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E facile esser certi. Basta essere sufficientemente
vaghi. Con la consueta finezza filosofica, mascherata
sotto spoglie comunicative di assoluta semplicità,
Peirce aveva già centrato la questione che
voglio trattare nel modo più netto e, come
cercherò di dimostrare, più completo.
La sua argomentazione si avvale dellesempio
seguente: ognuno di noi crede fermamente che vi sia
un ordine che presiede ai fenomeni naturali e si comporta
nella vita quotidiana di conseguenza; ma nessun fenomeno
sperimentale confermerà mai in toto questa
credenza, fornendone adeguate prove empiriche; essa
non potrà dunque essere dimostrata scientificamente,
perché ogni dimostrazione condurrà a
violare le più semplici garanzie logiche. Ciò
non toglie che la vaghezza concettuale della nostra
credenza nel fatto che domani sorgerà il sole
fondi in modo inconcusso le nostre abitudini più
consuete, tanto da poter essere attribuita ad una
sorta di istinto, la cui esattezza ci sembra molto
maggiore di quella di qualsiasi altra verità
stabilita a livello scientifico (CP 6.496) .
Partiamo da questa prima acquisizione, allora: precisione
e certezza non vanno mai insieme . Non è unacquisizione
da poco, a ben vedere, perché falsifica il
lungo e difficoltoso percorso che ha condotto Cartesio
a liberarsi dei criteri di verità scolastici,
avviando il meccanismo di funzionamento della scienza
moderna. La certezza - è questa in sintesi
la posizione che accomuna Peirce e Wittgenstein -
non è guadagnata a posteriori tramite il processo
di depurazione delle idee contaminate dagli abbagli
dei sensi o dalloscurità proposizionale,
non è cioè da considerarsi un esito
del processo metodico che conduce allevidenza
e distinzione logica, ma può coesistere con
la vaghezza tipica dellaffollarsi dei percetti
sensibili, è perciò una validità
originaria, a priori rispetto ad ogni ulteriore affinamento
concettuale. E, soprattutto, il valore che ascriviamo
alle proposizioni che denotano certezza non è
di tipo argomentativo, né razionale, ma appartiene
interamente allordine della pratica, allimmediatezza
del fenomeno (pragmatico), non allilluminazione
che segue una buona concatenazione (logica).
Impostiamo allora la questione nei seguenti termini:
sia Peirce che Wittgenstein affrontano un tema tipicamente
cartesiano, come quello della certezza, in un senso
totalmente anticartesiano, manifestando in tal modo
la radice più comune delle loro due filosofie:
lavversione più totale verso il cogito
e il suo armamentario di precisione logica e assicurazione
psicologica. Insieme, però, la loro interrogazione
è ancora, a ben vedere, profondamente cartesiana,
nellindividuazione del tema e nelladozione
del metodo di interrogazione: ambedue esercitano infatti
ancora la forma del dubbio metodico, alla ricerca
del criterio in grado di stabilire la chiarezza concettuale.
E la loro indagine recupera, in termini ovviamente
trasfigurati, alcuni capisaldi della filosofia cartesiana:
le nozioni di intuizione, di lume naturale, di sapere
originario e istintivo. Se si indaga ciò che
non può essere revocato in dubbio, ciò
che appare alla nostra mente con unevidenza
immediata, dobbiamo avere il coraggio di tornare a
maneggiare concezioni abusate, ma appartenenti alla
philosophia perennis: lo fa Peirce, che pur era divenuto
filosofo schierandosi tra i più accesi antiintuizionisti
del suo tempo, lo fa Wittgenstein che del cartesianesimo
distrugge, fin dai primi anni di Cambridge, il riferimento
mentalista e meccanicista. In questo scritto mi propongo
di dimostrare che i loro percorsi sono perfettamente
coerenti, nel tentativo che li contraddistingue di
comprendere quale sia il fondamento della conoscenza.
Comè noto, Wittgenstein compone, negli
ultimi mesi di vita, una serie di osservazioni sul
tema della certezza , che in parte sintetizzano, in
parte ampliano le tormentate riflessioni che lo avevano
accompagnato nel far filosofia fin dal suo ritorno
a Cambridge. A stimolarlo nellimpresa è
la lettura di A Defense of common sense di Moore,
suo antico compagno di studi. Wittgenstein si ritrova
attratto e, insieme, respinto dalle proposizioni lì
contenute; vi intravede una verità incontrovertibile,
ma tanto mal fondata e formulata da meritare tutte
le critiche più acute che gli venivano rivolte.
Cosa sostiene Moore? Moore insiste, contro ogni posizione
scettica o relativistica, sullesistenza di alcune
evidenze cognitive che il senso comune ci attesta
fuori da ogni dubbio, ad esempio, so che questa
è la mia mano, so che la terra
esiste da più di cinque minuti, so
di non essere stato sulla luna. Wittgenstein
ha facile gioco nello smontare pezzo per pezzo i rinvii
a quellevidenza palese cui Moore si appella,
unevidenza che non viene scandagliata filosoficamente,
ma che viene ascritta alla vista lunga del senso
comune, quello stesso senso comune del quale
bisognerebbe invero spiegare lorigine. Non si
può cioè presupporre proprio quello
che si vorrebbe indagare: in questo modo limpegno
filosofico rinuncia al suo compito più precipuo,
pensa Wittgenstein, che è quello di chiedere
ragione delle nozioni che appaiono più sicure
e indubitabili. Vorrei dire: quello che asserisce
di sapere, Moore non lo sa; ma è incontestabilmente
stabilito per lui come anche per me; il considerarlo
dunque come qualcosa di incontestabile fa parte del
metodo del nostro dubitare e del nostro ricercare
(C 151). Come scrive von Wright è il
ruolo peculiare [delle proposizioni di certezza],
non la questione se si può realmente dire che
sappiamo queste proposizioni, che Wittgenstein
indaga. Dunque, al nostro autore non interessa
stabilire la certezza di queste proposizioni, ma cambiare
gioco e chiedersi quale sia il fondamento di questa
certezza o, nei termini che gli sono più cari,
quale sia la portata grammaticale dell'enunciato:
io so che. Ad attrarlo nel discorso mooriano
che a dire il vero è assurto agli onori
del dibattito filosofico proprio in virtù della
critica del suo antico scolaro sembra comunque
essere proprio la circolazione metafisica delle nozioni
di evidenza, dubbio, credenza, sapere comune, che
restano alla base di ogni indagine epistemologica.
Ma si aprano gli scritti pragmatisti di Peirce e si
incontreranno immediatamente le stesse questioni.
Più ancora, gli scritti pragmaticisti, ed è
su questi che vorrei in particolare soffermarmi, perché
è qui che appaiono con maggior evidenza, a
mio modo di vedere, le analogie più estese
con la produzione dellultimo Wittgenstein. Mi
riferisco in particolare a due testi, redatti dal
filosofo americano durante gli ultimi anni di vita
con il chiaro intento di modificare le proprie precedenti
prese di posizione sul pragmatismo e salvare
la sua dottrina dai rapitori di bambini .
Esordiamo allora proprio con il tema del dubbio, tema
tipicamente moderno, ricordiamolo ancora, legato allinstaurazione
di una figura di soggettività recalcitrante
ad ogni senso comune, ma critica, consapevole,
autocosciente, scettica riguardo ogni evidenza data,
eccetto, appunto, levidenza del proprio dubitare.
Peirce e Wittgenstein, insieme - pur non conoscendo
i rispettivi lavori, è bene ricordarlo - soffocano
con una colossale risata un tal piedistallo fondazionale:
Bandite le finzioni, scrive Peirce (P
29), In verità, vi è un unico
stato mentale da cui è possibile prendere
le mosse, vale a dire proprio quello stato in
cui realmente ci si trova nel momento in cui si
prendono le mosse, uno stato in cui si è
carichi di unimmensa massa di cognizioni già
formate, delle quali non è possibile disfarsi
neppure volendo [...] Non fingete; se la pedanteria
non vi ha divorato e non vi ha privato della vostra
realtà, dovrete riconoscere che vi è
molto di cui non dubitate minimamente. Ora ciò
di cui non dubitate minimamente dovrà essere
considerato come infallibile e assoluta verità,
e così accade. O, come scrive altrove
(W3:259 ), accettare proposizioni che ci sembrano
perfettamente evidenti è cosa che, logica o
illogica che sia, noi non possiamo astenerci dal fare.
Per cui, conclude Peirce, giungere alla verità
non significa altro che conseguire uno stato di credenza
immune dal dubbio. In questo senso, la maggioranza
degli uomini - perfino lo scettico - vivono costantemente
nella verità, perché non dubitano minimamente,
per seguire gli esempi di Moore, che le proprie mani
siano lì, che facciano parte del proprio corpo,
che il proprio corpo sussista sulla terra, terra che
esisteva molto tempo prima che loro nascessero, ecc.
