Diogene Laerzio III sec. d.C.
Il re visigoto
Sisebut ed il dotto cristiano Isidoro di Siviglia lo
studiarono e lo imitarono. Giunse così al Medioevo, e per un
felice caso due manoscritti di età carolingia che
racchiudevano il suo testo si salvarono, e proliferarono.
Diogene
Laerzio su Diogene di Sinope
Navigando infatti verso Egina, fu preso dai pirati il cui
capo era Scirpalo. Fu portato a Creta ed ivi esposto alla
vendita. E chiedendogli l'araldo che cosa sapesse fare,
Diogene rispose: 'Comandare agli uomini'. Fu allora che egli
additò un tale di Corinto che indossava una veste pregiata
di porpora, il predetto Seniade, e disse: 'Vendimi a
quest'uomo: ha bisogno di un padrone'.
Seniade, invero, lo compra e lo porta a Corinto. Qui gli
affidò l'educazione dei figli e l'amministrazione domestica.
Diogene curò l'amministrazione in ogni riguardo, in modo
tale che Seniade andava in giro dicendo: 'Un demone buono è
venuto a casa mia'.
(...) Il medesimo Eubulo attesta che Diogene invecchiò
presso Seniade e, morto, fu seppellito dai suoi figli.
Chiedendogli al tempo Seniade come volesse essere
seppellito, egli replicò: 'Sulla faccia'. Domandandogliene
quello la ragione, Diogene soggiunse: 'Perchè tra poco quel
che è sotto si sarà rivoltato all'insù'. Disse questa
battuta perchè ormai i Macedoni dominavano, o da umili erano
diventati potenti.
(Vite dei Filosofi; VI, 74 e 32; op. cit.).
Scrittore e storico della
filosofia greca, Diogene Laerzio visse nel III secolo d. C.
Sulla sua vita non si hanno informazioni. Anche il suo
soprannome ha un'origine oscura: forse proviene dalla città di
Laerte in Asia Minore; forse da un epiteto omerico. Diogene
Laerzio è noto come autore di un'opera in dieci libri: Raccolta
delle vite e delle dottrine dei filosofi. In essa esamina 84
figure di pensatori, dai Sette sapienti ad Epicuro, disponendo
le informazioni per scuole filosofiche, rispettando le
succesioni di scolarchi fissate dalla tradizione
L'opera di Diogene Laerzio si colloca ad un livello
specialistico: si tratta di un manuale senza pretese di
originalità, ma che è per noi fonte preziosa di testimonianze e
cronologia sui vari filosofi classici ed ellenistici. Con
scrupolo erudito, infatti, Diogene opera su materiali come
lessici, repertori bibliografici, cronologie, e riporta con
puntiglio le sue fonti, citando spesso passi degli stessi
pensatori come esemplificazione nell'esposizione della loro
dottrina, fino al caso limite dei lunghi testi epicurei del
libro X.
Quello di Diogene è un manuale biografico, basato su ottime
fonti cronologiche e bibliografiche, risalenti all'erudizione
ellenistica, e dossografico: ma a Diogene mancano lo spirito
critico e l'attitudine filosofica, e la sua esposizione è spesso
mancante di chiarezza o troppo sintetica proprio nei punti
salienti delle diverse dottrine (basti pensare alle cadute nelle
sezioni sulle dottrine di Platone, Aristotele e degli stoici).
Un esempio del suo modo di procedere lo si può avere da questo
passo del III libro, dedicato a Platone, in cui cita in modo
disordinato e ripetitivo le tappe della formazione del filosofo,
indulgendo all'aneddoto:
All'inizio filosofò nell'Accademia, poi nel giardino vicino a
Colono, come dice Alessandro nelle "Successioni", secondo la
filosofia eraclitea. Poi, desiderando gareggiare con una
tragedia, ascoltato Socrate davanti al teatro di Dioniso, bruciò
i suoi versi dicendo:
Vieni qui, o Efesto, che Platone ti chiama!
