

7. L’Inghilterra dei Tudor e degli Stuart

La dinastia Tudor diede all’Inghilterra un forte ed efficiente governo centrale. Enrico VII si sbarazzò dei rivali York e sposò Elisabetta, figlia di Edoardo IV, ottenendo in breve tempo il riconoscimento della Spagna e nel 1489, con il trattato di Medina del Campo, della Francia, dei Paesi Bassi e della Scozia.

7.1. Enrico VIII

Ambizioso e audace, Enrico VIII regnò dal 1509 al 1547. Animato dal desiderio di riportare l’Inghilterra tra i principali attori europei e consigliato dall’abile cardinale Thomas Wolsey, sconfisse prima i francesi a Guinegatte, poi gli scozzesi a Flodden Field. Desiderando un erede maschio, che non ottenne dalla moglie Caterina d’Aragona, Enrico VIII chiese a papa Clemente VII il permesso di divorziare, ma l’assenso gli fu negato. Allora Enrico rifiutò di riconoscere l’autorità papale e con l’Atto di supremazia (1534) si proclamò capo della Chiesa nazionale, che prese il nome di Chiesa anglicana. Fu così libero di sposare Anna Bolena. Il matrimonio avvenne nel 1533, ma nemmeno Anna diede al re un figlio maschio. Enrico prese allora in moglie Jane Seymour, che morì dando alla luce Edoardo. Thomas Cromwell, abile consigliere del re, guidò i cambiamenti rivoluzionari degli anni Trenta del XVI secolo, comprendenti la rottura con la Chiesa cattolica, la soppressione dei monasteri, la vendita dei beni ecclesiastici, la riforma del Parlamento e la creazione di una nuova struttura burocratica, sorta dal vecchio consiglio reale.

7.2. Gli eredi di Enrico

Sotto Edoardo VI, che regnò dal 1547 al 1553, venne rafforzata la riforma protestante. Edoardo morì a sedici anni e gli succedette la sorellastra, figlia di Caterina d’Aragona, che divenne regina con il nome di Maria I.

La regina reintrodusse la religione cattolica e sposò il cugino Filippo II di Spagna. La condanna a morte di numerose persone accusate di eresia contribuì ad alimentare il malcontento popolare, già suscitato dal suo matrimonio, che aveva trascinato l’Inghilterra in una guerra contro la Francia, terminata con la perdita di Calais (1558). Quando Maria la Sanguinaria, come venne chiamata, morì (1558), salì al trono la sorellastra Elisabetta, figlia di Anna Bolena.

Elisabetta I fu uno dei più grandi sovrani inglesi. In accordo con il Parlamento, nel 1559 diede alla Chiesa un’impronta moderata. Neutralizzò la minaccia scozzese aiutando la fazione protestante e filoinglese di quel paese a predominare. Appoggiò i ribelli protestanti dei Paesi Bassi spagnoli e incoraggiò le navi inglesi a razziare quelle spagnole. Nel 1588 la sua flotta sconfisse l’Invincibile Armata spagnola, impedendole di invadere l’Inghilterra. L’Irlanda, che era sempre più scossa da moti di ribellione, divenendo così vulnerabile agli attacchi stranieri, fu conquistata definitivamente nel 1603. Il regno di Elisabetta segnò l’ascesa politica ed economica dell’Inghilterra: le istituzioni politiche, pur sottomesse all’assolutismo, mantennero autorità e vigore, mentre l’economia subì una decisa accelerata grazie all’espansione dei commerci internazionali.

7.3. I primi Stuart

Estintasi la dinastia Tudor con la morte di Elisabetta, salì al trono inglese il re scozzese Giacomo VI, con il nome di Giacomo I, che regnò dal 1603 al 1625, e unificò per la prima volta le corone di Inghilterra, Scozia e Irlanda. Durante il suo regno prese avvio un secolo di conflitti interni, dovuti perlopiù ai problemi ereditati dal regno precedente. I puritani, protestanti estremisti, nutrivano una crescente insoddisfazione nei confronti della Chiesa anglicana, che ritenevano ancora troppo impregnata di cattolicesimo. L’inquietudine religiosa raggiunse il culmine nel 1633, quando l’antipuritano William Laud fu nominato arcivescovo di Canterbury; in precedenza la Congiura delle polveri, un attentato cattolico contro il Parlamento e il re (1605), aveva già confermato i timori di una restaurazione cattolica.

Il figlio di Giacomo I, Carlo I (che regnò dal 1625 al 1649) inasprì il conflitto con il Parlamento, orientando la politica della corona in senso ancor più assolutista; il Parlamento rivendicò la propria indipendenza e, nel 1628, ottenne la Petition of Right, che ribadì il controllo parlamentare sulle tasse. Tuttavia, dal 1629 al 1640, il sovrano tentò di governare senza il Parlamento e di ottenere denaro imponendo tasse straordinarie. Nel 1637 il tentativo di Carlo di imporre in Scozia l’anglicanesimo provocò una rivolta. Il re fu costretto a convocare il Parlamento (1640).

Quest’ultimo, noto come Parlamento Lungo, approfittò della situazione per prendere il controllo del governo; fece liberare i prigionieri politici e giustiziare Laud, abolì i tribunali ecclesiastici, limitò il potere del re d’imporre tasse e stabilì che le sedute parlamentari dovessero aver luogo ogni tre anni.

7.4. La guerra civile

Su altri provvedimenti (quali l’abolizione della carica di vescovo) il Parlamento era diviso, una situazione accentuata dal tentativo di Carlo di arrestare alcuni deputati, da lui accusati di cospirazione. Fallito questo tentativo, il re si ritirò in Parlamento con i suoi sostenitori, detti cavalieri. I restanti deputati, puritani (soprannominati Roundheads, “Teste rotonde”), chiamarono il popolo alle armi, e Carlo riunì il suo esercito. Grazie all’appoggio degli scozzesi e, soprattutto, grazie all’abile guida di Oliver Cromwell, le Teste rotonde vinsero la guerra civile inglese. Carlo, che si era arreso agli scozzesi nel 1646, venne consegnato alle Teste rotonde nel 1647, ma riuscì a fuggire e a stringere un patto con gli scozzesi, dando avvio alla seconda fase della guerra civile (1648). Cromwell vinse nuovamente, epurò il Parlamento, che prese allora il nome di Rump Parliament, e processò il re, facendolo giustiziare il 30 gennaio 1649. Il Parlamento abolì la monarchia e la Camera dei Lord, dichiarando l’Inghilterra un Commonwealth.