Dunque non possiamo cominciare con il dubbio
completo - afferma lautore con decisione,
in uno degli scritti che sono proprio ricordati come
saggi anticartesiani (W2:212):
Noi non possiamo non incominciare con tutti i pregiudizi
che effettivamente abbiamo quando iniziamo lo studio
della filosofia. Questi pregiudizi non vanno dissipati
da una massima, perché sono cose che non abbiamo
la possibilità di mettere in dubbio. Questo
scetticismo iniziale sarà quindi un mero auto-inganno
e non un dubbio reale; e nessuno che segua il metodo
cartesiano sarà mai pago fino a che non avrà
formalmente recuperato tutte quelle credenze che nella
forma ha abbandonato.
Ecco, proprio questo è il punto: le proposizioni
che il nostro senso comune accoglie come vere non
sono verificate, o chiarite argomentativamente, ma
semplicemente, inconcussamente credute come se fossero
vere. Sono prima della possibilità di essere
considerate vere o false; anzi sono il gradino sul
quale ci ergiamo con sicurezza quando dobbiamo salire
la scala che ci conduce alla nostra attività
di esplorazione del mondo.
Ciò fa sì che tutta quanta la
nostra ricerca sia orientata in modo che certe proposizioni,
ammesso che vengano formulate, stiano al riparo da
ogni dubbio. Stanno fuori della strada lungo la quale
procede la ricerca, scrive Wittgenstein (C 88),
con sorprendenti affinità, anche terminologiche,
con Peirce. Queste proposizioni sono presupposti dei
nostri giochi linguistici (C 446), credenze
infondate che fanno da fondamento alle credenze
fondate (C 253). Il fatto che io usi senza scrupolo
la parola mano [...] mostra che lassenza
del dubbio fa parte dellessenza del gioco linguistico,
che la domanda Come faccio a sapere che...
tira per le lunghe il gioco linguistico, o addirittura
lo toglie via (C 370). Chi volesse dubitare
di tutto, non arriverebbe neanche a dubitare. Lo stesso
gioco del dubitare presuppone già la certezza
(C 115). E conclusivamente, quasi facendo eco allautore
americano: Quello che devo far vedere è
che un dubbio non è necessario, neanche quando
è possibile. Che la possibilità del
gioco linguistico non dipende dal fatto che si metta
in dubbio tutto quello che si può mettere in
dubbio (C 392).
Il dubbio non è dunque quella figura nobile,
gnoseologicamente originaria, che credevano i moderni;
anzi, il dubbio viene sempre dopo la credenza (C 160),
e questa credenza non si instaura in virtù
di una decisione razionale, o di un atto di introspezione
psicologica. Essa sfugge al circolo delle argomentazioni:
non è né giustificata, né ingiustificata
(C 359), né vera, né falsa : La
mia immagine del mondo non ce lho perché
ho convinto me stesso della sua correttezza, e neanche
perché sono convinto della sua correttezza.
E lo sfondo che mi è stato tramandato,
sul quale distinguo tra vero e falso (C 94) . Allinizio,
esso semplicemente sta lì, come la nostra
vita (C 559). Dunque vi è una prepotente
verità nelle parole di Moore, difensore del
senso comune, che insiste nel mostrare come esistano
alcune semplici considerazioni di cui ci sentiamo
assolutamente appagati e sulle quali non reputiamo
possibile allungare lombra del dubbio - daltronde
lo stesso Cartesio aveva dovuto ricorrere ad un personaggio
del tutto artificiale come il genio maligno per convincere
dellincertezza di alcune proposizioni la cui
certezza appare ad ognuno assolutamente evidente e
naturale.
Il punto, aggiunge però Wittgenstein, è
che noi esibiamo con i nostri comportamenti la verità
di alcune proposizioni che, quando siamo invitati
a farlo, non sappiamo bene come fondare razionalmente.
Come scrive Armengaud , nel momento in cui viene
detta, la certezza diviene sospetta, e pertanto incerta.
Proprio come indicavano le parole di Peirce, citate
in apertura: lassoluta certezza è avvolta
dalla più totale vaghezza argomentativa; mentre
ogni dire è travolto dalla circolazione incessante
delle precisazioni e delle obiezioni, palesando la
possibilità di essere falsificato e reso altamente
sospetto e incerto, in quanto fa parte del sistema
(fallibile) dei segni e dei loro rinvii interpretativi.
Ci troviamo nella situazione di Agostino, tante volte
ricordato da Wittgenstein: se qualcuno mi chiede di
spiegare cosè il tempo non lo so dire,
ma se nessuno me lo chiede, lo so. Analogamente Peirce,
in un manoscritto del 1905 segnala: se credi in una
proposizione, non ne dubiti e non la critichi, neppure
se vuoi; se la poni in dubbio, essa non apparirà
mai più per te indubitabile (5.498) . Ecco
allora che possiamo dire guadagnata unaltra
acquisizione nel nostro percorso: le questioni
che poniamo, e il nostro dubbio, riposano su questo:
che certe proposizioni sono esenti da dubbio, come
se fossero i perni sui quali si muovono quelle altre.
In altre parole: fa parte della logica delle nostre
ricerche scientifiche, che di fatto certe cose non
vengano messe in dubbio (C 341-342). Moore pone
dunque un problema profondissimo, come ricorda von
Wright, che noi sappiamo molte cose senza poter
dire come le sappiamo, che sappiamo con certezza
quasi tutto ciò che ci permette di muoverci
nel mondo, senza che possiamo però spiegare
su cosa si fondi questo nostro sapere. Se mai, lingenuità
di Moore sta nel voler individuare la serie delle
giustificazioni di questa certezza, spiegandole tramite
la naturalità del buon senso comune,
senza rendersi conto che questo concetto è
anchesso una concrezione metafisica e un buon
filosofo non può limitarsi a presupporlo, ma
deve smascherarne la natura.
E dunque necessario pervenire a questa conclusione:
vi è un sistema di credenze naturali
assolutamente infondate; vi è una certezza
cui aderiamo che si presenta al di là del vero
e del falso, che sta prima di ogni dubbio; vi è,
in definitiva, un sapere che non discende da meccanismi
logico-argomentativi, ma che coincide con loperatività
concreta del fare: Perché quando voglio
alzarmi da una sedia non mi convinco di avere ancora
due piedi? Non cè nessun perché.
Semplicemente non lo faccio. Agisco così
(C 148) .
Ora, io vorrei considerare questa sicurezza, non
come qualcosa di affine allavventatezza o alla
superficialità, ma come (una) forma di vita.
(Questo è espresso molto malamente e, di sicuro,
anche pensato malamente) (C 358).
Le forme di vita sono da considerarsi affini
tanto allarbitrario quanto al non arbitrario
(OFP II 427), ospiti di una naturalità che
sprofonda nel logico, e di un logico che si stratifica
nel naturale. Lorigine e la forma primitiva
del gioco linguistico è una reazione: solo
sulla base di questa possono crescere le forme più
complicate. Il linguaggio - direi - è un affinamento:
in principio era lazione,
scrive nei Pensieri diversi, aderendo al motto goethiano.
Abbiamo dunque due sistemi di proposizioni grammaticali
(come vedremo, anche Peirce le classificherà
in modo analogo, distinguendo proposizioni indubitabili
e proposizioni dubitabili): il primo si dipana in
una rete di credenze cui aderiamo totalmente (una
sorta di mitologia, come scrive lautore
nel § 95), avendole assimilate in modo
puramente pratico, senza bisogno dimparare regole
esplicite. Esse fungono da binari di una
rotaia per le proposizioni empiriche non rigide, fluide;
e [...] questo rapporto cambia col tempo, in quanto
le proposizioni fluide si solidificano e le proposizioni
rigide diventano fluide (C 96). Ma la mitologia
può di nuovo tramutarsi in corrente, lalveo
del fiume dei pensieri può spostarsi [...]
Sì, la riva del fiume consiste in parte di
roccia dura, che non sottostà a nessun cambiamento,
o sottostà soltanto a cambiamenti impercettibili,
e in parte di sabbia, che ora qui, ora là,
lacqua dilava ed accumula (C 97-99). Ecco
il secondo sistema grammaticale: la sabbia è
quella ghiaiosa delle proposizioni empiriche, sottoposte
a critica, dubbio e interpretazione, che mutano forma
con il passaggio dellacqua, levigando però
col loro attrito lo strato di roccia dura.
Una considerazione generale, prima di procedere: da
una parte non si può fare a meno di notare
che la risoluzione cui perviene Wittgenstein alla
fine della vita è iscritta nel solco della
conclusione etica del Tractatus: su ciò di
cui non si può parlare bisogna tacere. Che
rimandava alla dicotomia dire/mostrare, che attraversava
tutto il libro e stava ad indicare limpossibilità
di spiegare col linguaggio ciò che nel linguaggio
si specchiava. Il punto principale è
la teoria di ciò che può essere detto
con le proposizioni - cioè con il linguaggio
- (che poi è lo stesso) di ciò che può
essere pensato, e ciò che non può essere
detto con le proposizioni, ma solo mostrato; che è
poi, io credo, il problema cardinale della filosofia,
scriveva lautore a Russell nel lontano 1919.
