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IL CONFLUIRE DELLA MATEMATICA NELLA METAFISICA

(Archivio - personaggi in ordine cronologico.)

Dopo i grandi scienziati presi in esame in questa sezione, l'astronomia e la matematica non troveranno più, nel mondo greco-romano, alcun diretto cultore di livello scientifico veramente elevato. L'interesse per tali discipline assumerà nuovi caratteri. In particolare la matematica non verrà più studiata in vista del raggiungimento di nuovi difficili teoremi, né in vista di applicazioni sempre più convincenti a campi ben circoscritti di indagine (come l'ingegneria o l'astronomia), ma allo scopo dichiarato di enuclearne significati remoti e profondi, da inquadrarsi in questa o quella visione metafisica dell'universo.
Ciò che interessa non è ormai il risultato particolare, ma tutt'al più la reinterpretazione delle opere classiche alla luce dei nuovi interessi filosofici; così si spiega il grande fiorire di commenti ad opere di Euclide e di altri grandi matematici del passato, in chiave neopitagorica o neoplatonica.
Fra i due grandi centri del neoplatonismo, cioè la scuola di Alessandria e quella della Siria, fu innanzi tutto quest'ultima a tentare una sistematica utilizzazione della matematica a fini prettamente metafisici. Proprio al suo fondatore, Giamblico, vengono attribuite due opere: Introduzione all'aritmetica di Nicomaco (Perì tes Nikomachou arithmetikès eisagogés) e Theologumena arithmeticae (Theologoùmena tes arithmetikès) ove i caratteri poco sopra accennati assumono una speciale evidenza. In questi e in altri scritti Giamblico sostiene che la matematica — guidandoci a cogliere un primo aspetto fondamentale, seppure in un certo senso estrinseco, dei complessi rapporti intercedenti fra gli esseri che emanano dall'« uno » — costituisce il più sicuro punto di partenza per giungere ad una conoscenza di tipo superiore (magico-teurgica) veramente in grado di svelarci il mistero più profondo della realtà.
Poco più tardi anche la scuola di Alessandria sentirà il fascino di questo genere di speculazioni e, sia pure con intonazioni nettamente diverse (non intrise di magia), tenterà di utilizzare ai propri fini il grande patrimonio del pensiero matematico. È lo stesso tema centrale del neoplatonismo — che verte, come sappiamo, sulla derivazione del molteplice dall'uno — a suggerire l'uso di concetti e procedimenti matematici per gettare luce sull'aspetto logico di tale derivazione.
È per l'appunto in questo spirito che Teone Alessandrino cura una famosa edizione degli Elementi di Euclide, e scrive un commento alla Mathematiké syntaxis di Tolomeo; che sua figlia Ippazia commenta le opere di Diofanto e cerca di interpretare in termini aritmetico-geometrici il rapporto fra unità e molteplicità nella filosofia di Plotino. Ma il più famoso commento è quello scritto da Proclo ad Euclide.
Già sappiamo che questi fu il più illustre scolarca dell'Accademia neoplatonica di Atene: a Proclo infatti si deve l'ultima grande sintesi filosofica dell'antichità, la Teologia platonica (Eis ten Plàtonos theologían biblía), di cui l'autore stesso curò un compendio scolastico dal titolo Elementi di teologia (Stoichéiosis theologiké). Ebbene, anche Proclo si avvale largamente, nell'elaborazione di tale sintesi, di concetti matematici, ricollegandosi per un lato al matematismo della scuola di Alessandria, per l'altro (e anzi in misura maggiore) a quello mistico di Giamblico. Senza dubbio egli dà prova di una notevole competenza nel vasto campo della matematica classica, ma ciò non gli impedisce di orientare definitivamente questa disciplina verso problemi più filosofici che scientifici. Il suo esempio è tanto più pericoloso, in quanto proviene proprio da uno studioso che conosce egregiamente gli argomenti dei quali parla, e anzi mostra talvolta di saperne cogliere l'autentico valore razionale.
Il commento cui abbiamo testé accennato è limitato al primo libro degli Elementi di Euclide, cioè alla sezione di tale opera che, delineando i concetti base della geometria, più si presta a una lettura filosofica. Esso si colloca molto bene accanto ai commenti che lo stesso Proclo scrisse ai dialoghi platonici, ed alla testé citata Teologia platonica, ove egli illustra il principio triadico del neoplatonismo, basato sul permanere immutabile dell'uno, sul procedere da lui di tutte le emanazioni e sul ritornare di queste alla loro causa. La fama dell'anzidetto commento è dovuta, per un lato, ai profondi pensieri che l'autore vi svolge, per l'altro, al fatto di contenere — nel prologo — una schematica esposizione dello sviluppo della matematica greca da Talete ad Euclide. Le notizie ivi forniteci da Proclo risalgono a Gemino (un autore del I secolo a.C. ) e costituiscono senza dubbio uno dei testi fondamentali per la ricostruzione della storia del pensiero matematico greco fino ad Euclide. Non va però dimenticato che è una fonte « di parte », la quale tende a presentare Platone come la figura centrale di tale storia; basti osservare che, secondo il riassunto di Proclo, Eudosso sarebbe stato « discepolo degli amici di Platone », Euclide sarebbe stato un convinto platonico « molto familiare con la filosofia del maestro », e che lo scopo ultimo degli Elementi sarebbe stato « la costruzione delle figure chiamate platoniche » cioè dei cinque poliedri regolari.
L'uso di scrivere commenti ad opere matematiche dei secoli antecedenti proseguì anche dopo Proclo; così ad esempio Marino, che fu il suo immediato successore nella direzione della scuola di Atene, scrisse una Introduzione ai Dati di Euclide, ed Eutocio di Ascalona (inizio del VI secolo) scrisse commenti alle opere di Archimede e di Apollonio. E' un uso il quale dimostra che la fase creativa del pensiero classico si è ormai conclusa. Trattasi di un fenomeno che abbiamo riscontrato in tutte le discipline, tanto scientifiche quanto filosofiche; ma per la matematica è particolarmente grave perché si accompagna a un graduale disinteresse per il rigore dimostrativo. E con il gusto per il rigore si perde la consapevolezza stessa di quello che era stato l'aspetto più caratteristico della grande matematica greca.