7.5. Il regime di Cromwell

Dopo la guerra civile la figura dominante fu Cromwell, che, fra il 1649 e il 1651, sottomise l’Irlanda e la Scozia che divennero parte del Commonwealth. Nel 1653 sciolse il Rump Parliament e tentò invano di creare un’assemblea a lui favorevole, il cosiddetto Parlamento Corto (Barebones Parliament); governò allora come dittatore con il titolo di Lord Protettore. Cromwell perseguì un’attiva politica estera. Nel 1651 emanò l’Atto di Navigazione, che monopolizzava il commercio con le colonie e di fatto danneggiava soprattutto i Paesi Bassi. Scoppiò così la prima delle guerre anglo-olandesi (1652-1654), dalle quali l’Inghilterra uscì padrona dei mari. Dopo una guerra con la Spagna, gli inglesi conquistarono anche la Giamaica (1655). Dai tempi di Elisabetta, l’Inghilterra non godeva di un simile prestigio. Il regime crollò dopo la morte di Cromwell, nel settembre del 1658. Il figlio Riccardo non seppe guadagnarsi il rispetto dell’esercito e, nei disordini che seguirono, fu ristabilita la monarchia.

7.6. La restaurazione

L’Inghilterra diede il benvenuto a re Carlo II, figlio di Carlo I, nel 1660. Il Parlamento reintrodusse la carica di vescovo ed espulse dal corpo ecclesiastico i dissidenti (protestanti che non facevano atto di sottomissione alla Chiesa anglicana), limitando le loro attività politiche e religiose. Nel 1673 i cattolici furono rimossi dal governo e da altre cariche pubbliche (Test Act). Il complotto papista del 1678 e il tentativo di escludere dalla successione Giacomo, fratello cattolico del re, rivelavano la natura dei partiti politici allora in formazione. I Whigs, favorevoli al Parlamento e contrari ai papisti, erano per l’esclusione; i Tories, favorevoli alla Corona e alla Chiesa anglicana, vi si opponevano. Carlo riuscì a prendere il controllo e governò senza il Parlamento. Morì nel 1685, e il trono passò al fratello Giacomo II.

7.7. La Gloriosa Rivoluzione

Giacomo II creò un esercito permanente e conferì ai cattolici cariche importanti. Nel 1688 concesse la libertà di culto ai cattolici e ai dissidenti. I suoi oppositori fecero allora appello al protestante Guglielmo III d’Orange-Nassau, governatore dei Paesi Bassi e suocero del re. Al suo arrivo Giacomo fuggì, poiché il suo esercito si era schierato a fianco del nemico. Nel 1689 il Parlamento incoronò congiuntamente Guglielmo e la moglie Maria II, a patto che accettassero il Bill of Rights che poneva l’autorità del Parlamento su basi costituzionali. Lo stesso anno, l’Atto di tolleranza confermò la libertà di culto per i dissidenti. Questo rivolgimento prese il nome di Gloriosa Rivoluzione perché, a differenza di quella avvenuta fra il 1640 e il 1660, fu incruenta e coronata da successo. Coloro che non giurarono fedeltà ai nuovi monarchi furono chiamati giacobiti (dal nome latino di Giacomo, cioè Jacobus). Di questi ultimi, sottomessi con la forza, facevano parte numerosissimi cattolici scozzesi e irlandesi.

7.8. L’ultimo Stuart

Sotto Guglielmo III, gli inglesi presero parte alle coalizioni contro la Francia di Luigi XIV, combattendo nella guerra della Lega di Augusta (1688-1697) e nella guerra di successione spagnola (1701-1714). Le guerre dimostrarono la potenza e la ricchezza dell’Inghilterra; nel 1694 venne fondata la Bank of England, atto che pose le basi dello sviluppo finanziario di Londra.

7.9. L’unione con la Scozia

Nel 1702 salì al trono Anna Stuart, figlia minore di Giacomo II. Poiché Anna aveva perso tutti i suoi figli, nel 1701 il Parlamento, per evitare il ritorno dei cattolici Stuart, emanò un atto che affidava la successione ai protestanti Hannover. La Scozia esitava però ad approvare l’atto, come aveva già fatto con la dichiarazione dei diritti nel 1689. Per superare la crisi, gli inglesi decisero di unire i due regni e promulgarono l’Atto di Unione (1707) che creava il regno di Gran Bretagna.

8. L’Act of Union

Il regno di Gran Bretagna venne formato nel 1707 dall’unione fra l’Inghilterra (che comprendeva il principato del Galles) e la Scozia (vedi Acts of Union). I due paesi fin dal Medioevo costituivano due regni separati, ma dalla morte di Elisabetta I, nel 1603, erano stati governati dallo stesso sovrano. Nel 1707 venne istituito un solo Parlamento e un sistema nazionale unificato per l’amministrazione, la tassazione, i pesi e le misure. Tuttavia Inghilterra e Scozia mantennero le proprie tradizioni giuridiche e due diverse religioni di stato, il presbiterianesimo in Scozia e l’anglicanesimo in Inghilterra e nel Galles.

8.1. Un secolo di conflitti

Uno degli scopi dell’unificazione fu quello di rafforzare il paese impegnato nella guerra di successione spagnola (1701-1714). Sotto la guida di John Churchill duca di Marlborough, l’Inghilterra aveva vinto molte battaglie contro la Francia, allora il più potente stato d’Europa. Nel 1710, tuttavia, fu impossibile impedire che il re francese Luigi XIV eleggesse un borbone al trono spagnolo. Con il trattato di Utrecht (1713), la Gran Bretagna riconobbe il diritto dei Borboni alla corona spagnola, ricevendo in cambio dalla Francia le regioni nordamericane della baia di Hudson, la Nuova Scozia e Terranova. La Spagna cedette alla Gran Bretagna Gibilterra e l’isola di Minorca, garantendo ai mercanti britannici un limitato diritto di commercio con le sue colonie americane; fino al 1750 questa concessione riguardò anche l’asiento, il diritto di importare schiavi africani nell’America spagnola. Alla regina Anna, morta senza lasciare eredi, succedette nel 1714 Giorgio I.

