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PEDAGOGIA AMOROSA - PEDAGOGIA FEMMINILE

(Archivio - personaggi in ordine cronologico.)

Pedagogia amorosa

Nel primo Cinquecento si costituisce una tradizione rinascimentale di discorsi sull'amore, imperniata non solo sulle proposte di Bembo e Castiglione, ma anche sui Dialoghi d'amore di Leone Ebreo (editi nel 1535, ma noti in una versione toscana dagli anni 1520-1525), originale sintesi fra neoplatonismo e pensiero giudaico-cristiano, caratterizzata da un tono insieme filosofico e poetico. L'influenza di tali opere agì a lungo. Di suo la trattatistica amorosa successiva offre una privilegiata attenzione alla pedagogia femminile, che in alcuni casi diventa esclusiva. Dopo la svolta segnata dai due dialoghi parodico-licenziosi dedicati da Pietro Aretino al mondo delle donne, il Ragionamento (1534) e il Dialogo (1536), che immettono i succhi della commedia nel discorso sull'amore, un ulteriore scarto rispetto al paradigma rinascimentale si coglie nel Dialogo de la bella creanza de le donne di Alessandro Piccolomini (1539), più noto come La Raffaella. L'opera esibisce un tono realistico forte, sorretto da un parlato vivace e da una scansione teatrale delle battute, ma non rinuncia a costruire un modello comportamentale che divulghi e insieme specializzi quello del Cortegiano. In un capovolgimento giocoso, ma non superficialmente parodico, della pedagogia tradizionale, si assiste a un'educazione al piacere più che alla virtù: la giovane Margherita apprende dall'anziana Raffaella, mezzana abile e spregiudicata, tutti gli artifici necessari a sedurre gli uomini senza compromettersi.

La strada del dialogo "comico-teatrale" viene in seguito percorsa, attingendo alla soluzione offerta da Piccolomini, ma restandone lontani nei risultati, da Francesco Sansovino con il Ragionamento nel quale brevemente s'insegna a' giovani uomini la bella arte d'amore (1545) e da Bartolomeo Gottifredi con lo Specchio d'amore, nel quale alle giovani si insegna innamorarsi (1547). Più in generale su una linea realistico-mondana si collocano altre opere del Cinquecento, a partire dal Dialogo d'amore di Sperone Speroni (1542), in cui la mediazione fra platonismo bembiano e istanze aretiniane sancisce per altra via la fusione tra commedia e trattato inaugurata da Aretino e Piccolomini. Nella casa veneziana di Tullia d'Aragona, cortigiana e poetessa, si svolge una conversazione piacevole che, abolita ogni rigida struttura ragionativa, perviene all'approfondimento concettuale con semplicità e leggerezza. Segue l'esempio speroniano proprio Tullia d'Aragona, nel primo trattato amoroso firmato da una donna, il Dialogo dell'infinità d'amore (1547), al quale collaborò Benedetto Varchi, a sua volta autore di lezioni Sopra alcune quistioni d'amore (1561). In uno stile brioso il testo delinea con forza le individualità dei due attori principali, l'autrice e Varchi, e soprattutto realizza un autoritratto letterario della poetessa che rovescia il ruolo marginale assegnato alle donne nella trattatistica coeva. Non effettiva protagonista è per esempio Francesca Baffo nel Raverta di Giuseppe Betussi (1544), un dialogo che tuttavia ha il pregio di immergere i personaggi nella vivace atmosfera della più moderna cultura veneziana, egemonizzata da quei circoli intellettuali condotti da donne tra i quali spiccava proprio quello che si raccoglieva intorno alla Baffo e aveva in Pietro Aretino il proprio nume tutelare. A poco più di dieci anni di distanza dal Raverta, Betussi tornò alla trattatistica amorosa con la Leonora (1557), un'opera profondamente diversa dalla precedente e che anzi, per la presenza di elementi religiosi e per il ritorno a un'ambientazione aristocratica e soprattutto a modalità stilistiche e a schemi compositivi non "comici", chiude la fase della trattatistica amorosa aperta da Piccolomini e Speroni.