Così ora: mostro che sono certo - nelle azioni
che intraprendo, nelle direzioni del mio procedere
pragmatico. Ma in cosa consista questa certezza, non
lo posso spiegare. Di essa devo tacere. Al di là
della proposizione, si allarga lo spazio del non proposizionale
- delletico, del pratico. Dellintraducibile.
Di ciò che si può solo descrivere, dicendo
così è la vita umana .
Il punto è forse proprio questo: la difficoltà
consiste nel riuscire a vedere linfondatezza
della nostra credenza (C 166); nellaccettare
che a fondamento di ogni nostro possibile sapere vi
sia quel non fondamento (quel già sempre fondato
e mai pienamente fondato) che è il fluire impellente
della nostra vis activa: Non devi dimenticare
che il gioco linguistico è, per così
dire, qualcosa di imprevedibile. Voglio dire: Non
è fondato, non è ragionevole (o irragionevole).
Sta lì - come la nostra vita (C 559).
E al di là del tratteggio naturale-convenzionale
, è al di là delloscillazione
tra certo e oscuro, della distinzione o indistinzione
concettuale. E, soprattutto, al di là
del dilemma fondamento-assenza di fondamento. Perché
appartiene alla pratica: Come se una volta o
laltra la fondazione non giungesse ad un termine.
Ma il termine non è la presupposizione infondata,
sibbene il modo dagire infondato (C 110.
Grassetto mio).
Non è ancora il momento di sviluppare appieno
questo tema, che senza dubbio diviene centrale nella
risoluzione del problema. Vi è da aggiungere,
nellanalisi della pars destruens delle due filosofie,
qualche altro elemento di comunanza tra i due autori.
Se è infatti possibile pervenire ad una lettura
anticartesiana del tema della certezza - che, potremmo
dimostrare, va di pari passo con unanaloga lettura
del tema della chiarezza -, è ugualmente possibile
orientarsi verso un approccio non puramente critico
della materia dellintuizione.
Peirce, negli anni cruciali tra il 1866 e il 1868,
si chiede se si diano premesse prime del processo
del conoscere. Se vi siano delle premesse ultime
di questo tipo è una questione difficile; il
che equivale semplicemente a questo: se il confine
della coscienza sia nella coscienza o fuori di essa
(W1:515). La sua risposta, sviluppata nei densissimi
saggi anticartesiani del 68, è
piuttosto nota: ogni cognizione di qualsiasi
tipo è inferita da qualche altra cognizione.
Ogni premessa è una conclusione e non si dà
qualcosa come una premessa prima o unintuizione
(W1:488). Il che conduce a risolvere lintero
universo, sia delle cose che delle menti, in una catena
di segni infinitamente rinvianti gli uni agli altri,
senza che sia mai possibile stabilire il punto iniziale
o quello finale del loro legame. La conoscenza origina,
se mai, da un processo di cominciamento
(W2:211), è un continuum in cui lapprodo
alloggetto in sé costituisce un limite
invalicabile. Non perché esso rimanga inconoscibile
- non si dà alcun inconoscibile, scrive lautore,
se non come effettivamente conosciuto nella forma
di inconoscibile (W2:213) - ma perché la sua
realtà ha, di volta in volta, il nome che il
suo Interpretante le assegna. Non esiste dunque a
livello gnoseologico qualcosa di simile allintuizione,
perché ogni conoscenza è uninferenza,
e non esiste nulla che sussista in sé di fronte
a questo conoscere, perché ogni oggetto è
un segno, cioè qualcosa che sta per qualcuno
al posto di qualcosaltro (W2:223), un
passo in una catena di infiniti transiti.
Wittgenstein affrontava, credo, un problema molto
simile quando scriveva: E così
difficile trovare linizio. O meglio: è
difficile cominciare dallinizio. E non tentare
di andare ancor più indietro (C 471).
E vi è poi un inizio (e un termine ultimo),
o, come credeva il primo Peirce, vi è solo
la linea infinita e circolare delle interpretazioni
e dei rimandi tra segno, oggetto e interpretante,
a delimitare il processo del conoscere? Si può
insomma riabilitare la sfibrata stoffa di cui è
intessuta lAnschaaung e considerarla, se mai,
come un contraltare necessario del processo dellAuslegung,
come unimmediatezza originaria che vive allinterno
delle mediazioni? E curioso infatti che a queste
proposizioni sulla difficoltà di trovare linizio
Wittgenstein leghi quelle che gli vengono ispirate
dal motto goethiano In principio era lazione,
che esibiscono la sicurezza nellindicare un
preciso punto desordio. Questo punto desordio
è linstans dellAgisco così:
quando ho bisogno di asciugarmi, esemplifica lautore
nella parte finale della Certezza, posso dichiarare
che so che questo è un asciugamano e spiegare
perché lo uso quando sono bagnato, ma, più
semplicemente, lo afferrerò senza esitare
e, se vi fosse ad esempio un bambino a cui spiegare
il significato della parola, esibirò il gesto
corrispondente al detergermi la fronte. Lorigine
è dunque da ricercare in quel luogo vuoto di
ragioni, ma pieno di senso che è il qui e ora
della prassi vivente, una prassi che possiamo ben
equiparare ad un atto di afferramento immediato e
intuitivo. Per me si tratta di una
dichiarazione immediata. Non penso al passato o al
futuro [...] E esattamente come afferrare immediatamente
una certa cosa; come afferro lasciugamani senza
esitare (C 510).
Peirce avrebbe assentito: è solo labito
di comportamento a fungere, infatti, secondo lui da
Interpretante Logico Ultimo della serie dei rinvii
segnici. Lo spiega in uno degli ultimi scritti della
sua carriera, A Survey of Pragmaticism, del 1907 (CP
5.464-96), quasi interamente dedicato a questo tema:
lInterpretante è leffetto propriamente
veicolato dal segno, e lanalisi del significato
coincide con lanalisi dellInterpretante.
Ma si può arrivare a fare una tripartizione
tra gli Interpretanti: si dà un Interpretante
emozionale, che equivale al sentimento prodotto dal
segno; un Interpretante energetico, che è la
reazione, latto singolo che denota una risposta
al segno e, infine, lInterpretante Logico, che
dovrebbe equivalere ad un concetto. Ma si può
provare che lunico effetto mentale che si può
in tal modo produrre e che non è un segno,
ma ha unapplicazione generale, è un mutamento
di abito (CP 5.476).
La reale e vivente conclusione logica è questabito;
la formulazione verbale non fa che esprimerlo [...]
Labito deliberatamente formato, autoanalizzantesi
- autoanalizzantesi perché formato grazie allausilio
delle analisi degli esercizi che lhanno sostenuto
- è la definizione vivente, il vero e finale
interpretante logico. Di conseguenza, il più
perfetto resoconto di un concetto che si possa esprimere
in parole consisterà in una descrizione dellabito
che si calcola che quel concetto produca. Ma in quale
altro modo un abito può essere descritto, se
non attraverso una descrizione del tipo di azione
a cui esso dà luogo, con la specificazione
delle condizioni e del motivo? (CP 5.491).
Peirce è dunque chiarissimo su questo punto:
un Interpretante Logico può essere un concetto,
un argomento, una proposizione; ma la sua più
perfetta descrizione, la sua ultima espressione dovrà
tradursi in un abito di risposta, abito che, a sua
volta, verrà descritto facendo appello allazione
singolare e concreta cui dà luogo. Labito
non è in alcun modo esclusivamente un fatto
mentale, conclude poi lautore. Questo
è dunque il Peirce pragmatista: descrivete
labito adottato in ogni situazione concreta
e avrete lintera nozione del significato cui
le vostre parole conducono.
Ecco allora che torna nel vocabolario filosofico la
parola ultimo (o primo). Esattamente qui approda anche
Wittgenstein, convinto che si possa parlare in un
senso non metafisico del luogo più di tutti
metafisico: quello dellorigine. Vi sono numerosi
passaggi in cui lautore spiega che la catena
delle ragioni e delle spiegazioni non può né
procedere allinfinito, né regredire indefinitamente
:
In che modo posso seguire una regola?
- se questa non è una domanda riguardante le
cause, è una richiesta di giustificare il fatto
che, seguendo la regola, agisco così. Quando
ho esaurito le giustificazioni arrivo allo strato
di roccia, e la mia vanga si piega. Allora sono disposto
a dire: Ecco, agisco proprio così
(RF 217).