Due importanti crisi segnarono i primi anni del regno di Giorgio I: la rivolta giacobita del 1715, da parte dei seguaci di Giacomo Edoardo Stuart, e il crollo finanziario della Compagnia dei mari del Sud, noto come South Sea Bubble, nel 1720. Il governo locale venne affidato in gran parte alla nobiltà di campagna. A livello nazionale, l’ordinamento dello stato combinava elementi monarchici (il sovrano ereditario), aristocratici (la Camera dei Lord, ereditaria) e democratici (la Camera dei Comuni, elettiva) e prevedeva un potere giudiziario indipendente. Il regno di Anna era stato contrassegnato da un’accesa rivalità tra le due fazioni Whig e Tory. Sotto Giorgio I furono questi ultimi a ottenere maggior consenso. La maggioranza dei cittadini che non godeva del diritto di voto aveva la possibilità di rivolgere istanze, di far parte delle giurie nei processi e di ottenere garanzie contro l’arresto arbitrario. Pieni privilegi politici erano riconosciuti solo agli appartenenti alla Chiesa anglicana.

Fra il 1739 e il 1763, la Gran Bretagna fu quasi ininterrottamente impegnata nei conflitti. Alla guerra contro la Spagna seguì la guerra di successione austriaca, in cui la Gran Bretagna divenne il principale alleato dell’Austria, combattendo la Francia per terra e per mare in Europa, in Nord America e in India. Nel 1745, i giacobiti scozzesi, approfittando dell’impegno della Gran Bretagna sul continente, misero in atto l’ultimo tentativo di riportare sul trono britannico la dinastia degli Stuart. Tornato in Scozia dall’esilio e postosi a capo dei giacobiti, il principe Carlo Edoardo Stuart cercò di rovesciare Giorgio II e marciò con l’esercito verso Londra, ma venne sconfitto nella battaglia di Culloden Moor (1746) e fu costretto a riparare in Francia.

La guerra di successione austriaca si concluse con il trattato di Aquisgrana (1748) che, per quanto riguardava la Gran Bretagna, ristabiliva lo status quo territoriale. La guerra dei Sette anni (1756-1763), oppose la Gran Bretagna, alleata della Prussia, alla coalizione di Francia, Austria e Russia. Con il trattato di Parigi (1763) la Gran Bretagna ottenne tutti i possedimenti francesi in Canada e a est del fiume Mississippi, nonché la maggior parte dei territori francesi in India. La Spagna, che era entrata in guerra a fianco della Francia nel 1762, dovette cedere la Florida. Il trattato di Parigi costituì un trionfo diplomatico che segnò l’apice dell’impero britannico nel XVIII secolo.

8.2. La rivoluzione industriale

Durante il XVIII secolo, il Regno Unito visse una forte crescita demografica, alla quale contribuì la scoperta di un vaccino contro il vaiolo, da parte di Edward Jenner, nel 1796. La trasformazione dell’economia si accelerò negli ultimi decenni del Settecento, quando James Watt perfezionò il motore a vapore e nuove invenzioni permisero di meccanizzare la lavorazione del cotone. Fra il 1760 e il 1830 la produzione di tessuti decuplicò, diventando la voce principale dell’esportazione britannica; grazie a ulteriori invenzioni, crebbero notevolmente anche la produzione di acciaio e l’estrazione del carbone. Non più tardi del 1830 questa rivoluzione industriale riuscì a fare della Gran Bretagna l’“officina del mondo”.

La popolazione di Londra, stimata intorno ai 600.000 abitanti nel 1701, era cresciuta a 950.000 nel 1801 e a 2,5 milioni nel 1851, facendo della capitale britannica la più grande città del mondo e della Gran Bretagna il primo paese in cui la popolazione urbana superava quella rurale. La popolazione complessiva del paese, cresciuta fra il 1751 e il 1801 fino a raggiungere 10,7 milioni di unità, raddoppiò fra il 1801 e il 1851.

8.3. La guerra d’indipendenza americana

Eliminato, dopo il 1763, il pericolo francese, le colonie britanniche in Nord America, che da tempo godevano di un considerevole grado di autonomia, mal sopportavano la subordinazione politica al governo di Londra. La resistenza americana condusse alla convocazione del primo Congresso continentale (1774) e al conflitto aperto (1775), nonostante gli inviti alla conciliazione rivolti al governo di Londra da parlamentari come Edmund Burke.

Il dominio britannico sulle 13 colonie crollò a seguito della guerra d’indipendenza americana. Dopo la sconfitta del generale John Burgoyne a Saratoga (1777), la guerra civile americana divenne un conflitto internazionale. La Francia (1778), la Spagna (1779) e l’Olanda (1780) si schierarono contro la Gran Bretagna, mentre le altre potenze formarono una Lega di neutralità armata, causando il primo isolamento diplomatico della Gran Bretagna da oltre un secolo. Dopo la resa del generale Charles Cornwallis in seguito alla presa di Yorktown (1781), le dimissioni di Lord North (1782) e la firma del trattato di Parigi (1783), le 13 colonie furono riconosciute come stati indipendenti e ottennero tutto il territorio a sud dei Grandi Laghi. La Florida e Minorca furono cedute alla Spagna, mentre la Francia ottenne alcune isole delle Indie Occidentali e alcuni porti africani.

8.4. Pitt il Giovane

Con William Pitt il Giovane, divenuto nel 1783, a 24 anni, il più giovane primo ministro della storia britannica (1783-1801 e 1804-1806), si delineò la figura di primo ministro nella sua accezione moderna. Pur essendo favorevole alle riforme politiche, all’abrogazione delle restrizioni imposte ai protestanti non anglicani e all’abolizione del commercio degli schiavi, non ottenne una maggioranza parlamentare per dar corso a tali misure; i vicini eventi della Rivoluzione francese, provocarono infatti nel Regno Unito l’isolamento dei riformatori e l’introduzione di una legislazione fortemente repressiva.

9. Le guerre napoleoniche

Tra la fine del XVIII secolo e il 1815 l’Europa fu sconvolta dalla guerra (Guerre napoleoniche). La prima coalizione contro i francesi, voluta da Pitt (con Prussia, Austria e Russia), si sciolse nel 1796, e nel 1797 la Gran Bretagna subì una sconfitta navale e tentativi di invasione francesi, che portarono all’Atto di unione con l’Irlanda (1801) e alla formazione del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda; l’assemblea legislativa di Dublino venne soppressa e i 100 rappresentanti irlandesi entrarono a far parte del Parlamento di Londra.

