Demostene
L'oratoria
Demostene fu un uomo politico e
oratore ateniese (Atene 384 – Caluria 322), figlio di un ricco
artigiano che, morto ancora giovane, lasciò la moglie vedova con
due figlioletti, affidati a tre tutori: Afobo, figlio di una
sorella; Demofonte figlio di un fratello; Terippide, un vecchio
amico. I tre tutori si rivelarono pessimi esecutori testamentari
dilapidando tutto il patrimonio familiare. La prima attività
oratoria di Demostene fu appunto nella sua azione contro i suoi
tutori. A noi sono giunte le sue orazioni contro Afobo che il
ventenne pronunciò in tale circostanza. Un secondo processo
contro Onetore fu intentato da Demostene in difesa della dote
della sorella: anche i due discorsi contro Onetore ci sono
conservati. Il dissesto finanziario costrinse Demostene a
esercitare l’attività di logografo. La nostra tradizione
contiene un ragguardevole numero di orazioni per processi
privati, ma non poche di queste orazioni sono giudicate spurie
dalla critica più recente. Tutti i discorsi che Demostene
scrisse in qualità di logografo furono pronunziati direttamente
dagli accusatori o dagli accusati: sembra che soltanto
l’orazione Per Formione sia stata pronunziata dallo stesso
Demostene in qualità di procuratore. Accusatore in questo
processo era Apollodoro, figliastro di Formione. In un secondo
processo, attinente alla stessa questione, Demostene con uno
sconcertante cambiamento di posizione, assunse la difesa di
Apollodoro, per cui scrisse il discorso contro Stefano.

L’attività logografica di Demostene si estende fino all’inizio
del regno di Alessandro. Infatti, dopo esser diventato oratore
politico, Demostene aveva cessato di comparire come procuratore
in tribunale, ma aveva continuato a scrivere orazioni
giudiziarie per altri. Il suo ingresso nella vita politica
ateniese avvenne per gradi. Nel 354 pronunziò la sua prima
orazione politica innanzi all’assemblea: Sulle Simmorie.
Simmorie erano dette le associazioni di contribuenti che
dovevano allestire unità navali. Demostene propose di elevare da
1200 a 2000 il numero dei contribuenti e di portare a trecento
il numero delle triremi. Nel 351 pronuncia la sua prima
filippica, lanciando l’allarme contro la politica di annessioni
perseguita da Filippo ed esponendo un efficace piano d’azione.
Intanto Filippo, ripresosi da una lunga malattia, attacca le
città greche della penisola calcidica ed in primo luogo Olinto.
Innanzi al grave pericolo, Olinto propone agli Ateniesi un patto
di alleanza. Tra l’autunno del 349 e la primavera del 348
Demostene pronuncia le sue tre Olintiache, invitando gli
Ateniesi a soccorrere la città minacciata. Ma Olinto fu occupata
e distrutta. Fu inviata allora una prima ambascieria a Filippo:
fra i legati c’erano Demostene ed Eschine. Le trattative
continuarono ad Atene, dove il re aveva inviato una propria
ambascieria. Le due parti raggiunsero l’accordo sul disegno di
pace presentato dall’ateniese Filocrate, che proponeva
un’alleanza difensiva e offensiva sulla base dello status quo.