Una ragione si può dare solo allinterno
di un gioco. La catena delle ragioni ha termine, e
ha termine, precisamente, al confine del gioco (ragione
e causa) . Questo termine è dunque un
limite della catena e non fa parte della catena stessa,
non è un modo di vedere - non ha i caratteri
dellilluminazione razionale - ma è un
modo di agire - affetto dallirrimediabile cecità
della prassi. Ciò che è primario,
per ambedue, è un fatto della vita, un abito
pragmatico, una Lebensform che, nel suo imporsi, spezza
la catena dei rinvii segnici e indica verso un luogo
originario estraneo allinterpretazione e, tuttavia,
collocato dai suoi stessi rimandi. Vediamo di spiegare
meglio questa posizione, collegando tra di loro le
affermazioni dei due autori.
Loriginalità degli scritti che ambedue
dedicano al tema della certezza mi sembra che risieda
proprio nella consapevolezza che la conoscenza non
è strutturata unicamente come una catena di
rinvii intrecciati ad infinitum tra segni, pensieri
e cose, come un processo vorticoso di interpretazione
senza approdo ad un termine ultimo (o primo). Il regresso
allinfinito per cui non vi è pensiero-segno
che non si indirizzi ad un altro pensiero-segno (Peirce)
o gioco linguistico che abbia come referente un insieme
fisso e delimitato di oggetti reali (Wittgenstein)
deve placarsi - o meglio, semplicemente si acquieta
sempre, in ogni istante quotidiano - in un sistema
di credenze certe e consolidate che non mettiamo assolutamente
mai in dubbio finché le esercitiamo e proprio
perché le esercitiamo. Esse costituiscono il
terreno originario in base al quale poi
ci è permesso dubitare, accumulare sapere,
modificarlo e stratificarlo, finché, appunto,
gli strati divengono roccia, e, contro di essa, come
un nuovo terreno originario la mia vanga
si piegherà.
Voglio dire che Peirce e Wittgenstein, cantori della
semiosi illimitata e della mobilità estrema
delle forme di vita, inclinano negli ultimi anni delle
loro riflessioni (che si tratti di una guadagnata
pacatezza senile dopo le mattane della gioventù?)
verso una pragmatica fondante in cui il sapere abita
un territorio per nulla mobile, né sfuggente,
solido come la roccia, appunto. Su questa base disponiamo
di verità assolute e di risposte definitive;
perfino lo scettico o il relativista estremo ne deve
convenire: quando si alza in piedi non si chiede se
ha ancora due piedi e se può usarli. Lincertezza
- il dubbio, linterpretazione, il potrebbe
essere così o anche così - è
sempre seconda a, posteriore a questa certezza originaria.
Ma secondo, come ricorda Peirce, significa
altro da, in rapporto con,
indica cioè una relazione già configurata
che si appresta a venire interpretata; mentre lOriginario,
cioè il First categoriale, è in Peirce
un puro ground (il Grund di Wittgenstein) astratto
dalla concretezza che implica la possibilità
di un altro (W2:55) . Esso sfugge al circolo
della semiosi: per questo di esso non si dubita, per
questo non può venir detto e neppure spiegato.
Non è un segno: o meglio, è una Firstness
semiotica, direbbe Peirce, unoriginaria disposizione
al vero; è un gioco linguistico, sì,
ma la cui grammatica ci è divenuta naturale.
E così difficile trovare linizio,
scrive Wittgenstein: perché linizio ci
spinge ad andare ancora più indietro - nel
regresso dei rinvii interpretativi - e, insieme, si
rivela ora e qui nel nostro volerlo indicare - in
questa forma di vita che è interessata a stabilire
dove sia collocato il Primo. Semiosi e originario
nei due autori si intrecciano; ermeneutica e pragmatica
si illuminano a vicenda.
E pur vero, allora, che i due filosofi recuperano
alcuni temi cartesiani, ma profondamente anticartesiano
resta il loro punto desordio: non la nicchia
immacolata in cui deporre ogni verità riconquistata
allevidenza, ma lambito disordinato delle
nostre reazioni abituali, dei nostri giochi di linguaggio,
che si rivelano già sempre iniziati, già
originati, tanto familiari da sembrare innati.
E questa immediatezza si dà come una piega
della mediazione semiotica. Origine già sempre
originata , certezza ovvia e implicita che esplicitandosi
si fa dubitativa, cioè interpretativa e segnica.
Scrive Peirce, sempre nel 68: Nel mio
stato mentale non vè alcun istante in
cui vi sia cognizione o rappresentazione, ma vi è
nella relazione fra i miei stati mentali in istanti
diversi. In breve lImmediato (e perciò
in se stesso non suscettibile di mediazione - lInanalizzabile,
lInesplicabile, il non-Intellettuale) costituisce
una corrente incessante nel corso delle nostre vite;
consiste nella somma totale della coscienza, la cui
mediazione , che è la continuità di
essa, è resa possibile da una forza reale effettiva
dietro la coscienza (W2:227) . Una corrente
che coincide con il fluire della vita, della prassi
attiva di ognuno, gli fa eco Wittgenstein:
Al posto del non analizzabile, dello specifico, dellindefinibile:
il fatto che agiamo in questo e questo modo, che ad
esempio, puniamo certe azioni, accertiamo la situazione
effettiva in questo e questo modo, diamo ordini, prepariamo
resoconti, descriviamo colori, ci interessiamo ai
sentimenti altrui. Quello che dobbiamo accettare,
il dato - si potrebbe dire - sono i fatti della vita
.
Limmediato: il fatto che agiamo così
e così. Non si tratta di datità, di
cose, ma di fatti della vita, di Lebensformen, come
preferisce dire altrove lautore. E si ricordi
ancora: in principio era lazione (non: in principio
era la parola, o il senso, scrive Goethe); ma è
così difficile trovare linizio.
Seguiamo allora la linea interpretativa wittgensteiniana,
che utilizza un linguaggio e un modo di approccio
ai problemi che innegabilmente sentiamo più
vicini a noi del propepositivista Peirce.
Credo si possa dire con sufficiente sicurezza che,
scrivendo gli appunti riuniti sotto il titolo di Della
certezza, Wittgenstein cercasse di nominare un luogo
inaugurale e irriducibile dove si acquietasse il rovello
della volontà di conoscenza e si riconoscesse
la semplicità dellespressione grammaticale
Io so che. Come nota Perissinotto: niente
ci assicura che non interpreteremo ancora e tuttavia
il gioco linguistico riposa su questo: che certi
simboli, certi segni e gesti non sono (e non: non
possono essere) ulteriormente interpretati (p.209-210).
La mia vita consiste in questo: che sono appagato
di alcune cose (C 344). Così, quando
guardiamo un quadro, o un film, vi è un (primo)
momento in cui ci sentiamo completamente attratti
da esso, ed è perché quei segni particolari
che sono le Icone, come scrive Peirce, sono completamente
sostitutivi dei loro oggetti, tanto che non riusciamo
a distinguerli da essi. Così, nel contemplare
un dipinto, vi è un momento in cui perdiamo
la consapevolezza che esso non è la cosa, la
distinzione tra copia e reale svanisce, e in quel
momento è come se ci si trovasse in un puro
sogno - non si tratta di unesistenza particolare,
né di qualcosa di generale. In quel momento
stiamo contemplando unIcona (CP 3.362).
Se vedo il simbolo pensato dal di fuori
- sembra chiosare Wittgenstein - divento consapevole
che potrebbe essere interpretato in questo modo così
e così. Se è un passo sulla strada dei
miei pensieri, si tratta di una fermata che per me
è naturale e la sua ulteriore interpretabilità
non mi tiene occupato (e non mi inquieta) .
Dunque, non: questo simbolo non si può
più interpretare, ma: io non linterpreto.
Non linterpreto perché mi sento perfettamente
a mio agio con limmagine attuale. Così
recita un ms (213) citato da Perissinotto che aggiunge:
Dunque e di nuovo: a un certo punto non interpretiamo
più e in questo naturale non interpretare esibiamo
il gioco che stiamo giocando (p.210). Se luomo
è lanimale che interpreta per vivere
- potremmo concludere - è anche però
quellanimale che vive perché smette di
interpretare, perché accetta il fatto che vive
. Tò pragma autò: fatto che è
composto di azioni e reazioni, fatto pragmatico, appunto.
E questa la risoluzione che a Wittgenstein sembra
più congeniale, fin dai tempi del commento
al Ramo doro:
Non deve essere stata una ragione da poco, anzi non
può essere stata neppure una ragione, quella
per cui certe razze umane hanno adorato la quercia,
ma semplicemente il fatto che quelle razze e la quercia
erano unite in una comunità di vita, e perciò
si trovavano vicine non per scelta, ma per essere
cresciute insieme, come il cane e la pulce. (Se le
pulci sviluppassero un rito, riguarderebbe il cane)
Si potrebbe dire che non la loro unione (di quercia
e uomo) ha dato il pretesto per questi riti, ma in
un certo senso la loro separazione.