L’ascesa al potere di Napoleone I preoccupò ancor più gli inglesi, che costituirono con Russia, Austria e Regno di Napoli la seconda coalizione. Dopo ripetute sconfitte subite dalla coalizione, solo la vittoria navale riportata da Horatio Nelson a Trafalgar (1805) scongiurò l’invasione napoleonica della Gran Bretagna. La Francia fu definitivamente sconfitta solo nel 1815, nella battaglia di Waterloo; il Regno Unito, che emerse dalle guerre napoleoniche come la maggiore potenza del mondo, era anche afflitto da una gravissima crisi economica e sociale.

10. Le grandi riforme dell’Ottocento

A Giorgio III, sofferente di una malattia mentale, succedette, nel 1820, il figlio Giorgio IV. L’impero britannico guadagnò alcuni ex possedimenti olandesi, come la Colonia del Capo e Ceylon (l’odierno Sri Lanka). Sul fronte interno, il malcontento della popolazione sfociò in numerose rivolte, che furono duramente represse dal governo, che tuttavia, negli anni Venti, avviò una politica di riforme al fine di scongiurare il pericolo di una sollevazione rivoluzionaria.

Nel 1830 Guglielmo IV succedette a Giorgio IV e al governo britannico si insediò un gabinetto whig presieduto da Charles Grey. La principale questione politica del biennio 1831-32 fu la riforma parlamentare voluta dai whig. Approvata dopo un infuocato dibattito nel giugno del 1832, questa contemplava una ridistribuzione dei seggi in favore delle nuove città industriali e l’estensione del diritto di voto al ceto medio di proprietari, quasi raddoppiando l’elettorato. La riforma favoriva il sistema partitico sia a livello locale che nazionale, indebolendo l’influenza del sovrano e della Camera dei Lord. La legge di riforma del lavoro del 1833 limitava l’orario lavorativo di donne e bambini e istituiva degli ispettori; nello stesso anno fu abolita la schiavitù.

La Regina Vittoria d'Inghilterra fu a capo del potere dal 1837 a 1901, anno della sua morte. Fu il più lungo regno nella storia dell'Inghilterra, e a lei si devono grandi conquiste ed espansioini:fu, infatti, la prima regina ad avere il titolo di imperatrice d' India.

Nel 1837 a Guglielmo IV succedette la nipote diciottenne Vittoria, il cui regno avrebbe segnato un’epoca di fondamentale importanza per la storia britannica. Il governo conservatore di Robert Peel (1841-1846) abolì i dazi commerciali, reintroducendo al contempo la tassa sul reddito e, nell’inverno 1845-46, in seguito alla carestia che aveva colpito l’Irlanda, approvò la totale abolizione delle leggi sul grano, con il sostegno dei whig e l’opposizione di due terzi del suo partito. La conseguente divisione dei conservatori riportò al potere i whig (1846). Nel 1846 l’Irlanda fu colpita da una nuova carestia, che provocò la morte di circa un milione di persone tra il 1847 e il 1851.

La soppressione delle leggi sulla navigazione (1849) diede un forte impulso agli scambi commerciali. Fu inoltre abolito il lavoro femminile e minorile nelle miniere (1842), e nelle fabbriche l’orario di lavoro fu limitato a 10 ore giornaliere (1847). Venne infine introdotta una regolamentazione delle strutture sanitarie urbane (1842) e delle ferrovie (1844).

11. L’età vittoriana

Tra la fine degli anni Quaranta e i tardi anni Sessanta del XIX secolo, il Regno Unito conobbe un periodo di grande prosperità economica, che solo in parte risentì delle guerre sul continente e oltremare. La Grande Esposizione di Londra del 1851 divenne l’emblema del primato industriale britannico. La rete ferroviaria raddoppiò la sua estensione, vennero inaugurate le comunicazioni via telegrafo e il processo di lavorazione inventato alla metà del secolo da Henry Bessemer ridusse il costo dell’acciaio, potenziando le attività del settore siderurgico.

Alleatosi con la Francia di Napoleone III, il Regno Unito partecipò alla guerra di Crimea nel 1854. Nel 1859, sedata la Grande rivolta indiana, il governo britannico si sostituì definitivamente alla Compagnia delle Indie Orientali, facendo dell’India britannica una colonia della Corona. Il Regno Unito mantenne una difficile neutralità durante la guerra civile americana (1861-1865), favorì l’unificazione italiana e assistette con timore alla creazione di un impero tedesco sotto la dominazione prussiana di Otto von Bismarck.

Dopo il 1865, la politica britannica fu dominata dal contrasto fra due eminenti figure politiche, William Ewart Gladstone e Benjamin Disraeli, che si alternarono al governo per sedici anni. L’adozione di barriere tariffarie da parte di Stati Uniti, Germania e Francia rivalutò l’importanza delle colonie come mercati e inaugurò un’epoca di concorrenza con la Russia in Medio Oriente e lungo il confine indiano. Hong Kong e Singapore furono i principali centri del commercio britannico in Cina e nel Pacifico meridionale. La realizzazione del canale di Suez (1869) ebbe come conseguenza indiretta il protettorato britannico sull’Egitto, nel 1882. La regina Vittoria divenne imperatrice delle Indie nel 1876. La politica del ministro delle colonie, Joseph Chamberlain, contribuì allo scoppio della guerra anglo-boera nel 1899, che, dopo la presa di Johannesburg e Pretoria nel 1900, si sarebbe conclusa nel 1902.

12. Il regno di Edoardo VII

All’indomani della guerra boera, il Regno Unito concluse un trattato di alleanza con il Giappone (1902) e pose fine a diversi decenni di rivalità con la Francia con l’Entente cordiale (1904) che, dopo la composizione dei contrasti con la Russia, si costituì in Triplice Intesa (1907), con l’intento di controbilanciare la Triplice Alleanza fra Germania, Austria e Italia.

All’inizio del regno di Edoardo VII, succeduto alla regina Vittoria, la politica britannica fu dominata dalle questioni interne. Durante il governo conservatore del primo ministro Arthur Balfour (1902-1905) venne riformata l’istruzione secondaria. Le elezioni generali del 1906 conferirono ai liberali una schiacciante maggioranza e divenne più forte il Partito laburista nato nel 1893, che ottenne 29 seggi.

