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EDUCAZIONE E SCUOLA IN ROMA
(Archivio - personaggi in
ordine cronologico.)
La società romana dei secoli più antichi è una società di
contadini, dominata da un'aristocrazia di proprietari terrieri, godenti
della piena libertà civile e politica e del diritto di portare le armi.
La vita si presenta sotto un aspetto modesto e semplice; i costumi
primitivi contengono entro limiti ridotti la ricchezza ed i bisogni; la
schiavitù, pur presente quale forma economico-giuridica tipica del mondo
classico, è, in questo periodo, ancora assai limitata. Supremo
ideale facilmente realizzabile data la corrispondenza fra le poche esigenze e
la maniera di soddisfarle, è quello della casa che basti a se stessa,
del fondo che sopperisca a tutti i bisogni della famiglia.
Per una società di questo tipo virtù essenziali sono : l'amore alla
terra e al lavoro e il conseguente senso della realtà e del concreto; la
temperanza ( frugalitas); la serietà (gravitas); il coraggio non
disgiunto dalla prudenza; la fermezza di carattere e, quasi sintesi e ad un
tempo condizione e forma di ogni altra virtù il senso della legalità,
il culto del costume degli antenati (mos maiorum) e la pietas. La pietas è il
sentimento di reverenza dovuto ai genitori, agli antenati, alla patria,
agli dei: agli antenati in quanto essi medesimi sono divinizzati, alla
patria in quanto è retta e protetta dalla divinità. Per quanto ingenuo e
formalistico e talora grossolano, il sentimento religioso permea di sé
tutta la vita del cittadino romano; rende inviolabile ed assoluta l'autorità paterna e attribuisce
alla completa subordinazione dell'individuo alla collettività un
carattere sacro per il quale il romano non riuscirà mai ad opporsi, come
persona singola, allo stato.
L'ideale educativo della Roma primitiva non è, dunque, tale da implicare
l'esistenza di uno strumento tecnico specializzato come la scuola.
L'ambiente naturale del processo educativo è la famiglia; fattori
essenziali sono l'esempio, la suggestione emanata dall'ambiente,
l'abitudine. Nell'educazione familiare romana, a differenza che in
quella greca, ha importanza fondamentale la madre: famosi sono i nomi e
il comportamento (non importa se in parte avvolti di leggenda) di
Veturia e di Cornelia. « Il figlio veniva educato nel grembo ed al seno
della madre, il cui vanto principale era badare alla casa e dedicarsi ai
figli, » scriverà Tacito. La madre insegna ai figli le prime preghiere e
suscita nel loro animo il sentimento della virtù. Qualora non possa, o
non possa da sola, accudire all'edu:azione della prole, ella si farà
aiutare non già da una schiava (come la madre greca) ma da una parente
anziana, di sicura virtù, equilibratamente severa, atta a svolgere la
propria missione con dignità e autorevolezza.
A sette anni il figlio maschio viene sottratto al controllo femminile,
ma solo per passare sotto quello paterno e non, come in Grecia, sotto
quello di un pedagogo servo. L'identità di genitore ed educatore è nota
saliente e addirittura essenziale della pedagogia romana: « Suus cuique
parens pro magistro » (Plinio il
giovane).
Sotto la guida del padre il fanciullo romano comincia ad apprendere, in
primo luogo, ciò che ogni proprietario di campagna deve conoscere: vale a
dire come far fruttare la propria terra, sorvegliando gli schiavi che la
lavorano, controllando e consigliando fittavoli e amministratori. L'arte di coltivare
i campi costituisce uno dei principali argomenti di riflessione per il
romano colto: c'è tutto un filone della letteratura latina che ha questa
materia per oggetto, da Catone a Varrone, a Virgilio, Columella e
Palladio.
Ma non si tratta solo di acquisire nozioni e abilità puramente
tecniche: è necessario che nel fanciullo si sviluppino, contemporaneamente, le virtù
aristocratico-contadinesche. Il fanciullo deve imparare a considerare l'ozio ed
il lusso come
gravi fattori di corruzione; a lui saranno citati gli esempi degli
antichi consoli e dittatori come Cincinnato, amanti del lavoro diuturno ed
accanito, schivi
di onori, avversi ad ogni mollezza, desiderosi solo di ritornare alla
terra. La gravitas esige che vengano eliminate dal curriculum educativo
del ragazzo romano la danza e la musica che tanta parte avevano, invece, nella
formazione dell'uomo greco.
