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INGEGNERI E AGRIMENSORI ROMANI

(Archivio - personaggi in ordine cronologico.)

Neanche i romani, malgrado il loro indiscusso spirito pratico, seppero sviluppare a fondo la preziosa eredità degli ingegneri alessandrini. Essi rivelarono senza dubbio grandi capacità nella costruzione di strade, di acquedotti, di fastosi edifici, ma non riuscirono a comprendere l'interesse della vera e propria ingegneria meccanica, né avvertirono l'importanza pratica di ricerche direttamente o indirettamente rivolte alla scoperta di nuove fonti di energia.

Il fatto appare tanto più singolare, quando si pensi che proprio al I secolo a.C. risale la massima invenzione tecnologica dell'antichità: il mulino idraulico (invenzione non dovuta a qualche scienziato di particolare rinomanza, ma sorta probabilmente -- come scrive U. Forti — nell'orbita della civiltà di Alessandria). E' un fatto che non sembra spiegabile se non facendo appello alla difficoltà di comprendere, in quell'epoca, i vantaggi che avrebbero potuto provenire dallo sfruttamento sistematico delle varie forme di energia naturale, mentre esse apparivano assai più costose dell'energia umana (schiavi) e animale.

Per quanto riguarda lo scarso interesse dimostrato dai romani verso gli art ficiosi congegni esposti negli Pneumatikà di Erone, va inoltre osservato che la via da percorrere, onde giungere ad una loro utilizzazione su vasta scala, non poteva non apparire troppo lunga e difficile a uomini -- come appunto gli ingegneri romani --- direttamente impegnati nelle realizzazioni pratiche immediate. L'abbandono di tale atteggiamento richiederà una profonda trasformazione sociale e culturale, che avrà inizio solo parecchi secoli più tardi.

Fra gli autori latini che abbiano scritto opere di ingegneria di qualche pregio, il più importante è senza dubbio Vitruvio, ingegnere militare del tempo di Giulio Cesare e di Augusto; di lui non si conoscono con precisione né la data di nascita né quella di morte. La sua opera principale, De architectura, reca evidenti le tracce dell'influenza degli ingegneri alessandrini. Vitruvio ricorda infatti esplicitamente il nome di Ctesibio, riferendoci parecchie sue invenzioni (la pompa, una balestra ad aria compressa, l'argano idraulico, ecc.). Il voluminoso trattato del nostro autore si articola in dieci libri, che esaminano una gamma assai vasta di argomenti : dalla preparazione culturale richiesta all'architetto ai problemi specifici concernenti la costruzione di edifici pubblici e privati, all'idraulica, alle macchine da guerra. E' inoltre ricco di richiami storici, di indicazioni giuridiche, di massime morali, e costituisce una preziosa fonte per studiare la cultura tecnologica, e in generale i costumi dell'epoca.
In essa sono tuttavia riscontrabili alcuni non lievi difetti. Pur sforzandosi di risultare tecnicamente chiaro e cercando - ove necessario - di introdurre nuove espressioni e nuovi vocaboli adatti al linguaggio tecnico, il nostro autore non può nascondere talune pretese stilistiche, che spesso rendono oscura la dizione, ove accanto a volgarismi e plebeismi si trovano espressioni ampollose e ricercate. Inoltre Vitruvio non è padrone sicuro della materia di cui tratta, onde non solo non riesce a portare contributi nuovi, ma spesso suscita anzi l'impressione di non comprendere bene, egli stesso, le ricerche che si sforza di esporre. Gli è che la vera tecnica non si identifica con la pura e semplice pratica; essa è scienza applicata, e, come tale, richiede dai suoi cultori una profonda preparazione scientifica. Ma questa non poteva essere presente in chi aveva manifestamente studiato troppo poca matematica.