Perché il risvegliarsi dellintelletto
avviene con una separazione dal terreno originario,
dal fondamento originario della vita. (La nascita
della scelta) (p. 35, grassetto mio).
Wittgenstein recupera in questo modo il tema delloriginario,
del naturale, dimostrando come antropologia ed etnologia
possano essere discipline altamente filosofiche. Partiamo
dal terreno, dallo sfondo (Hintergrund) originario,
che poi è quel suolo scabro, cui faceva riferimento
nelle RF, che ci permette di approfittare dellattrito
per non rotolare giù dal piano inclinato delle
pure forme logiche . Il Wittgenstein dei giochi linguistici
non abita più nel tetro palazzo di ghiaccio
della logica matematica, ma cammina, con difficoltà,
là dove il terreno è accidentato e polveroso,
cioè su un terreno naturale e non
più artificiale.
La nozione di forma di vita, che già abbiamo
incontrato, riassume le sue considerazioni al riguardo
e ci permette di procedere nella nostra indagine:
il semplice fatto del darsi di una comunità
di vita è, di nuovo, un che di
animale (C 358), niente più che una sicurezza
tranquilla (C 357), che si vive senza chiederne
ragione. Che è dellordine della certezza
infondata - vale a dire del fondamento originario
della vita - non del primum nella serie delle
deduzioni logiche. E daltronde, ciò
che si deve accettare, il dato, sono - potremmo dire
- forme di vita (RF, p.295). Esse vanno intese
come fenomeni originari, che, come in Goethe , sono
originari in quanto matrici empiriche e trascendentali
insieme, fatti espressi come leggi . Bada
al gioco linguistico come a ciò che è
primario (RF 656); è questo il suolo
sul quale fondo ogni mio giudizio (C 492). Il
primario non va inteso dunque come il primo della
catena inferenziale, ma come il più evidente,
ciò che naturalmente si staglia
in primo piano per la sua luminosità (Peirce
parlerà non a caso, come vedremo, di lume naturale).
E questo, senza dubbio, il senso nel quale il
nostro autore interpreta la celebre massima goethiana:
La cosa più elevata sarebbe: comprendere
che tutto ciò che è fattuale è
già teoria. Lazzurro del cielo ci rivela
la legge fondamentale della cromatica. Non si cerchi
nulla dietro i fenomeni. Essi stessi sono già
la teoria . Limitiamoci dunque a descrivere
il così è dei fatti della
vita; non dei puri dati di fatto, si badi bene, ma
delle semplici forme di vita, del Così
noi pensiamo. Così noi agiamo Così noi
ne parliamo (Z 309) .
Non puri dati, dunque, ma pure attività (RF
23), o semplicemente reazioni (BB 26 ), esse presiedono
alla certezza perché hanno levidenza
e limmediatezza del modo dagire
infondato, là dove la prassi deve
parlar per se stessa (C 139). Vi è uninclinazione
profondamente pragmatica nellultimo Wittgenstein
che lo orienta a individuare il luogo originario della
certezza - luogo fondante e infondato, insieme - nelle
mobili e vaghe dimensioni della pratica:
In realtà vorrei dire che neanche qui sono
importanti le parole che si enunciano o quelle che,
enunciandole, si pensa; importante è però
la differenza che esse fanno in luoghi differenti
della vita. Come faccio a sapere che due uomini intendono
la medesima cosa, quando ciascuno di essi dice che
crede in Dio?[... ]Alle parole dà senso la
prassi .
Credo che si possa parlare allora di un pragmatismo
wittgensteiniano, anche se so bene che lautore
non gradiva lassimilazione a questa corrente
di pensiero : lo testimonia la sorprendente analogia
tra questultima citazione e il brano centrale
dello scritto centrale di Peirce sul pragmatismo:
Lessenza della credenza è lo stabilirsi
di un abito e le diverse credenze si distinguono per
i diversi modi dagire a cui danno adito. Se
le credenze non differiscono per questo rispetto,
se acquietano lo stesso dubbio producendo la stessa
regola dazione, allora nessuna differenza nella
maniera in cui se ne ha coscienza può renderle
credenze diverse, non più che suonare una nota
in chiavi diverse sia suonare note diverse. Si tracciano
spesso distinzioni immaginarie fra credenze che differiscono
solo per il modo despressione; - le dispute
che ne seguono sono, tuttavia, abbastanza reali [
]
Per vedere a che cosa questo principio conduca, si
consideri alla luce di esso una dottrina come quella
della Transustanziazione. Le chiese protestanti ritengono
generalmente che gli elementi del sacramento siano
la carne e il sangue solo in senso traslato [
],
ma i cattolici sostengono che essi siano letteralmente
carne e sangue, anche se possiedono tutte le qualità
sensibili delle ostie e del vino annacquato. Noi non
possiamo però avere alcuna concezione del vino
se non quella che può far parte di una credenza,
o 1) che questo, quello e quellaltro è
vino; o 2) che il vino possiede certe proprietà
(W3:265).
La nostra idea di una qualunque cosa è
lidea dei suoi effetti sensibili [
] Dobbiamo
cioè scendere a ciò che è tangibile
e concepibilmente pratico quale radice di ogni reale
distinzione di pensiero, per sottile che possa essere;
e non cè distinzione di significato così
fine da consistere in altro che in una possibile differenza
pratica, prosegue lautore. Così,
anche Peirce sembra inchinarsi allinsegnamento
del Faust: non è il Sinn, il senso, ma lazione
(die Tat), a fare la differenza . Il senso dellazione.
Un significato di una parola è un modo
del suo impiego (C 61) .
Dunque, abbiamo visto come Wittgenstein risolve il
problema di conciliare una radicale ostilità
verso i criteri cartesiani che ordinano la certezza
- la supremazia del cogito, limposizione del
dubbio totale, la traccia aurea dellevidenza
intuitiva - e la pacata riproposizione di nozioni
emarginate ormai da secoli dalla migliore filosofia,
come quelle di credenza innata o di verità
prima e infondata. Voglio in conclusione dimostrare
che Peirce avrebbe potuto essergli maestro - e forse
aiutarlo a intraprendere molte scorciatoie di riflessione
- in numerosi di questi passaggi.
Negli articoli pragmaticisti ai quali facevo riferimento
prima lautore americano sembra attuare una improvvisa
virata nellimpostazione dei suoi studi e, dopo
essersi eretto a paladino della circolazione incessante
dei segni e delle interpretazioni, dichiara la necessità
di redigere una lista di quelle che lui stesso definisce
credenze indubitabili e originarie. Riassumiamo
brevemente, per chi non avesse consuetudine con le
sue analisi, i termini del problema. Nei già
ricordati scritti del 68, Peirce stabilisce
che 1) noi non abbiamo alcuna capacità di introspezione,
ma tutta la conoscenza del mondo interno è
derivata per mezzo di ragionamento dalla conoscenza
dei fatti esterni; 2) noi non abbiamo alcuna capacità
di intuizione, ma ogni cognizione è determinata
logicamente da cognizioni precedenti; 3) noi non abbiamo
alcuna capacità di pensare senza segni; 4)
noi non abbiamo alcuna concezione dellassolutamente
inconoscibile. Tali acquisizioni conducono verso una
semiotica gnoseologica, che poi si tradurrà
in unontologia cosmologica ordinata su base
categoriale e fondata su presupposti totalmente ermeneutici.
Tutto il pensiero è segno, tutta la realtà
è segno; luomo stesso è il suo
linguaggio, cioè linsieme dei segni nei
quali si esprime. Ma se ciò è vero,
dobbiamo assumere il principio secondo il quale il
processo della conoscenza, continuamente trasferito
di segno in segno, vive nello spazio del rinvio, della
mediazione, del transito. Dunque, è costitutivamente
vago, fallibile, incerto. Nessuna conoscenza potrà
mai dirsi definitiva e nessun fatto inesplicabile.
Il sinechismo peirceano - la teoria secondo la quale
tutto nelluniverso è continuo - si unisce
infatti al fallibilismo dellautore sancendo
il rifiuto di ogni filosofia che si basi sullipotesi
dellesistenza di fatti ultimi e inesplicabili.
Fallibilismo significa proprio non accettare che esistano
fatti ultimi (o originari): è una ben povera
teoria, dice infatti lautore, quella che li
presuppone per spiegare qualcosa. Poiché
il fallibilismo è la concezione secondo cui
la nostra conoscenza non è mai assoluta, ma
ondeggia, per così dire, in un continuum di
incertezza e indeterminatezza. La dottrina della continuità
ci dice che tutte le cose ondeggiano in questo modo
nei continua. Ma come il continuo non è
composto di parti ultime, neppure la conoscibilità
è composta da spiegazioni ultime e definitive,
neppure la realtà è data una volta per
tutte, atomo concluso presente là fuori, da
qualche parte, pronta per essere colta o per essere
dichiarata inesplicabile.