Anche per quanto riguarda l'educazione fisica, profonda è la differenza
con la Grecia: mentre per i giovani elleni il motivo essenziale
dell'esercitazione atletica è quello agonistico, per i romani tale motivo
va ricercato nell'indurimento del corpo, necessario tanto all'agricoltore quanto al guerriero.
L'agonismo puro, che per i greci della polis è una forma nuova e quasi un
succedaneo dell'areté cavalleresca, non ha senso per la mentalità più
concreta ed utilitaristica dei romani. Così la ginnastica si risolve nel
maneggio delle armi, in una serie di esercizi premilitari e
nell'abituarsi alla fatica e all'inclemenza del clima. Del resto neppure
l'esercizio delle armi è concepito dai romani come fine a se stesso. Pur
essendo l'individuo totalmente subordinato al bene collettivo (« Salus
rei publicae suprema lex esto »), il valore militare non ha, nella
coscienza del popolo, tutta l'importanza di fine supremo che gli era
stata attribuita in Grecia dalla civiltà cavalleresca ed anche in piena
fioritura della polis, specialmente a Sparta.
A fianco del padre, dunque, il giovanetto romano assiste, oltre ai
lavori campestri, al ricevimento dei « clienti », alle sedute del senato,
alle esercitazioni militari in Campo Marzio; col padre partecipa ai
banchetti dei grandi, dove spesso funge da coppiere; al padre presta
assistenza nella celebrazione dei riti
religiosi familiari, durante i quali si esaltano le gesta degli antenati
e si contemplano i loro ritratti, contribuendo a rafforzare il rispetto
per il mos maiorum in generale e, in particolare, quello per i propri
ascendenti diretti e per le tradizioni caratteristiche della propria
famiglia.
A sedici anni, con una cerimonia solenne, il giovane depone la toga
praetexta, orlata di rosso, e indossa quella « pura », tutta bianca,
cioè la toga « virile». E' ormai cittadino a tutti gli effetti ; prima di
cominciare il servizio militare, però, egli dovrà sottostare ad un anno
di tirocinio di vita pubblica, detto tirocinium fori. Durante
quest'anno di tirocinio non gli sarà più di guida il padre, ma un
anziano amico di famiglia già illustratosi nella vita pubblica. Il primo
anno di vita militare vede anche il giovane nobile semplice soldato: si
tratta però di un livellamento più formale che sostanziale, in quanto fin
d'ora egli è sotto la tutela di un ufficiale superiore che funge da
padrino. Ben presto il giovane aristocratico emerge dalle file e viene
a sua volta avviato alla carriera di ufficiale.
Base e coronamento dell'istruzione e dell'educazione del giovane romano
e l'apprendimento delle leggi contenute nelle « XII tavole » e
l'assimilazione del loro spirito. Tali leggi vengono studiate fin
dall'infanzia; nell'anno del tirocinium fori, poi, il giovane romano
consolida con la pratica la preparazione giuridica, elemento
fondamentale della futura attività politica.
Questa l'educazione tipica della gioventù aristocratica latina nei tempi
antichi; educazione che, come si è detto, non esige per sé un sistema
organizzato di istruzione. L'insegnamento teorico-strumentale
indispensabile (leggere, scrivere, far di conto) è fornito, di
regola, dal padre. Catone il vecchio scrive di propria mano, per il
figlio, un libriccino a grossi caratteri, in cui sono narrati gli episodi
più gloriosi della storia di Roma: così il bambino imparerà ad un tempo
a leggere e ad ammirare gli antichi costumi e fasti della patria. Anche
l'insegnamento dell'agronomia e del diritto viene impartito più che
altro praticamente, con l'esempio ed il consiglio orale, oppure per mezzo
di facili manuali in cui
talora il padre stesso fissa le nozioni che il figlio poi manderà a
memoria.
