L'Essere tra analisi linguistica e metafisica:
Parmenide interpretato da Russel


 

I greci non erano inclini alla moderazione, nè in teoria nè in pratica: Eraclito sosteneva che tutto cambia, Parmenide invece replicò che nulla cambia. Parmenide fu influenzato da Pitagora, ma non si sa esattamente in quale misura. Ciò che lo rende così storicamente importante è che egli scoprì una forma di ragionamento metafisico che, in un modo o nell’altro, si trova nella maggior parte dei metafisici successivi fino e Hegel incluso. Spesso si dice di lui che abbia inventato la logica, ma ciò che realmente invento’ fu una metafisica basata sulla logica. La dottrina di Parmenide era esposta in un poema Sulla natura. Considerava ingannevoli i sensi e disprezzava come mera illusione la moltitudine delle cose sensibili. Il solo essere vero è “l’Uno”, infinito ed invisibile. "L’Uno" non è concepito da Parmenide nella maniera in cui noi concepiamo Dio; sembra che pensi a lui come a qualche cosa di materiale e di esteso, dato che ne parla come di una sfera. Ma non può essere suddiviso, perchè è presente ovunque tutto intiero. Parmenide divide il suo insegnato in due parti, chiamate rispettivamente ”la strada della verità” e “la strada dell’opinione”. Il divenire è così abolito e non si deve più sentir parlare di dileguare.

Sia il pensiero che il linguaggio richiedono oggetti al di fuori di sè. E dato che puoi pensare ad una cosa o parlarne in un momento come in un altro, tutto ciò che può essere pensato o di cui si può parlare deve esistere in tutti i tempi. Di conseguenza non ci può essere alcun mutamento, dato che i mutamenti consistono in cose che cominciano o che cessano di essere. Questo è il primo esempio in filosofia di un ragionamento che, prendendo come punto di partenza il pensiero e il linguaggio, si estende all’intero mondo. Non può essere naturalmente accettato come valido, ma vale la pena di vedere l’elemento di verità che esso contiene. Possiamo esporre il ragionamento in questa maniera: se il linguaggio non è semplicemente un‘assurdità, le parole devono significare qualcosa, e in generale non devono significare soltanto altre parole, ma qualcosa che c’è, sia che se ne parli o no. Nella maggior parte dei casi, è evidente che noi non parliamo di parole, ma di ciò che le parole significano. E questo ci riporta al ragionamento di Parmenide che diceva: se una parola si può usare in maniera sensata, deve denotare qualcosa, non niente, e quindi quanto quella parola denota deve in qualche modo esistere.

Parmenide suppone che le parole abbiano un significato costante; in realtà è questa la base del suo ragionamento, che egli suppone indiscutibile. Ma benchè il dizionario o l’enciclopedia diano quello che si può chiamare il significato ufficiale e socialmente sanzionato di una parola, non accadrà mai che due persone che usano la stessa parola abbiano proprio lo stesso pensiero in testa. Il continuo mutamento nei significati delle parole è celato dal fatto che, in generale, il mutamento non crea delle differenze nella verità o falsità delle proposizioni in cui le parole stesse compaiono.
Parmenide pretende che, se possiamo sapere ciò che si considera comunemente come passato, in realtà ciò non può essere passato, ma deve in un certo senso esistere tuttora. Quindi deduce che non vi sia nulla di simile ad un mutamento. Quando ricordate, il ricordo si verifica adesso, e non è identico all’avvenimento ricordato, ma il ricordo rende necessaria una descrizione dell’avvenimento passato, e per la maggior parte degli scopi pratici non occorre distinguere tra descrizione e ciò che è descritto. L’intero ragionamento dimostra quanto sia semplice trarre conclusioni metafisiche dal linguaggio e come la sola maniera di evitare ragionamenti erronei di questo genere sia di spingere lo studio logico e psicologico del linguaggio più a fondo di quanto non sia stato fatto dalla maggioranza dei metafisici.

Credo però che, se Parmenide potesse tornare dalla morte e leggere ciò che sono venuto dicendo, giudicherebbe tutto ciò molto superficiale. Vorrei così rammentare che le teorie filosofiche, se sono importanti, possono in generale rivivere in una nuova forma dopo essere state confutate nella loro versione originaria. Raramente le confutazioni sono definitive; nella maggior parte dei casi sono soltanto un preludio ad ulteriori perfezionamenti. Ciò che la filosofia successiva fino ai tempi più recenti accettò da Parmenide non fu l’impossibilità di ogni cambiamento, il che era un paradosso troppo violento, ma l’indistruttibilità della sostanza. La parola “sostanza” non compare nei suoi successori immediati ma il concetto è già presente nella loro speculazione.
Si supponeva che una data sostanza fosse il soggetto costante di predicati variabili. Questo concetto è fondamentale nella filosofia aristotelica e nella tradizione razionalista del pensiero moderno (Cartesio, Spinoza). Come tale divenne, e restò per più di duemila anni, uno dei concetti fondamentali della filosofia, della psicologia, della fisica e della teologia.



Bertrand Russell, Storia della filosofia occidentale, 1967, Milano.
 

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