Una seconda ambascieria ateniese, di cui facevano parte anche
Eschine e Demostene fu inviata a Pella per la ratifica del
trattato (346 a.C.). Nello stesso anno Filippo chiese agli
Ateniesi di riconoscerlo membro degli Anfizioni. Demostene, che
ben capiva come in quel momento ogni opposizione sarebbe stata
vana, pronunziò l’orazione Per la pace, per convincere i suoi
concittadini a sanzionare la richiesta di Filippo. Intanto il re
non nascondeva più le sue mire: egli aspirava al dominio
dell’intera Grecia. Demostene iniziò allora una straordinaria
attività per organizzare la resistenza. Ne 344 pronunziò la
Seconda Filippica, in cui metteva in guardia gli Ateniesi contro
gli intrighi del re nel Peloponneso. Nella parte finale del
discorso attaccava Eschine che Demostene aveva accusato di
corruzione già nel 346, al ritorno della Pella. Nel 343
Demostene presentò l’accusa formale contro Eschine:
nell’orazione Sulla Corrotta Ambascieria sostenne che Eschine si
era lasciato corrompere dall’oro del macedone e che a tal prezzo
aveva fatto ratificare la pace di Filocrate, svantaggiosa per
gli Ateniesi. Eschine si difese con una orazione anch’essa
intitolata Sulla Corrotta Ambascieria e fu assolto, sia pure con
una scarsa maggioranza. Nel 341 Filippo interviene nel
Chersoneso tracico minacciando lo stesso dell’Esponto e il
commercio granario di Atene. Demostene pronuncia la Terza
Filippica, che rappresenta ila momento più alto della sua
eloquenza. L’oratore accusa apertamente Filippo di avere violato
con i fatti la pace, e propone che si lanci un appello alle
città per la comune difesa dell’Ellade. Un po’ più tardi, forse
al principio del 340, Demostene scrive la Quarta Filippica, vera
dichiarazione di guerra. Molti critici dubitavano
dell’autenticità di questo discorso, ma A.Körte l’ha restituito
a Demostene con persuasivi argomenti. In questi anni la carriera
politica di Demostene tocca il suo apice: per ben due volte, nel
340 e nel 339, il popolo lo onorò con una corona d’oro.
Ctesifonte nel 337 propose che a Demostene fosse decretata
ancora una corona d’oro per i servigi resi. Ma l’assemblea non
ratificò la proposta, perché Eschine intentò contro Ctesifonte
un’accusa di illegalità. Il processo fu discusso sei anni più
tardi (330), essendo nel frattempo intervenuti gravi avvenimenti,
quali la morte di Filippo e la successione di Alessandro. A noi
sono pervenuti il discorso di Eschine Contro Ctesifonte e il
discorso di Demostene Per la corona. Demostene intervenne in
qualità di procuratore di Ctesifonte. Nella sua orazione egli
passa in rassegna tutta la sua vita di uomo di Stato con accenti
nobili e patetici. Ctesifonte fu assolto. Eschine, non avendo
ottenuto nemmeno la quinta parte dei voti, dovette andare in
esilio. Nel324 Demostene fu coinvolto nello scandalo di Arpalo,
il tesoriere di Alessandro, per cui venne imprigionato. Il 13
giugno del 323 Alessandro morì a Babilonia. Ma la sconfitta
navale di Amorgo e la disfatta di Crannone misero fine per
sempre alla libertà della Grecia. Demostene fuggì riparando a
Calauria, dove si avvelenò. In tal modo finiva il più grande
oratore di tutti i tempi. La tradizione manoscritta ci ha
trasmesso sessantuno orazioni, cinquantasei proemi alle orazioni
politiche, sei lettere del periodo dell’esilio. Naturalmente non
tutto è autentico. Se il giudizio di Demostene oratore è stato
uguale in tutti, vario è stato il giudizio sulla sua attività di
statista. Il Romanticismo fece di Demostene il campione delle
civiche libertà dell’Ellade contro la tirannide.