Sperone Speroni degli Alvarotti - Dialogo d'amore

Pedagogia femminile

Dopo la svolta in senso realistico-teatrale della trattatistica amorosa, negli anni Trenta e Quaranta del Cinquecento, il precoce ritorno a una pedagogia femminile rigorosamente virtuosa è affermato dal Dialogo della institution delle donne di Ludovico Dolce (1545). Attingendo a piene mani dal De institutione foeminae christianae (= Sull'istruzione della donna cristiana) di Juan Luis Vives (1524), di cui costituisce una sorta di traduzione-plagio, l'opera impartisce tutti gli ammaestramenti idonei per garantire alla donna un'esistenza proba, sia ella giovane, maritata o vedova. Né manca di predisporre una lista degli scrittori da leggere o evitare, secondo un criterio di opportunità morale: sono autorità indiscusse Dante e Petrarca, ma anche Bembo, Castiglione, Speroni e Sannazaro; al contrario un pericolo sommo è costituito dalle novelle licenziose di Boccaccio. L'esigenza, attiva in Dolce, di fornire alla donna un adeguato e opportuno corredo culturale, che le consenta di partecipare alla vita civile, si scontra in seguito con la moralità postridentina, che ne circoscrive l'impegno all'ambito familiare e alle funzioni di moglie e madre. Nel secondo Cinquecento tuttavia le donne non rinunciano a prendere la parola, anche se la necessità di ostacolare la riemersione spesso acre e violenta della misoginia le costringe ad assumere un'ottica di tipo difensivo, assimilabile, per quanto radicalizzata, a quella degli encomi femminili scritti da uomini.

Il filone delle laudationes muliebri, che s'ingrossa a partire dagli anni quaranta, è inaugurato da Galeazzo Flavio Capra con il trattato Della eccellenza e dignità delle donne (1525; poi confluito nel dialogo Antropologia,1533), una rassegna delle virtù femminili sorretta da un ricco repertorio di exempla classici. Il filone è proseguito da testi non di rado incentrati, in modo più o meno esclusivo, sul tema della bellezza, quali il Dialogo delle bellezze delle donne intitolato Celso di Agnolo Firenzuola (1541, ma a stampa nel 1548), che alla gracilità teoretica supplisce con uno stile limpido e soprattutto con un'elegante sensualità psicologica e letteraria, e il Libro della bella donna di Federico Luigini (1554), il quale s'impegna tuttavia in direzione pratico-normativa, non esitando, nella sua estrema minuzia, a descrivere le "parti deretane" e il "luogo onde tutti venimmo al mondo". A partire dagli anni Cinquanta, la laudatio si presenta sempre più spesso, a volte persino nella titolazione, come "difesa", indizio dello slancio misogino impresso dal clima controriformistico. Assume modalità difensive anche il trattato La nobiltà et l'eccellenza delle donne, co' difetti et mancamenti de gli huomini di Lucrezia Marinella (1591, 1600), il primo del genere firmato da una scrittrice. Non mancano elementi polemici e tentativi di passare al piano dell'accusa, ma nell'insieme l'opera resta bloccata nella variazione dei soliti motivi encomiastici, peraltro sorretti da un impiego sistematico e convenzionale della poesia petrarchista. Ben oltre la semplice opposizione di maniera alla plurisecolare pubblicistica misogina, si colloca invece l'originale dialogo Il merito delle donne di Modesta Pozzo de' Zorzi detta Moderata Fonte (1600), che non si limita ad elogiare le tradizionali qualità muliebri e a difenderle dagli attacchi più velenosi, bensì si organizza provocatoriamente come accusa agli amanti e ai mariti, da una parte denunciando le violenze inflitte alle donne e dall'altra profilando una pedagogia oppositiva nei confronti dell'ideale femminile elaborato dai maschi. La forza e l'incisività delle argomentazioni è inoltre supportata persino dalla deformazione giocosa e spesso grottesca di molti ritratti maschili, avvalendosi con misura della lezione satirica di Pietro Aretino.