Lunica giustificazione alla ricerca di unipotesi
- sto procedendo a sintetizzare brevemente il pensiero
dellautore, che su questo tema è per
lo più affidato ad appunti e manoscritti -
è che essa dia spiegazione di alcunché.
Ma se la spiegazione che ci offre è che esistano
dei fatti inesplicabili ultimi, la strada della ricerca
è bloccata. Le inesplicabilità non possono
infatti esser considerate possibili spiegazioni. Bisogna
dunque accettare che ogni spiegazione si apra a ventaglio
su di unaltra spiegazione, in un processo potenzialmente
infinito e costitutivamente vago. Le idee possono
essere rese chiare - diceva lautore negli scritti
semiotici e pragmatisti - attraverso lappello
al rimando infinito, ma tale rimando, comè
chiaro, implica unintrinseca fallibilità,
quasi che lunico criterio di chiarezza debba
essere la vaghezza della circolazione inarrestabile
dei rinvii segnici. E allora come se Peirce
ci dicesse: lunica spiegazione possibile della
conoscenza e delluniverso è che questa
non sia lunica spiegazione possibile; lunica
certezza risiede nellassunzione dellincertezza
dellondeggiamento dei continua,
cioè dellinstabilità di ogni ousia.
Fin qui il Peirce semiologo ed epistemologo. Ma nei
primi anni del secolo scorso Peirce (ri)scopre la
dottrina del senso comune e sembra mutare
rotta. Si tenga presente, comunque, che gli scritti
pragmaticisti sono coevi, e non in toto successivi,
alla discussione sul sinechismo. In Questioni di pragmaticismo
Peirce esordisce infatti immediatamente ricordando
come la sua nuova formulazione del pragmatismo si
leghi allespressione di quella che egli definisce
dottrina critica del senso comune . In
una lettera ne espone in questo modo i contenuti:
Comun-sensismo. La dottrina secondo la quale ogni
uomo crede in qualche proposizione generale e accetta
alcune inferenze senza essere in grado di dubitare
genuinamente di esse, e dunque senza essere in grado
di sottoporle ad una critica reale, e secondo la quale
queste proposizioni devono apparirgli perfettamente
soddisfacenti e manifestamente vere.
Nella sua forma critica essa presenta
sei caratteri che lautore declina nel modo seguente:
1) conduce a credere che esistano alla base della
nostra conoscenza proposizioni indubitabili, ed anche
inferenze indubitabili, cioè originarie, cioè
acritiche; 2) che di esse sia possibile stabilire
una lista completa; 3) che esse abbiano la natura
generale degli istinti; 4) che ciò che è
acriticamente indubitabile si presenti con caratteri
invariabilmente vaghi; 5) che questi caratteri siano
assimilabili allindeterminatezza cui spesso
conduce il dubbio, che dunque il dubitabile viva allinterno
stesso di ciò che è considerato indubitabile;
6) che tali credenze indubitabili e vaghe abbiano
la natura di generalità reali. Pragmaticismo,
sinechismo e realismo appaiono qui strettamente uniti,
quasi che nella dottrina del senso comune Peirce volesse
sintetizzare il meglio che la propria filosofia aveva
prodotto nel corso degli anni.
Chi legge lelenco di Peirce si sente però
disorientato, poiché esso effettivamente ricorda
certe tassonomie elaborate dalla fantasia di Borges.
Il principio di non contraddizione vacilla infatti
nel passaggio da un punto allaltro - culminando
nellantinomia massima del punto 5 - e, soprattutto,
questa posizione sembra assolutamente incompatibile
con quella sostenuta negli scritti gnoseologici .
Parlare di Critical Common Sensism sembra
una contradictio in adiecto, perché o tutto
è dubitabile, o alcune cose sfuggono del tutto
alla dubitabilità; o ci fondiamo sul principio
critico dellattività razionale, o sulla
cieca fiducia nelle credenze tramandateci dal senso
comune. Peirce invece, magistralmente, tiene insieme
questi due capi e li intreccia in ununica trama.
Cerchiamo di vedere come.
Leggiamo le prime affermazioni che egli esprime al
riguardo: La dottrina critica del senso comune
ammette che non esistono solo proposizioni indubitabili,
ma anche inferenze indubitabili. In un certo senso,
ciò che è evidente è indubitabile;
ma le proposizioni e le inferenze che la dottrina
critica del senso comune ritiene originali, nel senso
che non ci consentono di risalire oltre
(come dicono gli avvocati) sono indubitabili in quanto
acritiche (P 45). Le assonanze con Wittgenstein
(con la lettura wittgensteiniana di Moore) sono certamente
fortissime. Vi sono evidenze del senso comune che
si presentano con una certezza originaria, cioè
estranea al gioco della critica, del vero e del falso;
che risultano a priori, nel senso che abbiamo già
indicato. Esse sono, come Peirce esemplificherà
altrove, le certezze nellesistenza di un ordine
naturale, la fiducia nei nostri primi giudizi percettivi,
o in alcune credenze morali: qualcosa che si avvicina
alle idee innate criticate da Locke, dunque. Peirce
ragiona esattamente come Wittgenstein, procedendo
in controtendenza rispetto alla filosofia critica
che ha dominato lottocento e gran parte del
novecento: la conoscenza ha come fondamento un nocciolo
duro di credenze indiscutibili che sfuggono al tribunale
critico della ragione e privati delle quali
non potremmo procedere neppure di un passo nellindagine
logica e scientifica. Il dubbio non si sollecita a
comando, insiste lautore ( P 48), e noi incominciamo
con tutto il bagaglio delle nostre credenze più
radicate, dei nostri pregiudizi, come scriveva già
nel 68, cioè dei nostri abiti. Che non
scegliamo, non costruiamo a nostro piacimento: la
certezza non è un effetto (causale) di apprendimento,
è un abito pragmatico, un effetto (intrinseco)
della pratica. Che non mi aiuta a spiegare perché
agisco così, ma semplicemente a descrivere
che agisco così.
Ora, Peirce crede addirittura che sia possibile redigere
una lista completa delle credenze originarie:
ho tentato di formularla, ci informa, perché
credo che, pur variando impercettibilmente di generazione
in generazione, le stesse certezze circolino tra gli
uomini occidentali da una serie interminabili di anni.
In un altro scritto precisa il suo pensiero: luomo
primitivo credeva in alcuni principi che ora per noi
sono divenuti altamente dubitabili; e viceversa, credenze
incerte si fanno certissime in altri periodi . Vi
è cioè una relatività nellimporsi
delle credenze, ma la sicurezza che accompagna la
loro assunzione rimane salda, indubitabile e per nulla
relativa, finché vi aderiamo. Vi sono
tutte le ragioni per credere che prima venga la credenza,
e solo dopo molto tempo la capacità di dubitare
(CP 5.512), aggiunge con unespressione che sarebbe
piaciuta a Wittgenstein.
Veniamo allora al terzo carattere: i filosofi
scozzesi ammettevano che le credenze originarie fossero
della stessa natura generale degli istinti - la stessa
cosa può dirsi delle inferenze acritiche
(P 49). Dunque le verità indubitabili hanno
carattere istintuale (per questo Peirce sarebbe incline
a considerarle pressoché innate), perché
ogni vera credenza si produce in unazione e
le azioni vengono compiute in modo immediato e istintivo:
siamo naturalmente condotti ad esercitarle
in un certo modo (CP 5.498-9). Credere è
una questione di istinto e di desiderio afferma
con decisione lautore.
E allora opportuno a questo punto svolgere un
breve detour espositivo e analizzare più da
presso la considerazione peirceana di ciò che
può essere inteso come istintivo
o naturale. In un altro scritto già
ricordato, degli stessi anni, Consequences of Critical
Common Sensism, egli scrive che ogni animale, dunque
anche luomo, possiede in posse innate
cognitive habits, simili nella forma alle idee
innate criticate da Locke. E questi abiti si producono
in azioni, che hanno per lo più natura di istinti
(5.504). Come nota Brent, questo è un pensiero
che Peirce perfeziona negli anni fino a renderlo principio
ispiratore del suo ultimo scritto importante, A Neglected
Argument for the Reality of God , del 1908 , dove
fa spesso riferimento ad una mente istintiva,
cioè armoniosa con la continuità essere-pensiero,
che egli considera fondamento del suo sinechismo.
Per lui parlare di istinto non significava fare
riferimento al meccanismo del comportamento ereditario,
se non come ad una sua forma degenerata; piuttosto
significava che la mente è incarnata - è
istinto - nelluniverso fisico e in noi come
parte di esso . Sul fondamento inconcusso di
tale mente istintiva, vasto complesso
di cui i nostri pensieri logicamente controllati compongono
solo una piccola parte, luomo costruisce per
edificare le proprie stesse verità logiche.
