Angelo
Beolco detto il Ruzante (1496?1502? - 1542)
Angelo
Beolco nacque a Padova a cavallo tra la fine del Quattrocento e
l'inizio del Cinquecento, figlio naturale del medico Giovan
Francesco. Le agiate condizioni economiche permisero al padre,
discendente di una nobile famiglia di origine milanese, di
tenere in casa Angelo e di provvedere alla sua educazione, che
fu completa e varia. Alla morte del genitore (1524 ca.) Beolco
si impegnò come amministratore e uomo d'affari per conto dei
fratelli prima e successivamente (dal 1529) per il proprio
patrono Alvise Cornaro. Nel 1527 prese in moglie una fanciulla
della famiglia Palatino. Autore di opere teatrali e attore
(Ruzante era il suo nome d'arte), fin dai primi anni '20 mise in
piedi una compagnia con gli amici Marco Aurelio Alvarotto detto
Menato, il Castagnola detto Bilora e Girolamo Zanetti detto
Vezzo. Con loro gravitò nell'ambiente nobile e colto di Venezia
(dove, tra le altre rappresentazioni in luoghi pubblici e
privati, mise in scena una recita in onore di Federico Gonzaga),
Ferrara (dove fu a corte tra il '29 e il '32), e Padova presso i
Cornaro. Queste frequentazioni gli permisero di conoscere
personaggi della levatura di Pietro Bembo e Sperone Speroni, e
di accostarsi agli ambienti accademici patavini; mori nel 1542
mentre per conto dell'Accademia degli Infiammati curava
l'allestimento della tragedia Canace, opera di Speroni. La sua
produzione consta di drammi e dialoghi in dialetto padovano
rustico:la prima commedia in versi, la Pastoral, risale al
1517-18, misto di farsa rusticale e favola pastorale, e di
differenti piani linguistici - bergamasco, pavano e italiano -,
mentre la prima commedia in prosa, La Moscheta, è del 1527-32
(ed. pr. 1551). Della sua produzione dialettale si ricordano
anche la Betía (cosí modernamente titolata da Emilio Lovarini),
risalente forse a metà degli anni '20, in versi pavani e
riecheggiante i moduli del "mariazo" (farsa d'argomento
matrimoniale), ripresi anche per La Fiorina (1531, ed. pr.
1551); e la Bilora (altro titolo del Lovarini, ed. pr. 1551)
scritta come i Dialoghi in lingua rustica: Parlamento di Ruzante
che l'era vegnú de campo (ed. pr. 1551), nel difficile biennio
'28-'29, funestato dalla carestia. La produzione successiva al
1530, benché dialettale, presenta invece un impianto
classicistico (le commedie La Piovana - 1532, ed. pr. 1548 - e
La Vaccaria - 1533, ed. pr. 1551).
LA MOSCHETTA
Commedia in cinque brevi atti in prosa, scritta nel dialetto
della sua città, dal padovano Angelo Beolco, detto il Ruzzante.
Appartiene al gruppo delle commedie dialettali scritte nel
decennio 1520-29, circa. La scena si svolge a Padova. Sopra
Bettia, moglie di Ruzzante, hanno messo gli occhi il contadino
Menato e un uomo d'armi bergamasco, Tonin. Per istigazione di
Menato, Ruzzante, fingendosi un ricco forestiero, fa profferte
d'amore alla moglie, per metterne alla prova la virtù. Bettia
che sta per cedere, colta in fallo, si rifugia indispettita
nella casa di Tonin; ed ecco Ruzzante, che rivuole la sua donna,
a smaniare sotto le finestre del soldato, che non intende
restituirgli la moglie se prima non gli abbia reso una certa
somma, che gli aveva carpita e che Ruzzante trova modo di far
pagare a Menato rientrando così in possesso della sua donna. È
degli scritti più pregevoli del Ruzzante. Nella Moschetta come
nella Fiorina e nei Dialoghi in lingua rustica, il Beolco
ritrova pienamente il tono e il mondo della sua ispirazione:
sono abbandonati i vecchi schemi della commedia plautina, e,
invece, attraverso trame e casi semplicissimi, il poeta disegna
con meravigliosa evidenza comica la psicologia dei contadini,
furbi, miserabili, pronti a ogni transazione, amorali e
sensuali: in tal modo esili ed eterne vicende d'amore e di vita
contadinesca si sollevano a vere rappresentazioni artistiche. La
lingua dialettale poi si attaglia mirabilmente alla spiritualità
sommaria e plebea dei personaggi.
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