Dobbiamo, da questo, inferire che nell'antica Roma mancasse del tutto la
scuola? La questione è tuttora controversa; l'antica tradizione afferma
l'esistenza in Roma della scuola fin dai tempi più remoti. Plutarco e
Dionigi di Alicarnasso pretenderebbero di farci risalire a Romolo e Remo.
Secondo Livio, sarebbero esistite scuole, non solo a Roma ma anche in
centri minori all'epoca di Camillo e della prima invasione gallica. Si
tratta di affermazioni non convalidate da alcuna seria documentazione,
anche se accolte da qualche storico moderno.
E' indubbio, comunque, che, non sentendosi tutti i padri in grado o non
disponendo del tempo necessario per istruire direttamente i figli,
dovette sorgere abbastanza presto la necessità della scuola: forse già
prima del IV secolo; senz'altro, però, fin verso la fine del III secolo si
trattò esclusivamente di scuola elementare.
Le conquiste dell'Italia meridionale, della Sicilia, della Macedonia,
della Grecia, del regno di Pergamo e dell'Egitto, hanno conseguenze di
incalcolabile Importanza anche nell'ordine culturale. I contatti fra
Roma e le genti di nuova soggezione si fanno più fitti: soldati e magistrati acquisiscono i
costumi dei paesi conquistati. Idee e sentimenti nuovi, nuovi culti,
nuove passioni, nuove aspirazioni affluiscono dall'oriente; ne sono
portatori gli schiavi e i commercianti, i poeti, i musici e i libri.
Gli schiavi, soprattutto, finiranno coll'esercitare una funzione
importantissima, dato che molti di loro, provenienti dalle classi colte,
saranno impiegati quali grammatici, medici, amministratori, tecnici
specializzati, agricoltori; sicché qualche storico potrà osservare che
il famoso Graecia capta Romam coepit potrebbe risultare particolarmente calzante se riferito all'influenza
di questa aristocrazia servile.
Le nuove forme di vita esercitano ben presto un fascino irresistibile
soprattutto sui giovani che nell'arte e nel pensiero greco vedono
il mezzo migliore per
esaltare la loro personalità, liberandola dagli schemi di una tradizione
gloriosa fin che si vuole ma che ormai appare angusta: il mos maiorum
diviene un legame pressoché intollerabile. Bisogna inoltre considerare
che Roma sente l'influsso della cultura ellenistica allorché questa produce, accanto alle grandi opere
filosofiche ed artistiche, una serie di studi scientifici, filologici e retorici
atti a soddisfare
tutte le curiosità ed a promuovere tutte le iniziative di una gioventù
ormai ricca e civile.
L'ambiente tipico di questa rapida trasformazione del costume può essere
identificato nel cosiddetto circolo degli Scipioni.
La cultura in generale e, in particolar modo, quella di grado medio e superiore, rimane, a Roma come ovunque nel mondo antico, privilegio delle
classi dirigenti
e, comunque, degli abitanti delle città, i soli che possono usufruire
delle scuole. La scuola è finanziata direttamente dalle famiglie degli
alunni: Cicerone, nella Repubblica, nota con soddisfazione come nelle
buone tradizioni nazionali romane non trovi posto alcun sistema di
educazione controllata dallo stato ed uniforme per tutti i fanciulli di
nascita libera.
Il piano di lavoro a cui deve sottostare il fanciullo romano è nel
complesso corrispondente a quello delle scuole greche. Si deve però
notare che in Roma la musica e l'atletismo non riusciranno mai ad avere
il posto preminente che avevano nell'antica paidéia ellenica. Una certa
riservatezza e gravità ineliminabili portano ancora a giudicare musica,
atletismo e danza manifestazioni di dubbia serietà, degne più degli
schiavi che dell'uomo libero ed atte, se mai, a costituire una piacevole
forma di spettacolo, al quale il cittadino preferisce assistere anziché
partecipare. D'altro canto non si deve dimenticare che il mondo
culturale che Roma viene progressivamente assimilando è quello dell'età
ellenistica, e in questa età, musica, danza ed atletismo hanno già perduto il primitivo carattere e
vanno perdendo importanza anche in Grecia ed in oriente.
