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TRAPASSO DALLA PATRISTICA ALLA SCOLASTICA

(Archivio - personaggi in ordine cronologico.)

Con la morte di Agostino ha fine il periodo più interessante della patristica; nella seconda metà del V secolo, dopo i concili di Efeso e di Calcedonia, un senso di grave stanchezza si trasmette anche alle indagini teologiche; diminuiscono sia il gusto per i sottili dibattiti, sia la fantasia filosofica costruttrice di grandi sistemi. Entriamo nel periodo dì trapasso dalla patristica alla scolastica, o, se così si preferisce dire, nell'ultima fase della patristica.

Nel VI secolo compare ancora, nel mondo culturale dell'impero d'oriente, un'opera filosofica assai notevole: si tratta di un celebre gruppo di scritti attribuiti a Dionigi l'areopagita, che eserciteranno la più larga influenza tra i pensatori medievali dell'occidente. E' però l'ultima manifestazione di un'attività speculativa che sta ormai definitivamente estinguendosi.
L'autore di tali scritti è ignoto; tutto dimostra però che si tratta di un mistico del V o VI secolo, fortemente influenzato dai filosofi neoplatonici, in ispecie da Proclo. Egli esaspera le difficoltà della teologia positiva, preferendo limitarsi a determinare ciò che dio non è. Attribuisce inoltre grande importanza alla gerarchia discendente delle creature celesti intermediarie fra dio e la terra; gerarchia che viene concepita sull'evidente modello delle emanazioni plotiniane. Tutta l'opera ha un pronunciato carattere panteistico, che si trasmetterà a molti filosofi medievali (soprattutto ai mistici).

Nel mondo culturale dell'occidente il problema dominante del VI secolo è ben diverso: non più quello di creare nuove concezioni teologiche o filosofiche o scientifiche, ma di salvare qualcosa del prezioso patrimonio antico in via di fatale dispersione.

Caratteristica, sotto questo punto di vista, l'opera veramente benemerita compiuta da Severino Boezio (480-525 ) col tradurre, dal greco in latino, tutte le opere logiche di Aristotele e commentarne alcune (egli si era proposto di tradurre in latino l'intera opera di Aristotele e di Platone, anche per farne vedere la sostanziale unità). Boezio tradusse pure e commentò l'Isagogé di Porfirio. Quest'ultima e le due parti dell'Organon commentate oltreché tradotte da Boezio (le Categorie e il De interpretatione) costituiranno, fino al XII secolo, i testi fondamentali di tutti i logici medievali. Risulta quindi evidente l'importanza centrale che, appunto per questa sua opera di trasmissione, Boezio assume nella storia della logica. Nella quale tuttavia egli va ricordato anche come autore originale, e per il suo trattato De syllogismo categorico (assieme a una breve Introductio ad syllogismos categoricos) e, soprattutto, per la dettagliata trattazione dei sillogismi ipotetici esposta nel De syllogismo hypotetico libri duo; qui sono evidenti influenze stoiche e si trovano i germi di quella che costituirà uno dei temi fondamentali della ricerca medievale: la teoria delle consequentiae.
Boezio scrisse pure, mentre si trovava rinchiuso nelle carceri di Teodorico, il De consolatione philosophiae, rivolto a dimostrare - sulla base di argomentazioni neoplatoniche e stoiche - che la vera felicità dell'uomo consiste, non nei beni mondani, ma unicamente in dio. Fra i suoi opuscoli teologici, sulla cui autenticità vi è però qualche dubbio, ricordiamo quello dedicato alla nota questione cristologica che porta il seguente titolo: De persona et duabus naturis in Christo contra Eutichem et Nestorium (Intorno alla persona e alle due nature in Cristo contro Eutiche e Nestorio).
E' infine degno di nota che Boezio si occupò ad alto livello delle discipline del « quadrivio ». E' andata completamente perduta una sua opera di astronomia (forse una traduzione di Tolomeo), mentre ci sono rimasti il trattato De institutione musica, in cinque libri, una delle fonti più importanti per la conoscenza delle teorie musicali antiche, il trattato De institutione arithmetica, rielaborazione dell'Introduzione aritmetica di Nicomaco di Gerasa, in cui, frammiste ad un contenuto genericamente divulgativo, non mancano alcune osservazioni di un certo interesse sui numeri interi. Quanto alla geometria, sappiamo da Cassiodoro che Boezio aveva tradotto da giovane gli Elementi di Euclide. Dopo il lungo dibattito fra gli storici della matematica che si è avuto a questo proposito soprattutto nell'Ottocento, non si può identificare tale traduzione con quella Ars geometrica, che ci è giunta, in varie redazioni, attraverso tutto il medioevo come opera di Boezio. Tale opera contiene infatti, assieme a qualche definizione e a qualche enunciato di proposizioni euclidee, materiali di diversa provenienza, derivati per lo più dai gromatici e da Agostino, e persino dagli arabi (di origine araba sono i famosi « apici di Boezio », così simili al nostro modo di scrivere i numeri). A Boezio si è invece pensato con più probabilità per la attribuzione di quei frammenti di traduzione e rielaborazione latina di Euclide (alcune proposizioni e dimostrazioni dei primi e degli ultimi libri degli Elementi) venuti in luce in un palinsesto di Verona e in un codice monacense. Tali frammenti sembrano dimostrare un interesse ed una preparazione matematica che non si era finora sospettata fra i romani.