Di essa non si può dire che sia né vera,
né falsa, né possiamo affermare propriamente
che giungiamo a riconoscerla e a definirla, perché
ciò implicherebbe la possibilità della
sua dubitabilità . Wittgenstein era pervenuto,
da altre strade, ad unidentica conclusione:
lestrema sicurezza che io paleso nel sentirmi
a mio agio in ogni radicata forma di vita voglio
concepirla come qualcosa che giace al di là
del giustificato e dellingiustificato; dunque,
per così dire, come un che di animale
(C 359).
Qui voglio considerare luomo come un animale;
come un essere primitivo a cui si fa credito bensì
dellistinto, ma non della facoltà di
ragionamento. Come un essere in uno stato primitivo.
Di una logica che sia sufficiente per un mezzo di
comunicazione primitivo non dobbiamo vergognarci.
Il linguaggio non è venuto fuori da un ragionamento
(C 475).
Peirce affronta il tema nello scritto che ricordavo
prima, che reputo centrale nella sua produzione e
che assimilerei - per limportanza che gli attribuiva
lautore, per il carattere non dottrinario e
lanticonformismo delle sue tesi - al Della certezza
wittgensteiniano. E qui che egli sostiene, mi
sembra, la stessa tesi dellautore viennese:
la logica riposa su di un ordine di certezze naturali
e primitive, pressoché istintive
(attive e reattive - lorigine del gioco
linguistico è una reazione, scriveva
Wittgenstein nei Pensieri diversi). Ma istintivo in
Peirce non ha unicamente un significato antropologico:
rimanda ad un orizzonte cosmologico ampio e costitutivo
che solo lipotesi sinechista è in grado
di spiegare esaurientemente. Istintivo significa infatti
per Peirce naturalmente accordato con
lordine universale, con la logica degli
eventi:
Cè una ragione, uninterpretazione,
una logica nel corso della ricerca scientifica e ciò
prova che la mente delluomo deve essersi accordata
(attuned) con la verità delle cose per poter
scoprire ciò che ha scoperto. E questo
il fondamento (bedrock) della verità logica
(CP 6.476) .
Peirce sostiene infatti, fin dagli anni 90,
che è condivisibile la posizione di Galileo,
il quale faceva appello ad un lume naturale che magicamente
conduceva luomo a veder giusto e ad orientarsi
nella ricerca della verità. Non cè
dubbio, dice lautore, che vi sia una sorta di
istinto che spinge i più grandi intelletti
scientifici ad indovinar esattamente lordinamento
del cosmo, così come i pulcini sanno istintivamente
dove andare a beccare, o il gatto sa che esiste il
topo. Se è vero che esiste un ordine di leggi
costanti in natura, che la mente umana rispecchia
nel suo ordine logico, ciò significa che dobbiamo
reputare effettiva, contro ogni pregiudizio, una
luce naturale, o luce della natura, una visione istintiva,
o genio, che mira a far indovinare alluomo esattamente,
o quasi esattamente, quelle leggi (5.604). Luomo
vede grazie alla luminosità offerta
dallo stesso universo; le sue visioni sono orientate
da una luce della natura.
Ora, questo, che è il senso più riposto
del sinechismo peirceano, si riverbera nella particolare
prospettiva logica che Peirce abbraccia. Se è
vero che vi è unaffinità
tra lanima delluomo e quella delluniverso,
per quanto imperfetta essa possa essere (5.47),
che il pensiero umano partecipa necessariamente
a qualsiasi carattere risulti diffuso nellintero
universo e che i suoi modi naturali hanno una certa
tendenza ad essere i modi dazione delluniverso
(1.351), dobbiamo analogamente accettare che la parola
istintivo non accolga solo esempi di bruta
animalità, ma designi un ambito di apertura
al mondo che vede giusto prima ancora
di aver stabilito cosè giusto e cosè
sbagliato, fuori dunque dallordine delle giustificazioni
razionali. Lintelletto umano è particolarmente
adatto (2.750) alla comprensione delle leggi
del cosmo, è dotato di una magica facoltà
( 6.476) che lo conduce a fare ipotesi corrette, plausibili.
Per plausibilità intendo il grado in
cui una teoria dovrebbe raccomandarsi alla nostra
credenza indipendentemente da ogni genere di evidenza,
che sia diversa dal fatto che il nostro istinto ci
spinga a considerarla positivamente. Tutte le altre
razze di animali hanno certamente istinti del genere:
perché rifiutarli allumanità?
(CP 8.223) .
Peirce individua proprio nella facoltà retroduttiva,
cioè abduttiva, o ipotetica, di ragionamento,
la magia dellindovinar giusto. Cè
insomma una logica della scoperta che paradossalmente
scopre ciò che già implicitamente sa:
e questo perché lunica speranza
che il ragionamento retroduttivo riesca a raggiungere
la verità è che vi sia una qualche naturale
tendenza verso laccordo tra le idee che suggeriscono
se stesse alla mente umana e quelle che sono implicate
nelle leggi di natura (1.80). Questa è
la ragione ultima della certezza che accompagna la
credenza nel fatto che domani sorgerà il sole:
una ratio che Peirce ben comprende di dover riporre
in ambito cosmologico e di poter spiegare solo tramite
lipotesi sinechista; la possibilità dei
giudizi sintetici a priori non può prescindere
da una filosofia generale delluniverso
(2.690). Non solo: il segreto di ogni inferenza, potremmo
aggiungere, sta in quelliconismo originario
della rappresentazione, in quella Firstness categoriale,
per cui uomo e mondo sono sempre perfettamente accordati
luno allaltro, tanto che, platonicamente,
si potrebbe dire che risuonano insieme.
E dunque tale originario e mai obliato accordo
col mondo a fornire spiegazioni dello stupefacente
successo di tante nostre inferenze; bisogna ammettere
che luomo è dotato di un istintivo tropismo
verso la verità che lo conduce ad indovinar
giusto tutte le volte che rivolge i suoi guesses alla
Sfinge. Se chiedo se il mondo è verde, già
immagino, in qualche modo, che lo sia, e il mondo
si farà verde sotto i miei occhi, come scrive
Sini: Ed è allinterno di questa
differenza in-differente - prosegue il filosofo italiano
- che il circolo vizioso della plausibilità
si rivela, più che vizioso, proficuo. Il tropismo
verso la verità non è un istinto misterioso
o una capacità esoterica: esso è semplicemente
lessere-nel-mondo da parte delluomo, secondo
unoriginaria dis-posizione, che è essa
il fondamento di ogni criterio di razionalità
. Questoriginaria dis-posizione configura i
limiti della certezza, anche per Wittgenstein: Dunque,
qui la proposizione Io so esprime la disposizione
a credere certe cose (C 330), o, come scrive
Peirce, ad assumere un abito, una disposizione
a reagire a un certo tipo di stimolo in un dato modo
(P 46). Cè però da dire che Wittgenstein
non pensa mai in termini cosmologici il problema,
anche se forse in qualche modo ne intravede i contorni
nelle annotazioni relative al Ramo doro. Insieme,
cè poi forse da notare che recuperare
il senso dellinnatezza, o istintualità,
di alcune idee, ha un sapore quasi leibniziano. E
Leibniz infatti che ha introdotto nel sapere occidentale
la nozione secondo cui idee e verità sono in
noi innate come inclinazioni, disposizioni, abitudini
o virtualità naturali: I
pensieri sono azioni, e le conoscenze o verità,
in quanto sono in noi, anche quando non le pensiamo
affatto, sono abitudini o disposizioni, e noi sappiamo
molte cose alle quali non pensiamo .
Nello scritto sullArgomento Trascurato, cui
appartengono alcune delle ultime citazioni peirceane
richiamate, lautore sembra avventurarsi nei
campi elisi della pura contemplazione dove il vento
della libertà del gioco soffia
dove vuole e, attutita ogni volontà logica,
sembra non voler più affidarsi neppure alle
forme sfumate dellabduzione. E certo curioso
che Peirce utilizzi il riferimento al gioco - lui
che si era formato alla scuola dei logici algebristi
e della matematica pura - ed è un altro elemento
di consanguineità con Wittgenstein, evidentemente.
Peirce configura una piacevole occupazione della
mente che conduce alla Contemplazione del Tutto,
imbevendosi dellimpressione di ogni aspetto
delluniverso. Egli chiama Musement questoccupazione,
e la preferisce alla modesta fertilità
dellanalisi logica, poiché essa deve
produrre lipotesi più semplice
nel senso della più facile e naturale, quella
che suggerisce listinto, che si deve accettare
per la ragione che, se non possedesse una inclinazione
naturale ad accordarsi con la natura, luomo
non avrebbe la minima probabilità di comprenderla
(6.477). Prove sicure - sembra fargli ancora
eco Della certezza - sono quelle che accettiamo come
incondizionatamente sicure, e grazie alle quali agiamo
con sicurezza, e senza dubbi (C 196). La confidence
in an hypothesis è segno della sua verità,
insiste Peirce; poiché, come ci ricorda Wittgenstein,
essa configura una forma di vita (C 358).
