Lucano
Quando la moglie
di Lucano, Polla Argentaria, garantì la diffusione del
Bellum Civile per via clandestina, l'opera incontrò subito
un grande favore fra il pubblico.
Anche nel Medioevo Lucano fu molto amato: Dante lo colloca
nel Limbo fra i cinque grandi ingegni poetici
dell’antichità.
La sua fortuna perdura nel '400, nel '500, nel '600,
influenzando il teatro elisabettiano, fino al '700 (Alfieri,
Goethe) ed ancora al Leopardi. In seguito Lucano fu quasi
dimenticato: il Romanticismo ed il post-Romanticismo hanno
portato al rifiuto preconcetto di tutto ciò che "sa di
retorica": e Lucano, ad un lettore disattento, può ben
sembrare poco più di un retore.
Solo in questi ultimi anni è iniziata, almeno nel mondo
della filologia classica (Conte, Narducci), una lenta e
faticosa rivalutazione della figura di questo poeta
difficile e sfuggente, ma certo interessante e - quanto meno
- tutt'altro che banale.
(Cordova, 39 d.C. - Roma, 65 d.C.)
LA VITA:
39 d.C.
Lucano nasce a Cordova, in Spagna; è
nipote di Seneca. Un anno dopo la famiglia si trasferisce a
Roma, dove Lucano frequenterà la scuola di Anneo Cornuto, ex
liberto di Seneca, filosofo stoico e maestro anche di Persio.
Oltre a coltivare la filosofia, Lucano studia retorica e
dimostra un precocissimo talento poetico, al punto di attirare
l'attenzione dello stesso Nerone, di cui diventa amico.
60 d.C.
Lucano partecipa all'agone poetico dei
Neronia, ove ottiene uno straordinario successo, mettendo in
ombra le qualità poetiche di Nerone. Quest’ultimo vieta a Lucano
di pubblicare i suoi scritti. Egli continua tuttavia a lavorare
al suo capolavoro, il Bellum Civile, del quale circolavano già i
primi tre libri.
65 d.C.
Lucano è accusato di avere preso parte
alla congiura di Pisone; arrestato, pare abbia rivelato i nomi
di molti congiurati, tra i quali anche la madre Acilia, del
tutto estranea al complotto (è questa una notizia che ci riporta
Tacito, e che getta un'ombra assai cupa sulla figura del giovane
poeta). Ricevuto l'ordine di uccidersi, Lucano sceglie la morte
del saggio stoico, e si svena recitando versi del suo poema.
LE OPERE:
Delle opere di Lucano si è salvato dalla
damnatio memoriae voluta da Nerone solo il Bellum Civile, ed
anche questo fortunosamente: fu infatti la moglie di Lucano,
Polla Argentaria, a salvare il manoscritto dalla distruzione,
contravvenendo agli ordini di Nerone, e ad assicurarne la
diffusione clandestina, attraverso le bancarelle, con l'aiuto di
Stazio e di Marziale. In breve il Bellum Civile divenne il libro
più letto in Roma.
Abbiamo però notizia di altre opere, fra cui una tragedia, Medea,
alcuni carmi di argomento vario noti come Silvae, un
Catacthonion o Orpheus.
IL BELLUM CIVILE:
Più noto come Pharsalia (a causa del
fraintendimento di un verso del libro IX in cui Lucano afferma
Pharsalia nostra vivet), è un poema epico-storico in 10 libri,
quasi certamente incompiuto, che tratta della seconda guerra
civile (dal 49 al 47 a.C.).
TRAMA:
Libro I
Proemio e invocazione a Nerone (sulla cui
sincerità la critica s’interroga da tempo). Le cause della
guerra; ritratto dell'Italia rurale in crisi. Cesare varca il
Rubicone e marcia su Roma (49). Presagi di sventura si abbattono
sulla città. I vecchi rievocano gli orrori della prima guerra
civile, quella fra Mario e Silla.
Libro II
Bruto si reca nottetempo da Catone
Uticense e gli chiede consiglio sul da farsi: il filosofo, che
esprime fin troppo scopertamente il punto di vista dello
stoicismo, afferma che è dovere del saggio opporsi ad ogni
tentativo di conculcare la libertas, sottolineando così la
necessità dell’impegno politico contro un regime ingiusto (è
l’interpretazione dello stoicismo tipica dell’opposizione
senatoria al principato). Pompeo fugge da Roma per evitare
inutili spargimenti di sangue.