Grazie soprattutto a David Lloyd George e Winston Churchill, il governo gettò inoltre le fondamenta del Welfare State (Stato sociale). La ripresa dei conservatori alle elezioni generali del 1910 obbligò i liberali a cercare l’appoggio dei nazionalisti irlandesi per rimanere al potere. Gli anni tra il 1911 e il 1914 furono segnati da grandi scioperi di minatori, portuali e lavoratori del settore dei trasporti. Le donne del movimento delle suffragette condussero importanti manifestazioni in favore dell’emancipazione femminile. Al tentativo dei liberali di approvare l’Home Rule per l’Irlanda si opposero i protestanti della provincia settentrionale dell’Ulster; in seguito le trattative tra le parti vennero interrotte dallo scoppio della prima guerra mondiale.

13. La prima guerra mondiale e le sue conseguenze

Sebbene la competizione navale fosse un serio motivo di conflitto tra Gran Bretagna e Germania, furono la minaccia tedesca alla Francia e la violazione della neutralità del Belgio che indussero gli inglesi a entrare in guerra. Una forza di spedizione britannica fu immediatamente inviata in Francia, contribuendo ad arginare l’avanzata tedesca sulla Marna. Nella battaglia dello Jutland (1916) le forze britanniche impedirono alla flotta tedesca l’accesso al Mare del Nord. L’entrata in guerra degli Stati Uniti, nell’aprile del 1917, rese possibile il successo dell’offensiva guidata dal generale Douglas Haig nell’estate del 1918 e la resa tedesca in novembre.

Le elezioni indette subito dopo l’armistizio sancirono la schiacciante vittoria della coalizione guidata da Lloyd George. Il partito laburista divenne la principale forza di opposizione. La riforma elettorale del 1918 aveva nel frattempo concesso il voto a tutti i cittadini maschi sopra i 21 anni e alle donne sopra i 30.

Il Regno Unito fu uno dei “tre grandi” (con Francia e Stati Uniti) alla conferenza di pace tenutasi a Versailles (Parigi) nel 1919. L’impero britannico ottenne a titolo di mandato le ex colonie tedesche in Africa e i possedimenti turchi in Medio Oriente, mentre i dominions autonomi britannici (Canada, Australia, Nuova Zelanda e Sud Africa) entrarono nella nuova Società delle Nazioni. La guerra civile irlandese ebbe termine nel dicembre del 1921: parte dell’isola divenne nel 1922 lo Stato libero d’Irlanda, del tutto indipendente dal dominio britannico. Le sei contee dell’Irlanda del Nord mantennero la rappresentanza al Parlamento britannico, pur ottenendo un proprio Parlamento provinciale, ed entrarono così a far parte del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord.

Fra il 1929 e il 1932 la Grande Depressione fece raddoppiare il tasso di disoccupazione, mentre calarono fortemente i livelli della produzione industriale. La ripresa economica avvenne fra il 1933 e il 1937. Edoardo VIII, il successore di re Giorgio V, abdicò in favore del fratello, che divenne re con il nome di Giorgio VI nel 1936.

14. La seconda guerra mondiale

Dopo il primo conflitto mondiale, si svolsero conferenze per il disarmo a Washington (1921-22) e a Londra (1930). Il Regno Unito adottò una politica di tolleranza nei confronti della Germania di Adolf Hitler e, nel tentativo di evitare un nuovo conflitto, il primo ministro Neville Chamberlain accettò il patto di Monaco del 1938, che assegnava alla Germania la regione cecoslovacca dei Sudeti. Solo in seguito all’annessione tedesca di Praga (marzo 1939) il Regno Unito si impegnò a sostenere militarmente la Polonia e la Romania.

Quando Hitler invase la Polonia nel settembre del 1939, il Regno Unito e la Francia dichiararono guerra alla Germania: ebbe inizio così la seconda guerra mondiale. Nella primavera del 1940 la Germania invase la Danimarca, la Norvegia, l’Olanda, il Belgio e la Francia. Winston Churchill prese il posto di Chamberlain a capo di un consiglio di gabinetto bellico (1940-1945) formato dai rappresentanti dei tre maggiori partiti politici. Dopo la resa della Francia nel giugno 1940, il Regno Unito intraprese una massiccia mobilitazione e subì pesanti bombardamenti che causarono circa 60.000 vittime fra la popolazione civile.

Dopo l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica, nel giugno 1941, e l’attacco giapponese a Pearl Harbor, Churchill stipulò la “Grande alleanza” con il leader sovietico Stalin e il presidente americano Franklin D. Roosevelt contro le potenze dell’Asse. Il corso della guerra, fino a quel momento sfavorevole, cominciò a cambiare verso la fine del 1942. Fra i più determinanti contributi britannici all’andamento del conflitto si ricordano la battaglia dell’Atlantico contro la minaccia sottomarina tedesca e la campagna nordafricana del generale Bernard Montgomery. Notevole fu la partecipazione delle forze britanniche alla liberazione dell’Italia (1943) e della Francia (1944) e alla definitiva sconfitta delle potenze dell’Asse (1945).

15. Il secondo dopoguerra

Le elezioni generali del 1945 conferirono per la prima volta al partito laburista la maggioranza dei suffragi e una netta maggioranza parlamentare. Il governo, sotto la guida di Clement Richard Attlee, nazionalizzò importanti settori dell’economia nazionale e avviò la ricostruzione del paese con il sostegno del piano Marshall. Nel 1949 aderì con altre potenze occidentali all’Organizzazione del trattato dell’Atlantico del Nord (NATO). Nel 1948 il Regno Unito aveva rinunciato al suo mandato in Palestina; questo fatto portò alla fondazione di Israele e alla prima guerra arabo-israeliana. Il governo laburista concesse l’indipendenza all’India e al Pakistan nel 1947, alla Birmania e a Ceylon nel 1948.

Le elezioni del 1951 videro il ritorno di Winston Churchill alla guida del paese. La sostenuta ripresa economica che caratterizzò i primi anni Cinquanta permise di ridurre le imposte sul reddito e di porre fine al programma di austerità, mentre si sviluppavano l’industria edilizia e il commercio internazionale. Nel 1952 salì al trono la regina Elisabetta II. Il successore di Churchill, Anthony Eden (1955-1957), si dimise in seguito alla crisi di Suez.

