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LA PATRISTICA LATINA - TERTULLIANO

(Archivio - personaggi in ordine cronologico.)

Completamente diversa fu la reazione alla gnosi presso i pensatori cristiani dell'occidente e in particolare quella di Tertulliano.
Questi, nato a Cartagine verso il 160, aveva ricevuto la caratteristica educazione dei più colti ambienti romani del suo tempo, essenzialmente fondata sulla filosofia, l'oratoria e la giurisprudenza, ed era divenuto perfettamente padrone sia del greco sia del latino. Convertitosi al cristianesimo verso il 193, vi portò :utto l'entusiasmo del suo animo ardente, difendendo con straordinaria energia la nuova fede sia contro i pagani sia contro gli eretici. Nel 202 finì, però, egli pure nell'eresia, trascinatovi dal suo stesso ardore religioso; entrò infatti nella setta dei montanisti (fondata in Frigia da Montano nella seconda metà del II secolo) il cui rigorismo etico e la cui entusiastica attesa di una prossima palingenesi meglio si adattavano alle esigenze di un temperamento come il suo. Morì poco dopo il 220. Le sue opere più note (tutte scritte in latino) sono: Apologeticum, De praescriptione hereticorum, Adversus Marcionem, Adversus Praxeam; e - fra quelle influenzate dal montanismo - De fuga, De pudicitia, De velandis virginibus, Exbortatio ad castitatern.

Mentre la filosofia di Origene è, come abbiamo visto, tendenzialmente idealistica, quella di Tertulliano è orientata verso il materialismo; egli esalta il concreto e l'esperienza sensibile, giungendo a sostenere una certa corporeità dell'anima stessa e perfino di dio: « Tutto ciò che è, è corpo; nulla è incorporeo ,e non ciò che non è. » Su questa base, attribuisce la massima importanza alla teoria cristiana della resurrezione della carne, che rappresentava proprio una delle dottrine più ostiche ai greci. Del resto, tutto il suo realismo viene essenzialmente concepito in contrapposizione all'idealismo greco.

Questa contrapposizione costituisce l'energica risposta che Tertulliano vuole dare ad ogni forma di gnosticismo pagano o cristiano. Né essa si limita al problema metafisico della realtà (se cioè la realtà vada concepita come prevalentemente spirituale o materiale); è un'antitesi che coinvolge anche il problema della conoscenza, risolto da Tertulliano con la piena rivalutazione del senso contro le pretese della pura dialettica.
Il rigetto della dialettica, che aveva costituito la grande arma dei filosofi greci conduce il nostro autore a contrapporle l'immediatezza dei sentimenti, i quali non hanno bisogno di appellarsi né a concetti astratti né ad artificiose dimostrazioni.

Ecco infine l'ultimo passo del travagliato pensiero di Tertulliano: dal sentimento alla fede. Alla gnosi, che pretendeva vedere una perfetta continuità tra ragione e fede, Tertulliano obietta che essa si lascia sfuggire con ciò quanto vi è di più caratteristico nella fede, cioè il suo imporsi alla mente umana contro ogni parvenza di razionalità. Occorre dunque capovolgere i termini del rapporto; proprio nella rottura della ragione risiede la forza della fede; proprio nella paradossalità del suo contenuto sta la vera garanzia che essa proviene da dio: « Credo quia absurdum »!
Anche Tertulliano possiede, naturalmente, una propria concezione filosofica di dio, del mondo e dei loro rapporti; anch'egli per esempio - d'accordo in ciò con Origene - attribuisce al logos una certa subordinazione nei confronti del padre. Ma il sistema filosofico non lo interessa; adagiarsi in esso è già fare una concessione all'atteggiamento intellettualistico e contemplativo dei greci. L'importante, per Tertulliano, è agire; è combattere in difesa della fede, smascherare i suoi nemici, vivere secondo i dettami di Cristo. Ogni ragionamento teorico è inutile; per convincersi della verità della rivelazione, basta appellarsi con animo puro alla diretta testimonianza dell'anima: questa è naturaliter christiana.

Tra l'idealismo a sfondo razionalistico di Origene e il realismo fideistico di Tertulliano, è difficile negare che quest'ultimo molto più di quello seppe penetrare il vero significato del messaggio cristiano. La chiesa non potrà accettare integralmente l'interpretazione di Tertulliano, ma neanche potrà respingerla; essa verrà assorbita, nelle sue linee fondamentali, dal grande pensiero di Agostino.

Un ultimo accenno, ora, ad un altro interessantissimo pensatore - vissuto circa due secoli più tardi - che sentì, con forza non minore di Tertulliano, tutta la drammatica profondità del contrasto fra cultura antica e fede nuova: Gerolamo (347-420), autore fra l'altro della traduzione canonica della Bibbia in latino, la Vulgata. Egli giunse al punto di ritenere di ispirazione diabolica il suo amore per i classici (Cicerone, Virgilio, Orazio, Plauto, ecc.), e doveroso quindi l'abbandono completo della loro lettura per la sostanziale incompatibilità tra essi ed il cristianesimo. Gerolamo fu pure uno dei più accaniti avversari del pensiero di Origene, e di quei correligionari che si illudevano - ancora ai suoi tempi - di poterlo considerare come un sistema filosofico cristiano.

Tra gli scrittori della patristica latina appartenenti a questo periodo vanno infine menzionati Arnobio, Lattanzio, Ambrogio, e — maggiore di tutti — Agostino.