Libro III
Il primo sogno di Pompeo (tòpos epico): la
sua prima moglie Giulia, figlia di Cesare, ormai morta, giura di
perseguitarlo fino alla tomba per vendicarsi del "tradimento"
del marito, che ama ormai un’altra donna, Cornelia. È evidente
il rovesciamento ironico del precedente virgiliano: anche ad
Enea fuggiasco da Troia, alla fine del II libro dell’Eneide, era
apparsa la moglie Creusa appena morta, la quale però gli aveva
assicurato eterna benevolenza e protezione. Cesare a Roma.
Catalogo degli alleati orientali di Pompeo (tòpos epico). Cesare
a Marsiglia vince una battaglia navale.
Libro IV
Cesare in Spagna affronta le truppe
pompeiane. Aristìa del pompeiano Vulteio e del cesariano Curione
(tòpos epico).
Libro V
Cesare e Pompeo in Epiro: preparativi per
la battaglia di Durazzo. Appio (pompeiano) consulta l'oracolo di
Delfi (tòpos epico), ma il responso è del tutto indecifrabile, a
significare ironicamente l’inutilità degli oracoli dal punto di
vista stoico. Cesare, irritato per gli indugi di Antonio, decide
di attraversare il mare Adriatico in tempesta da solo su una
barca a remi: il pescatore Amìclate lo sconsiglia di mettersi in
viaggio, ma Cesare parte con lui. È Cesare, questa volta, a
riportarci alla figura di Enea, che pure si trova di fronte ad
una tempesta nel V libro dell’Eneide: ma mentre Enea, pius,
segue il consiglio di Palinuro e rinvia la partenza, Cesare,
invece, temerario e superbo, afferma che, se deve morire, cadrà
sotto i colpi del solo avversario degno di lui: la Fortuna.
Appena egli pronuncia queste parole, la tempesta assume
connotati apocalittici: Amìclate scompare, la barca è travolta
dai flutti, e tuttavia Cesare si salva e viene riportato al
punto di partenza. Questo episodio, del tutto inutile ai fini
dello svolgimento della vicenda, ha una particolarissima
rilevanza ideologica.
Libro VI
Battaglia di Durazzo. Aristìa del
pompeiano Sceva. Sesto Pompeo, figlio degenere di Pompeo,
consulta a Farsalo la maga Erìttone, che dà luogo ad un episodio
di necromanzia, evocando un soldato defunto per ottenerne una
profezia. È chiaro il rovesciamento antifrastico del precedente
virgiliano della catàbasi agli Inferi (VI libro): ad Enea il
padre Anchise predice la futura grandezza di Roma, mentre qui il
soldato morto predice la fine della libertas repubblicana.
Libro VII
Nell’imminenza della battaglia di Farsàlo
Pompeo ha un nuovo sogno: si vede in teatro di fronte ai Romani
che lo applaudono. Il significato profondo di questo sogno è
probabilmente che Pompeo, più che un eroe, è un commediante che
interpreta un ruolo non suo, affidatogli suo malgrado dal
Destino. Al suo risveglio convoca un'assemblea, durante la quale
Cicerone incita i soldati alla battaglia (si tratta di un
consapevole falso storico). Scoppia la battaglia: quasi subito
Pompeo, frastornato e sfiduciato, fugge. Aristìa di Domizio
Enobarbo (antenato di Nerone). Terminato lo scontro, Cesare,
ebbro di sangue, infierisce sui cadaveri e ne impedisce la
sepoltura.
Libro VIII
Pompeo cerca rifugio in Egitto presso i
suoi alleati, i tutori di Tolomeo XIII, che però lo uccidono a
tradimento e gli tagliano la testa per consegnarla a Cesare.
Libro IX
Catone subentra a Pompeo, assume il
comando delle truppe repubblicane e si dirige in Africa; qui è
costretto ad attraversare il deserto. Descrizione degli orribili
patimenti dei soldati e dei serpenti velenosi che infestano la
zona. Catone, giunto presso l'oracolo di Zeus Ammone, si rifiuta
di consultarlo in nome della razionalità e dell’autàrkeia del
saggio stoico. Cesare si reca a Troia, ove medita di trasferire
la capitale. Qui si svela chiaramente il ruolo di Cesare: egli è
un anti-Enea; Enea infatti voleva far rivivere Troia a Roma,
Cesare vuol fare l’esatto contrario. In sostanza egli disfa ciò
che ha fatto Enea.
Libro X
Cesare, giunto ad Alessandria, piange alla
vista della testa del genero morto: commento sarcastico del
poeta su queste lacrime. Di fronte alla tomba di Alessandro,
invece, si commuove sinceramente: del grande macedone egli si
sente il legittimo erede. Durante un banchetto si lascia sedurre
da Cleopatra, fuggita dalla torre in cui era rinchiusa. Scoppia
una rivolta fra gli alessandrini...
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