Terza Filippica
La Terza Filippica fu pronunciata alcune settimane più tardi
della seconda e riprende e amplifica la denuncia degli atti e
delle ambizioni di Filippo e propone un insieme di misure
militari e diplomatiche per salvaguardare la libertà di Atene e
quella di tutti i Greci. Ogni seduta dell’Assemblea, o quasi,
dava luogo a dibattiti su Filippo. Nessuno osava più sostenere
che il re macedone era dalla parte del diritto, ma molti oratori
mettevano in guardia il popolo contro i rischi di una politica
che portava inevitabilmente alla guerra. Tessere gli elogi di
Filippo era diventato compromettente, ma fare l’elogio della
pace restava ancora popolare. Demostene ammetteva che la pace
era preferibile alla guerra, ma gli Ateniesi non dovevano farsi
ingannare dal vocabolario usato da Filippo. Potevano, se lo
volevano, imitare la sua ipocrisia; l’essenziale è che
restassero lucidi. Demostene ricorda poi che Filippo aveva
iniziato le sue conquiste sempre con guerre non dichiarate;
lungi dal denunciare la slealtà del re, adotta il suo punto di
vista cinico e dichiara che sarebbe stato “il più stupido degli
uomini” se non avesse approfittato della ingenuità dei suoi
avversari. Per contrastare l’avanzata di Filippo gli Ateniesi
avevano bisogno innanzitutto di lucidità, dovevano comprendere
che gli interventi o i progetti d’intervento, di Filippo a
Megara, in Eubea, in Tracia, nel Peloponneso erano una “macchina
da guerra” contro Atene. Quindi egli amplia la sua analisi e
propone al popolo di “deliberare sulla situazione di tutti i
Greci perché si trovano in enorme pericolo”. Nella comparazione
fra il dominio esercitato da Filippo e le egemonie del passato
gli sembrava che l’elemento determinante che colpiva di più, era
la passività dei Greci di fronte a Filippo: essi non avevano
accettato le ingiustizie di Spartani e Ateniesi, in passato, ma
hanno concesso a Filippo il diritto “che agisca a suo piacimento,
derubi in tale maniera una popolazione greca dopo l’altra,
assalga e sottometta la città”. La causa di questo nuovo male
era che i Greci non avevano più in orrore gli uomini politici
corrotti e che perciò questi ultimi potevano impunemente
manovrare a favore di Filippo. Demostene si guarda dalla facile
spiegazione secondo la quale i traditori venduti alla Macedonia
sarebbero stati dei capri espiatori responsabili, essi soli, dei
mali delle città greche; al popolo che li tollerava e li
ascoltava spettava una grave responsabilità. Per sottolineare la
decadenza ateniese, Demostene cita e commenta un’iscrizione
nella quale gli Ateniesi di un tempo avevano fissato la loro
censura legale nei confronti di un greco che aveva tentato di
corrompere dei peloponnesiaci a favore del re di Persia: un
bell’esempio di severità e di panellenismo al tempo stesso.
Demostene passa allora alla confutazione delle frasi
rassicuranti di coloro che affermano che Filippo è meno potente
dei Lacedemoni agli inizi del 4° sec., cui pure gli Ateniesi
avevano saputo resistere. Con il contesto nel quale colloca la
discussione, l’oratore suggerisce che coloro che ragionano così
sono dei traditori, venduti a Filippo. Demostene dimostra
infatti che il parallelo era erroneo perché Filippo aveva
introdotto molte innovazioni nell’arte della guerra e conclude
con estrema lucidità che gli Ateniesi potevano avere un certo
vantaggio in una guerra a distanza, soprattutto perché il
territorio di Filippo era vulnerabile ad attacchi marittimi, ma
che “era preparato meglio di noi per una battaglia campale”.
Demostene riprende a questo punto la denuncia del nemico interno
rievocando il ruolo svolto dai traditori filippizzanti nella
caduta di molte città (soprattutto Olinto), ma sottolinea anche
che quegli uomini politici avevano beneficiato del sostegno
popolare perché il popolo preferiva la politica comoda che essi
proponevano. La negligenza del popolo permetteva il tradimento
dei filippizzanti. Dopo aver così screditato ogni attendismo
pacifistico come compiacenza nei confronti di Filippo, Demostene
espone poi un piano di controffensiva che si propone di
sottoporre al popolo in forma di decreto. I Greci dovevano
urgentemente cambiare abitudini. Spettava agli Ateniesi reagire
e far reagire le altre città. Dovevano costituire una rete di
alleanze il più possibile estesa (Demostene suggerisce anche
d’inviare un’ambasciata al re di Persia “perché non si distacca
nemmeno dai suoi interessi impedire a Filippo di mettere sotto
sopra tutto”). Dovevano intanto preparare delle triremi, denaro,
soldati: quello sforzo militare era indispensabile per far
prendere sul serio le proprie iniziative diplomatiche. Poco
tempo dopo la Terza Filippica, gli Ateniesi e Demostene in
particolare ottennero un grande successo, diplomatico e militare
insieme, in Eobea. In molte città dell’isola e in particolare ad
Oreo ed in Eretria, alcune fazioni oligarchiche tentarono
d’imporre il loro potere grazie al sostegno di Filippo; i
ripetuti interventi di contingenti macedoni nel 342 giunsero a
risultati limitati, continuamente messi in discussione. La
situazione del 348 si era ribaltata: stanchi dei macedoni, i
fautori dell’indipendenza e unità dell’Eubea guardavano ad Atene.