Da allora, avendo vent'anni, dicono, seguì Socrate: dopo la sua
morte seguì Cratilo l'eracliteo ed Ermogene, che seguiva la
filosofia parmenidea. In seguito, a ventotto anni, secondo
quanto dice Ermodoro, si recò a Megara da Euclide con altri
socratici. Poi andò a Cirene dal matematico Teodoro; di la in
Italia presso i pitagorici Filolao ed Eurito. Da li in Egitto,
presso i sapienti.
Tuttavia, proprio questi difetti ci consentono una sostanziale
obiettività e chiarezza nell'esposizione, che si configura come
una raccolta di aneddoti e motti celebri, simile alle biografie
di Svetonio, che non riesce però a cogliere il nucleo filosofico
dei singoli pensatori.
Era di scuola scettica secondo Wachsmuth [1885,31], il quale fa
notare che DL chiama lo scettico Apollonide di Nicea "unser
Sektengenosse" - tr. Apelt. Secondo altri era epicureo, fatto
sta che si dilunga sulle teorie scettiche, all'interno
della vita di Pirrone e di Timone [pp. 454-78]. DL ha
abbinato in tutte le biografie idee, modo di vita, sintesi
popolarizzate del pensiero del filosofo (apoftegmi), modalità di
incontro con la morte.
Opere
Il I libro
Diogene rivendica ai greci l'origine della filosofia,
contestando che essa sia potuta derivare dai "barbari". Il
termine filosofia fu usato per la prima volta da Pitagora,
fondatore della scuola italica, mentre Anassimandro sarebbe il
fondatore della scuola ionica. I filosofi possono essere
distinti in dogmatici e scettici, mentre la filosofia si occupa
della fisica, della dialettica e dell'etica.
Diogene si occupa poi dei "Sapienti" che tuttavia non sono
propriamente dei filosofi ma semmai dei precursori della
filosofia.
Il II libro
In questo libro Diogene si occupa della scuola ionica, che fa
iniziare con Anassimandro riconoscendo però in Talete il suo
maestro, poi di Socrate e della sua scuola. L'accostamento tra
la scuola naturalistica ionica e la scuola morale socratica
viene spiegato da Diogene con l'arrivo ad Atene dello ionico
Archelao che sarebbe stato il maestro di Socrate.
Il III libro
Il terzo libro è interamente dedicato a Platone, del quale
traccia dapprima la vita, occupandosi poi dei dialoghi,
considerandolo l'inventore di questo genere letterario; ne
traccia il rapporto con la dialettica, con la confutazione e
spiega il carattere dell'induzione platonica.
Diogene espone poi la dottrina platonica: dall'immortalità
dell'anima esposta nel Fedone alla cosmologia del Timeo, dalla
fisica alla geometria e infine dall'etica al problema del bene e
della giustizia esposte nella Repubblica. L'ultima parte del
libro è dedicata alla dossografia platonica, tratta dal trattato
Sulle divisioni, attribuito ad Aristotele e pertanto da quelle
che si ritiene siano state le lezioni orali tenute da Platone
nell'Accademia.
Il IV libro
Il IV libro si occupa dello sviluppo dell'Accademia da
Speusippo, successore di Platone alla guida della scuola
platonica dal 347 al 339 a. C., fino a Clitomaco, scolarca
dell'Accademia dal 128 al 109 a. C., del quale traccia soltanto
una brevissima biografia, per passare ai Peripatetici che per
Diogene "derivano anch'essi da Platone e dei quali l'iniziatore
fu Aristotele".
Il V libro
Per Diogene, Aristotele "fu il più genuino dei discepoli di
Platone", ma ne attesta l'abbandono dell'Accademia e la
fondazione del Peripato e le diverse vicende della vita, fino
alla citazione del testamento e vari aneddoti e massime. Segue
un prezioso catalogo delle sue opere e il riassunto della
dottrina.
Seguono le biografie degli aristotelici, da Teofrasto a Eraclide
Pontico, che in realtà ebbe una formazione platonica -
pitagorea.