Un intento prevalentemente conservativo ha anche la produzione di Aurelio Cassiodoro, contemporaneo di Boezio, uomo politico durante il regno di Teodorico e poi fondatore del famoso monastero del Vivarium, presso Squillace in Calabria. Si tratta di racchiudere in brevi trattati il maggior numero possibile di notizie, sui più vari argomenti, da trasmettere alle poche persone ancora interessate ai problemi della cultura; persone - comunque - che si trovano sempre meno in grado, per difficoltà soggettive e oggettive, di attingere direttamente ai più celebri testi dell'antichità. L'opera principale di Cassiodoro, Institutiones divinarum et saecularium litterarum (Istituzioni delle lettere divine ed umane) ci offre un tipico esempio di questi compendi; è infatti suddivisa (come ci dice il titolo stesso) in due parti, la prima delle quali contiene un elenco degli scritti sacri, dei principali concili, dei dottori della chiesa, ecc., mentre la seconda tratta di tutte le arti e discipline liberali, dalla dialettica all'astronomia e alla musica. Di Cassiodoro ricordiamo anche la Historia gotorum e l'importantissimo epistolario (Variae), documento vivacissimo dei problemi politici e culturali di questo periodo.

Dopo Boezio e Cassiodoro la cultura occidentale subisce un ulteriore abbassamento, in stretto rapporto all'accentuata decadenza della società. Con la metà del VII secolo (alla invasione araba) ha fine la fiorente cultura latina in Africa, già duramente provata dall'invasione dei vandali ai tempi di Agostino. Nell'VIII secolo gli arabi invadono anche la Spagna, che nel secolo precedente aveva avuto una notevole fioritura culturale attorno ad Isidoro di Siviglia. In Italia il Vivarium aveva cessato di esistere poco dopo la morte di Cassiodoro (570), ed il suo ricco patrimonio di libri era stato trasferito nella biblioteca lateranense di Roma. La lunga guerra greco-gotica (535-553) e quella successiva fra bizantini e longobardi (568-603) avevano portato ad uno spaventoso tracollo economico. Con la restrizione del dominio bizantino in Italia e le diminuite comunicazioni con l'oriente la conoscenza del greco era scomparsa quasi completamente, mentre era disastrosamente diminuita anche la conoscenza delle opere latine classiche, che avevano già subito una forte riduzione durante il processo di trascrizione dal papiro alla pergamena, fra il IV ed il VI secolo. Passeranno più di due secoli prima che Carlo Magno, elaborando una nuova organizzazione del ricostituito impero romano, dia inizio ad una ripresa, sia pur limitata, anche nel mondo degli studi.

Nel periodo che va dalla morte di Cassiodoro al risveglio carolingio poche figure meritano di venir ricordate in una storia della cultura: il papa Gregorio Magno (540 ca.-604), a cui si deve la codificazione della liturgia della chiesa (con l'introduzione del canto « gregoriano »); Isidoro di Siviglia (570 ca.-636), detto anche Isidoro ispano; e Beda il venerabile (674-735), vissuto in Irlanda.

Gregorio Magno, figura importantissima nella storia della chiesa per la sua attività politica, scrisse un monumentale commento morale ed allegorico al libro di Giobbe (Moralia in Job, in 35 libri), ed i famosi Dialogorum libri quattuor, in cui narra la vita dei santi in Italia (fra cui Benedetto da Norcia) e la triste situazione del paese. È notevole che, sulle orme di Tertulliano e Gerolamo, Gregorio Magno sentisse una profonda contraddizione fra la sua cultura grammaticale e retorica e quella teologica: « Indignum vehementer existimo ut verba caelestis oraculi restringam sub regulis Donati. »

Di Isidoro di Siviglia particolarmente importanti sono le Etymologiae, un'opera enciclopedica che tratta - come le Istituzioni di Cassiodoro - dei più vari argomenti: dalla grammatica alla matematica, dai Vangeli alla logica, dalla medicina alla giurisprudenza.

Di Beda ci rimangono vari scritti: alcuni ricapitolano opere di Agostino, Ambrogio e Gerolamo, altri si occupano di questioni fisiche, astronomiche e fisiologiche (attingendo a Plinio il vecchio, a Galeno, ecc.), altri infine di semplici questioni aritmetiche, riguardanti il computo pratico con interi e frazioni. E' da ricordare anche la sua Historia ecclesiastica gentis Anglorum, dove sono narrate le vicende della conversione al cristianesimo del popolo inglese. Malgrado gli sforzi di questi ed altri eruditi però il patrimonio della cultura antica è ormai ridotto pressoché a nulla. Occorreranno secoli di intense ricerche per farlo a poco a poco risorgere.