Deluso da Filippo che non l’avevano sostenuto, Callia di Calcide,
che aveva animato la rivolta del 348, chiese l’alleanza Ateniese
e la ottenne grazie al sostegno di Demostene. Truppe Ateniesi lo
aiutarono ad abbattere le ultime oligarchie promacedoni (giugno
341). La nuova confederazione euboica organizzata da Callia era
alleata di Atene, ma le città dell’Eubea non entrarono
individualmente nella seconda Confederazione di Delo e non
pagarono contributi ad Atene. Eschine rimproverò a Demostene di
avere privato così la città di una importante fonte di reddito (contro
Ctesifonte): una critica di questo tipo indicava la sua
ristrettezza di vedute o piuttosto quella che attribuiva al
popolo. L’innovazione diplomatica consigliata da Demostene
dimostrava al contrario la sua forza di immaginazione, la sua
sottigliezza e abilità: se Atene voleva trovare in fretta molti
alleati doveva dimostrare con il suo comportamento di avere
rinunciato ad ogni intenzione imperialistica. I benefici di quel
nuovo atteggiamento superarono rapidamente i confini dell’Eubea:
Callia sostenne attivamente la campagna diplomatica di Demostene
in vista della costituzione di una lega ellenica contro Filippo.
L’arte e il pensiero di
Demostene
Quando Demostene compose le Filippiche e le Olintiche, già da
quasi un secolo l’arte dell’oratoria era diventata oggetto di
analisi e di insegnamento: la pratica dell’eloquenza politica (antica
quanto l’uso di parlare in pubblico e già attestata dai poemi
omerici) si accompagnò, a partire da 5° secolo a una riflessione
metodica sui mezzi di piacere e di convincere.
Gorgia, Trasimaco, Lisia e Isocrate,
fra gli altri, avevano studiato i suoni, i ritmi, le figure e le
procedure di composizione che rendevano il discorso più
gradevole all’orecchio, più seducente e più convincente.
Demostene conosceva le regole dell’arte retorica formulate dai
suoi predecessori. Nel corso delle lunghe veglie dedicate alla
composizione dei suoi discorsi, impiegava ben consapevolmente i
sistemi catalogati prima di lui ed inventava assai spesso nuovi
ritmi e nuove figure. Il suo atteggiamento mentale non era però
quello dell’artista che mira innanzitutto alla perfezione
formale. In ogni momento, Demostene cercava di immaginare quale
sarebbe stata la reazione del popolo e di trovare le parole, le
impressioni, le immagini e i ritmi che lo avrebbero convinto.
Questo pensiero non lascia mai Demostene né quando compose le
sue arringhe, né quando le pronunciò, né quando, talvolta, ne
corresse la redazione. L’oratore voleva al tempo stesso colpire
e convincere gli uomini del popolo, che costituivano la
maggioranza, e le persone raffinate che formavano una minoranza
influente. Ogni analisi approfondita del testo delle Demegorie
deve tenere conto di questo destinatario onnipresente, il popolo
Ateniese, vario e mutevole, amante dei bei discorsi ma anche
pronto alla beffa, patriottico e renitente all’azione.