Il VI libro
Dedicato ai filosofi cinici, è di fatto la prosecuzione del II
libro, dal momento che Socrate fu il maestro di Antistene, il
quale a sua volta è considerato da Diogene il precursore dello
Stoicismo, di cui si tratta nel VII libro.
Le biografie più corpose sono riservate ad Antistene, a Diogene
di Sinope e a Cratete; segue un breve cenno a Ipparchia, sorella
di Metrocle e moglie di Cratete, l'unica filosofa di cui si
tratti nella storia della filosofia prima di Ipazia. Il libro si
conclude con una breve dossografia sulle dottrine ciniche.
Il VII libro
Il libro si apre con la biografia di Zenone di Cizio, fondatore
dello Stoicismo e allievo del cinico Cratete; segue una lunga
esposizione delle dottrine stoiche che Diogene distingue nelle
parti dedicate alla logica, all'etica e alla fisica.
Dopo le brevi biografie di Aristone di Chio, Erillo di Cartagine
e a Dionigi il Dissidente, considerati stoici non ortodossi, la
successione delle biografie riprende con Cleante di Asso, primo
successore di Zenone nella direzione della Stoà, e con Sfero del
Bosforo, per concludersi con Crisippo di Soli.
Una grave lacuna del testo ci ha privato delle notizie relative
ad altri venti stoici.
L'VIII libro
Nell'VIII libro Diogene passa in rassegna i filosofi "italici",
iniziando con una lunga trattazione del mitico Pitagora, del
quale narra la vita, le precedenti incarnazioni e i suoi
rapporti con la sacerdotessa di Delfi e con Orfeo; ne espone le
dottrine matematiche, i precetti alimentari, quelli morali e
conclude riportando una sua presunta lettera indirizzata ad
Anassimene.
La seconda biografia importante è relativa a Empedocle; le
successive, più brevi, sono dedicate a Epicarmo, che fu in
realtà un poeta, ad Archita, del quale ripoorta una
corrispondenza con Platone e le sue scoperte geometriche e
meccaniche, ad Alcmeone, a Ippaso, a Filolao, concludendo con
l'astronomo Eudosso di Cnido.
Il IX libro
Il IX libro è dedicato a due filosofi, che Diogene ritiene non
appartengano a una scuola definita, come Eraclito e Senofane, ai
filosofi italici non considerati nei libri precedenti, come
quelli della scuola di Elea e gli atomisti, e alla scuola
scettica, dal fondatore Pirrone a Timone, concludendo con un
lungo elenco di nomi di scettici minori, fino a Sesto Empirico e
al suo allievo Saturnino Citena.
Il X libro
È dedicato interamente a Epicuro, con una trasparente simpatia
che ha fatto considerare Diogene un seguace del fondatore del
Giardino. Ne narra la vita, i suoi rapporti con Anassagora,
Archelao, Nausifane e Senocrate, e ne elenca le opere; considera
la divisione dell'epicureismo in filosofia canonica, fisica ed
etica.
Riporta per intero la sua Lettera a Erodoto sulla fisica: la
concezione dei corpi, del vuoto, degli atomi, sui fenomeni e le
sensazioni, fino alla considerazione dell'importanza della
fisica per la fondazione dell'etica e per l'ottenimento
dell'atarassia.
Riporta per intero anche la sua Lettera a Pitocle sulle
questioni celesti. Epicuro espone la struttura del mondo, del
sole, della luna, degli astri; spiega i fenomeni atmosferici, la
natura delle stelle, fisse, comete e cadenti, secondo una
concezione materialistica che esclude ogni intervento divino.
Riporta infine la sua Lettera a Meneceo sull'etica e la
felicità; la teoria del piacere, i motivi per i quali non
dobbiamo temere la gli dei, la morte, le sofferenze.
Il libro si conclude con l'illustrazione delle differenze fra il
moderato piacere epicureo e quello estremo dei Cirenaici e una
raccolta di quaranta sentenze - le Massime Capitali - attribuite
a Epicuro.
|