Polverizzati così anni e anni di studi logici,
matematici, scientifici, forsanche semiotici,
il nostro autore sembra salvare unicamente i propri
approdi pragmaticisti: Questo lo porta, per
provare lipotesi, a prendere come modello il
Pragmaticismo, che implica la fede nel senso comune
e nellistinto, sebbene solo in quanto escano
temprati dal crogiuolo di un misurato criticismo
(6.480). Il che significa sviluppare non solo
una credenza scientifica, che è sempre provvisoria,
ma anche una credenza viva, pratica, logicamente giustificata
nellattraversare il Rubicone con tutto il fardello
delleternità (ivi).
Una credenza pratica, cioè un abito di
condotta, che testimoni la mia comprensione
vivente (6.481); le conclusioni di Peirce si
attestano sullo stesso piano - il piano della prassi,
delluso - sul quale si era infine
insediato, salendo la propria scala, Wittgenstein.
Anche per Peirce, dunque, la certezza ha carattere
indubitabile perché è dellordine
dei pragmata, non del logos: la credenza infondata
- che sta alla base della credenza fondata - è
una credenza agita, una forma di vita. Un fatto
della vita, una pratica di commercio con un
mondo in cui già sempre siamo (armonicamente,
sinechisticamente), in cui parliamo e di cui non riusciamo
a parlare.
Potremmo così dire concluso il nostro percorso.
Ma vi è da aggiungere ancora un tassello; dobbiamo
tornare infatti allo scritto peirceano sul pragmatismo
che abbiamo momentaneamente abbandonato e che ci permetterà
di aggiungere degli elementi al nostro discorso, elementi
che ci limiteremo però solo ad accennare.
E facile esser certi. Basta essere sufficientemente
vaghi (4.237). Partivamo da qui; e qui è
necessario tornare. Il quarto carattere del Critical
Common Sensism individuato da Peirce riguarda infatti
la nozione di vaghezza: Con tutta probabilità
ciò che contraddistingue il sostenitore della
dottrina critica del senso comune rispetto al vecchio
filosofo scozzese è linsistenza sul carattere
invariabilmente vago di ciò che è acriticamente
indubitabile (P 50). Sul vago, prosegue Peirce,
io ho svolto parecchie ricerche, mentre i logici sono
colpevoli di aver trascurato tale nozione e di non
averne compreso limportanza . Egli traccia infatti
questa curiosa equivalenza: indubitabile=vago. Ma
vago significa indefinito in intensione.
Cioè, consiste nel fatto che un segno
lasci in dubbio quale sia la sua interpretazione intesa,
non tra due o più interpretazioni, che sarebbe
ambiguità, ma in riferimento ad una gran moltitudine
o anche ad un continuum di possibili interpretazioni,
tra cui nemmeno due differiscono senza che il dubbio
si estenda alle proposizioni intermedie . Rieccoci
nuovamente trascinati da quellondeggiamento
dei continua che sembra spiazzare ogni rigido tentativo
di definizione logica in senso tradizionale: se lindubitabile
presenta caratteri di vaghezza, esso stimola il dubbio
sulla sua possibile latitudine interpretativa, cioè
è in realtà dubitabile al massimo grado.
Le certezze sono indubitabili perché sono vaghe;
ma evidentemente linverso non è vero,
perché vaghezza è definita proprio come
indefinitezza interpretativa, cioè dubitabilità
estrema, dal punto di vista della semiotica intensionale.
Non è questo lunico spunto contraddittorio
del discorso peirceano: la verità - egli diceva
- si costituisce proprio nelle pieghe degli infiniti
rinvii della catena semiotica: qui risiede la sua
indubitabilità, ovvero, come già dicevamo,
lunica certezza che ci sentiamo in grado di
abbracciare risiede nellaccettazione del carattere
altamente incerto di ogni nostra conoscenza. Lindubitabile
sembra dunque convivere con il dubitabile, non solo
perché il principio (fallibile) della semiosi
infinita resta per Peirce il principio cardine (cioè
assolutamente infallibile) del sapere, ma perché,
rivelandosi una credenza viva, pratica, logicamente
giustificata nellattraversare il Rubicone con
tutto il fardello delleternità,
esso svela pure i suoi caratteri di vaghezza. Se indubitabilità
equivale a certezza, di una ben strana certezza si
tratta, poiché essa viene a coincidere con
la più totale vaghezza semantica.
Ma a tale vaghezza dobbiamo assuefarci, indica Peirce,
come a ciò cui non si applica il principio
di contraddizione (P 52) . Proprio questo è
il punto: la contraddizione è forse logica,
ma sul piano della pragmatica essa non ci inquieta
affatto. Sfuma anzi in quelloscillazione per
cui il certo si fa vago, e il vago certo, e le misere
antinomie del pensiero logico si eclissano, dissolvendosi.
Forse che un concetto sfumato non è un concetto?
si chiedeva Wittgenstein fin dagli anni del Libro
blu . Prova a definire la nozione di desiderio, a
tracciare un confine netto tra ciò che riguarda
la sua essenza e ciò che non la riguarda: tu
sei libero di tracciare il confine dove vuoi; e questo
confine non coinciderà mai interamente con
luso effettivo, poiché questuso
non ha un confine netto (BB 30). Così
accade in relazione a tutti i concetti che tradizionalmente
utilizziamo, primo fra tutti quello di gioco linguistico,
che dovrebbe costituire il fondamento della nuova
teoria wittgensteiniana, ma che, ovviamente non è
possibile definire. In che modo si delimita
il concetto di gioco? Che cosa è ancora un
gioco e che cosa non lo è più? Puoi
indicare i confini? No. Puoi tracciarne qualcuno,
perché non ce ne sono di già tracciati
(RF 68). Non si tratta di un limite della nostra conoscenza,
specifica meglio nel § 69 , Non conosciamo
i confini perché non sono tracciati. Come sè
detto possiamo - per uno scopo particolare - tracciare
un confine. Ma con ciò solo rendiamo il concetto
utilizzabile? Nientaffatto! Tranne che per questo
scopo particolare. Inesatto non significa dunque
inutilizzabile, e la vaghezza concettuale è
una risorsa, non una manchevolezza, dei nostri giochi
linguistici. Che sono certi e certamente funzionano
perché ci orientano nella prassi, perché
sono stratificazioni di roccia che lacqua
dilava e accumula senza un piano preciso, ma
fornendoci solidi gradini per lesercizio delle
nostre pratiche più comuni. Vaghezza non significa
dunque debolezza concettuale, poiché levidenza,
la certezza, la chiarezza - le regole auree che sanciscono
la forza del metodo cartesiano - sono garantite dalluso
della nozione, dal suo impiego pratico in circostanze
pragmaticamente significative. E la permanente
possibilità della pratica che rende innocuo
il regresso infinito e orizzontale delle interpretazioni,
le quali oscillano tra il puramente determinato e
il puramente indeterminato, commenta Rorty ;
è la pratica che de-finisce linfinità
del rinvio ermeneutico. Non sono sempre più
vicino al dire che, in ultima analisi, la logica non
si può descrivere? Devi prendere in considerazione
la prassi del linguaggio: allora la vedrai (C
501).
Possiamo ora davvero concludere, sintetizzando così:
io sono certo proprio di ciò che, da un punto
di vista logico, si presenta con i caratteri della
vaghezza. Questa certezza è acriticamente
indubitabile, cioè indefinita, anzi,
tanto più certa quanto più è
vaga. Non è allora paradossale affermare che
certezza e vaghezza possono coesistere, perché
le indagini di Peirce hanno già indebolito,
col sinechismo, il principio di non contraddizione,
e affermato che ogni realtà, anche la stessa
realtà logica, si presenta come una mera questione
di grado (CP 5.512), e Wittgenstein, dal canto suo,
ci ha insegnato che lindeterminatezza del vago
è intrinseca alla posizione del significato
razionale. Certezza e vaghezza sono dunque con-naturate,
perché il senso comune colloca
il sapere di ogni uomo entro unampia apertura
di possibili interpretazioni; ma unapertura
non immediatamente dubitativa, disposta piuttosto
a sua volta da un aperto di tuttaltro genere.
Laperto dei nostri giochi linguistici più
comuni, dei nostri abiti inconsci, come
diceva Peirce, quelli che esprimo con le locuzioni
Io so che, io sono certo di,
io sono sicuro che, o, ancora, labito
linguistico che si volta indietro, come la nottola
sul far della sera, e nota, a volte stupefatto: Ecco,
agisco proprio così.
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