16. La decolonizzazione

Harold Macmillan (primo ministro negli anni 1957-1963) inaugurò un periodo di nuova prosperità economica e intraprese una politica di decolonizzazione in Africa. All’indipendenza del Sudan nel 1956, seguì quella di Ghana, Nigeria, Somalia, Tanzania, Sierra Leone, Uganda e Kenya. Molti di questi stati rimasero membri del Commonwealth; l’Unione Sudafricana uscì dall’organizzazione nel 1961 per dichiararsi una repubblica. Durante il governo Macmillan l’indipendenza fu concessa anche alla Malesia, a Cipro e alla Giamaica. Dalle ex colonie – specialmente dalle Indie Occidentali e dal Pakistan – giunse nel Regno Unito un forte numero di immigrati, anche in seguito alle campagne di assunzione nei lavori pubblici. L’inasprirsi delle tensioni razziali spinse il governo ad adottare misure fortemente restrittive dell’immigrazione, pur assicurando nel contempo la parità di diritti agli immigrati e ai loro discendenti.

Nel 1961 Macmillan fece richiesta di adesione alla Comunità Europea (CEE, l’odierna Unione Europea), incontrando il veto del presidente francese Charles de Gaulle. Nel 1963 a Macmillan subentrò Alec Douglas-Home, che alle elezioni generali del 1964 fu sconfitto di misura dal partito laburista guidato da Harold Wilson.

17. Gli anni Sessanta e Settanta

Nel corso degli anni Sessanta il paese conobbe un vivace movimento culturale e di contestazione che si espresse nella musica, nella moda, nell’arte. Londra (definita “swinging London”, cioè “Londra brillante, animata”) divenne una delle capitali internazionali della nuova cultura giovanile, di cui i Beatles furono i principali ambasciatori. Il governo Wilson (1964-1970) varò una riforma dell’istruzione secondaria allo scopo di estendere la formazione superiore alla maggioranza dei cittadini. Alla fine del decennio vennero limitate le restrizioni in materia di divorzio, fu legalizzato l’aborto, venne abolita la pena di morte, fu introdotta la parità salariale per le donne e la maggiore età venne stabilita a 18 anni. Una grave crisi economica costò al Partito laburista la perdita del consenso dei sindacati e il ritorno al potere dei conservatori con Edward Heath, nel 1970.

Uno dei problemi principali affrontati dalla politica britannica a partire dalla metà degli anni Sessanta fu la lotta contro l’inflazione. Heath sperava di risolvere i problemi dell’economia con l’introduzione del regime di cambi flessibili e con l’adesione britannica alla Comunità Europea, che avvenne nel 1973, ma il congelamento dei salari suscitò l’opposizione dei minatori. L’esito delle elezioni del febbraio 1974 permise a Wilson di formare un governo laburista di minoranza.

Nel corso degli anni Settanta i diversi governi dovettero inoltre affrontare la difficile situazione in Irlanda del Nord, dove, in seguito all’inasprirsi del conflitto fra cattolici e protestanti, nel 1969 fu inviato l’esercito e nel 1972 furono sospese le funzioni del Parlamento autonomo. In Scozia, per far fronte al successo del partito nazionalista alle elezioni del 1974, il governo Callaghan (1976-1979) tentò di istituire un Parlamento scozzese autonomo, ma il progetto naufragò.

Alla fine degli anni Settanta la politica britannica si polarizzò fra l’ala sinistra del partito laburista, che perseguiva una maggiore uguaglianza sociale attraverso un accresciuto ruolo dello stato, e i conservatori, che intendevano riaffermare il ruolo dell’impresa privata. Dopo un inverno di agitazioni sindacali, nel marzo del 1979 un voto di sfiducia mise fine al governo Callaghan.

18. Il decennio Thatcher

Nelle elezioni dell’aprile 1979 i conservatori ottennero una solida maggioranza parlamentare e Margaret Thatcher fu la prima donna in Europa a ottenere la carica di capo del governo. La sua politica economica, di forte stampo neoliberista, incentrata sul ridimensionamento del welfare state e sul rinnovamento della struttura produttiva nazionale (che prevedeva un massiccio piano di privatizzazione delle imprese statali), diede i primi, modesti risultati fra il 1981 e il 1982, ma al prezzo del più alto tasso di disoccupazione registrato dagli anni Trenta. Nell’aprile del 1982, il governo Thatcher dovette affrontare la crisi delle isole Falkland (vedi Guerra delle Falkland). Alle decisive affermazioni elettorali dei conservatori nel 1983 e nel 1987 contribuì il frazionamento dell’opposizione. Nel 1981 un gruppo di ex laburisti, guidati da Roy Jenkins e David Owen, formò il Partito socialdemocratico, che, alleatosi con i liberali, conquistò il 25% dei suffragi nel 1983 e il 23% nel 1987, dividendo l’opposizione e favorendo la vittoria dei conservatori.

Negli anni seguenti il governo Thatcher perseguì ostinatamente il suo programma; importanti aziende statali vennero privatizzate e fu introdotta una legislazione che limitava fortemente il potere dei sindacati, favorendo l’investimento di capitali stranieri. La politica del governo conservatore negli anni Ottanta ottenne degli indubbi risultati nel rivitalizzare l’economia nazionale, ma al costo di un deciso peggioramento delle condizioni dei settori più poveri della società e quindi di un diffuso disagio sociale. Alla fine degli anni Ottanta la popolarità della “Lady di ferro” era svanita; la ripresa dell’inflazione, il fallimento del tentativo di introdurre la Poll Tax (un’imposta che grava sui cittadini indipendentemente dal loro reddito) e i dissidi all’interno del suo stesso partito la costrinsero alle dimissioni nel novembre del 1990.

19. Il governo Major

John Major prese il posto della Thatcher alla guida del partito conservatore e alla carica di primo ministro. Proseguendo la politica di stretti legami con gli Stati Uniti, la Gran Bretagna fu tra i paesi europei quello più coinvolto nella partecipazione all’intervento militare contro Saddam Hussein (vedi Guerra del Golfo). Il governo Major si trovò ad affrontare una crescente crisi economica e sociale, ma nelle elezioni dell’aprile 1992 la riproposta di una politica di defiscalizzazione gli fece riguadagnare la maggioranza nel Parlamento di Londra. Nel settembre dello stesso anno la sterlina uscì dal Sistema monetario europeo.

Nel 1993 il governo inglese e il Sinn Féin avviarono, in un primo tempo in gran segreto, dei negoziati, nel tentativo di trovare una soluzione alla crisi nordirlandese. Nell’agosto 1994, con lo scopo di favorire le trattative, l’IRA dichiarò un cessate il fuoco unilaterale; pochi mesi dopo anche le formazioni paramilitari protestanti annunciarono l’adesione alla tregua. Ma nel febbraio del 1996, lamentando una scarsa volontà del governo britannico nel proseguire le trattative di pace, l’IRA riprese l’attività terroristica con un attentato a Londra che provocò due morti e più di cento feriti. In seguito le trattative ripresero, ma senza approdare a risultati concreti.