Quando l'aristocrazia romana accetta di adottare per i propri figli
l'educazione greca, trova fra i numerosi schiavi un personale insegnante
numeroso e scelto. Dapprima si tratta di insegnamento privato, impartito
in casa. Il più celebre degli antichi maestri è, in questo senso, Livio
Andronico, prigioniero tarantino, istitutore dei figli del suo padrone,
successivamente liberato, al quale si deve la traduzione in versi
saturni dell'Odissea (con evidenti fini didascalici) e l'introduzione in
Roma della tragedia e della commedia greca. Successivamente, per lo
stesso diffondersi della richiesta, si afferma l'insegnamento pubblico
del greco, impartito in vere e proprie scuole: i giovani ricchi,
desiderosi di perfezionare ulteriormente la conoscenza della lingua e
della cultura elleniche,
recheranno in seguito a studiare in Grecia.
Accanto alla scuola greca sorge però anche una scuola latina ricalcata
esattamente sul modulo greco. Abbiamo già detto che l'origine
dell'insegnamento elementare organizzato deve farsi risalire, in Roma,
probabilmente a prima del IV secolo. Nel III secolo appare l'insegnamento
secondario, nel I quello superiore.
Parallelismo esistente fra scuola romana e scuola greca:
Anche a Roma il fanciullo entra nella scuola primaria a sette anni e vi
rimase fino agli undici o ai dodici. Il maestro elementare è designato
dai romani con la parola litterator o con le espressioni primus magister,
magister ludi, magister ludi litterari. Anche a Roma il mestiere di maestro è
poco considerato ed è per lo più esercitato da gente di umile condizione.
Il maestro è stipendiato dagli alunni, una trentina dei quali è
necessaria per mettere insieme una paga equivalente a
quella di un operaio qualificato. La scuola è sistemata in un locale a
pianterreno aprentesi sui portici di una strada preferibilmente centrale.
Anche le fanciulle possono frequentare la scuola, per quanto, in genere,
sia preferita, per loro, l'istruzione privata. Attrezzatura e metodi
corrispondono a quelli della scuola primaria greca. Anche nella scuola
romana predominano la passività, il mnemonismo, la coercizione; solo
verso il I secolo d.C. si penserà di sostituire alla coercizione la
spinta dell'emulazione o l'attrazione di qualche dono.
L'insegnamento secondario, che appare, come s'è detto, nel corso del
III
secolo, si basa, come in Grecia, sulla letteratura e sul commento dei
classici, rappresentati, qui, da Livio Andronico, da Ennio e,
probabilmente, dai commediografi. Ai tempi di Augusto, Quinto Cecilio
Epirota introdurrà nel canone Virgilio ed una serie di nuovi autori,
fissando così quel programma che resterà immutato fino alle invasioni
barbariche. Da tale programma sono esclusi
Cesare e Tacito; lo stesso Livio ha una posizione secondaria: lo storico
giù studiato è Sallustio; fra gli oratori eccelle, ovviamente, Cicerone;
fra i comici Terenzio. Il professore di scuola media (grammaticus) è più
considerato e meglio pagato (circa quattro volte di più) del maestro
elementare. Il metodo didattico riproduce esattamente quello della
scuola greca.
La scuola superiore è, anche in Roma, essenzialmente scuola di retorica.
Anche l'insegnamento del rethor latinus ha per soggetto l'arte oratoria,
col suo bagaglio di regole, di tecniche, di abiti da apprendersi ed
acquisirsi progressivamente. La prima scuola latina di retorica viene
aperta nel 94 a.C. da Lucio Plozio Gallo, un democratico, cliente di
Mario; e viene chiusa l'anno successivo per ordine dei censori
aristocratici. Il provvedimento ha una evidente duplice causa politico-sociale:
da un lato la tendenza dei nuovi maestri a lasciar da parte le astratte argomentazioni attorno ad assurdi quesiti per avvicinarsi invece
alla realtà contemporanea, specialmente politica; dall'altro, il fatto che lo
studio della retorica impartito in latino riesce più facile e quindi più rapido e meno
costoso, e conseguentemente più accessibile ai ceti poco abbienti, laddove la
scuola superiore greca è privilegio esclusivo dei ricchi.