Più che di ingegneria la cultura romana si era occupata di agricoltura, su cui ci sono giunti i trattati di Marco Porcio Catone (234-149 a.C.), di Varrone e di Columella (I secolo d.C.). Fu proprio una disciplina tecnico-scientifica parallela all'agricoltura ad avere in Roma gli sviluppi più originali: l'agrimensura, detta aromatica dalla groma, lo strumento che gli agrimensori romani usavano nella misurazione dei terreni. Un famoso codice latino, il codice Arceriano del VI secolo, ci ha conservato una parte delle opere degli agrimensori da cui si possono ricavare i vari interessi dei gromatici ed i loro importanti compiti : ad essi era affidato il compito di costruire gli accampamenti, fondare le città e le colonie, misurare le altezze dei monti e le larghezze dei fiumi nelle campagne militari, far applicare le leggi agrarie e stabilire le confische ed i tributi. Apposite scuole erano istituite nell'impero romano per istruire questi funzionari imperiali nella geometria, intesa nel suo aspetto pratico, nel diritto, nell'arte militare e nei rituali religiosi che accompagnavano le loro opere. Fra i maggiori autori gromatici possiamo ricordare Balbo, famoso per aver condotto a termine fra il 34 e il 20 a.C. l'opera di misurazione di tutto l'impero che era stata iniziata con Cesare; Igino (fine del I secolo-inizio del II secolo d.C.); e infine Sesto Giulio Frontino (40-103), una volta console sotto Vespasiano e due volte sotto Traiano, autore anche di un'opera di arte militare sugli Stratagemmi (Stratagemata) e di un'opera su Gli acquedotti di Roma (De aquis urbis Romae).

PAPPO E DIOFANTO

Passando ora dalla matematica applicata alla così detta matematica pura, incontriamo nel III secolo due scienziati di notevolissimo valore: Pappo e Diofanto, dei quali non si conoscono con esattezza le date di nascita e di morte.
Pappo di Alessandria, vissuto nella seconda metà del III secolo, rivela senza dubbio alcuni caratteri riscontrabili in parecchi suoi contemporanei: tali, per esempio, l'interesse per una meditata riflessione sui capolavori del passato, e il desiderio di raccogliere nei propri scritti i molteplici risultati conseguiti dai suoi predecessori. A conferma del primo di questi caratteri basti ricordare che egli commentò gli Elementi di Euclide e la Mathematikè syntaxis di Tolomeo; a conferma del secondo va sottolineato che la sua opera più importante, dal titolo Collezzione matematica (Synagogé) (in Otto libri, il primo e parzialmente il secondo dei quali sono andati perduti), costituisce una raccolta assai ricca di argomentazioni matematiche e meccaniche, da cui si può ricavare un quadro pressoché completo dei progressi che queste scienze realizzarono dai tempi di Apollonio a quelli, appunto, del nostro autore. Nella Collezione di Pappo troviamo però qualcosa che non si riscontra nelle altre opere a carattere enciclopedico: la capacità di affrontare e risolvere problemi nuovi, cioè di far compiere alcuni passi veramente notevoli alla ricerca scientifica. Questi progressi concernono essenzialmente due punti: i probleml isoperimetrici e talune ricerche che oggi rientrano nel campo della geometria proiettiva. Va pure menzionato che, nello studio delle aree e dei volumi, Pappo perviene alla dimostrazione di due celebri teoremi solitamente noti come « teoremi di Guldino » (matematico del XVII secolo).
Le trattazioni di Pappo sono generalmente svolte con scrupoloso rigore, anche se la critica moderna vi ha rivelato qualche lacuna per ciò che riguarda la risoluzione dei problemi isoperimetrici. Il modello del nostro autore è Euclide, alla cui metodologia egli si mantiene quanto più possibile fedele.

Diofanto, egli pure di Alessandria, visse probabilmente qualche decennio prima di Pappo (e pertanto fra la fine del II secolo e l'inizio del III) ma diveramente da lui si interessò soprattutto di aritmetica anziché di geometria. Scrisse un breve saggio sui Numeri poligonali (Perì polygonon arithmón) e un altro, che andò perduto, sui Porismi (Porísmata). Ma la sua fama è essenzialmente dovuta a un'interessantissima opera dal titolo Cose aritmetiche (Arithmetikà) in tredici libri, dei quali ci sono giunti solo i primi sei e un frammento del settimo.