La prosa degli oratori greci, come la poesia, era determinata
dall’elemento musicale: ben lungi dall’ignorare la metrica, essa
si caratterizzava per la grande varietà dei metri. È stato
dimostrato che Demostene evita in generale la successione di tre
brevi mentre spesso chiude con delle clausole di due o tre
lunghe. Demostene inoltre, come Isocrate, evita in genere lo
iato, tranne quando vuole attirare l’attenzione, ma ricorre meno
dell’autore dell’Panegerico. Le Demegoriai comprendono
amplissimi periodi, ma Demostene evita accuratamente la
monotonia che nell’opera di Isocrate nasce dall’uso costante del
periodo: usa anche frasi molto brevi e si compiace di accumulare
proposizioni coordinate o giustapposte che conferiscono grande
veemenza alle denuncie e alle esortazioni. Quasi tutte le figure
retoriche sono attestate nell’opera di Demostene, per cui il
retore Tiberio ci ha potuto illustrare quarantotto figure
retoriche con esempi tratti dall’opera di Demostene. Con
l’iperbato l’oratore sottolinea un termine isolandolo dalle
parole alle quali si riferisce: fornisce un esempio semplice di
rottura espressiva dell’abituale ordine delle parole.
L’anadiplosi, la ripetizione all’inizio della frase della stessa
parola è talmente caratteristica dello stile di Demostene che i
retori antichi la definivano “figura demostenica”. La ridondanza,
che i teorici di una letteratura puramente scritta tendono a
condannare, è piuttosto frequente in Demostene e costituisce un
mezzo politico efficace: ripetere con parole diverse lo stesso
concetto significa insistere per essere sentiti e compresi al
meglio. Le similitudini sono relativamente rare nelle Demegoriai
ma non sono semplici ornamenti: esse devono colpire l’uditorio,
preoccuparlo, imprimersi durevolmente nella sua memoria. Nella
sue Demegorie Demostene evita accuratamente le parole rare, gli
arcaismi e i neologismi che rischiano di trattenere l’attenzione
dell’uditorio distogliendola dal contenuto fondamentale della
dimostrazione: il suo vocabolario appartiene alla lingua
abituale del suo tempo. Demostene trae eccezionali risultati da
un vocabolario semplice e relativamente limitato: è sempre
chiaro senza essere mai banale o approssimativo. Molti critici
dell’antichità distinguono tre tipi di stile: 1)lo stile elevato
“insolito, ricercato, fortemente strutturato, pieno e strapieno
di ogni tipo di aggiunta ornamentale”. Il suo creatore è Gorgia
ed il suo modello è Tucidide. 2)lo stile uniforme il cui modello
è Lisia.3)lo stile misto, illustrato soprattutto da Trasimaco,
Isocrate e Platone. Demostene è superiore a Tucidide per la sua
chiarezza. Lo stile di Demostene è superiore a quello di Lisia
per intensità. A confronto con Demostene, Isocrate manca di
concisione, varietà, e di respiro. La superiorità di Demostene
consiste nella straordinaria varietà che gli permette di usare
uno stile sempre adatto agli argomenti successivamente
affrontati e ai sentimenti che vuole suscitare nell’uditorio. La
sua abilità e la sua potenza dell’eloquenza derivano dalla
capacità di trovare sempre l’espressione adatta. L’eloquenza
demostenica implica un’altra dimensione a proposito della quale
non si possono avanzare altro che delle congetture: è l’azione
oratoria con le inflessioni della voce ed i gesti che
accompagnano il discorso. Bisogna tuttavia sottolineare che
nella sua ispirazione, l’eloquenza demostenica si situa agli
antipodi della retorica dei primi sofisti: non si tratta più,
nel suo caso, di far trionfare la causa più debole con il
virtuosismo oratorio, bensì di esprimere in maniera convincente
un’argomentazione rigorosa e di far adottare decisioni
politicamente vantaggiose alla città. Se Demostene superò tutti
gli altri oratori attici, è anche perché fu il solo a mettere la
sua potenza oratoria al servizio di un grande pensiero
politico.
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