Nel marzo del 1996, il governo annunciò i risultati delle ricerche di una commissione indipendente in merito a dieci decessi, apparentemente causati dalla malattia di Creutzfeldt-Jakob (CJD), che risultava connessa alla presenza, negli allevamenti britannici, dell’encefalopatia spongiforme bovina (chiamata anche “morbo della mucca pazza”). Questa scoperta, che contraddiceva le rassicuranti dichiarazioni governative, provocò il collasso del mercato interno e delle esportazioni di carne. Il 27 marzo la Commissione europea impose un bando globale alle esportazioni di carni bovine britanniche. A giugno, tuttavia, i governi dell’Unione Europea concordarono la graduale riduzione delle sanzioni.

20. Ritorno dei laburisti: il New Labour

Dopo il lungo periodo conservatore, le elezioni del maggio 1997 decretarono il successo dei laburisti guidati da Tony Blair, che ottennero 419 dei 659 seggi del Parlamento britannico. Questo straordinario risultato fu dovuto a un ampio processo di revisione politica e ideologica compiuto dalla nuova leadership del partito, che favorì la conquista del voto della classe media, tradizionalmente legata al Partito conservatore ma delusa dai risultati da questo ottenuti in quasi un ventennio di ininterrotto governo. Significativamente, il Partito laburista inglese fu rinominato “New Labour” e il gruppo sorto intorno a Blair compì un grande sforzo per dare al partito una moderna immagine.

Non meno innovativo rispetto alla tradizione laburista fu il programma adottato dal nuovo governo, incentrato sull’introduzione di radicali riforme allo stato sociale, alla giustizia, alla scuola, volte a ridurre l’intervento dello stato e a favorire lo sviluppo dell’iniziativa privata. I tagli alla spesa sociale sollevarono però un diffuso malcontento, sia all’interno del partito sia tra gli strati più disagiati della popolazione, per i quali divenne più difficile accedere ai programmi assistenziali.

In politica interna Blair ottenne due importanti risultati, rilanciando il processo di pace in Irlanda del Nord (la sua mediazione, insieme con quella degli Stati Uniti, fu decisiva nell’indurre gli unionisti ad accettare il negoziato con i repubblicani del Sinn Féin), e introducendo l’attesa riforma costituzionale basata sul principio della “devolution” (decentramento amministrativo), in seguito alla quale nella Scozia e nel Galles furono istituiti (ed eletti nel maggio 1999) parlamenti distinti da quello centrale e dotati di ampi poteri.

Il governo di Blair condusse una politica estera attenta a non scontentare le opposte attitudini del suo elettorato nei riguardi dell’Unione Europea, annunciando da una parte la ratifica del protocollo sociale allegato al trattato di Maastricht e rinviando dall’altra l’adesione del Regno Unito all’Unione monetaria europea. Ma il rapporto più stretto Blair lo stabilì con l’amministrazione statunitense, con cui condivise pienamente una visione strategica che poneva il mondo anglosassone al centro degli equilibri internazionali; il Regno Unito fu infatti, tra i partner europei di Washington, il paese che sostenne con più convinzione la linea statunitense nella crisi irachena (dicembre 1998) e in quella del Kosovo (marzo-giugno 1999). Il 1° luglio 1997, la Gran Bretagna restituì Hong Kong alla Cina, dopo averla amministrata per 154 anni.

Tra il 1998 e il 2000 il paese fu al centro di una lunga controversia giuridico-diplomatica internazionale per il caso dell’ex dittatore cileno Augusto Pinochet. Recatosi a Londra in visita privata, Pinochet fu posto agli arresti domiciliari nell’ottobre del 1998 in seguito a una richiesta di estradizione della magistratura spagnola. La vicenda si concluse solo nel marzo 2000 quando, con una controversa decisione stigmatizzata dalle organizzazioni per i diritti umani (tra cui Amnesty International), il ministro degli Interni Jack Straw negò infine l’autorizzazione all’estradizione consentendo a Pinochet di rientrare in Cile.

La vita economica del biennio 2000-2001 fu segnata dalla grave crisi del settore agricolo. Non ancora ripresosi dalle conseguenze della “mucca pazza”, il settore zootecnico britannico venne travolto da una violenta epidemia di afta epizootica, che portò a un nuovo embargo, da parte delle autorità europee, di animali, carne e prodotti caseari provenienti dalla Gran Bretagna e all’abbattimento di circa due milioni e mezzo di capi di bestiame.

21. La “terza via”

Blair non si limitò a modernizzare il laburismo britannico, ma perseguì l’obiettivo di imprimere una svolta decisiva al socialismo europeo. Coadiuvato da un gruppo di intellettuali tra cui il sociologo Anthony Giddens, Blair elaborò e propose alle socialdemocrazie europee un progetto rivolto alla creazione di un nuova realtà politico-economica affrancata dalle ideologie del passato: una “terza via” opposta alla socialdemocrazia e al capitalismo tradizionali. Le ambizioni della leadership neolaburista britannica (sintetizzate nel motto “pensare l’impensabile”) di raccogliere moderati e riformisti di tutte le classi intorno a un unico blocco modernizzatore, non suscitarono tuttavia molti entusiasmi nel New Labour (nel quale la componente “tradizionalista” conservò una forza significativa), né nella base sociale ed elettorale del partito. Nelle elezioni europee del giugno 1999, anche a causa di una bassissima affluenza alle urne che non raggiunse il 30%, il New Labour vide dimezzarsi la percentuale di voti ottenuta nelle precedenti legislative.

Convinto della necessità di affermare il suo progetto, Blair sferrò un’offensiva rivolta a ridurre l’influenza, all’interno del partito e nella società, di quella che egli considerava una sinistra “vecchia e conservatrice”. Opponendosi con ogni mezzo alla candidatura alle municipali di Londra di Ken Livingstone (detto anche “Ken il Rosso”, il popolarissimo ultimo sindaco della città prima che la “Greater London”, ovvero il comune di Londra, venisse abolita d’autorità nella seconda metà degli anni Ottanta da Margaret Thatcher), Blair andò incontro a un secondo cocente smacco: presentatosi alla guida di una lista indipendente, nelle elezioni del 4 maggio 2000 Livingstone sbaragliò infatti il candidato ufficiale del New Labour (arrivato solo terzo dopo il candidato conservatore).