Una scuola latina di filosofia non esiste; quei pochi intellettuali che
affrontano gli studi filosofici non bastano a giustificare lo sforzo necessario per
tradurre i testi
classici nella lingua di Roma. Neppure esiste una scuola latina di
matematica o di
alta specializzazione tecnica, per quanto la letteratura romana sia
ricca di una schiera di teorici dell'agronomia e dell'architettura. Anche l'insegnamento
della medicina,
che finirà più tardi coll'essere latinizzato, viene impartito, nell'età
repubblicana e in quella del primo impero, in lingua greca.
Unica importante eccezione è quella del diritto. Lo sviluppo della
tecnica giuridica (prerogativa del genio latino) è ormai giunto a un
grado così avanzato da richiedere una seria specializzazione. D'altra
parte le carriere che una buona conoscenza del diritto apre dinanzi ai giovani abbienti ed ambiziosi sono numerose e brillanti. Così a partire dall'età augustea verranno sorgendo
le stationes jus publicae docentium aut respondentium, ad un tempo
scuole pubbliche di diritto e uffici di consultazione legale.
Cicerone considerava motivo di vanto per la
repubblica non aver creato alcun sistema di educazione uniforme e
controllato direttamente dallo stato. Intorno al 350 d.C. Costanzo II
afferma, al contrario, che ii primo merito di un governo e di un
principe è quello che egli si acquista verso la pubblica istruzione.
Simmaco, nel IV secolo, dichiara esplicitamente che « la
prova della floridezza di uno stato si desume dallo stanziamento di
cospicue retribuzioni ai pubblici docenti ».
Nel corso dell'età imperiale la tendenza « dirigista » e « interventista
» dello stato si estende non solo ad un numero sempre maggiore di imprese
economiche, ma anche a tutta una serie di altre attività, fino a coprire
quasi completamente l'estensione della vita sociale. A poco a poco, anche la scuola debba rientrare
nell'ambito del controllo e delle direttive statali. Il movente
principale che spinge lo stato ad interessarsi della scuola è la
necessità di assicurare in continuità l'esistenza di una massa ormai
enorme di funzionari. Si tratta di una vera e propria nuova classe che
va dagli « scribi » di grado elevato, fino ai « notarii » (stenografi) di
grado più modesto, preparati in scuole speciali.
Lo stato interviene nella vita scolastica per tre vie: la creazione di
scuole pubbliche atte a rilasciare titoli ufficiali; la regolamentazione
delle scuole municipali ; la vigilanza sull'istruzione privata.
La creazione di scuole pubbliche statali, a sua volta, può attuarsi o
mediante l'istituzione di nuove cattedre o mediante il riconoscimento
ufficiale di cattedre e sedi già esistenti. Lo stato finanzia la scuola,
le fornisce i locali, ne fissa i rapporti di dipendenza dall'autorità
politica. Tutto ciò si riferisce solo alla scuola
superiore; la media e la primaria rimangono libere. Famose saranno le
scuole di diritto create, oltre che a Roma, a Beirut, a Costantinopoli;
ad Atene Marco Aurelio fonda cattedre di retorica e filosofia; a
Costantinopoli Teodosio apre nel 425 una vera università di stato.
La scuola di stato è concepita, almeno fino a Giustiniano, come scuola modello; la scuola ordinaria, che somministra il sapere a grandi masse di
alunni, è la scuola municipale. Solo ai tempi di Giuliano, per ovvie ragioni
di ordine politico-ideologico, si imporrà un controllo statale circa i
meriti scientifici ed il valore morale degli insegnanti.
L'insegnamento privato a domicilio è totalmente libero, quello privato
impartito pubblicamente è in parte controllato. Non sono sottoposte ad
alcun controllo le scuole professionali, né quelle
cristiano-catechistiche. Lo stato, comunque, si interessa solo
dell'aspetto amministrativo ed interviene con esenzioni fiscali,
miglioramenti delle remunerazioni, borse di studio (istituzioni alimentari).
Orari, metodi, programmi, sono di esclusiva spettanza del maestro.
Durante l'età imperiale lo stato affronta il problema educativo anche
mediante la creazione di accademie, musei, biblioteche. Dal punto di
vista burocratico, la scuola dipende direttamente dall'autorità politica;
non esiste una vera amministrazione scolastica.
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