Fin dal I secolo si era verificata una certa rinascita dell'antica filosofia pitagorica; essa aveva fatto risorgere un indubbio interesse per le speculazioni aritmetiche, caricate però di significati mistico-metafisici, assai lontani dallo spirito più autentico della ricerca matematica. Anche l'opera più notevole cui tale rinascita aveva dato luogo, e cioè l'Introduzione aritmetica (Eisagogè arithmetiké) di Nicomaco di Gerasa (vissuto a cavallo tra il I e il II secolo), per quanto cercasse di raccogliere in forma abbastanza sistematica tutte le proprietà dei numeri scoperte dagli antichi pitagorici (Filolao, Archita, ecc.), non si distaccava in modo chiaro e netto da questo genere « filosofico » di trattazione.
Orbene, il fatto veramente singolare è che Diofanto dà invece un'impostazione completamente diversa alle proprie ricerche. Il metodo da lui seguito ha un preciso carattere scientifico: le questioni prese in esame sono ben delimitate e chiaramente esposte, le soluzioni raggiunte sono discusse con notevole rigore, la trattazione viene sveltita da opportuni simboli. Diofanto affronta argomenti di natura aritmetica e algebrica (per quanto l'algebra propriamente detta sorga solo con gli arabi), dedicando una particolare cura allo studio delle equazioni; quelle da lui sottoposte a più attento esame sono le cosiddette equazioni indeterminate (che ancora oggi portano il nome di « diofantee ») delle quali cerca e discute le soluzioni in numeri razionali. La perizia dimostrata in tale trattazione è davvero sorprendente, tanto che pare inimmaginabile che il nostro autore vi sia pervenuto senza la guida di alcun maestro il quale l'abbia introdotto a questo genere di ricerche. Altro fatto notevolmente strano è che Diofanto non senta il bisogno di sottolineare la grande originalità della propria esposizione, quasi che le questioni affrontate dovessero già risultare in qualche forma note ai propri lettori.

I problemi storiografici suggeriti dalle nostre sia pur brevi parole sono evidenti: se la cultura di Pappo è spiegabile senza alcuna particolare difficoltà nel quadro della tradizione greca, come possiamo invece spiegare quella di Diofanto ? E come possiamo spiegare che la loro opera, di così alto livello scientifico, non abbia trovato alcun degno continuatore?
Se per rispondere a quest'ultima domanda si fa appello alla generale decadenza dello spirito scientifico nell'epoca in esame, sorge però un altro problema: come possiamo spiegare che proprio nel terzo secolo, quando tale processo di decadenza era già tanto avanzato, abbiano potuto sorgere due scienziati del vigore di Diofanto e di Pappo? Il fare ricorso alla loro naturale genialità significa una risposta più verbale che reale. Gli storici della matematica si sono a lungo occupati di questi interrogativi. A proposito della decadenza della geometria greca, hanno cercato di spiegarla osservando che i metodi da essa praticati non erano più in grado di fornire - dopo Pappo - risultati di grande rilievo, sicché essa era destinata ad esaurirsi naturalmente, salvo svolte radicali sul tipo di quelle che si verificheranno, appunto, all'inizio dell'era moderna. Ciò potrebbe giustificare in modo abbastanza agevole il suo rapido isterilimento dopo la scomparsa di Pappo. E' chiaro, però, che una analoga argomentazione non può essere ripetuta per Diofanto, data la radicale novità del suo campo di indagine. A proposito di lui, come già a proposito di Erone, è assolutamente necessario cercare fuori della matematica i motivi della triste situazione prodottasi in questo particolare settore di studi.
La realtà è che la decadenza di una scienza costituisce un fenomeno non meno complesso della sua nascita: fenomeno in cui hanno senza dubbio un notevole peso i fattori interni alla scienza considerata, ma hanno un peso ancora più decisivo i caratteri generali della cultura entro cui tale fenomeno si verifica.