22. Con gli Stati Uniti contro il terrorismo

Diviso al suo interno, ma favorito dalla grave crisi dei conservatori, alle elezioni legislative del giugno 2001 il Partito laburista si riconfermò alla guida del paese, aggiudicandosi 413 seggi del Parlamento britannico contro i 166 conquistati dai conservatori e i 52 dai liberaldemocratici.

Nel nuovo governo, profondamente rinnovato, Blair raccolse i suoi uomini più fedeli. Il premier britannico dovette tuttavia attuare una cospicua revisione della linea economica e politica sino ad allora promossa. Infatti, oltre ad accantonare la controversa “terza via”, Blair fu costretto a un inasprimento delle imposte per far fronte alla crisi dei settori dei servizi pubblici, dell’energia e sanitario, nei quali lo stato tornò a giocare un ruolo maggiore di quello assegnatogli dai governi conservatori e dallo stesso Blair nel suo primo mandato.

Nel quadro internazionale, il governo di Blair continuò il processo di avvicinamento all’Europa, dovendo tuttavia fare i conti con il diffuso “euroscetticismo” della società britannica. La questione europea continuò infatti a frenare l’iniziativa europeista dei laburisti, che rinviarono l’ingresso del paese nell’euro. In ambito conservatore la questione europea provocò divisioni anche più drammatiche, e la stessa Margaret Thatcher, in uno dei suoi ultimi interventi, nel 2002 si fece interprete dei sentimenti più estremi, arrivando a sostenere l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Tuttavia, in alcuni settori economici del paese e soprattutto in quello finanziario, particolarmente sensibile agli andamenti dei mercati internazionali, la moneta unica europea andò conquistandosi uno spazio sempre maggiore, sostituendosi informalmente alla sterlina britannica.

Blair confermò nel contempo la politica di stretta alleanza con gli Stati Uniti, partecipando all’operazione Enduring Freedom (“Libertà duratura”) lanciata contro l’Afghanistan in risposta alla devastante offensiva terroristica dell’11 settembre 2001. Nel 2002, sfidando sia l’opposizione interna sia l’ostilità dell’opinione pubblica nei confronti di un eventuale intervento militare in Iraq, Blair sostenne l’alleato statunitense nell’offensiva prima diplomatica e poi militare contro Saddam Hussein, nonostante la mancanza di una risoluzione dell’ONU e i forti dubbi sull’opportunità e sulla legittimità della guerra espressi da molti governi e in particolare da quelli di Francia, Germania, Russia e Cina.

Rischiando una grave crisi politica e istituzionale (contro la guerra non si schierò infatti soltanto la gran parte della popolazione britannica, ma molti deputati laburisti e diversi ministri, quattro dei quali si dimisero), Blair ottenne il sostegno del Parlamento, affiancando le truppe britanniche a quelle statunitensi nell’offensiva scatenata contro l’Iraq nel marzo 2003.

23. Il fronte interno contro il terrorismo

A partire dal 2003, la guerra contro l’Iraq e il terrorismo di matrice islamica dominò il dibattito politico britannico, alimentando aspre polemiche. In particolare, il governo venne accusato di aver fornito volutamente prove manipolate sulla capacità militare irachena al Parlamento, per conquistarne il consenso. Le accuse, rivolte al governo in un’inchiesta diffusa dalla BBC, provocarono un diffuso sconcerto e le dimissioni del portavoce del primo ministro. In seguito, ritenuto da un’inchiesta parlamentare all’oscuro della manipolazione delle prove (la cui responsabilità venne addossata ai servizi segreti), Blair chiese e ottenne le dimissioni del direttore della BBC e dell’autore dell’inchiesta. A lacerare ulteriormente il paese furono, nel luglio 2003, il suicidio dello scienziato David Kelly, ex ispettore dell’ONU, individuato come la fonte ispiratrice dell’inchiesta televisiva, e i risultati dell’Iraq Survey Group, che nell’ottobre 2004 concluse i suoi lavori escludendo il possesso di armi di distruzione di massa da parte dell’Iraq. Pur ammettendo la debolezza dell’impianto politico-strategico che aveva portato alla guerra contro l’Iraq, Blair continuò tuttavia a sostenere la necessità dell’offensiva anglo-statunitense nel Medio Oriente.

Sebbene indebolito dalle polemiche e dalle divisioni interne, il Partito laburista si aggiudicò le elezioni legislative del maggio 2005, passando però dal 40,7% al 35,2% dei suffragi e da 413 a 356 seggi. I conservatori, ancora afflitti da una profonda crisi, migliorarono di poco il loro risultato, passando dal 31,7% al 32,3% dei voti e ottenendo 31 seggi in più (197). Più cospicuo fu il guadagno in termini di voti del Partito liberaldemocratico, che passò dal 18,2% al 22% dei voti ottenendo 62 seggi (+10).

Gli effetti dell’offensiva antiterroristica internazionale non tardarono a farsi sentire all’interno del paese, dove in seno alla folta comunità islamica di origini asiatiche crebbe l’influenza di tendenze radicali. Il 7 luglio 2005 la città di Londra fu sconvolta da quattro attentati suicidi, tre all’interno della metropolitana e uno su un autobus, che causarono 52 morti e un migliaio di feriti. Gli attentati furono condotti da cittadini britannici di origine pakistana, contigui a organizzazioni estremiste islamiche. Due settimane dopo, un’altra ondata di attentati venne sventata grazie alle indagini della polizia. In questo drammatico contesto, alla fine del mese giunse dall’Irlanda la notizia della cessazione definitiva della lotta armata da parte dell’IRA.

Sempre più in difficoltà all’interno del suo stesso partito, nel settembre 2006 Tony Blair annunciò infine le sue dimissioni dalla guida del partito e dalla carica di primo ministro.

24. Sviluppi recenti

Nel febbraio 2007 Blair annuncia la diminuzione del contingente britannico in Iraq. In maggio si insedia a Belfast il nuovo governo nordirlandese, che comprende esponenti del Partito unionista democratico di Ian Paisley e del Sinn Féin di Gerry Adams. Nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento di Edimburgo si afferma lo Scottish National Party, che supera i laburisti e diventa il primo partito scozzese. Blair lascia la guida del Partito laburista a Gordon Brown, che a giugno gli succede anche alla guida del governo.

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