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Pietro Bembo    Prose della volgar lingua

Figura tra le più importanti del Rinascimento italiano, Pietro Bembo animò in particolare il dibattito sulle caratteristiche che avrebbe dovuto avere l'italiano letterario. Nei tre volumi del trattato in forma di dialogo Prose della volgar lingua propose l'imitazione di due modelli: Petrarca per i testi poetici e Boccaccio per i testi in prosa. Nel terzo volume del trattato elaborò anche una grammatica della lingua volgare italiana, completa di esempi tratti dai poeti e dai prosatori due-trecenteschi.

Nato nel 1470 da una nobile famiglia veneziana, Pietro ricevette il primo impulso allo studio letterario dal padre Bernardo, personalità di spicco della vita politica della Serenissima e uomo di cultura, nella cui fornita biblioteca poté avviare la propria formazione, completata poi sotto la guida di Giovanni Alessandro Urticio. In virtú degli impegni paterni, ebbe modo di visitare nella prima giovinezza la Firenze di Lorenzo, uno dei piú fervidi ambienti culturali dell'epoca; studiò poi il greco a Messina sotto la guida del maggior ellenista contemporaneo, Giano Lascaris (1492-94), la cui grammatica, una volta tornato a Venezia, contribuí a pubblicare per i tipi di Aldo Manuzio (1495). Con il tipografo veneziano Bembo istaurò infatti un fecondo progetto editoriale che diede poi vita ad edizioni di importanti testi volgari, quali il canzoniere petrarchesco (1501) e la Commedia di Dante (1502). Nel frattempo (1494-1503) completò la formazione filosofica iniziata a Padova nel 1494-95 presso la scuola di Niccolò Leoniceno a Ferrara, dove strinse rapporti di amicizia con personaggi della levatura di Ariosto. Ebbe in questo periodo due importanti storie d'amore, con Maria Savorgnan (1500-501) e nel biennio seguente con Lucrezia Borgia, dedicataria degli Asolani, dialogo in volgare misto di prosa e versi, trattato d'amore di ispirazione neoplatonica e petrarchesca redatto forse tra 1497 e 1502 e pubblicato nel 1505.

Nel 1506 fu a Urbino, presso Guidobaldo da Montefeltro, dove incontrò tra gli altri Baldassarre Castiglione. Qui si dedicò ad una intensa attività letteraria: avviò la stesura delle Prose della volgar lingua, trattato in forma dialogica che consacrerà la dignità letteraria di un volgare modellato sulla lingua dei grandi trecentisti. AI 1508 risale l'inizio della sua carriera ecclesiastica, con l'assunzione degli ordini minori. Nel 1512 fu a Roma, dove nell'anno seguente fu nominato segretario pontificio da Leone X, che nel 1514 lo inviò a Venezia in qualità di ambasciatore straordinario. Tornò a Venezia nel 1519 per seppellire il padre e vi si trattenne per difficoltà familiari e di salute; rientrato a Roma nel 1521, il precario stato fisico lo costrinse a ripartire per Padova, dove si trasferí convivendo, nonostante nel 1522 fosse entrato nell'Ordine gerosolimitano, con Faustina Morosina della Torre (da cui ebbe tre figli) fino alla morte di lei (1535).Tornò a Roma nel 1524 per offrire a Clemente VII la dedica delle Prose, verosimilmente composte tra 1497 e 1502, pubblicate a Venezia nel 1525. Nel 1530 fu investito dalla Repubblica Veneta della carica di storiografo ufficiale e di bibliotecario della Biblioteca Nicena (la futura Marciana); nello stesso anno pubblicò anche la sua raccolta di rime, concreta applicazione del petrarchismo teorizzato nelle Prose. A seguito della nomina cardinalizia ricevuta nel 1539 tornò a Roma dove, eccettuate le permanenze a Venezia e Gubbio di cui fu vescovo, risedette in pianta stabile dal '44 al '47, anno della sua morte.



La questione della lingua